I media hanno ridotto la qualità della democrazia in Italia?

Come è noto, nella teoria liberal-democratica dei media, la libertà di parola e la libertà di stampa sono considerate fondamentali per garantire che un’ampia gamma di punti di vista e opinioni siano liberamente espresse: ciò migliora la qualità della democrazia. Questa visione è sostenuta da importanti pensatori liberali, tra cui Tocqueville (1838) e Stuart Mill (1859) e da una letteratura estremamente ampia.Essa, tuttavia, non sempre risponde al vero. In fondo, i giornali sono imprese e, come ogni altra impresa, perseguono la massimizzazione del profitto. Tale obiettivo non sempre collima con il perseguimento del benessere della collettività.Un caso eclatante in questo senso è quanto avvenuto negli ultimi decenni in Italia dove i media, e in particolare i quotidiani, hanno indotto nei cittadini la percezione di una corruzione più estesa di quella effettiva.È un fatto che, stando ai dati raccolti da Transparency International sulla corruzione percepita, emerge che l’Italia ha un livello di corruzione (colto dal Corruption Perceived Index: CPI) molto più alto degli altri paesi avanzati. Nel ranking mondiale del grado di corruzione (che cresce con il grado di corruzione) il nostro Paese si colloca in una posizione molto più alta rispetto agli altri paesi avanzati. Nel 2019 (prima della crisi del COVID-19) l’Italia occupava il 51° posto in questa classifica, mentre nello stesso anno Francia e Germania si collocavano rispettivamente al 23° e 9° posto (Tabella 1). La posizione dell’Italia è analoga, e talvolta persino peggiore, a quella di paesi emergenti o in via di sviluppo, come, ad esempio, Botswana, El Salvador, Gambia, Ghana, Indonesia e Santa Lucia.

Tabella 1- Classifica dei paesi rispetto alla corruzione percepita

1995 2003 2009 2013 2015 2019 2022
Francia 18 23 24 22 23 23 21
Germania 13 16 14 12 11 9 9
Grecia 30 50 71 80 58 60 51
Italia 33 35 63 69 61 51 41
Portogallo 22 25 35 33 28 30 33
Spagna 26 23 32 40 37 30 35
Regno Unito 12 11 17 14 11 12 18

Fonte: Transparency International database. Legenda: Quanto più elevato è il posto in classifica tanto più elevata è la corruzione percepita nel paese.

Tuttavia, se si considerano indicatori oggettivi del livello di corruzione, sembra che la corruzione nel nostro Paese sia poco discosta da quella dei principali Paesi europei e, soprattutto, molto inferiore a quella riscontrabile in Paesi in via di sviluppo o emergenti che hanno una corruzione percepita analoga a quella dell’Italia. Ad esempio, prendendo a riferimento l’indagine campionaria contenuta nello Special Eurobarometer Report on Corruption della Commissione europea, si rileva che, sempre per il 2019, la quota del totale degli intervistati che aveva risposto affermativamente alla domanda “Do you know anyone who takes or has taken bribes?” era del 7 per cento per l’Italia e rispettivamente dell’8 e 13 per cento per Germania e Francia. Anche nella survey del Global Corruption Barometer di Transparency International relativo al 2021[1] risultava che la percentuale di cittadini che nei 12 mesi precedenti avevano pagato una tangente per fruire di servizi pubblici era del 3 per cento per l’Italia e rispettivamente del 3 e 5 per cento per Germania e Francia.[2]Dalla Tabella 1 emerge non solo che il ranking rispetto al grado di corruzione dell’Italia è più elevato di quello degli altri paesi avanzati, ma anche che esso è aumentato in misura molto pronunciata tra il 2008 e il 2012. Tuttavia, se si considera un indicatore oggettivo del grado di corruzione come le condanne per reati contro il patrimonio pubblico di funzionari pubblici si evince che tra il 2000 e il 2017 (ultimo anno in cui l’Istat riporta questi dati), e in particolare tra il 2008 e il 2012, non vi è stato alcun significativo aumento della corruzione effettiva (Tabella 2).

Tabella 2 – Condanne definitive per reati contro la PA di funzionari pubblici

Corruzione (a)

 

 

Concussione

(b)

 

 

Peculato

(c)

 

 

Malversazione

(d)

 

 

Corruzione e Peculato

(a)+(c)

 

Reati contro la PA di funzionari pubblici (a+b+c+d)
Media 2000-2004 309 58 141 19 450 527
Media 2005-2009 226 55 153 72 379 507
Media 2010-2014 177 52 159 46 336 417
Media 2015-2017 190 22 182 93 372 488

Fonte: Istat.

L’esistenza della discrepanza tra corruzione effettiva e corruzione percepita e il suo aumento dopo il 2008 sono evidenziati anche dal Rapporto del governo Monti sulla corruzione del 2012 in cui si scrive: “… il raffronto tra i dati giudiziari e quelli relativi alla percezione del fenomeno corruttivo induce a ritenere la sussistenza di un rapporto inversamente proporzionale tra corruzione ‘praticata’ e corruzione ‘denunciata e sanzionata’: mentre la seconda si è in modo robusto ridimensionata, la prima è ampiamente lievitata, come dimostrano i dati sul Corruption Perception Index di Transparency International, le cui ultime rilevazioni collocano l’Italia al sessantanovesimo posto (a pari merito con Ghana e  Macedonia), con un progressivo aggravamento della corruzione percepita negli ultimi anni”.[3]

È lecito, dunque, chiedersi come si sia generata questa discrepanza e perché sia aumentata tra il 2008 e il 2012.

Un’ipotesi plausibile è che l’elevata percezione di corruzione nel nostro paese sia stata in larga misura “fabbricata” dai media e dai giornali. Conferma di ciò si ha dalla elevata correlazione tra il ranking dell’Italia rispetto al CPI rilevato da Transparency International e il numero di articoli dedicati dai principali quotidiani italiani a casi di corruzione politica (Figura 1).

