Perché nuove leggi non bastano – L’hardware del sistema penale

Come era ampiamente prevedibile, anche sul tema del riconoscimento facciale governo e opposizione recitano le consuete parti in commedia. Il governo ritiene che alcune libertà (a partire da quelle connesse alla privacy) possano essere limitate, se non sacrificate, in nome della sicurezza. L’opposizione contesta qualsiasi nuova norma che permetta alle forze dell’ordine di sorvegliare o schedare i cittadini, tantopiù in mancanza di specifiche autorizzazioni da parte della magistratura.

Apparentemente è il classico trade-off delle politiche securitarie: se vuoi più sicurezza devi rinunciare a qualche libertà, se vuoi più libertà devi accettare meno sicurezza.  In generale forse è così, ma in questo caso ci sono alcuni conti che non tornano.

Non torna, ad esempio, che l’indignazione per le possibili schedature e profilazioni scatti quando la loro giustificazione è la lotta al terrorismo, ma risulti assolutamente silente in tutti gli altri casi. Noi siamo continuamente osservati, registrati, schedati dalle ubique telecamere di sorveglianza, dagli algoritmi che incessantemente registrano le nostre scelte di consumatori, per non parlare delle conversazioni private che finiscono su Google. Come mai questo aspetto della privacy non sembra starci a cuore?

Ma quel che davvero non torna, a mio parere, non è il fatto che si chieda un ennesimo sacrificio ai cittadini in nome della sicurezza, ma il fatto che la quasi totalità delle misure adottate in questi anni sono sulla carta, senza un vero contraltare materiale. Si potrebbe dire, con una metafora presa dall’informatica, che in questi anni si è perlopiù agito sul software del sistema penale, senza davvero toccare l’hardware. Quando si moltiplicano le fattispecie di reato, o si introducono aggravanti, o si prevedono nuovi poteri (o maggiori tutele) per le forze dell’ordine, fondamentalmente si agisce sul software degli apparati di sicurezza. L’hardware resta invariato perché non ci sono posti in carcere, le regole di ingaggio delle forze dell’ordine sono paralizzanti, i divieti e le ingiunzioni ai violenti restano lettera morta, le espulsioni non vengono eseguite, le scarcerazioni di soggetti pericolosi sono perfettamente compatibili con le leggi.

E, quel che è peggio, lo scarto fra il software del sistema (inutilmente arcigno) e il suo hardware (tragicamente obsoleto) non fa che rafforzare, nei cittadini, la convinzione –quotidianamente rinnovata dalle cronache – che le leggi possono essere violate impunemente.

Da questo punto di vista, fare la faccia feroce, ventilando strette repressive e interventi draconiani, può essere controproducente. Perché, come sa ogni genitore, se minacci una punizione e poi non la attui, non fai che alimentare la convinzione che in realtà non stai facendo sul serio, e che le regole che proclami possono essere aggirate, violate, calpestate. Senza conseguenze.

Ecco perché agire solo sul software non solo è inutile, ma può risultare dannoso. Anche qui, esattamente come accade in campo informatico: se l’hardware è vecchio, installare un software sofisticato porta alla paralisi, non a maggiore efficienza. Nel caso delle politiche securitarie, lo scarto fra la severità delle norme e l’impossibilità di applicarle, rischia di aumentare la frustrazione delle forze dell’ordine e alimentare la rabbia dei cittadini.

E il bello è che, politicamente e culturalmente, i cittadini sarebbero pronti a una stagione di rispetto delle regole. Un sondaggio Ipsos di pochi mesi fa registrava che la maggioranza degli italiani ritiene di vivere in una società troppo permissiva, e solo una piccola minoranza (meno del 10%) è convinta di vivere in una società troppo repressiva. Il problema, per la politica, è che la maggioranza convinta di vivere in una società troppo permissiva non si aspetta regole più severe, ma regole rispettate. È per questo che cambiare il software non basta più.

