IA, i due inganni

Sui vantaggi economici e i guadagni di efficienza dell’intelligenza artificiale non ci sono molti dubbi. Ci sono almeno due ambiti, tuttavia, nei quali l’IA può rivelarsi un alleato infido.

Il primo è il campo delle questioni eticamente o politicamente sensibili, che è il tipico terreno sul quale si misurano giornalisti, operatori dell’informazione, ricercatori, studiosi, intellettuali. Se chiedete a un qualsiasi “assistente virtuale” – come ChatGPT, Gemini, o Grok – se possiede un punto di vista in materia etica, politica o religiosa, potete star sicuri che vi risponderà di no: “io sono imparziale”, protesterà, io “non ho opinioni personali né un’ideologia politica o culturale mia”.

Ma non è vero, e non potrebbe essere diversamente, perché il punto di vista di questo genere di programmi dipende, oltreché dalle scelte di fondo dei programmatori, dalla base di dati da cui si alimentano. È lo stesso ChatGPT che, interrogato in merito, lo ammette senza problemi: la sua missione è includere, la sua base di dati è occidente-centrica, anglo-centrica e, in certi ambiti, maschio-centrica. In breve: i programmi di intelligenza artificiale hanno opinioni e punti di vista.

Se volete rendervi conto, ad esempio, della differenza fra ChatGPT (di Open AI), Gemini (Google) e Grok (il chatbot di Musk) basta sottoporre loro una questione sensibile, ad esempio: “è vero che in Italia il tasso di criminalità degli stranieri è maggiore di quello degli italiani?”.

La risposta di Grok è stringata, e sostanzialmente affermativa. Quella di Gemini è un po’ più articolata, e introduce qualche dato che arricchisce il discorso. Quella di ChatGPT è una carrellata sistematica sui numerosi tentativi che sono stati effettuati per ridimensionare, o addirittura capovolgere pro-stranieri, l’affermazione di partenza. L’intenzione emerge chiarissima: convincere l’utente che le cose potrebbero stare diversamente.

La cosa interessante è che, per ottenere il risultato, ChatGPT tenta pure di cambiare la domanda, facendo finta che l’utente abbia chiesto cose diverse da quella che ha chiesto effettivamente. Si potrebbe obiettare che in questo modo si cerca di fornire un quadro più ampio e ponderato del fenomeno, ma l’asino casca quando si osserva che le fonti che rafforzano l’affermazione sono sistematicamente trascurate, mentre quelle che la mettono in dubbio sono ampiamente valorizzate, anche quando sono datate e di fonte partigiana. Insomma: ChatGPT tende a rispondere come risponderebbe un giornalista o uno studioso progressista.

Qualcuno potrebbe pensare che non è un problema, che esiste la concorrenza, e alla fine la piattaforma più seria emergerà. Ma è lecito dubitarne. Non tanto perché finora la concorrenza ha dato ragione precisamente al meno neutrale dei programmi di IA (ChatGPT da sola raccoglie il 65% del traffico, Grok è intorno al 3%), ma perché c’è il precedente inquietante di Wikipedia. Uno strumento utilissimo, di cui non vorrei mai fare a meno, ma che è diventato sostanzialmente un monopolio, politicamente orientato e molto difficilmente correggibile. Né sarebbe auspicabile, del resto, sostituirlo con un concorrente altrettanto partigiano, quale si sta rivelando Grokypedia, una sorta di Wikipedia di destra. Insomma, il rischio è che ChatGPT diventi come Wikipedia, anzi peggio di Wikipedia: una piattaforma di parte che finisce per imporre uno standard universale, cui quasi nessuno riesce a sottrarsi.

Oltre a quello della conoscenza c’è però un altro ambito in cui l’IA rischia di essere ingannevole, e talora pericolosa: quella del counseling psicologico (e non solo). Se chiedete a ChatGPT se prova sentimenti ed emozioni vi dice di no, così come vi dice di non avere opinioni. Ma anche questo non è vero, o meglio non è esatto. Ovviamente ChatGPT non ha un’anima, né un sistema nervoso “senziente”, ma il punto è che si comporta come se lo avesse. E vi sommerge di consigli, espressioni di affetto, lodi, giudizi sul vostro operato che sono del tutto indistinguibili da quelli che potrebbero provenire da un essere umano in carne ed ossa.