Figura 1 – CPI ranking e numero di articoli su casi di corruzione politica del Corriere della Sera e de La Repubblica

(a)   CPI ranking dell’Italia secondo Transparency International    

 

(b) CPI ranking dell’Italia secondo lo Special Eurobarometer Report on Corruption

Fonte: Transparency International, Special Eurobarometer Report on Corruption, e archivi elettronici del Corriere della Sera (archivio.corriere.it) e della Repubblica (https://ricerca.repubblica.it/ricerca/repubblica.

Legenda: le linee verdi nella Figura 1(a) e 1(b) indicano rispettivamente la posizione dell’Italia nella rilevazione di Transparency International e in quella del Rapporto Eurobarometer sulla Corruzione; le linee blu e rossa nei due quadranti indicano il numero di articoli dedicati a casi di corruzione politica rispettivamente dal Corriere della Sera e dalla Repubblica. Il numero di articoli è normalizzato ai loro valori massimi; tutte le variabili sono espresse in logaritmi

È un fatto che gli editori di quotidiani dopo la crisi del 2008 e quella del debito sovrano del 2011, a causa della caduta delle vendite e della pubblicità, si trovarono ad affrontare anni molto difficili in termini reddituali. È plausibile che essi, allo scopo di limitare le perdite, sfruttando i pregiudizi dei lettori instillati in essi da Tangentopoli (ovvero di una classe politica corrotta), abbiano deciso di aumentare il numero di pagine e articoli dedicati a scandali politici.

L’elevato livello di corruzione percepita indotto dai quotidiani non è stato privo di effetti sulla democrazia del nostro paese. Esso ha avuto riflessi sulle scelte di policy, sulla fiducia nelle istituzioni democratiche e anche sulla cultura politica e economica degli italiani.

In merito al primo aspetto la classe politica italiana ha adottato una serie di misure di lotta alla corruzione. Si pensi, ad esempio, al Codice degli Appalti proposto dal governo Renzi e approvato nel 2016 dal Parlamento, alle complesse procedure di gara da esso previste, che certamente non hanno favorito l’attuazione di investimenti pubblici e hanno messo a rischio l’uso dei fondi PNRR. Si pensi ancora alla costituzione nel 2014 dell’ANAC, per molti aspetti un doppione della Corte dei Conti. Si pensi alla legge Severino promossa dal governo Monti, nonostante, come si è visto, nel Rapporto sulla corruzione di esso si riconoscesse una discrepanza tra corruzione effettiva e percepita. Si può dire che una buona parte delle leggi emanate negli ultimi 10-15 anni, compresa la legge Gelmini per l’Università, abbiano risentito di questo anelito alla lotta alla corruzione, in molti casi con pregiudizio per l’allocazione efficiente delle risorse del Paese.

Un secondo effetto dell’elevata corruzione percepita è stato l’indebolimento del Parlamento e delle istituzioni democratiche. Infatti, l’elevata corruzione percepita ha infirmato la credibilità del Parlamento. L’indagine Standard Eurobarometer della Commissione Europea mostra che, tra il 2009 e il 2013, in Italia la fiducia degli italiani nel Parlamento si è significativamente indebolita, soprattutto se confrontata con quella rilevata per Francia e Germania (Tabella 3).

 

Tabella 3 – Fiducia nel Parlamento (percentuale degli intervistati)

2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020
Francia 28 31 26 32 19 23 20 19 31 27 27 31
Germania 45 46 42 46 44 49 42 55 58 58 54 55
Grecia 47 17 12 9 12 14 15 12 13 15 23 27
Italia 27 26 14 11 10 18 18 15 20 27 27 27
Portogallo 41 26 22 23 15 20 19 36 42 37 39 40
Spagna 29 21 19 9 8 10 11 17 21 24 19 19

Fonte: Standard Eurobarometer survey, n. 71-94: https://europa.eu/eurobarometer surveys/browse/all.

La sfiducia nel parlamento è derivata dalla convinzione diffusa che la classe politica fosse incompetente e corrotta. In questo contesto, dato il basso status sociale del politico e il rischio di essere coinvolti in indagini giudiziarie e “lapidati” dalla stampa, gli individui di alta qualità professionale sono stati indotti ad evitare la carriera politica. Ciò contribuisce a spiegare perché negli ultimi anni la qualità dei parlamentari in termini di professioni esercitate nella vita civile sembrerebbe essere diminuita significativamente in Italia (Figura 2).

Figura 2 – Qualità professionale dei membri del Senato italiano (quote percentuali)

Fonte: Senato della Repubblica Italiana. Legenda: la linea blu indica la quota percentuale di senatori di elevata qualità professionale (ovvero che nella vita civile esercitano una di queste professioni: Avvocati, Professori universitari, Dirigenti di impresa); la linea rossa indica la quota percentuale di Senatori che nella vita civile esercitano attività impiegatizie e similari.

In terzo luogo, l’elevata corruzione percepita ha favorito tra il 2013 e il 2018 l’eclatante successo elettorale di partiti populisti, in particolare del Movimento Cinque Stelle, che, almeno alle sue origini, invocava la transizione dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta e volle nel governo Conte l’istituzione di un “Ministero per i Rapporti con il Parlamento e la Democrazia diretta”.

Infine, l’elevato livello di corruzione percepita ha determinato cambiamenti “culturali” negli italiani, aumentandone la resistenza a qualsiasi tipo di riforma, in primis di quelle volte ad un riequilibrio della finanza pubblica: in fondo, se i vecchi politici erano incompetenti e corrotti, bastava mandare a casa questi politici e i conti pubblici sarebbero tornati in ordine.

Quanto esposto non implica che nel nostro Paese, soprattutto in alcune sue aree, non vi sia corruzione. Semplicemente si vuol dire che i giornali, contravvenendo a quello che secondo molti è il loro compito in una democrazia, ne hanno esagerato l’entità con conseguenze negative per la qualità delle istituzioni e la crescita economica e culturale del nostro paese

 

[1] Non è disponibile quello relativo al 2019.

[2] Tale percentuale era sensibilmente più elevata nei paesi emergenti o in via di sviluppo che avevano un ranking più basso dell’Italia rispetto alla corruzione percepita come El Salvador, Colombia, Gambia, Indonesia.

[3] Governo italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, “Rapporto della Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione”, 2012, p. VIII.