[articolo uscito sul Messaggero il 1° agosto 2026]




Pressione fiscale e nuova imposta patrimoniale – Opposizione in testa-coda

A sentire l’opposizione, l’economia italiana pare sull’orlo della catastrofe. A sentire la premier, l’economia è in salute, e la maggior parte degli indicatori rilevanti sono migliorati durante il primo triennio di governo.

Fra le due diagnosi, è senz’altro quella della premier la più aderente alla realtà. I conti pubblici sono migliorati. Il tasso di occupazione è al massimo storico, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi da vent’anni. Il peso dei lavoratori stabili aumenta, quello dei precari cala. Il part time involontario è in diminuzione. La percentuale di famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale è al minimo dal 2015, anno di inizio della serie storica.

Però…

Però, se è sbagliatissimo negare i progressi intervenuti in questi anni, non meno problematico è ignorare quel che non ha funzionato. Ad esempio il numero effettivo di famiglie in povertà assoluta, che non è affatto diminuito, almeno a dar credito ai dati Istat (autorevoli studiosi hanno sollevato dubbi sulla metodologia). O il flusso di giovani laureati verso l’estero, anch’esso in aumento. O, al di fuori dell’ambito economico, la lunghezza delle liste di attesa negli ospedali (anche se mancano dati comparabili con il passato). O i numeri di alcuni reati, ad esempio l’incremento degli stupri (ma i femminicidi sono in netto calo).

Di tutte le critiche dell’opposizione, tuttavia, la più fondata è quella che riguarda la pressione fiscale. Anche qui, occorrerà attendere i dati definitivi (specie quelli del Pil, che possono modificare il denominatore), ma il trend è chiaro: la pressione fiscale era al 41.7% nel 2022, è arrivata al 43.1% nel 2025, a un passo dal massimo storico (43.4%) toccato ai tempi della crisi finanziaria del 2012-2013, sotto il governo Monti.

È vero naturalmente che all’aumento del gettito fiscale hanno dato un bell’impulso gli oltre 1 milione di occupati in più, ed è pure vero che la maggior parte delle aliquote non sono state aumentate, o sono addirittura diminuite. Ma questo non risponde alla domanda cruciale: perché il Pil è cresciuto più lentamente del gettito fiscale?

Le risposte sono molte, perché molteplici sono i fattori che possono aver inciso sul gettito (numeratore) e sul Pil nominale (denominatore). Nel caso del numeratore, ad esempio, gli aumenti delle tasse locali, il venir meno di agevolazioni ed esenzioni, la lotta all’evasione, e soprattutto l’inflazione, che permette allo Stato di prelevare più reddito senza modificare le aliquote (il cosiddetto fiscal drag). Nel caso del denominatore (Pil nominale), soprattutto una dinamica insufficiente della produttività del lavoro (il reddito prodotto cresce più lentamente dell’occupazione), che da circa tre decenni è il problema cruciale dell’economia italiana.

Quale che sia il mix di fattori che hanno portato a un aumento della pressione fiscale, il fatto resta: negli ultimi tre anni il peso che la Pubblica Amministrazione esercita sull’economia è aumentato, non diminuito come ci si poteva aspettare da un governo di destra. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che – sul piano fiscale – il governo Meloni di fatto ha attuato una tipica politica di sinistra: risanamento dei conti pubblici + aumento della pressione fiscale. Per non parlare del taglio decisamente “sociale” delle finanziarie 2023 e 2024, sbilanciatissime a favore dei ceti deboli (solo con la finanziaria 2025 è intervenuta una lieve correzione a favore dei ceti medi).

Dunque, sul piano dei crudi dati statistici, l’opposizione ha perfettamente ragione quando accusa il governo di aver aumentato la pressione fiscale. Un’accusa che è tanto più giustificata se si pensa che, calcolata al netto dell’economia sommersa (ossia sull’economia regolare), la pressione fiscale in Italia sfiora il 50%, verosimilmente la più alta d’Europa: difficile pensare che la bassa crescita del Pil italiano non dipenda anche da questo.

