Kamala Harris e Donald Trump – 50 sfumature di cattiveria

Alla fine Biden ha fatto il passo indietro che tutti (tranne la moglie Jill) gli chiedevano. E ha pure lanciato Kamala Harris, la sua vice, come candidata democratica alla presidenza. Ora si attende di capire se il Partito Democratico statunitense accetterà la candidatura, oppure aprirà i giochi per spianare la via a un altro candidato. E naturalmente si attende di conoscere il nome dell’eventuale vice-presidente democratico.

Ma supponiamo, per un attimo, che la prescelta per fermare l’ascesa di Trump sia proprio Kamala Harris, e proviamo a immaginare che tipo di campagna elettorale andrà in scena. Ebbene, io credo che quella cui assisteremo sarà a una campagna non
convenzionale. E addirittura sorprendente per noi europei, che sull’America siamo pieni di stereotipi.

Noi siamo convinti, per esempio, che i democratici siano i buoni, tutti accoglienza e diritti, e i repubblicani siano i cattivi, nemici dei migranti e delle donne. In qualche misura è vero, ma il punto è in quale misura.

Prendiamo la candidata presidente Kamala Harris. Da quando è stata eletta, lei e Biden sono stati durissimi con l’immigrazione irregolare. Il primo viaggio ufficiale di Kamala Harris è stato andare in Messico e in Guatemala a dire in modo chiaro: non
venite! se lo farete vi respingeremo. Il quadriennio Biden-Harris è stato costellato di atti e dichiarazioni assai severe verso i migranti, con conseguente indignazione della sinistra del partito (Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez). Su molti punti il duo Biden-Harris si è mosso come il duo Meloni-Salvini: analogo è l’impegno ad “aiutarli a casa loro”; analogo è il tentativo di esternalizzare in altri paesi le richieste di asilo (modello Albania); analoga è l’aspirazione a moltiplicare rimpatri e respingimenti;
analoga è la volontà di contenere le migrazioni irregolari e stroncare il traffico di esseri umani.

Se non sapessimo nulla di quel che accade negli Stati Uniti, e ci avessero chiesto di indovinare chi era al governo basandoci soltanto sulle politiche migratorie, avremmo detto che l’inquilino della Casa Bianca era un feroce repubblicano, ostile ai migranti. In breve: la candidata Harris ha un profilo moderato, sensibile alle preoccupazioni degli elettori in materia di immigrazione, e potrà essere attaccata per non aver fatto abbastanza, non certo per aver chiuso un occhio, o favorito l’immigrazione irregolare.

Esattamente come è appena accaduto nel Regno Unito con la vittoria di Starmer, i progressisti si presentano all’elettorato con un profilo moderato, attento all’elettore mediano incerto fra destra e sinistra e perciò potenzialmente decisivo. Lo stereotipo
dei democratici buoni e dei repubblicani cattivi regge forse sul piano dei toni e del linguaggio, ma nella sostanza c’è tutt’al più una (piccola) differenza di grado nella cattiveria.

Si potrebbe obiettare che, almeno sul piano dei diritti, la differenza fra i cattivi repubblicani e i buoni democratici regge. Ma anche qui, in realtà, quel che troviamo sono essenzialmente differenze di grado. Contrariamente a quel che si potrebbe supporre, sui diritti Trump si è mostrato molto cauto, e probabilmente dovrà esserlo ancora di più se la candidata democratica sarà una donna. Sull’aborto, ad esempio, ha chiarito di non volere una norma nazionale che lo proibisca, e di essere comunque sempre per la libera scelta della donna nei casi di stupro, incesto o pericolo di vita per la madre. Sulla fecondazione in vitro ha dichiarato che la pratica dovrebbe essere legale in tutti gli Stati americani, e ha duramente criticato una sentenza ultra-reazionaria della Corte Suprema dell’Alabama, in virtù della quale la distruzione di embrioni congelati sarebbe equiparabile all’omicidio colposo di minori. La distanza con i democratici c’è, ma forse è meno grande di quel che siamo portati a credere, tanto più ove i democratici dovessero recepire il monito di Hillary Clinton a mitigare l’ossessione per i diritti trans, se non vogliono perdere le elezioni.

Ecco perché dicevo che la campagna elettorale potrebbe rivelarsi sorprendente.

Scontate le grandi differenze in politica economica e in politica estera, sui temi che più coinvolgono i cittadini – immigrazione e diritti – potremmo invece scoprire una Harris meno buona di quel che si crede, e un Trump meno cattivo di quel che si vuol
pensare, perché entrambi sono impegnati nella caccia ai moderati.