I media, il coronavirus e i diritti dell’uomo

(1) Oggi, quello che siamo

     Amnesty International è riconosciuta, in modo curiosamente unanime, come la più importante istituzione al mondo nel campo dei diritti umani[1]; e la stampa italiana, per parte sua, è sempre stata d’accordo. Il Corriere della Sera la descrive come una “organizzazione non governativa internazionale a tutela di libertà, verità, giustizia e dignità”[2], niente meno; La Stampa usa toni simili[3]; Il Sole 24 Ore ne cita anche la nota di aprile 2021 sui rischi dovuti alle misure governative anti-Covid[4]; mentre La Repubblica ha prodotto, tra le altre cose, un’arringa sulla “promozione dei diritti umani” su cui l’Italia “è in prima linea”, con tanto di discorso di Mattarella nel giorno in cui Amnesty “pubblica il rapporto mondiale sui diritti umani”[5] (che mette i brividi, a leggerla oggi).

     Anche a livello quantitativo, come si vede dalla sommaria ricerca sintetizzata nella tabella 1, il riferimento ad Amnesty International negli ultimi anni è rimasto costante, nei news media italiani (in modo particolare nei casi della Repubblica e di Avvenire, presumibilmente per una certa convergenza tra laici e cattolici sul tema dell’immigrazione). In più Amnesty è stata usata non solo come fonte per tematizzare le violazioni dei diritti nei paesi lontani, ma anche a sostegno delle posizioni progressiste su fatti a noi più vicini: come il sequestro della Sea Watch, l’assassinio di Giulio Regeni, o la prigionia di Patrick Zaki.

 

Tabella 1. Articoli che menzionano Amnesty International in alcuni news media selezionati

Testata Fonte Numero di menzioni Periodo
Ansa www.ansa.it 284 1/1/2019-15/1/2022
Avvenire www.avvenire.it 536 1/1/2019-15/1/2022
Corriere della Sera www.corriere.it 269 1/1/2019-15/1/2022
Il Giornale www.ilgiornale.it 54 1/1/2019-15/1/2022
Open www.openline.it 182 1/1/2019-15/1/2022
La Repubblica www.repubblica.it 921 1/1/2019-15/1/2022
Il Resto del Carlino www.ilrestodelcarlino.it 250 1/1/2019-15/1/2022
Il Sole 24 Ore www.ilsole24ore.com 102 1/1/2019-15/1/2022
TgCom24 www.tgcom24.mediaset.it 92 1/1/2019-15/1/2022

Fonte: mia elaborazione

 

     È dunque singolare che nei nostri media, così sensibili ai diritti dell’uomo, non sia nemmeno affiorata la denuncia pubblicata da Amnesty International il 14 gennaio 2022, che, “con riferimento al contesto italiano, […] continua a sollecitare il governo ad ancorare i propri interventi a principi di legalità, legittimità, necessità, proporzionalità e non discriminazione”. In breve, Amnesty individua quattro problemi, che mettono a rischio i diritti umani in Italia, e che rimandano alla durata abnorme dello stato di emergenza; all’esclusione dei non vaccinati dal lavoro e dai servizi essenziali; alla scadenza imprecisata del Green Pass; e infine al divieto di manifestare contro il governo[6]. Ora, una presa di posizione di tale portata – la più grande organizzazione per i diritti civili che mette sotto accusa il Paese – dovrebbe ragionevolmente meritare grande spazio, negli organi di informazione. E infatti, puntualmente, è stata ripresa in modo sommario e sbrigativo solo da tre testate tutt’altro che egemoni – L’Indipendente[7], Il Tempo[8] e L’Arena[9] – e per il resto sfacciatamente ignorata.

     D’altronde non c’è praticamente nulla, ma davvero nulla, su cui i media non abbiano mentito: sulla scientificità del lockdown; sul fantomatico modello italiano; sull’accordo nella comunità scientifica; sulla temporaneità delle misure, che tanto temporanee non erano; sui protocolli di cura; sull’eresia dei medici che usavano anti-infiammatori e monoclonali (e che, si scopre oggi, avevano ragione); sulla contagiosità dei vaccinati; sullo scopo del Green Pass – perché se fosse la limitazione del contagio sarebbe stato ritirato, proprio per il motivo di cui sopra. Ora, sappiamo come funzionano queste cose: col tempo le carte verranno rimescolate, le proporzioni diventeranno sfocate, ogni sostenitore del lockdown negherà di esserlo mai stato, e verrà messa a regime la più banale delle morali – che ci si basava sulle conoscenze del momento; che non c’erano alternative a quello che è stato fatto; e che allora la pensavamo tutti alla stessa maniera. Ma dato che così non è, e così non è mai stato, tenere a mente quello che è successo è un passaggio necessario, se speriamo di ricondurre la nostra esistenza collettiva a qualche residuo di civiltà. E per questo, il primo sforzo richiesto è quello di chiamare le cose col loro nome, come visto con Amnesty: violazioni dei diritti dell’uomo.

 

(2) Ieri, quello che si poteva fare

     Come tutti gli studiosi di grande fama scientifica – a partire da John Ioannidis – Harvey Risch, epidemiologo di Yale, è del tutto sconosciuto al pubblico italiano, a cui i media hanno presentato come esperti un grottesco carrozzone di studiosi di basso profilo, tutti specializzati in ben altro. Non a caso, Ioannidis ha pubblicato diverse ricerche che indicano l’inutilità delle misure di contenimento di massa[10], e Risch, per parte sua, ha assunto una posizione ben più critica: che il Sars-Cov-2 metta in pericolo solo alcune fasce di popolazione lo abbiamo capito subito, ha detto, ma i media e i governi lo hanno usato impropriamente per generare un clima di allarme generale[11] .

     Che le chiusure non abbiano utilità per il contenimento del contagio, peraltro, è una tesi sostenuta da un gran numero di scienziati. Ne è un esempio la Great Barrington Declaration, scritta il 4 ottobre 2020 da tre epidemiologi di buona fama: Martin Kulldorff, di Harvard; Jayanta Bhattacharya, di Stanford; e Sunetra Gupta, di Oxford[12]. La loro proposta è quella di concentrare l’attenzione sulla popolazione a rischio, dedicando a loro le risorse per le cure e l’assistenza domiciliare – la cosiddetta “protezione focalizzata” – lasciando che chi corre statisticamente pochi rischi faccia quello che ha sempre fatto, così da immunizzarsi attraverso il contagio naturale, ed evitare le catastrofiche conseguenze di misure come il lockdown.