C’è solo un piccolo dettaglio che incrina il discorso dell’opposizione: il fatto che la pressione fiscale sia altissima, e sia stata aumentata ulteriormente dal governo in carica, non può che andare contro l’ipotesi, ventilata da Elly Schlein, di introdurre una nuova imposta patrimoniale europea: se la pressione fiscale è eccessiva, la soluzione non possono essere nuove tasse. Tanto più che, da anni, l’opposizione ha smesso di parlare di spending review, ossia dell’unica misura che potrebbe ridurre stabilmente l’eccesso di pressione fiscale che grava sull’economia italiana.

La cosa curiosa è che la stessa schizofrenia si manifesta sul fronte della criminalità e dei mancati rimpatri: anche qui l’opposizione sta prendendo l’abitudine di criticare il governo, ma ancora una volta lo fa da destra, denunciando aumento dei delitti e insufficienti rimpatri. Come se questo governo, incapace di ridurre la pressione fiscale e di contrastare l’immigrazione, non fosse abbastanza di destra.

Naturalmente si può immaginare che le cose di destra che la destra non sa fare oggi, le possa fare la sinistra domani, ma sorge il sospetto che, a forza di rimproverare la destra di non saper fare il suo mestiere, all’elettorato possa balenare l’idea che – più che di una sinistra-sinistra, finalmente liberata dal morbo del renzismo – ci sia bisogno di una destra vera.

 [articolo uscito sul Messaggero il 17 maggio 2026]




Cherry picking

Che ogni governo si sforzi di enfatizzare i buoni risultati che ha ottenuto, e ogni opposizione metta in evidenza i punti critici è fisiologico. E tuttavia, in tanti anni di osservazione della società italiana, non mi era mai capitato di assistere a tanta intransigenza statistica. Le forze di governo sciorinano numeri confortanti, talora trionfali, le opposizioni elencano disastri e non riconoscono al governo nemmeno un risultato positivo.

La cosa interessante è che le tecniche argomentative utilizzate dagli uni e dagli altri sono le stesse, e si riducono a tre trucchi fondamentali. Il primo è il cosiddetto cherry picking (scegliere le ciliegie), che consiste nel selezionare solo le statistiche che supportano la propria tesi, e ignorare tutte le altre. Il secondo è la manipolazione dei termini di paragone: se vuoi dire che l’economia va bene (o va male) ti scegli i paesi e gli anni che supportano la tua tesi. Il terzo è l’attribuzione al governo in carica di risultati – positivi o negativi – maturati in decenni.

Di questi trucchi, specie dopo la pubblicazione del rapporto Istat, abbiamo avuto innumerevoli esempi. Al governo che rivendicava con orgoglio la crescita occupazionale (1 milione di posti di lavoro in 2 anni) è stato obiettato che il nostro tasso di occupazione è il più basso d’Europa, come se questo dato negativo non fosse da ascrivere ai governi precedenti. In materia di potere di acquisto dei salari l’opposizione ha voluto vedere solo il fatto che siamo ancora sotto il livello pre-covid, mentre il governo ha voluto vedere il fatto che nell’ultimo anno il potere di acquisto sta risalendo. Sullo spread la premier è incappata in una clamorosa cantonata (non è vero che un basso spread significa che “i nostri titoli di stato sono più sicuri di quelli tedeschi”) ma l’opposizione si è solo accanita sulla gaffe, ignorando accuratamente la sostanza, ovvero che i conti pubblici sono più in ordine che con il governo precedente.

Sull’immigrazione il governo ama fare il confronto 2024 su 2023 (diminuzione degli sbarchi), l’opposizione preferisce il confronto 2023 su 2022 (aumento degli sbarchi).

Ma come stanno effettivamente le cose? Arrivati a metà legislatura possiamo tentare un bilancio realistico, non troppo di parte?

Se guardiamo ai grandi parametri dell’economia, mi pare vi siano – nei primi due anni di governo – almeno tre successi difficilmente contestabili: la creazione di oltre 1 milione di posti di lavoro, la diminuzione del peso delle posizioni precarie (tempo determinato e part-time involontario), il crollo dello spread, con conseguente miglioramento del rating dell’Italia (appena confermato da Moody’s).