Quanto al risultato, starei cautissimo. Nonostante gli ultimi eventi giochino nettamente a favore di Trump, i sondaggi non gli dànno – per ora – un margine di vittoria rassicurante. Alla fine, decisivo potrebbe essere l’elettore mediano, che può
otare sia repubblicano sia democratico. E decide in base alla ragionevolezza dei programmi.

[Articolo uscito sulla Ragione il 22 luglio 2024]




L’insondabile opinione degli elettori Pd

Ero stato facile profeta, qualche giorno prima delle elezioni, nel preconizzare l’inadeguatezza dei sondaggi pre-elettorali che uscivano in quel periodo, in un sistema di voto in cui la base di collegio non permetteva stime attendibili. E così è stato. Le soprese non sono dunque mancate, ma è rimasta un’unica certezza: l’impossibilità di formare un governo, non certo a causa della legge elettorale, quanto per la tripolarizzazione (un po’ zoppa a sinistra) delle scelte degli italiani. In una situazione come quella attualmente presente nel nostro paese, l’unica possibile maggioranza si potrebbe ottenere soltanto o con un premio di maggioranza molto ampio (ma a rischio del parere della Consulta) oppure con una sorta di secondo turno di ballottaggio, magari di collegio, e senza quota proporzionale.

Ci sarà tempo per verificare quanto le forze politiche appena entrate in Parlamento siano disponibili a rimettersi in gioco in nuove elezioni, con una nuova legge elettorale di stampo maggioritario, o se al contrario i neo-eletti non vogliano perdere la propria posizione appena raggiunta alla Camera o al Senato. Ora il dibattito, è noto, verte sulle inedite alleanze che, uniche, possano permettere la formazione di un governo abbastanza stabile per durare nel tempo.

Ed è proprio su queste alleanze che le nuove indagini demoscopiche si concentrano in questi giorni, cercando di capire quanto i diversi elettorati siano più o meno favorevoli ad appoggiare le forze politiche avversarie. In particolare, sono gli elettori del Partito Democratico a venir quotidianamente interrogati in merito ad un eventuale accordo di governo tra M5s e Pd. E i sondaggi, come a volte accade, forniscono responsi decisamente antitetici.

Secondo alcuni di questi, la maggioranza di chi ha appena votato Pd sarebbe favorevole all’alleanza con i 5 stelle, secondo altri soltanto una minoranza è convinta di questa alleanza. E i titoli dei giornali enfatizzano ora uno ora l’altro risultato. Si legge dunque: “Da elettori Pd e M5S spinta per l’alleanza”, oppure alternativamente: “Nuovo governo: Movimento 5 Stelle – PD? Sondaggi dicono di no”. Come è possibile che sondaggi diffusi più o meno contemporaneamente diano risultati così antitetici? Le inchieste demoscopiche sono al solito inaffidabili? O sono i diversi istituti che indirizzano le risposte, a volte favorevoli e a volte contrarie?

Mi torna alla mente un classico esempio della possibile ambiguità nel registrare le opinioni della popolazione, quello cioè che avveniva negli USA durante la guerra del Vietnam: i quotidiani pro-intervento pubblicavano sondaggi in cui emergeva come la maggioranza degli americani fosse favorevole a “proteggere il popolo vietnamita dall’influenza sovietica”; i quotidiani anti-interventisti pubblicavano viceversa sondaggi dove la maggioranza si dichiarava contraria a “mandare i propri figli a combattere e a morire in Vietnam”. Ma tutti i giornali titolavano semplicemente: “Gli americani sono a favore (oppure contro) il ritiro delle truppe”.

Ambiguità di questo genere possono avere conseguenze negative per un altro degli scopi principali per cui si effettua un sondaggio, quello cioè di rilevare la diffusione di uno specifico atteggiamento, non altrimenti quantificabile: il tipo di domanda che viene rivolta agli intervistati, al fine di “misurare” questo atteggiamento, può infatti dar luogo a risultati a volte speculari.

È quello che accade appunto anche nei confronti dell’opinione degli elettori Pd. Se chiedo loro se, per il bene del paese, il loro partito dovrebbe fare uno sforzo per garantire all’Italia un governo stabile, sebbene contingente, le risposte favorevoli ad un’alleanza con i 5 stelle cresceranno; se chiedo semplicemente se trovano giusto governare con un avversario politico, che oltretutto li ha dileggiati per mesi, è molto probabile che aumenteranno gli intervistati contrari.