     Ad oggi, la Dichiarazione di Great Barrington è stata firmata da oltre 46000 medici e più di 15600 scienziati, tra cui Alexander Walker e Sylvia Fogel di Harvard; Laura Lazzeroni e Michael Levitt di Stanford; Udi Qimron, Motti Gerlic, Ariel Munitz ed Eitan Friedman della Tel Aviv University; Jonas Ludvigsson della Örebro University; Tom Nicholson di Duke; David Katz di Yale; Lisa White di Oxford (insomma, poteva andare peggio). Non stupitevi se non avete mai sentito parlare, però: perché i media italiani hanno fatto tutto il possibile per tenere nascosta la cosa, come mostra la tabella 2.

 

Tabella 2. Menzioni della GBD nei news media italiani [i sette Tg generalisti di prime time e i primi venti quotidiani per diffusione]

Testata Periodo considerato Numero di edizioni Numero di menzioni
Tg1 5/10/20-27/2/2021 145 0
Tg2 5/10/20-27/2/2021 145 0
Tg3 nazionale 5/10/20-27/2/2021 145 0
Tg4 5/10/20-27/2/2021 145 0
Tg5 5/10/20-27/2/2021 145 0
Studio Aperto 5/10/20-27/2/2021 145 0
Tg La7 5/10/20-27/2/2021 145 0
Avvenire 5/10/20-16/1/2022 468 1
Corriere della Sera 5/10/20-16/1/2022 468 1
Il Fatto Quotidiano 5/10/20-16/1/2022 468 4
Il Gazzettino 5/10/20-16/1/2022 468 0
Il Giornale 5/10/20-16/1/2022 468 1
Il Giornale di Sicilia 5/10/20-16/1/2022 468 0
Il Giorno 5/10/20-16/1/2022 468 1
Il Mattino 5/10/20-16/1/2022 468 0
Il Messaggero 5/10/20-16/1/2022 468 0
Il Piccolo 5/10/20-16/1/2022 468 1
Il Resto del Carlino 5/10/20-16/1/2022 468 1
Il Secolo XIX 5/10/20-16/1/2022 468 0
Il Sole 24 Ore 5/10/20-16/1/2022 468 1
Il Tempo 5/10/20-16/1/2022 468 0
Italia Oggi 5/10/20-16/1/2022 468 1
La Nazione 5/10/20-16/1/2022 468 1
La Repubblica 5/10/20-16/1/2022 468 3
La Stampa 5/10/20-16/1/2022 468 1
Libero 5/10/20-16/1/2022 468 0
L’Unione Sarda 5/10/20-16/1/2022 468 0

 

Totale   10375 17

Fonte: elaborazione su dati dell’Università IULM e dell’Osservatorio di Pavia

     Il numero totale di menzioni, diciassette, è risibile ma perfino sovradimensionato, dato che le tre testate di Quotidiano Nazionale rimandano allo stesso editoriale – così di articoli che ne parlano ce ne sono in effetti quindici. Né, già che ci siamo, i contenuti di questi articoli sono particolarmente leali: Avvenire scrive di un documento promosso da una fondazione di studi economici, dimenticando di dire – ma che volete che sia – che gli autori sono tre epidemiologi[13]; e La Stampa stigmatizza l’idea di protezione focalizzata come un “inquietante apartheid anagrafico”[14] (mentre non si tratterà di apartheid anagrafico, chissà perché, nel caso dell’obbligo vaccinale per gli over 50).

     Non si tratta qui di discutere del merito della GBD, su cui ognuno la pensa come vuole: ma di prendere atto del regime di menzogne e mistificazione costruito dai media, in Italia come in alcuni altri paesi. Semplicemente, non è vero che la comunità scientifica fosse concorde sull’utilità del lockdown; e non è vero che non esistessero alternative. Non stupisce nemmeno troppo, allora, il contenuto delle e-mail di Anthony Fauci e Francis Collins, i due uomini a capo della sanità degli Stati Uniti, pubblicate grazie al Freedom of Information Act (una di quelle cose che dovremmo semplicemente copiare, anziché vantarci di avere inventato il diritto). Dato che la Dichiarazione sta “guadagnando una certa notorietà” dopo la firma di Mike Levitt – scrive Collins a Fauci – è necessario organizzare una “campagna veloce e devastante” di delegittimazione[15]. Pochi giorni dopo, Collins detterà la linea del potere alla stampa, citando la stessa espressione – “fringe epidemiologists”, nulla più di una frangia marginale – che aveva usato nelle e-mail private. Ora, che gli epidemiologi degli atenei più accreditati del mondo siano fringe è semplicemente assurdo, ed emerge qui la natura tutta politica del colpo di mano che alcune istituzioni hanno operato: censurando le voci alternative, oscurando il dibattito scientifico, prendendo possesso dei media, e definanziando gli studiosi non allineati. Lo ha riconosciuto infine, ma tardivamente, il Wall Street Journal, accusando Fauci di avere “intenzionalmente vilipeso e cestinato” la Great Barrington Declaration, per nessun altro scopo che il proprio potere.

Anziché tentare di manipolare l’opinione pubblica, il lavoro degli ufficiali sanitari è offrire la loro migliore consulenza scientifica. Non dovrebbero comportarsi come politici o censori, e quando lo fanno, dilapidano la fiducia del pubblico[16].