A fronte di tali successi, non si possono nascondere almeno altrettanti risultati poco soddisfacenti: l’aumento della pressione fiscale, la diminuzione della produttività, l’insufficiente recupero del potere di acquisto delle retribuzioni. Senza contare la diminuzione della produzione industriale, su cui hanno inciso le politiche europee e la recessione in Germania.

Se dai problemi dell’economia passiamo alle questioni sociali, il quadro non è meno variegato. Gli sbarchi sono cresciuti nel 2023 rispetto al 2022, ma sono crollati nel 2024. Quanto alla povertà e all’esclusione sociale, i relativi indicatori durante il governo Meloni non sono molto diversi da quelli ereditati dal governo Draghi. Né granché si può dire della sanità e delle liste di attesa, cavallo di battaglia dell’opposizione, che sono un problema annoso ma difettano di statistiche sintetiche, capaci di cogliere in modo accurato i mutamenti che intervengono di anno in anno.

Se, infine, proviamo a collocare le cose in una prospettiva più lunga, non possiamo non notare che i grandi trend dell’economia e della società italiana prescindono dal colore dei governi. Perché il nostro problema numero uno, quello che rende illusorie le promesse di tutti i governi, è quello della produttività, che ristagna da almeno 30 anni e impedisce ogni progresso nel tenore di vita del paese. E il nostro problema numero 2, il calo demografico, è così grande e gravido di conseguenze (sulla previdenza e sulla sanità), che difficilmente può essere affrontato con successo da un solo governo e in una sola legislatura.

E’ il combinato disposto di questi due giganteschi problemi che alimenta il circolo vizioso dell’economia italiana: il ristagno della produttività impedisce agli incrementi occupazionali di tradursi in aumenti significativi del reddito;  la diminuzione della popolazione fa sì che quei modesti incrementi di reddito si spalmino su una base sempre più ristretta, con apparente lieve sollievo della popolazione rimasta nel paese; la tenuta del Pil pro capite nasconde il rallentamento del volume del Pil, che è il denominatore del rapporto debito/Pil, parametro cruciale per il governo di conti pubblici.

Forse, almeno su queste due grandi e vitali questioni – produttività e demografia – non sarebbe male che i partiti, tutti i partiti, provassero a definire una strategia condivisa.

[Articolo uscito sul Messaggero il 25 maggio 2025]




Melonomics – La necessità di una seconda fase

A oltre due anni dal suo insediamento, qual è la cifra del governo Meloni?

Se lasciamo da parte le opinioni degli osservatori più prevenuti, possiamo notare una certa convergenza su un concetto: il governo Meloni è stabile e rispettato, ma lo è anche, se non soprattutto, perché la sua politica economica è in sostanziale continuità con quella di Draghi e con le raccomandazioni dell’Europa. Su questo tipo di diagnosi, nei giorni scorsi, si sono ritrovate due voci molto diverse, entrambe autorevoli per la loro indipendenza, come quella dell’economista Veronica De Romanis e quella del filosofo Marcello Veneziani. È vero che quel che l’una e l’altro rimproverano alla Meloni è molto diverso (troppo poco europeismo l’una, troppo europeismo l’altro), ma resta il fatto che per entrambe il bilancio di questi primi due anni di governo non è esaltante.

Difficile dissentire sul fatto che, sul versante della politica economica, non abbiamo assistito a svolte clamorose, salvo ovviamente la rimodulazione del reddito di cittadinanza e la graduale cancellazione del Superbonus 110%. È vero, in particolare, che finora la pressione fiscale non è affatto diminuita (anzi gli ultimi dati Istat rivelano un lieve aumento), e resta fra le più alte d’Europa (solo Francia e Danimarca fanno peggio di noi). È vero anche che i dati del 2023 sulla povertà assoluta (i più recenti disponibili) non segnalano alcun miglioramento. Ed è vero, infine, che alcune promesse in materia pensionistica – come il superamento della legge Fornero e un forte innalzamento delle pensioni minime – sono state finora disattese.