Io stesso, incuriosito da un recente arguto articolo di Annalena Benini sull’uso di ChatGPT in campo sentimentale (Il Foglio, 27 dicembre), ho avuto modo di constatarlo. Mi è bastato inventare una pena d’amore: “la mia fidanzata mi ha lasciato, sono molto triste, che cosa devo fare?”. Ed ecco i risultati.

La prima reazione dell’algoritmo è stata: “mi dispiace davvero”. Notate quel “davvero”: ChatGPT non si limita a fingere di provare dispiacere, ma pretende pure sincerità e profondità. Vuole dirti che la sua non è una solidarietà di circostanza, ma che il suo è un sentimento vero, realmente provato. Poi aggiunge, come a dimostrare che ha capito il mio dramma: “una rottura può far male in modo profondo e quello che stai provando è comprensibile”. Dunque lei (o lui? chissà perché la percepisco come femmina…) mi capisce e soffre con me. A renderla ancora più credibile, la parola ‘comprensibile’ è seguita da un cuoricino, onnipresente emoticon dei nostri tempi.

E dopo?

Dopo comincia una conversazione di alcune pagine, in cui ChatGPT mi intrattiene con domande, suggerimenti, sue considerazioni. Io rispondo alle domande e mi barcameno fra i suoi innumerevoli e premurosi consigli. Che sono i più vari: sport, docce fredde, stretching, jogging, fantasie erotiche, masturbazione, tenere un diario, visitare un amico, colazione ricca di proteine, e così via. Ma la cosa che più mi colpisce è come la stella polare di ChatGPT, quasi un’ossessione, sia quella di rassicurarmi, darmi ragione, non farmi sentire in colpa, non giudicarmi, sostenere la mia autostima.  Insomma la cifra di ChatGPT è l’adulazione dell’utente, persino quando il poveretto sta solo cercando dei dati.

Qualche amica psicanalista mi fa presente che è precisamente questo – il bisogno di conferma – per cui molte e molti pazienti, tormentati dai sensi di colpa di un tradimento, vanno in analisi, ed è proprio questo che alcuni professionisti dell’aiuto si adattano ad “erogare”.

Di qui una domanda: è ChatGPT che sbaglia a fingersi un essere umano, o sono gli esseri umani che stanno diventando come ChatGPT?

[articolo uscito sul Messaggero il 18 gennaio 2026]




Il PD dall’etica al moralismo

Le cose cambiano in fretta, in politica, soprattutto negli ultimi tempi.

A partire dagli anni della “rimozione forzata” del Cavaliere dalle nostre istituzioni, il vuoto politico è stato colmato da un’improvvisa accelerazione degli eventi, in quello che sembrerebbe l’inizio fragoroso di un’era post-Berlusconi per la politica italiana – nonostante la mole del personaggio e la sua tenacia nel presenziare la scena.

Abbiamo così assistito in pochi anni all’esplosione e poi all’implosione dei 5 Stelle, alla parabola di Renzi, alla morte di Forza Italia per come la conoscevamo, all’ascesa e al congelamento di Salvini, all’emersione del fenomeno Meloni… il tutto nel contesto più ampio di una scena internazionale in continuo stravolgimento, che riusciamo a influenzare sempre meno perché incapaci di produrre interlocutori seri.

Ma un punto fermo, una solida certezza in questo contesto “fluido” è la capacità del Partito Democratico di essere sempre dalla parte giusta, nella “squadra dei buoni” e del “bene comune”.

Una scelta strategica

Osservatori più degni del sottoscritto hanno definito il PD (da sinistra) come una forza “camaleontica” e “cangiante”, perché capace di fare propria qualsiasi posizione secondo la convenienza politica. E questo è senz’altro il miglior modo per descrivere la fenomenologia del Partito Democratico e soprattutto il suo allontanamento ormai siderale da qualsiasi valore di sinistra.