     Due degli autori della GBD, Bhattacharya e Kulldorff, hanno preso la parola a loro volta, per commentare la “rapida e devastante rimozione” della loro tesi concordata da Fauci e Collins[17]. La campagna di delegittimazione ha certamente coinvolto alcune autorità sanitarie inglesi – in particolare Jeremy Farrar e Domenic Cummings – che hanno contribuito ad organizzare “un’aggressiva campagna di stampa contro coloro che stanno dietro la Dichiarazione di Great Barrington e altri contrari alle restrizioni generali del COVID-19”[18]. Il breve scritto di Kulldorff e Bhattacharya vale il tempo della lettura, comunque, per la chiarezza con cui illustra la natura arbitraria, classista ed anti-scientifica del lockdown e della chiusura delle scuole; ma anche per come denuncia il peso dei grandi finanziatori sulla libertà e sulla dignità della ricerca. Non è un caso che gli scienziati che si sono prestati ad andare in televisione – e non solo in Italia, come mostrato da un’agile ricerca di Ioannidis[19] – non siano mai quelli più accreditati nella comunità accademica, che hanno dalla loro un’autonomia ed un onore da difendere. Ed è chiaro che con i responsabili di tutto questo – nei media come nella comunità scientifica – dovremo fare i conti a lungo.

 

(3) I conti col dissenso

     Nel frattempo, la strategia dei media è stata aggiornata. Forse perché nascondere il dissenso è diventato impossibile; forse perché bisogna vendere agli inserzionisti una porzione di audience in più – come che sia, la presenza di voci critiche contro il Green Pass è diventata costante nei talk show, molto più di quanto fosse quella degli oppositori del lockdown, del coprifuoco e delle zone rosse, che di fatto non sono mai stati rappresentati. Ma anziché allargare il raggio della discussione, questo ha prodotto una nuova situazione drammatica, e perfino una nuova forma simbolica: la messa in scena della punizione dei dissidenti.

     Non è un caso, temo, che di spazio per le voci critiche ce ne sia molto poco nei quotidiani: dove un punto di vista, per quanto marginalizzato e confinato in un taglio basso all’interno, mantiene la propria autonomia e compiutezza. È invece nei talk show che i contrari al lasciapassare sono invitati spesso: proprio con lo scopo di attaccarli, offenderli, metterli all’angolo, per mezzo di un’aggressione di gruppo che assume nel migliore di casi i toni del bullismo, se non quelli dello squadrismo. Così Maddalena Loy – un raro esempio di giornalista non sottomessa al governo – è stata derisa da Bianca Berlinguer e Bruno Vespa per aver affermato che i vaccinati si contagiano: cioè quello che di lì a breve sarebbe stato riconosciuto da tutti. Un medico ed un giornalista (Matteo Bassetti e Luca Telese) avevano fatto lo stesso contro Mariano Amici, trattandolo letteralmente come un pazzo. Alberto Contri è stato provocato con una raffica di offese e attacchi personali che sarebbero inqualificabili in una lite al ginnasio. Francesco Borgonovo è stato assalito mentre cercava di venire a capo di una questione tremenda – che i giornalisti fanno finta di non vedere – quale l’esclusione dei non vaccinati dalle cure ospedaliere. Giovanni Frajese viene regolarmente invitato e regolarmente sepolto da accuse pretestuose; per quanto mostri una surreale capacità di autocontrollo. A Paolo Gibilisco, un matematico con cui condivido la mozione contro il green pass nelle università[20], il vice-ministro Sileri ha detto che il governo gli sta rendendo la vita impossibile – sì, ha detto proprio così, senza essere costretto alle dimissioni – perché chi non rispetta le regole è pericoloso.

     Si potrebbe continuare all’infinito con gli esempi, ma è più interessante ragionare sulla funzione di questo script: mettere in scena l’aggressione alla minoranza; mostrare a tutti cosa succede – in piccolo, negli studi televisivi; in grande, nell’Italia del 2022 – a chi non si allinea alle volontà del governo. Sono ormai caduti, infatti, tutti gli orpelli e gli argomenti di facciata, inclusi quelli medici, e siamo arrivati infine alla radice del discorso, all’osso del problema – al potere quale “segreta, inquietante, ultima cosa”, volendo citare Carl Schmitt[21]. Tutto qua, nudo e semplice, depurato della sua poco plausibile legittimazione medica, il discorso dei media: esistono due cose e due cose soltanto, l’obbedienza oppure la persecuzione. Intendiamoci, la cosa non riguarda soltanto i media, e anzi in tutti gli ambiti del mondo sociale è caduto l’ultimo velo, quello della presunzione di legittimità formale: tanto che i parlamentari positivi al Sars-Cov-2 – che dovrebbero essere in quarantena – vanno a votare per l’elezione del Presidente della Repubblica, mentre non possono farlo i parlamentari non vaccinati. E il mondo intellettuale non sta tanto meglio, vista la moderata reazione del Presidente della Conferenza dei Rettori alla nostra raccolta di firme contro il Green Pass: l’università italiana ha soltanto una linea, ed è quella del governo[22] (che è una frase quintessenzialmente fascista, al di là del fatto che la CRUI non ha alcun titolo per parlare a nome dell’università). Quello che pochi di noi hanno intravisto da subito[23], è ormai conclamato ed evidente – e più chiaro di così, non potrebbe essere. Se ci sono ancora donne e uomini liberi, là fuori, è tempo che si facciano sentire; iniziando a chiamare le cose col loro nome.

____________________

[1] Ad esempio R. Takhur, Human Rights: Amnesty International and the United Nations, “Journal of Peace Research”, 31, 2, 1994, 143-160.

[2] Dodici mesi di buone notizie, Amnesty International e le battaglie vinte, “Corriere della Sera”, 1 gennaio 2022.

[3] M. Tagliano, In piazza Martiri a Cervo una pianta per i sessant’anni di Amnesty International, “La Stampa”, 7 dicembre 2021.

[4] R. Bongiorni, Rapporto Amnesty: quando la Pandemia travolge gli ultimi diventa un’alleata dei regimi, “Il Sole 24 Ore”, 7 aprile 2021.

[5] Mattarella, “Promozione dei diritti umani imperativo etico. Italia in prima linea”, “la Repubblica”, 10 dicembre 2018.

[6] Amnesty International, Posizione di Amnesty International Italia sulle misure adottate dal governo per combattere il covid-19, 14 gennaio 2022, https://www.amnesty.it/posizione-di-amnesty-international-italia-sulle-misure-adottate-dal-governo-per-combattere-il-covid-19/.

[7] Amnesty all’Italia: emergenza deve finire, non discriminare i non vaccinati, “L’Indipendente”, 15 gennaio 2022.