E tuttavia, se guardiamo attentamente al rapporto Istat sui conti pubblici appena uscito, il quadro che emerge è assai meno immobilistico (e negativo) di quello fin qui richiamato. I conti pubblici sono in miglioramento, e nel 3° trimestre del 2024 il saldo primario, per la prima volta dalla fine del 2019, è tornato positivo (anche grazie allo stop al Superbonus). Gli investimenti fissi lordi delle Pubbliche Amministrazioni, in un solo anno, sono cresciti del 17.3%. Ma soprattutto: il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici è in crescita da 7 trimestri, e non è mai stato così alto dal 2012. E tutto fa pensare che a beneficiare di tale crescita siano stati soprattutto i ceti medio-bassi, che fin dall’inizio della legislatura sono stati i principali beneficiari di sconti, sgravi, decontribuzioni, bonus vari (come del resto è logico, con la “destra sociale” al governo).

Tutto bene, dunque?

Non esattamente. Ancora una volta non sono state trovate le risorse per abbassare la pressione fiscale sui ceti medi. Gli ultimi dati rilasciati dall’Istat segnalano la sofferenza delle imprese sui principali versanti: quota di profitto, investimenti, dinamica (calante) della produzione industriale.

Insomma, sul versante del sistema produttivo le cose non sembrano andare a gonfie vele. Si potrebbe obiettare: ma l’occupazione va benissimo, sono stati creati quasi un milione di posti di lavoro in 2 anni, il peso dei precari è diminuito, mai – dall’Unità
d’Italia – sono state così numerose le donne con un lavoro.

Ma è proprio qui il problema. Nell’era Meloni (e pure nell’era Draghi) l’occupazione cresce al ritmo del 2% l’anno, ma il Pil in termini reali cresce a un ritmo inferiore all’1%. E il divario è ancora più grande se al posto dell’occupazione mettiamo il numero di ore lavorate, che crescono a un ritmo ancora più elevato. In concreto questo significa una cosa soltanto: la produttività media del lavoro diminuisce, verosimilmente perché i nuovi posti di lavoro vengono creati soprattutto in settori a basso valore aggiunto per addetto.

Torniamo così all’annoso, anzi storico, problema dell’Italia nella seconda Repubblica: una dinamica troppo lenta della produttività, cui contribuiscono anche un insufficiente sostegno da parte dello Stato agli investimenti privati, nonché un livello
ancora troppo alto dell’imposta societaria e più in generale del cosiddetto total tax rate (imposte e contributi obbligatori totali sull’impresa).

Preso atto che, tutto sommato, la destra ha fin qui saputo ben onorare la sua vocazione sociale (un aspetto del tutto incompreso dalle forze di opposizione), forse è giunto il momento di chiedersi se, nella seconda metà della legislatura, non sia il mondo delle imprese, e il connesso problema della produttività, a meritare un’attenzione speciale. Anche perché è solo da lì, da un rilancio della crescita sostenuto dalla dinamica della produttività e non solo dagli incrementi occupazionali, che possiamo sperare di rimuovere i due macigni – debito pubblico e bassi salari – che da trent’anni pesano sulle sorti dell’Italia.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 gennaio 2025]




Perché Meloni vola e Schlein arranca – L’insostenibile pesantezza del welfare

Come di consueto, l’anno si conclude con bilanci e riflessioni sull’operato del governo. E gli immancabili sondaggi. I quali restituiscono un’immagine di sostanziale stabilità dei rapporti di forza fra i partiti. Il consenso a Giorgia Meloni è un po’ più basso che un anno fa, e sensibilmente minore che all’inizio della legislatura, ma la maggior parte degli osservatori considera fisiologica la fine della luna di miele della premier con l’elettorato. Che anzi pare essere durata ben più a lungo di quella di altri governi. A sinistra il Pd di Elly Schlein gode di buona salute, e conferma la sua netta supremazia rispetto ai Cinque Stelle.