Ma sui giornali, si evita accuratamente di riportare il tipo di domanda che è stata rivolta per ottenere quel risultato. Dunque, qual è la domanda giusta? E cosa pensano effettivamente gli elettori del Pd?

Molto probabilmente, entrambi i risultati sono corretti. Mettono solamente in evidenza due aspetti che ogni elettore del Pd ha già nella sua testa, senza che si arrivi ad una soluzione definitiva. Gli elettori del Pd pensano che sia giusto dare al paese un governo, magari per evitare un’alleanza M5s-Lega e, contemporaneamente, che non sia giusto allearsi con i 5 stelle, che sono a loro giudizio parecchio inaffidabili. Tutto qui, semplicemente: come è ovvio, gli elettori del Pd sono incerti. Basterebbe esplicitarlo e tutto si risolverebbe. Ma non ci sarebbe più la notizia che attira l’attenzione dei lettori…




Tre esempi di successo e tre lezioni per il Partito Democratico

Alcuni dicono che il Partito Democratico sia sull’orlo di una crisi di nervi. Altri sostengono che non perda occasione per confondere il proprio popolo. È proprio vero? Di sicuro, il percorso verso un largo coinvolgimento dei cittadini alla vita civica e alla partecipazione al voto è ancora lungo.

La buona notizia è che esempi di partiti trasformatisi con successo in grandi movimenti riformisti abbondano. Consideriamone tre, nell’arco di dieci anni, ai due lati dell’Atlantico: il Democratic Party nel 2008, il Liberal Party of Canada nel 2012, e la Republique en Marche nel 2017.

La prima campagna elettorale di Barack Obama rinnova il Democratic Party, mobilitando per la prima volta milioni di americani all’impegno civile e politico, e adattandosi alle loro richieste di cambiamento radicale. Sfiniti da otto anni di George W. Bush, gli americani si entusiasmano alla visione che Obama propone di un’America post-razziale, unita, pragmatica, che reinterpreta la propria unicità in chiave riconciliatoria tra red states e blue states e, implicitamente, tra neri e bianchi. La campagna si struttura in movimento politico, organizzato come un social network, inspirato alle tecniche di community organizing elaborate da Marshall Ganz a Harvard Kennedy School. Il movimento stabilisce una rete capillare per la mobilitazione e formazione di volontari con il compito di coinvolgere potenziali elettori, professionalizza l’uso di big data nel volantinaggio porta-a-porta, e fa uso massiccio di newsletter, inviate regolarmente a iscritti e simpatizzanti, per informare, dare l’opportunità di partecipare, e chiedere donazioni. Obama cambia per sempre il partito democratico e soprattutto il modo di partecipazione politica negli States.

E veniamo al secondo esempio. Justin Trudeau nel 2012 è un politico canadese in ascesa. Sente che il Canada è sfiancato da dieci anni di politiche conservatrici di John Harper, e vuole riportarlo al proprio destino naturale di paese tollerante, aperto, progressista. A dispetto di quanti gli consigliano di uscire dal Liberal Party of Canada e creare un proprio movimento, Trudeau rivolta il partito come un calzino e lo trasforma in un movimento aperto a tutti. Non più tessera annuale con costo fisso, ma iscrizione gratuita e partecipazione flessibile a specifiche campagne tematiche, con impegno relazionato alla disponibilità di ognuno. Come Obama, anche Trudeau costruisce un movimento dal basso, da volontario a volontario, da una community di elettori all’altra. Risultato: Trudeau vince prima la nomination per la leadership del partito, scavalcando tutto il vecchio establishment, poi a sorpresa le elezioni federali del 2015, battendo Stephen Harper in elezioni anticipate. Il Liberal Party diventa il primo partito in Canada, anzi un movimento sexy con un leader sexy.

Attraversiamo ora l’Atlantico per gettare luce sul terzo successo. Nell’agosto 2016 Emmanuel Macron si dimette da Ministro dell’Economia, quattro mesi dopo avere lanciato En Marche, nuovo movimento politico che propone soluzioni concrete e non ideologiche a una Francia annichilita da terrorismo e crescita economica asfittica. Macron ripropone un’idea rivoluzionaria in quei mesi: l’Europa è l’unica cornice possibile per la risoluzione dei problemi francesi e il rilancio della grandeur française. Attraverso l’offerta di piattaforme digitali a cittadini che vogliono riunirsi in gruppi tematici, En Marche propone un nuovo modo di partecipazione alla vita pubblica, uguale per iscritti – che pagano una quota – e simpatizzanti, che partecipano gratis alle attività. Il movimento utilizza le stesse tecniche di community organizing sperimentate da Obama 2008 e nel 2012 (i consulenti di En Marche sono Liegey, Muller, e Pons, che hanno studiato a Harvard), aggiungendo più scienza, più numeri, e più metodo. Il risultato è la Presidenza della Repubblica Francese a un 39enne, e la maggioranza parlamentare a un movimento politico nato 12 mesi prima.