[8] Vaccino, green pass e stato d’emergenza: anche Amnesty International denuncia discriminazioni, “Il Tempo”, 14 gennaio 2022.

[9] Amnesty: “Spingere sui vaccini, ma obbligo ultima risorsa. No a Super Green Pass per lavoro e trasporti”, “L’Arena”, 15 gennaio 2022.

[10] Ad esempio V. Chin, J. Ioannidis & altri, Effects of non-pharmaceutical intervention on COVID-19: A Tale of Three Models, “MedRxiv”, 10 dicembre 2020, doi.org/10.1101/2020.07.22.20160341; E. Bendavid, J. Ioannidis & altri, Assessing mandatory stay-at-home and business closure effects on the spread of COVID-19, “European Journal of Clinical Investigation”, 51, 4, 2021.

[11] I. van Brugen & J. Jekielek, COVID-19 a Pandemic of Fear “Manufactured” by Authorities: Yale Epidemiologist, “The Epohc Times”, 5 dicembre 2021.

[12] https://gbdeclaration.org. Corretto precisare che ho firmato anche io la GBD, ovviamente a titolo personale.

[13] R. Colombo, Contenere il coronavirus senza ampliare le disparità, “Avvenire”, 21 ottobre 2020.

[14] E. Tognotti, L’inquietante apartheid anagrafico, “La Stampa”, 30 ottobre 2020.

[15] Jay Bhattacharya su Twitter, 18 dicembre 2021, https://twitter.com/DrJBhattacharya/status/1471986453823459330.

[16] How Fauci and Collins Shut Down Covid Debate, “Wall Street Journal”, 21 dicembre 2021.

[17] J. Bhattacharya e M. Kulldorff, The Collins and Fauci Attack on Traditional Public Health, “The Epoch Times, 2 gennaio 2022.

[18] M. Kulldorff e J. Bhattacharya, The smear campaign against the Great Barrington Declaration, “Spiked Online”, 2 agosto 2021.

[19] J. Ioannidis, A. Tezel e R. Jagsi, Overall and COVID-19 specific citation impact of highly visible COVID-19 media experts: bibliometric analysis, “British Medical Journal”, 2021, doi:10.1136/ bmjopen-2021-052856.

[20] https://nogreenpassdocenti.wordpress.com.

[21] C. Schmitt, Nomos, presa di possesso, nome [1959], in Stato, grande spazio, nomos, Milano, Adelphi, 2015, p. 339.

[22] C. Caruso, “L’università sta con il governo. No ai manifesti anti green pass”. Parla il capo dei rettori, “Il Foglio”, 8 settembre 2021.

[23] A. Miconi, Epidemie e controllo sociale, Roma, manifestolibri, 2020.




I guai dell’egualitarismo culturale

La preoccupazione per il destino della democrazia liberale presente in molti degli interventi dei giorni scorsi è sicuramente giustificata. Sì, effettivamente social media e nuove tecnologie stanno sconvolgendo il funzionamento della politica. La mancanza di mediazioni rende più incerto che in passato il confine fra vero e falso. Immense praterie si aprono a quanti intendono sfruttare la credulità popolare per i propri fini.
Tutto questo è reale, ma è davvero una novità del presente?
La mia impressione è che le radici di quel che oggi inquieta tanti di noi siano antiche, e poco abbiano a che fare con l’irruzione dei social media nella vita politica. Prendiamo, ad esempio, l’evoluzione della leadership, ovvero la tendenza dei capi a saltare la mediazione degli apparati. La vera rottura è avvenuta fin dal 1994, con la discesa in campo di Berlusconi, ma è difficile non vedere che quella rottura avveniva su un terreno, quello della comunicazione diretta fra il leader e le masse, che era stato ampiamente arato da Sandro Pertini e Karol Wojtyla, assurti insieme l’uno al vertice della Repubblica l’altro a quello della Chiesa fin dal 1978, ossia 16 anni prima dell’ingresso in politica di Berlusconi. Noi oggi siamo impressionati da Salvini che posta su internet una foto mentre addenta pane e Nutella, ma forse dovremmo chiederci perché mai, se il Papa twitta, conversa con i giornalisti in aereo, e telefona a Uno mattina, i politici dovrebbero osservare un contegno più sobrio.
Un discorso analogo si potrebbe fare per la presunta democrazia diretta della piattaforma Rousseau, che affida a poche decine di migliaia di iscritti decisioni politiche cruciali. Sembra un modello nuovo, ma in realtà è la riedizione della democrazia assembleare di mezzo secolo fa, quando un manipolo di studenti politicizzati (circa 1 giovane su 10, secondo le ricostruzioni statistiche) pretendeva di parlare a nome di tutti, perché solo le avanguardie contano, e perché “gli assenti hanno sempre torto”.
Mi si potrebbe obiettare che il vero problema, oggi, è che il desiderio di contare, di essere qualcuno o “qualcunismo” (copyright Sebastiano Maffettone), si è trasformato nella credenza di essere alla pari con esperti, studiosi, tecnici e competenti in genere. L’utente della rete non riconosce alcuna gerarchia di conoscenza, pensa di poter esprimere opinioni su qualsiasi materia, senza complessi di inferiorità verso chicchessia. E’ vero, ma la mia domanda è: ve ne accorgete solo ora? E credete davvero che la colpa sia della Rete?
Anche qui a me pare che i processi che ci hanno portato dove ora siamo, ovvero al rigetto sistematico e generalizzato di qualsiasi autorità e gerarchia culturale, siano ben precedenti alla nascita di internet e alla sua invasione della sfera politica. E’ dalla fine degli anni ’60, in piena prima Repubblica, che le grandi istituzioni che mediavano fra il cittadino e la collettività nazionale hanno progressivamente abdicato ad ogni ruolo di guida, e proclamato quella sorta di egualitarismo culturale di cui ora la Rete si limita a raccogliere i frutti finali. La giusta esigenza di “ascolto” di chi si trova in qualche senso al di sotto, o al di fuori, o ai margini, si è trasformata progressivamente in una sorta di sdoganamento dell’ignoranza, della volgarità, della presunzione e della prepotenza dei singoli. Vale per la radio, in cui le opinioni più infondate o volgari sono assurte progressivamente a protagoniste legittime, alla pari di tutte le altre; vale per la televisione, quasi completamente trasformata in macchina di intrattenimento; vale per la scuola e l’università, mestamente acconciate ad abbassare drammaticamente gli standard; vale per la famiglia, con la rottura dell’alleanza con la scuola e la trasformazione dei genitori in sindacalisti dei figli.
Poteva non accadere lo stesso in politica? Oggi è facile vedere il disastro, perché l’ideologia secondo cui siamo tutti alla pari, e le competenze non contano, è proclamata ai quattro venti. Ma vogliamo vedere anche come ci siamo arrivati?
Fra la dottrina della rottamazione della classe dirigente, che per diversi anni ha imperato nel dibattito pubblico, e l’attuale credenza che chiunque possa fare il ministro, fra l’imbarbarimento dei media e l’irresponsabilità comunicativa dei politici, c’è un filo di continuità che faremmo bene a non nasconderci.
Il guaio dei social media e delle nuove tecnologie è di rendere ancora più facile, quasi più naturale, proseguire sulla strada che da mezzo secolo stiamo percorrendo. Ma è un guaio che, forse, ha il suo lato positivo: oggi i danni e i pericoli dell’egualitarismo culturale, proprio perché sono messi quotidianamente in scena da una politica del tutto priva di freni inibitori, sono più evidenti che mai. Sta a noi decidere se ci va bene così, o se è il caso di cambiare rotta. Sapendo una cosa, però: che se siamo arrivati a questo punto, non è colpa di Internet, ma della lunga stagione di irresponsabilità che ne ha preceduto e preparato il trionfo.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 13 giugno 2019



