Infanticidi contro femminicidi?

Non mi è piaciuto per niente, qualche sera fa in tv, il discorso che ho sentito fare da Vittorio Feltri sugli infanticidi, quando – in una discussione che aveva per oggetto i femminicidi – ha voluto ricordare che “le femministe italiane non parlano mai di infanticidi”, che pure sono “abbastanza numerosi” e tutti commessi da donne. Non mi è piaciuto perché trovo macabro (e del tutto improprio) contrapporre a una tragedia, quella dei femminicidi, una tragedia a prima vista di segno contrario, quella degli infanticidi: come se l’una potesse neutralizzare l’altra, o come se le malefatte delle donne potessero attenuare quelle degli uomini.

L’uscita di Feltri, provocatoria come nel suo stile, non mi è piaciuta anche per ragioni più tecniche. Intanto non è esatto che tutti gli infanticidi siano commessi da donne, come non è esatto che tutte le uccisioni di donne siano commesse da uomini: ci sono infanti uccisi da uomini, e maschi uccisi da donne.

Ma il vero motivo per cui non mi è piaciuto il discorso di Feltri, né mi piace il dibattito attuale sui femminicidi, è che entrambi mancano quello che, a mio parere, è il punto fondamentale di entrambi i fenomeni, e cioè che i loro numeri sono esigui, estremamente esigui (avvertenza per i lettori più ideologizzati: sto esprimendo un giudizio statistico, non una valutazione morale). Il che ha conseguenze sulla loro interpretazione.

Vediamoli, questi numeri. Secondo un recente rapporto Eures, i figlicidi sono poco più di 20 l’anno, di cui circa 3 infanticidi. Quanto ai femminicidi, dipende dalla definizione: secondo quella prevalente (uccisioni di donne in ambito affettivo o familiare), nel 2023 sono state finora 83, di cui 58 da parte del partner/marito (o ex), a loro volta suddivise fra 20 anziane (over 60), 18 nella fascia 40-59, 20 nella fascia 10-39 anni, la stessa di Giulia Cecchettin (ricavo i dati da un database meritoriamente costruito dall’associazione Non Una Di Meno).

Perché è importante il fatto che i numeri siano piccolissimi?

È semplice: perché rende quasi superfluo il lavoro dei sociologi come me. Quando un fatto drammatico ed estremo, generato da un comportamento umano, si presenta con una frequenza così bassa, tutte le nostre spiegazioni standard vacillano. È inutile, al limite del ridicolo, invocare le solite possibili determinanti: povertà, disoccupazione, emarginazione, bassa istruzione, territori degradati. Perché se fossero queste le fonti primarie di quei comportamenti, avremmo legioni di donne e infanti uccisi. E noteremmo, fra gli autori di tali gesti estremi, una netta sovra-rappresentazione di determinate condizioni sociali, eventualità che si presenta invece assai raramente (con un’unica, parziale, eccezione: quella degli stranieri).

Quello cui dobbiamo rivolgerci, semmai, è l’esperienza degli psichiatri, dei romanzieri, dei drammaturghi. Quando i comportamenti sono estremi e rarissimi, alla base c’è quasi sempre una catastrofe esistenziale, ossia una concatenazione di storie familiari drammatiche, eventi singolari più o meno accidentali, esperienze personali in qualche modo irreplicabili: insomma, il tragico che fa irruzione nella vita dell’individuo e lo acceca.

Lo testimoniano, in modo indiretto ma difficilmente controvertibile, i dati delle principali ricerche effettuate su questo genere di comportamenti sia all’estero sia in Italia. Da esse risulta, ad esempio, che 3 autrici di figlicidi su 4 sono affette da gravi disturbi psicologici, e dopo il delitto spesso finiscono in ospedali psichiatrici giudiziari. E che metà degli autori di femminicidi si suicidano o comunque provengono da condizioni di devianza nel senso tecnico del termine (precedenti penali, prostituzione, problemi psichiatrici, eccetera).

Ecco perché è ingenuo cercare cause sociali generalizzate, in particolare per i femminicidi. Rimuovere o attenuare determinate fonti di violenza, prima fra tutte la drammatica incompetenza sentimentale di tanti giovani e meno giovani, può essere importantissimo, perché – verosimilmente – permetterà di ridurre stupri e violenze sessuali (decine di migliaia di casi ogni anno!), ma difficilmente porterà molto più prossimi a zero i numeri dei delitti estremi. È, del resto, la consueta lezione della sociologia, da Merton in poi: le conseguenze dell’agire umano raramente sono quelle che gli uomini si aspettano.




Femminicidi, un problema degli anziani?

A mia memoria, non era mai successo che un problema sociale attirasse un’attenzione così enorme come quella suscitata dal dramma di Giulia Cecchettin, e al tempo stesso fosse così poco studiato, almeno in Italia. Il fatto che quasi tutti abbiano un’opinione sulle cause e sui rimedi, non deve ingannarci: in realtà non sappiamo quasi nulla, se per “sapere” intendiamo conoscere chi sono le vittime, quali sono le cause, quali possono essere i rimedi efficaci.