Per vincere le prossime elezioni, cosa può imparare il Partito Democratico da questi esempi di successo? Almeno tre cose, tanto semplici quanto rivoluzionarie nell’Italia di oggi. Primo, bisogna entusiasmare la gente con una narrativa potente, innovativa, visionaria, che prospetti un futuro migliore. Secondo, serve un movimento politico flessibile, aperto a tutti, adattabile alle circostanze e alle persone che ne fanno parte, e non viceversa. Terzo, la gente va coinvolta dal basso, in maniera capillare e attraverso big data, volantinaggio porta-a-porta, e targeting elettorale mirato.

Dieci anni fa, il PD ha offerto una straordinaria novità agli italiani, un sistema di valori che unisse per la prima volta le tre culture europeiste italiane: popolare, socialista, e liberaldemocratica. È giunto il momento per il PD di completare questo percorso attraverso la proposta all’Italia di una nuova visione di società, l’apertura del partito a tutti, e il coinvolgimento di quanti più italiani possibili. Forse sull’orlo di una crisi di nervi, il PD ha tuttavia i geni per trasformarsi in un grande movimento politico inclusivo, aperto, snello, innovativo, e diventare sexy per tutta la società italiana. Obama, Trudeau, e Macron offrono best practices che il Partito Democratico non può più ignorare.




Fallita la Terza via/Dopo 10 anni al Pd serve una nuova identità

Oggi è il 14 ottobre 2017. Esattamente dieci anni fa, il 14 ottobre 2007, veniva fondato il Partito democratico, che sceglieva come suo primo segretario Walter Veltroni (76% dei consensi, 3 milioni e mezzo di voti).

Il partito nasceva, essenzialmente, dal matrimonio tardivo di Ds e Margherita, due formazioni politiche a loro volta in ritardo sulla storia: i Ds sono stati l’ultima mutazione della tradizione comunista, travolta dalla caduta del muro di Berlino (1989); la Margherita è stata l’ultima mutazione della tradizione e democristiana, travolta dalle inchieste di Mani pulite (1992). Da allora si sono succeduti in tutto 5 segretari, due di matrice comunista (Veltroni e Bersani), due di matrice democristiana (Franceschini e Renzi), uno di matrice socialista (Epifani).

E’ un matrimonio riuscito quello che ha generato il Pd? O invece il progetto di un partito liberal-socialista, lucidamente delineato da Michele Salvati nei primi anni 2000, deve essere considerato fallito? E qual è stato il ruolo di Renzi in questa storia durata dieci anni?

Sappiamo che le risposte a queste domande costituiscono uno dei principali elementi di divisione a sinistra. C’è chi, come Piero Fassino (fresco autore di Pd davvero, La Nave di Teseo 2017), pensa che il progetto non sia affatto fallito, ma sia largamente incompiuto. E c’è chi, come i nemici di Renzi e del renzismo, da Bersani a Pisapia, da Fratoianni a D’Alema, pensano che Renzi sia la sciagura che ha distrutto il giocattolo.

Se vogliamo valutare quel che è successo in questi 10 anni, tuttavia, forse è meglio distogliere per un attimo lo sguardo dal piccolo recinto della politica italiana, e provare a collocare la storia del Pd nel più ampio teatro europeo. Ebbene, se facciamo questa operazione di spostamento, è difficile non accorgersi di alcune circostanze.

Primo. La sinistra tradizionale, ovvero i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti, sono in crisi in quasi tutte le democrazie occidentali (eccetto nel Regno Unito), e spesso sono ampiamente superati da forze di sinistra alternative ad essi. In Spagna i socialisti sono al 23%, in Germania i socialdemocratici sono al 20%, in Francia i socialisti sono al 7%: anche trascurando il successo alle Europee del 2014 (40.8%), il consenso al Partito democratico (intorno al 27%) si situa nettamente al di sopra dei valori dei partiti cugini in Europa.