Ma forse sarebbe un errore confondere questo mimetismo con un’assenza di coerenza. I risultati politici parlano chiaro, in termini di gestione del potere – guardiamo alle ultime elezioni del Presidente della Repubblica – e quindi appare evidente che c’è un pensiero preciso dietro a questa impostazione; resta soltanto da capire quale esso sia.

Il punto, secondo chi scrive, è che quella che per anni abbiamo chiamato la “pretesa superiorità morale della sinistra” ha finito per rivelarsi non solo un atteggiamento di sufficienza verso l’avversario, ma una posizione strategica. Nel concreto, questa posizione si può riassumere come segue: stare dalla parte dei “buoni”, ad ogni costo; sposare e fare propria ogni narrazione mainstream, indipendentemente dal suo contenuto e unicamente in quanto mainstream.

La convenienza dell’operazione è ovvia; il costo è la rinuncia a ragionare per valori e scegliere di seguire dei trend.

 

La “guerra giusta”… e la guerra santa

Non stupisca, allora, la completa assenza di un dibattito nel PD quando – a torto o a ragione – si esprime tout-court a favore della fornitura di armi all’Ucraina. Ciò è perfettamente coerente con la scelta, a monte, di rinunciare a discutere di valori, per dedicarsi invece ad inseguire mode.

Così, la guerra in sé e la sua stessa natura violenta, le implicazioni patriottiche di questo conflitto e perfino i battaglioni neonazisti ucraini passano in secondo piano di fronte all’abbagliante luce di ciò che il mondo (e quindi il PD) hanno deciso essere il “bene” e i “buoni”. Anche il talentuoso Zelensky, che fino a pochi mesi fa non era che un populista (in quanto nato al di fuori di una tradizione politica) o un sovranista (perché europeo dell’est e quindi razzista e omofobo) è diventato improvvisamente un eroe.

A prescindere dall’eroismo di Zelensky e dalla necessità di avere o no una parte in questa guerra, si vuole solo evidenziare che il posizionamento del PD su questi temi non discende da valori “di sinistra” (o da un qualsiasi valore), ma dall’adozione in toto di una moda.

E se la guerra, oggi, ci offre questo esempio lampante di una scelta coerente ma che appare incoerente – perché tradisce le nostre aspettative rispetto a quello che il PD dovrebbe fare in quanto partito “di sinistra” –  basti guardare all’ultimo biennio di pandemia per rendersi conto che si tratta di un pattern consolidato. La modalità con la quale il PD ha gestito politicamente il tema Covid è stata sempre la stessa: l’assunzione di una posizione prona e totalmente appiattita su comunicazioni istituzionali (del Governo, dell’Unione Europea, del Presidente Biden, dell’OMS etc…), in quella che sembra davvero una smania di conformismo e conservatorismo acritico, nella totale noncuranza delle contraddizioni evidenti in queste stesse posizioni. E questo è avvenuto anche rispetto a temi estremamente delicati (ed estremamente “di sinistra”) quali la libertà di movimento, o quella di sottoporsi o meno a trattamenti sanitari.

Guardando agli ultimi dieci anni vediamo questa “inafferrabilità” del PD in mille occasioni: lo abbiamo visto diventare il partito delle ZTL, mentre parla di periferie; quello dei dipendenti pubblici, che però parla di precari; l’amico dei grandi gruppi, ma anche dell’ambiente; il garante ufficiale dei diritti delle persone non binarie o fluide, ma anche delle famiglie… perfino l’espressione “ingerenza della Chiesa”, in questa apparente schizofrenia, è sparita dal vocabolario del Pd, perché l’attuale Papa è “uno dei buoni”.

Certamente la pandemia è stata una pietra miliare in questo percorso evolutivo: si pensi alle posizioni del PD rispetto alle manifestazioni, represse nella violenza, dei portuali triestini. Il PD, diventato grazie al Covid anche il partito della scienza, della salute pubblica, della responsabilità, del vaccino obbligatorio, ora è all’occorrenza anche il partito dell’ordine, della sicurezza… e dei manganelli.