Finora, quasi tutte le analisi del fenomeno si sono basate su dati molto aggregati, senza riuscire a scendere nel dettaglio – caso per caso, individuo per individuo – come sarebbe necessario se vogliamo cominciare a capire. Per questo meritano una speciale riconoscenza le donne dell’associazione Non Una Di Meno (NUDM), che da alcuni anni raccolgono in un database tutte le informazioni disponibili su ogni evento in cui una donna viene uccisa, indipendentemente dal fatto che l’omicidio possa essere classificato come femminicidio oppure no (al momento non esiste una definizione statistica condivisa e facile da applicare).

Sono andato a curiosare nel database, che descrive i 110 casi del 2023, e ho provato a fare alcuni calcoli, confrontando i profili di tre insiemi: le donne uccise, i loro uccisori, la popolazione italiana di almeno 10 anni. Ed ecco alcuni risultati.

Cominciamo da quella che considero la maggiore sorpresa: l’età media. Come la maggior parte delle persone che – a titolo di curiosità – ho interrogato in questi giorni, pensavo che le fasce di età a maggiore rischio fossero quelle intorno ai 20-30 anni, o tutt’al più fino ai 40. Ebbene, niente di più sbagliato. Nella fascia 20-40 anni rientra solo 1 donna uccisa su 4. La fascia a maggiore rischio è la fascia delle donne con almeno 60 anni, e il rischio aumenta passando alla fascia delle ultra-70enni. E infatti l’età media di tutte le donne uccise è 53 anni, e quella dei loro assassini (quasi tutti maschi) è 54 anni, entrambe maggiori dell’età media degli italiani  che è di 46 anni (50 se escludiamo i bambini).

In concreto, questo significa che il rischio di essere uccisa di una donna anziana è maggiore di quello di una donna giovane o adulta. Si potrebbe pensare che questo sia dovuto al fatto che, nelle uccisioni di donne, rientrano anche i casi che non configurano un femminicidio. Ma ripetendo il calcolo per i soli femminicidi in base a due definizioni e a due dataset diversi (è stato pubblicato anche un secondo dataset, molto meno ricco), il risultato non cambia, anzi si rafforza: il rischio di essere uccisa di una anziana di almeno 60 anni è del 46% più alto di quello di una donna sotto i 60, e quello di una donna di almeno 70 anni è del 69% più alto di quello di una donna sotto i 70. In breve: il caso di Giulia non è in nessun modo tipico.

Ma questa non è l’unica sorpresa. Nel database di NUDM ci sono molte altre informazioni che, in teoria, potrebbero aiutarci a costruire un profilo tipico delle vittime e dei loro assassini. Ebbene, quel che si scopre facendo i confronti con la popolazione, è che un tale profilo non c’è, anche se – su alcune variabili – emerge una qualche specificità del campione dei femminicidi (lo chiamo così per brevità). I 108 casi registrati sono avvenuti in quasi tutte le regioni; in comuni piccoli, medi e grandi; gli autori del delitto sono operai, impiegati, dirigenti, commercianti, pensionati, disoccupati, tutti in proporzioni comparabili a quelle della popolazione maschile generale.

Solo su alcuni particolari aspetti, è possibile rintracciare scostamenti – talora grandi, talora al limite della significatività statistica – fra il campione e la popolazione. Uno scostamento macroscopico, ma forse non sorprendente, è che metà degli aggressori o si suicida (oltre 1 su 3) o è comunque in una condizione di devianza nel senso tecnico del termine (precedenti penali, prostituzione, problemi psichiatrici, vagabondaggio, eccetera). Un secondo scostamento riguarda la nazionalità delle vittime e degli aggressori. In entrambi i casi sono sovrarappresentate le persone di nazionalità straniera, ma con una importante asimmetria: nel campione il rischio che una donna italiana sia uccisa da uno straniero è quasi 7 volte più alto del rischio opposto, ossia che una donna straniera sia uccisa da un italiano.

Prendere spunto da questi dati per fare affermazioni generali sulle radici dei femminicidi sarebbe una mossa avventata. Però, forse, una piccola considerazione possiamo farla: la visione che abbiamo dei femminicidi è molto stereotipata. Il caso della giovane donna vittima di un partner possessivo, ma per il resto “normale”, è decisamente minoritario. Le donne di meno di 40 anni uccise dal partner o dall’ex sono 20 su 110, e scendono a 16 se trascuriamo i casi in cui l’aggressore è un deviante o si suicida. In altre parole: i casi analoghi a quelli di Giulia e Filippo, anche a voler considerare tutta la fascia di età fino ai 40 anni, riguardano circa il 15% delle uccisioni di donne. E tutto il resto?

Sul resto dobbiamo indagare e riflettere, sapendo però che – al centro – ci sono le donne che attraversano “il terzo tempo” della loro vita, come lo ha chiamato Lidia Ravera in un suo libro recente sulla vecchiaia. Un gruppo sociale al quale, notava fin dagli anni ’80 un’altra scrittrice – Natalia Ginzburg – la nostra società riserva una sola, ipocrita, cortesia, quella di chiamarle anziane anziché vecchie.