Impossibile stimare il risultato del referendum: troppi caveat!
L’appuntamento referendario si avvicina. Tra poco più di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per dare la loro approvazione o per bocciare la riforma della magistratura e questo, ovviamente, ha fatto incrementare il numero di sondaggi che cercano di identificare la migliore previsione del loro voto futuro. Un compito parecchio arduo per diversi motivi, che qui andremo ad analizzare, che non permettono di arrivare a conclusioni del tutto credibili, anzi: tutti i risultati delle indagini demoscopiche che prefigurano lo scenario finale referendario non fanno altro che scontare una sostanziale impossibilità di tratteggiare contorni affidabili.
Meglio astenersi, dunque, che divulgare oracoli in luogo di numeri seri e ponderati. Vediamo nello specifico quali sono i problemi che deve affrontare il sondaggista serio, quello che vuole produrre stime significative, senza ricorrere a percentuali casuali, e quali i motivi per cui è meglio non fidarsi troppo.
Primo motivo: il livello di conoscenza del quesito referendario. È ovviamente il cuore del problema, dal momento che la materia in discussione è particolarmente complessa, e oltretutto la divisione delle carriere dei magistrati appassiona certo meno di qualsiasi altra materia anche politica, per non parlare di calcio o delle imminenti olimpiadi. Le ultime rilevazioni ci dicono che si dichiara ferrato sul tema meno del 10% della popolazione. Molto probabile che, avvicinandosi alla data di fine marzo, questa quota si incrementi in maniera significativa e, quindi, molti di quelli che oggi sanno poco o nulla saranno più capaci di formulare un giudizio informato, cambiando anche – nel caso – la propria scelta.
Secondo motivo: il livello di coinvolgimento per la materia. Abbiamo appena visto che il tema non è particolarmente appassionante, ma certo con l’aumento dei dibattiti online oppure offline questo livello di interesse (oggi stimabile intorno al 20%), se non per la materia in sé almeno per il referendum, sicuramente aumenterà. Che sia legato all’appartenenza politica, alla possibile scelta di un voto anti-governativo o pro-governo, o perfino alla tematica specifica, resta il fatto che tra un mese molti media parleranno delle conseguenze del risultato referendario: e i cittadini, o almeno molti di loro, dovranno interessarsene per forza. E potrebbero, ancora una volta, cambiare la propria scelta.
Terzo motivo: la quota di astenuti. Come ben sappiamo e come ho più volte ribadito (anche nel libro “Schede bianche” che ho scritto con due colleghi qualche tempo fa), la tendenza nel nostro paese è quella di disertare sempre più le urne, in maniera sempre più massiccia, sia per consultazioni politiche che ancor di più per quelle referendarie. Bene: dal momento che in questa occasione il quorum del 50% non è necessario, è probabile che la diserzione potrebbe essere anche maggiore del solito, a meno di una forte politicizzazione dell’evento. Attualmente, chi dichiara che andrà sicuramente a votare si aggira intorno al 35% degli italiani, ma non è detto che non possa aumentare, o perfino diminuire, paradossalmente…
Elencati dunque i problemi inerenti al voto, appare evidente come le stime dei risultati siano molto correlati con le risposte non soltanto al quesito referendario ma soprattutto ai “quesiti” qui enunciati. Dipendono, cioè, dal livello di conoscenza della materia, dall’interesse e soprattutto dalla quantità degli italiani che vorranno partecipare alla consultazione referendaria, ivi compreso il livello di incertezza sulla stessa scelta di voto.
Se ad esempio prendiamo in considerazione tutto l’elettorato nel suo complesso, le stime odierne ci dicono che vincerà il SI di oltre una decina di punti (più o meno 56 a 44); se consideriamo però solo coloro che si dichiarano interessati ai temi referendari la quota di favorevoli alla legge diminuisce di 2-3 punti (53 a 47 per il SI); se poi teniamo in considerazione solamente coloro che sono sicuri di andare a votare, il distacco tende quasi ad annullarsi, avvicinandosi alla parità (51 a 49, sempre per il SI), con una situazione dunque parecchio indecisa. Da cui possono essere adottati comportamenti comunicativi piuttosto differenti: i fautori del SI hanno grande interesse a veder aumentare la partecipazione, laddove i fautori del NO dovrebbero vedere di buon occhio una forte defezione elettorale, evitando paradossalmente di fare campagna elettorale.
Infine, le dichiarazioni di voto degli elettori vicini ai partiti di governo appaiono quasi tutte a favore del SI, mentre quelli di opposizione sono più incerti, molto meno convinti cioè della scelta del NO, in particolare i pentastellati, ma anche una parte significativa di votanti Pd (circa il 15%).
Come si può facilmente comprendere, l’incertezza regna oggi sovrana e di fatto siamo incapaci di ipotizzare un risultato senza nutrire grossi dubbi in merito. Mentre ci avviciniamo al fatidico giorno, vedremo come si evolveranno le stime e le relative dichiarazioni degli italiani.