Il dato di fondo, però, resta quello dei mesi scorsi: rispetto alle elezioni del 2022, i quattro partiti di centro-destra (Fdi, Fi, Lega, Noi moderati) hanno circa 4 punti di consenso in più. Si può discutere se questa crescita dipenda anche dalla scomparsa di Italexit (il partito di Gianluigi Paragone), e dal conseguente travaso di voti verso i partiti di governo, ma resta il fatto che tutti i sondaggi danno il blocco di centro-destra più forte di due anni fa.

La solidità del consenso verso il centro-destra lascia increduli molti dei suoi critici, che non riescono a capacitarsi che il governo di Giorgia Meloni, pur “non avendo fatto nulla”, continui a risultare popolare nei sondaggi. E tuttavia un certo stupore serpeggia pure tra gli osservatori meno prevenuti, che non possono non registrare che: (1) gli sbarchi continuano; (2) la pressione fiscale non diminuisce; (3) le liste di attesa negli ospedali non si sono accorciate; (4) la promessa di superare la legge Fornero non è stata mantenuta (5) gli aumenti delle pensioni sono irrisori.

Dunque la domanda resta: come mai il consenso a Meloni tiene?

Una possibile risposta è che l’elettorato è sempre più consapevole dei vincoli europei, non pretende la luna, e ha apprezzato l’orientamento di sinistra – cioè pro-ceti popolari – di tutte le manovre varate fin qui (non solo l’intervento sul cuneo fiscale, ma i molti bonus e sconti riservati ai ceti medio-bassi).

Una ulteriore risposta è che, in materia di immigrazione, all’elettorato non è sfuggito il calo degli sbarchi fra 2023 e 2024, ma soprattutto è piaciuta la volontà di non fermarsi con l’operazione Albania, a dispetto dell’azione contraria della magistratura.

Ma forse la vera risposta è che molti elettori si rendono conto che lo stato penoso della sanità non dipende (solo) da questo governo, e che qualsiasi governo futuro potrà convogliare risorse verso la sanità solo se avrà il coraggio (o l’incoscienza?) di aumentare sensibilmente la già altissima pressione fiscale.

E qui veniamo, forse, al vero nodo della tenuta di Giorgia Meloni e del suo governo.

Se il consenso regge non è solo perché la gente riconosce alcune cose buone fatte fin qui, ma perché non si vede alcuna alternativa all’orizzonte. Le critiche di Elly Schlein e di Giuseppe Conte possono anche essere (qualche volta) retoricamente efficaci, ma mancano di tramettere agli elettori il messaggio fondamentale, ovvero la risposta alla domanda: ma se al governo ci foste voi, che cosa fareste, con i vincoli di finanza pubblica dati?

Questa tendenziale impotenza programmatica dell’opposizione non è casuale, ma dipende dalla scelta di puntare quasi tutte le carte su sensibili aumenti di spesa pubblica corrente, innanzitutto in materia di sanità e scuola, senza però spiegare chi dovrebbe sostenere il peso dei sacrifici necessari per un’ulteriore espansione del welfare: una nuova patrimoniale, permanente ed esosa, come in Francia? tagli alle spese militari, mentre l’Europa (e Trump!) ci chiedono di aumentarle? una spending review lacrime e sangue? Per non parlare della transizione green, che sta mettendo in ginocchio l’industria dell’auto europea, e non è mai stata rinnegata dalle forze politiche progressiste.

Insomma, per ora la vera forza del governo Meloni non sembra risiedere nei suoi successi (che riguardano prevalentemente la politica estera), quanto nel vuoto di idee delle opposizioni. Un vuoto che non dipende solo dal deficit di cultura politica della sua classe dirigente, drammaticamente meno preparata di quella dell’antico Partito Comunista, ma poggia sulla insostenibilità – economica e sociale – di qualsiasi programma il cui pilastro sia l’espansione della spesa pubblica.

[articolo uscito sulla Ragione il 31 dicembre 2024]