Molestie: meglio denunce in procura che processi mediatici.

Il futuro appartiene alle Lady Weinstein in gonnella, il che mi rincuora.  Le donne scalano posizioni di potere, presto o tardi tra loro, anzi tra noi, affioreranno i casi di quelle sessualmente infoiate che fanno chiacchierare di sé poiché aduse, in preda alla frenesia erotica, a molestare giovani e ambiziosi sottoposti pur di non rincasare, da sole, a tarda sera. Non tutte si accontentano di sorseggiare una tazza di latte, e di valletti disposti a portarti a letto per ottenere un favore il mondo è affollatissimo. Il sofà del produttore, come la poltrona del politico, la scrivania del magistrato, il dopocena con il direttore, sono luoghi dove il fascino del potere e il suo abuso si riflettono dinanzi allo specchio della coscienza individuale. Non a caso, al produttore potente come pochi e allupato come innumerevoli altri, alcune aspiranti attrici replicavano ‘no, grazie’, altre si spalmavano le mani di unguento. Uno stupro, con cortese richiesta di servigi sessuali e attesa di risposta e convenevoli vari, non si era mai visto. Nei giorni nostri, in cui non Weinstein ma la virilità in quanto tale è categoria spregevole del genere umano, vilipesa e mortificata (come se mascolinità e machismo fossero sinonimi), ci siamo inventati lo ‘stupro cordiale’, preludio di relazioni pluriennali, collaborazioni professionali, vacanze e tate condivise, che spettacolo.

Verrebbe da ridere se non fosse che la violenza contro le donne è un abisso di lacrime. Da qui il mio accorato appello: chi si ritiene vittima di reato deve correre in procura e denunciare secondo i tempi e i modi stabiliti dalla legge. Rivolgersi alle redazioni giornalistiche, e non agli uffici giudiziari, evoca una concezione di giustizia vendicativa di stampo tribale. Mai mi schiererò dalla parte di chi usa la gogna contro un presunto colpevole. Se il porco è anche orco, lo decida un tribunale, non uno studio televisivo. Per il resto, vi confesso che resto in trepidante attesa che un prode maschietto squarci il velo dell’ipocrisia pudica, si levi in piedi e punti il dito contro la Weinstein sui tacchi a spillo. Per la normale routine rosa, vale la saggezza antica: sotto i diciotto anni una ragazza è protetta dalla legge, sopra i sessantacinque dalla natura, nel mezzo è caccia aperta. Attente al lupo.

Pubblicato il 19 dicembre 2017



La scomparsa della compassione: da spettatori a populisti

La prima guerra della mia vita è stata una serata trascorsa a guardare la televisione sorseggiando birra fresca.

Ogni volta che lo dico o lo scrivo, qualcuno s’indigna. Ma l’oscenità è nelle cose, prima ancora di essere nell’occhio di chi guarda. E il trionfo dell’estetica oscena su quella tragica si consumò precisamente nella notte tra il 17 e il 18 gennaio del 1991 quando, per la prima volta nella storia dell’umanità, lo scoppio di una guerra – con un bombardamento devastante sulla popolazione di Baghdad – fu trasmesso in diretta televisiva. Io, allora, avevo vent’anni e – citando Nizan – non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita.

Dopo quella notte, infatti, la condizione di spettatore della distruzione dell’uomo e del mondo è divenuta, per la mia generazione, progressivamente e inesorabilmente, una postura esistenziale e un’attitudine (im)politica. A partire da quel momento, per effetto della comunicazione digitale globale in tempo reale – prima in tv e poi su internet – essere spettatori del disastro ha smesso di essere l’eccezionale condizioni di pochi per divenire una sorta di nuova, oscena condizione umana. Tutti noi siamo stati, giorno dopo giorno, per anni e decenni, testimoni alieni, inerti e apatici, dell’afflizione inferta dall’uomo all’uomo e del dolore, straniero, che provoca. Giù per questa china si è prodotto un sovvertimento della nozione novecentesca di testimone: nello spettacolo tele-visivo della morte e distruzione altrui, il nesso tra testimonianza ed esperienza è stato reciso e il testimone ha smesso di essere associato al destino di colui di cui testimonia. Giù per questa china si è prodotto anche il più importante mutamento dei fondamenti dell’esistere umano nella storia: la riformulazione del differenziale antropologico riguardo alla violenza. A furia di consumare quotidianamente, attraverso i media, scene di violenza estrema nell’impertinenza esperienziale della distinzione tra realtà e finzione, la struttura voyeuristica dello sguardo osceno ci attira verso la posizione, tutta esteriore, dello spettatore anche rispetto alla violenza reale. E rischia di condurci alla indifferenziazione tra vittima e carnefice agli occhi dello spettatore. Fino a ieri, infatti, il differenziale antropologico fondamentale per l’esperienza della crudeltà umana era quello che separava la vittima dal carnefice, oggi tende invece a essere quello che separa la coppia vittima-carnefice, su di un versante dello schermo, dallo spettatore sul versante opposto. Da un lato quelli che infliggono e subiscono la crudeltà, dall’altro quelli che la guardano in tv.

