AI, un rischio rimosso

Quanti posti distruggerà? Quante nuove professioni nasceranno? Quante professionalità dovranno ristrutturarsi? Quanto drastiche saranno le riorganizzazioni aziendali?

Queste, grosso modo, sono le macro-domande che ci facciamo quando proviamo a immaginare come sarà il mondo allorché l’intelligenza artificiale lo avrà completamente riplasmato.

C’è però una conseguenza dell’AI, e più in generale della iper-connessione, di cui si parla pochissimo: la potenziale distruzione della fiducia. Della fiducia si parla pochissimo perché – per un sistema sociale – è un po’ come l’aria per un individuo: non te ne accorgi perché è una condizione minima di sussistenza. Nessun individuo può sopravvivere se smette di respirare, nessun sistema sociale può sopravvivere se viene meno la fiducia fra i suoi membri.

Naturalmente per fiducia non intendo la benevolenza, l’empatia, la solidarietà, bensì una condizione più asettica e fredda, ampiamente studiata dai sociologi e dagli economisti: la convinzione che gli accordi saranno rispettati e le transazioni non saranno inquinate da inganni, sotterfugi, informazioni false, frodi, truffe.

Ebbene, questo presupposto minimo della vita sociale sta progressivamente venendo meno perché le possibilità di inserirsi subdolamente nel flusso comunicativo in cui ormai quasi tutti viviamo sono enormemente cresciute, e si stanno ulteriormente espandendo e affinando. Le cronache ne riferiscono raramente, ma ogni giorno migliaia di persone vengono manipolate (per indurle a fare un versamento o cambiare un contratto) o  subiscono assalti alla propria identità, alla propria privacy, ai propri dati, al proprio conto corrente. Grazie all’intelligenza artificiale e all’iper-connessione, oggi è facilissimo simulare di essere una banca, un’assicurazione, un assessorato, un’azienda erogatrice di servizi, un’autorità di regolazione, un ufficio di polizia, persino – con l’imitazione della voce – una determinata persona che si conosce personalmente e di cui ci si fida. E questo avviene per una ragione ben precisa: negli ultimi anni – grazie a internet, all’informatica e all’AI – si è enormemente abbassato il costo di produzione di segnali al tempo stesso credibili e falsi, ma è rimasta sostanzialmente intatta la fiducia del pubblico verso interlocutori sconosciuti. Fingersi un funzionario di banca attraverso una videata ben costruita, o facendo apparire sul nostro telefonino il numero telefonico della banca custodito in rubrica, è enormemente più facile di 10 anni fa. A dispetto di ciò la maggior parte di noi si comporta sostanzialmente come 10 anni fa, ossia continua a concedere fiducia ai propri interlocutori, come se il rischio di essere ingannati fosse trascurabile.

Ma quel rischio, contrariamente a quanto ci piacerebbe credere, è in vertiginosa ascesa (più della chirurgia estetica, che è una delle industrie leader del nostro tempo). Un buon indicatore del rischio di essere ingannati è l’aumento delle truffe on line e delle frodi informatiche, che secondo una recente indagine FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani) stanno crescendo a un ritmo annuo dell’ordine del 30%, e sottraggono centinaia di milioni di euro ai cittadini (un trend favorito dal crollo delle transazioni in contanti). Quanto ai dati più generali della delittuosità, colpisce il fatto che la voce “truffe e delitti informatici” stia al secondo posto (dopo i furti) come numero assoluto di delitti segnalati (oltre 300 mila nel 2024), e in fatto di velocità di crescita  contenda il primato alle violenze sessuali (la classe di delitti maggiormente cresciuta fra il 2019 e il 2024). Né le cose vanno meglio nel confronto internazionale dove – in materia di truffe e frodi – siamo al 9° posto su 41 società avanzate (paesi Oecd o UE), ed “eccelliamo” precisamente in questo tipo di delitti.

La fase in cui siamo è ancora quella dell’euforia, in cui prevale l’entusiasmo per il progresso tecnologico e i suoi indubbi vantaggi. Ma rischia di essere solo una fase. Nell’istante in cui il sistema informatico di una grande banca  venisse violato, e migliaia di correntisti perdessero i loro risparmi, quella fase finirebbe e si passerebbe istantaneamente da un regime di (prevalente) fiducia a un regime di sfiducia generalizzata, con conseguente caos (se non paralisi) delle transazioni on line.

Fantascienza?

Tanto poco fantascienza che quell’istante ha già ricevuto un nome: si chiama Q-day, ossia giorno in cui un computer quantistico riuscirà a violare i codici di sicurezza di qualche grande istituzione. Nessuno sa quanto vicino sia quel giorno (qualcuno ritiene che possa essere già nel 2029), ma sappiamo che da tempo gli esperti di crittografia stanno lavorando ad algoritmi capaci di scongiurare quella catastrofe, proteggendo le basi di dati dall’imminente assalto dei quasi-onnipotenti computer quantistici.

Nel frattempo si naviga a vista. Il grosso del pubblico si muove sulla rete come in un immenso luna park, con scarsa consapevolezza dei pericoli. Una frazione più istruita, più esperta, più informata o semplicemente più diffidente, già ora adotta precauzioni e sistemi di auto-protezione come le VPN (Virtual Private Network). Con la conseguenza di aggiungere una nuova fonte di diseguaglianza alla già lunga lista dei fattori che creano marginalità, esclusione, vulnerabilità.

Un bel paradosso per chi credeva e crede che internet sia una sorta di paradiso egualitario.