Secondo. Fatto 100 il consenso a tutte le forze di sinistra, il Pd ne cattura tra l’80 e il 90%, una quota che, nel continente europeo, non viene neppure lontanamente avvicinata da alcun partito socialista o socialdemocratico. In Germania i socialdemocratici pesano per il 53%, in Spagna per il 49%, in Francia per il 26% (per non parlare della Grecia, dove sono ridotti al 13% dello schieramento di sinistra). Insomma: noi ci lasciamo impressionare dalle tempeste in un bicchier d’acqua di casa nostra, ma la realtà è che negli altri paesi la sinistra è molto più divisa, e il partito che tradizionalmente l’ha rappresentata è molto più in difficoltà di quanto lo sia il Pd in Italia. A quanto pare la “fusione fredda” fra comunisti e democristiani ha avuto l’effetto di sopprimere ogni reale concorrenza a sinistra.

Terzo. La sinistra tradizionale è in crisi quasi ovunque, in Europa. Su questo gli scissionisti di casa nostra hanno ragione. Ma la domanda cruciale è: perché la sinistra è in crisi? E che cosa può fare per uscire dalla sua crisi?

A me sembra che la risposta alla prima domanda sia abbastanza semplice: la sinistra è in crisi perché il modello della Terza via non ha funzionato, come del resto ha da tempo riconosciuto il suo maggiore teorico, il sociologo britannico Anthony Giddens. La sfortuna del Partito democratico è stata di nascere nel 2007, ossia l’esatto istante in cui la crisi (appena scoppiata negli USA, con la bolla dei mutui subprime) stava per mandare in frantumi i sogni riformisti degli anni ’90, quando i vari Clinton, Blair, Schröder, Prodi, D’Alema, Veltroni scommisero sul cocktail mercato-riforme-meritocrazia.  E’ allora che, sulla scena del mondo, la competizione fra destra e sinistra divenne una competizione fra due modi solo marginalmente diversi di gestire il mercato. Un cambiamento che, già in un libro del 1996, il politologo Marco Revelli aveva bollato polemicamente con la formula delle “due destre”, entrambe persuase delle virtù del mercato (Le due destre, Boringhieri 1996).

Ora, con milioni di disoccupati, e una crescita che è ripartita in alcuni paesi ma non in altri, la storia presenta il conto innanzitutto ai partiti che la globalizzazione avevano pensato di poterla governare, indirizzandola verso esisti egualitari. L’elettorato non perdona ai partiti socialisti e socialdemocratici di aver tradito le loro promesse: più occupazione, più stato sociale, più diritti. Anche per questo si rivolge ai partiti populisti, di destra, di sinistra e di centro, che quelle domande di protezione hanno mostrato di saperle prendere estremamente sul serio.

In questo quadro, l’anomalia dell’Italia è la seguente. Nel Pd ha prevalso l’anima modernizzatrice e mercatista della Margherita, di cui Renzi è stato un efficace interprete. Nonostante innumerevoli errori, di contenuto e di atteggiamento, non si può negare a Renzi il merito di aver perfezionato la modernizzazione del Pd, che ha deposto o attenuato alcuni dei tratti più discutibili della cultura di sinistra: immobilismo, consociativismo, complesso dei migliori, subalternità ai sindacati e alla magistratura. Il punto, però, è che quella modernizzazione non è stata un’improvvisa trovata del “ragazzo di Rignano”, ma era stata avviata, fin dagli anni ’90, dalle correnti riformiste dei post-comunisti, a partire da D’Alema e Bersani. Se il Pd è diventato quel che oggi è, non è certo perché Renzi lo ha snaturato, ma perché Renzi ha impresso un po’ più di velocità a un processo che altri, a sinistra, avevano avviato ben prima di lui, e ben prima della nascita del Pd.

Ecco perché le critiche degli scissionisti suonano oggi leggermente surreali. Il mondo che si muove alla sinistra del Pd ha perfettamente ragione a far notare che certi conti non tornano (a partire da quelli della disoccupazione e della povertà), ma è poco credibile quando sembra suggerire che, quei problemi, potrebbe risolverli un ritorno alle politiche del passato, ai bei vecchi cari tempi in cui l’economia mondiale tirava, e quella italiana cresceva trainata dal debito.

Se una critica si può ragionevolmente fare al Pd non è certo di non saper tornare risolutamente al passato, come vorrebbero i suoi critici nostalgici, ma di non saper guardare al futuro. Dove “guardare al futuro” significa prendere atto senza troppi giri di parole che la Terza via, quella su cui avevano puntato tutte le loro carte i fondatori del Pd, è sostanzialmente fallita, e che si tratta di inventarne un’altra (una Quarta via?), che sappia fare i conti con le sfide della globalizzazione, dell’automazione, delle migrazioni di massa.

Pubblicato su Il Messaggero  il 14 Ottobre 2017