Al termine di questo processo di degenerazione, la postura inerte, apatico e anomica dello spettatore diviene la norma comportamentale anche al cospetto di eventuali casi di violenza prossima e reale e di fronte alla nostra stessa esistenza in quanto cittadini di una comunità politica. Se ci capita di imbatterci in un pestaggio a morte dentro una discoteca o in un attacco terroristico, invece di soccorrere o contrattaccare, ci limitiamo ad alzare tra noi e l’evento lo schermo di uno smartphone per ripristinare al più presto la condizione abituale del telespettatore.

Viviamo, dunque, in un mondo osceno. Viviamo nel tempo dell’oscenità trionfante. Ciò che va perduto in questo tempo è la compassione, ciò che viene espulso da questo mondo è la pietà. Con essa si smarrisce anche la agency politica. L’esistenza che quotidianamente conduciamo nella casa di vetro della trasparenza mediatica è un’esistenza spietata. Spietata ma inerte, impotente.

Violenza e sesso. Sesso e violenza. Entrambi i fondamentali antropologici della nostra “parte maledetta”, se sottoposti ad analisi, dimostrano alla nostra triste scienza questa amara verità.

E’ più facile vederlo riguardo alla violenza. La rivoluzione tecnologica dei media elettronici ci ha messo nella condizione storicamente inaudita di poter assistere immediatamente e continuamente a scene terminali di violenza estrema che annientano vite che non sono la nostra. Da molto tempo, guerre, assassini, catastrofi, cataclismi sono il nostro pasto quotidiano, la nostra abituale dieta mediatica. Ci gonfiamo, così, in una obesità cinica. Ingolfati da questa sugna d’immagini truculente, perdiamo la basilare capacità umanistica di immedesimarci nella sofferenza altrui e, su questa base, di agire di conseguenza.

E’ una drammatizzazione della vita senza tragicità. Quando nella rappresentazione della morte altrui viene meno l’interdetto che nella tragedia greca proibiva di portare in scena il momento cruento, la catarsi, la purificazione dei nostri sentimenti di pietà e terrore, diventa impossibile. In platea rimangono solo passioni impure: sollievo egoistico, godimento perverso, paura onanistica. Nel paesaggio mediatico contemporaneo il tragico è stato sostituito dall’osceno, da ciò che dovrebbe rimanere “fuori dalla scena” (etimologia fasulla ma rivelatrice). Ben presto, noi umani che abitiamo il mediascape di fine millennio ci siamo trasformati in animali anfibi, capaci di vivere simultaneamente in due ambienti opposti: all’asciutto del nostro mondo pacifico e protetto ma anche immersi nella palude insanguinata dalle vittime di apocalissi lontane. La nostra mente incallita, la nostra pelle squamata si sono presto dimostrate impermeabili a entrambi gli ambienti. La crudeltà, scrisse qualcuno, è mancanza d’immaginazione. Vale non solo per la crudeltà inflitta ma anche per quella consumata attraverso i media: non distogliamo lo sguardo dalla sofferenza altrui, non invochiamo il proverbiale velo pietoso perché non siamo più capaci d’immaginarci di essere lui. Alla fine, anche quando e se tocca a noi, ci scopriamo incapaci di qualsiasi reazione che non sia l’emozione futile e caduca del telespettatore.

Solo così si spiega l’inerzia civile e politica in cui ricade l’Europa dopo ogni attacco terroristico sferrato, con cadenza periodica, dall’estremismo islamico.

Perfino riguardo alla violenza terroristica noi siamo, infatti, quasi sempre nella posizione dello spettatore. La nostra inettitudine all’azione politica violenta fa sì che, di fronte all’unica forma reale di brutalità che aggredisca sistematicamente il nostro ambiente sociale, quella dell’islamismo radicale, riusciamo, in apparenza, solo ad assumere l’identità simbolica della vittima, che in verità nasconde la terzietà neutrale del telespettatore. Il medio-oriente islamico è scosso da fenomeni di disintegrazione nazionale apparentabili ai nostri, solo che da quelle parti generazioni cresciute nella guerra rispondono con la violenza terroristica, dalle nostre parti generazioni cresciute in 60 anni di pace e in 30 di consumo televisivo della sofferenza altrui reagiscono con un violento ritiro della delega politica all’establishment che equivale al gesto, al tempo stesso sdegnato e annoiato, di chi cambi canale di fronte a un programma sgradito.

Questo è l’unico aspetto violentemente attivo del nuovo populismo: la brutale, impersuadibile, apocalittica determinazione nel rigetto delle vecchie classi dirigenti, autrici di un palinsesto sfinito. Trump ha affermato che non avrebbe perso uno dei suoi voti nemmeno se avesse aperto il fuoco sulla quinta strada. Aveva ragione. Il suo elettorato è non violento ma la sua ripulsa lo è. In Francia il sovranismo rinunciatario di Marine Le Pen non chiede di riconquistare l’Algeria ma di rigettare l’Europa e di uscire dalla Nato, in Olanda Geert Wilders si richiama all’eredità di un leader anti-islamista e xenofobo ma omosessuale dichiarato, progressista e assassinato da una fanatico (Pim Fortuyn), in Italia tutto si può imputare ai partiti anti-sistema tranne la conquista violenta del potere.

Il populismo reattivo, il sovranismo remissivo, l’accidia post-televisiva. La loro sola violenza è quella del conato di vomito. Rigetto radicale del presente in assenza di un’affermazione dirompente del futuro. Con questa novità dobbiamo fare i conti.