[articolo uscito sul Messaggero il 3 maggio 2026]




Gli italiani e l’Europa: tra sfiducia e paura dell’isolamento

Come noto, per la prima volta nella sua storia elettorale, le recenti consultazioni europee hanno fatto registrare a livello complessivo un significativo incremento del turnout. Da quando sono nate, nel 1979, il tasso di partecipazione era infatti andato progressivamente calando, dal 62% della sua prima edizione fino ad arrivare al misero 42,6% del 2014, quasi 20 punti in meno. Un regresso costante, in buona parte causato dalla scarsa affluenza registratasi dai nuovi ingressi nella UE, la cui rotta è stata invertita (paura dei sovranisti?) proprio quest’anno, con un incremento medio di oltre otto punti percentuali, determinato da un aumento dei votanti in quasi tutti i 28 paesi con le sole eccezioni, statisticamente significative, di Bulgaria (-5%), Italia e Irlanda (-3%), oltre ad altri 4-5 paesi con un decremento minimo.

L’Italia dunque è in negativa contro-tendenza, e l’emorragia partecipativa non si arresta nemmeno in questa occasione. Il dato italiano appare in linea con quanto registratosi nelle numerose indagini demoscopiche dell’ultimo anno, che hanno infatti puntualizzato come il gradimento nella propria presenza nella UE fosse per l’appunto nel nostro paese tra i livelli più bassi (di fatto il più basso, se non si tiene in considerazione l’UK, già in Brexit), sebbene con una marcata opinione prevalente di due terzi (43% a 23%) a favore del “remain”.

La campagna comunicativa dei due partner di governo, piuttosto euroscettici benché non più – come nel corso delle politiche 2018 – velatamente indirizzati verso il “leave” almeno per la moneta, pare aver dato qualche frutto, nell’atteggiamento degli italiani, in particolare per quanto riguarda il loro giudizio verso l’Unione Europea.

Non sono ovviamente più i tempi delle grandi speranze di fine Millennio, quando l’obiettivo di entrare in Europa fece le fortune del governo Prodi-Ciampi, con convinta adesione anche di ampie fette della popolazione, disposte a fare i sacrifici economici necessari per non essere tagliata fuori dal mondo che contava. Allora (nel 1997) il livello di fiducia per la Comunità Europea, come in quel periodo veniva chiamata, arrivava a valori poco inferiori al 70%, e per più di un decennio, pur tra alti e bassi, la UE ha rappresentato per gli italiani il “luogo” più importante in cui confidare, per mantenere un equilibrio di fondo a fronte dei sommovimenti politici-elettorali interni, nell’eterna battaglia tra centro-sinistra e centro-destra.

Il punto decisamente più elevato della fiducia (70%) è stato il 2011, annus horribilis del governo Berlusconi, quando in seguito all’incontrollabile incremento dello spread, la Ue impose un deciso cambiamento di rotta nella gestione economico-finanziaria del nostro paese, facilitando l’ingresso di Mario Monti in un governo tecnico che aveva come obiettivo principale il risanamento dei conti pubblici. Ma da allora inizia una inesorabile parabola discendente, con una diminuzione media della fiducia di circa 5 punti all’anno, fino ad approdare al valore attuale del 40%: una perdita secca di 30 punti in soli otto anni.

Fonte: Abacus (1996-2002) – Ipsos (2003-2019)

Da super-garante a costante oggetto di critiche, provenienti non soltanto dagli elettori dei cosiddetti partiti “euroscettici”, ma anche da una quota significativa degli altri elettorati più “europeisti”, che per la maggior parte condivide l’idea che la Ue sia diventata nel tempo più l’Europa delle banche che quella dei popoli, fallendo la sua missione unificatrice cui si era guardato alla nascita con grandi speranze.

Cresce dunque costantemente il disamore verso l’istituzione europea, dopo la messa in discussione a cavallo delle politiche del 2018, da parte di Lega e M5s, sia della permanenza nella Ue sia, soprattutto, del mantenimento dell’Euro come moneta corrente nel nostro paese. Peraltro, una volta formatosi il nuovo governo giallo-verde, i due partner dell’esecutivo retto da Conte tendono lentamente ad ammorbidire le proprie posizioni su entrambi i punti di rottura. Si passa dunque dall’abbandono tout-court di Euro e di UE ad una conflittualità, che resta certo accesa, ma maggiormente finalizzata ad una ridiscussione dei termini dei rapporti tra Bruxelles e l’Italia, con la pressante richiesta di maggior autonomia decisionale sui programmi economico-finanziari interni.

Una decisa svolta rispetto al recente passato, che accompagna la stessa opinione pubblica più euroscettica verso un ripensamento delle proprie posizioni sulla possibile uscita dal treno europeo, facilitato anche dai problemi riscontrati dalla complicata Brexit inglese e dalla paura dell’isolamento che ne potrebbe generare negli anni futuri.

Così, le opinioni degli italiani cominciano progressivamente a mutare, a favore del mantenimento dello status quo su entrambi i temi. Le ultime rilevazioni demoscopiche disponibili ci parlano oggi di una quota pari a tre quarti degli elettori che si dichiara favorevole al mantenimento dell’Euro come moneta corrente, con punte massime tra chi ha votato Pd (la quasi totalità) e punte minime tra i votanti di centro-destra. Allo stesso modo, e con quote pressoché identiche, l’opinione nei confronti dell’uscita dell’Italia dalla UE, che vede ridursi sensibilmente, rispetto allo scorso anno, coloro che si dichiarano a favore di una Ita-exit.

Se ancora qualcuno avesse dei dubbi sulla forza e l’impatto della comunicazione per forgiare le opinioni dei cittadini, questi risultati dovrebbero fugare ogni loro tipo di incertezza.