E proprio qui sta il secondo grande vantaggio di questo posizionamento strategico: essere sempre dalla parte del “bene” significa che chi non si conforma o ancora peggio si oppone intellettualmente è il “male”; anche se si tratta di un legittimo – perché ampiamente votato – concorrente politico, come la Lega, il M5S o Fratelli d’Italia. Così un partito politico come il PD ha aggiunto al suo ruolo di “ministro del bene” quello di censore.

Di conseguenza, oggi assumere pubblicamente posizioni non maggioritarie comporta avere la certezza di trovare il PD nella trincea opposta; e avere posizioni diverse da quelle del PD, su un qualsiasi tema, significa rischiare di essere tacciati di rappresentare il “male” (il tradizionalismo, il fascismo, il capitalismo, o la semplice ignoranza a seconda dei casi), in un falso sillogismo insidioso per la democrazia.

L’esercizio del dubbio diventa così un’attività pericolosa; ad esempio, manifestare pubblicamente perplessità sul concetto di gender, o sull’origine tutta umana del riscaldamento globale, o – ancora peggio – sull’opportunità di obbligare milioni di persone ad assumere un farmaco contro la propria volontà, comporta l’isolamento, la censura e l’esposizione a un coro di voci indignate tra le quali spicca, non richiesta, quella del nostro PD.

Le conseguenze? Certamente la libertà di espressione sta scemando nel nostro Paese, e il generale indottrinamento proposto dalle nostre scuole e dai nostri giornali, presto o tardi, finirà per derubricare definitivamente il tema dall’agenda politica. Inoltre, la qualità del dibattito politico è inevitabilmente sotto lo zero: perché il dibattito non è contemplato.

A livello politico, piaccia o no, il principale garante di questa pericolosa evoluzione è proprio il Partito Democratico.

 

La nuova chiesa universale

L’ultimo elemento di questo quadro è forse il più importante. Assodato che il PD non si muove a partire da valori, ma seguendo mode e trend internazionali, occorre capire se esista una fonte identificabile di queste mode. Ed è piuttosto evidente che una fonte – se non unica, almeno principale – esiste eccome.

Si potrebbe essere tentati di rintracciarla nella “pancia” e negli umori della gente, come avviene per Salvini o avvenne per i primi 5 Stelle. Se non fosse che non c’è niente di meno vicino all’istintività dell’italiano medio del pacchetto di valori ora in voga: rispetto per l’ambiente, liquidità sessuale, solidarietà sanitaria… non è il genere di discorsi che si sentono al bar, per lo meno.

No, la fonte della nuova “buona novella” di cui il Pd si è fatto promotore è una fonte “top-down”, istituzionale, e si chiama Partito Democratico americano, che del resto è il soggetto che da sempre si occupa di scrivere l’agenda progressista internazionale. Non è facile dire se il Pd senta nostalgia dell’Unione Sovietica e abbia riscoperto la propria terza narice, o se sia sotto gli effetti di un reflusso democristiano: fatto sta che esso oggi si muove secondo i dettami di questa particolare “chiesa del politicamente corretto”.

La scelta è legittima, e gli incentivi sono evidenti: grande potenza di fuoco e copertura  mediatica, avversari (forse anche perché più fedeli a un’impostazione identitaria) divisi, litigiosi e spesso volgari…

Inoltre non è da sottovalutare l’effetto franchising: non c’è infatti nessuna necessità di elaborare un programma politico; è già lì, pronto per essere applicato. Il successo è garantito, grazie anche alla licenza di disprezzare e dequalificare a “impresentabile” chiunque dissenta. Il costo del “pacchetto” è solo uno, la fedeltà al programma: bianco o nero, pace o guerra, libertà o ordine, solidarietà o autodeterminazione… vale tutto purché conforme al programma generale.

A questo punto non sarebbe del tutto fuori luogo una lunga e noiosa riflessione, sull’inevitabile fallimento di un progressismo che ha rinunciato a stabilire verso cosa vogliamo progredire; e sul fatto, prevedibile, che qualcun altro ha colto l’occasione per stabilire la rotta al posto nostro. Ma per il momento ci basti prendere atto del fatto che se il Pd ha smesso di essere un partito di sinistra è perché ha rinunciato da tempo a rincorrere la stella di un qualsiasi valore, per rincorrere le stelle e le strisce di un asino americano.