La crisi è un missile a 3 stadi

Ha suscitato una certa attenzione, anche a livello nazionale, la marcia sì-Tav di sabato scorso a Torino, la mia città. Molti hanno visto in essa i primi sintomi di un possibile indebolimento del consenso al Governo, peraltro segnalato anche da alcuni recenti sondaggi. L’opposizione, finora inerte, comincia a nutrire qualche timida speranza di rimonta.

Dobbiamo dare credito a questi segnali?

Per certi versi sì. E’ da qualche settimana, infatti, e precisamente dal giorno della denuncia in tv, da parte di Di Maio, della “manina” che avrebbe manipolato la manovra inserendo proditoriamente un condono fiscale troppo indulgente, che Salvini e Di Maio non sembrano più quelli di prima. Non passa giorno senza un battibecco, per lo più indiretto, via internet e via social media. Reddito di cittadinanza, condono fiscale, condono edilizio, decreto sicurezza, riforma della prescrizione, grandi opere, e ora persino gli inceneritori e la gestione dei rifiuti in Campania, offrono continue occasioni di punzecchiamento reciproco. Sembra quasi che, se non vi fosse l’odiata Bruxelles contro cui dirigere quotidianamente i propri strali, a Lega e Cinque Stelle resterebbero ben pochi motivi per restare insieme (il che, detto per inciso, forse spiega le rigidità dell’esecutivo sulla manovra: lo scontro con la cattiva Europa è l’unico vero cemento ideologico dei due partiti che ci governano).

Per altri versi però no, l’idea che il governo sia alla vigilia di una crisi non mi convince, o meglio non mi convince ancora. Quel che è interessante, infatti, e meriterebbe una spiegazione, è la circostanza per cui, in questo momento, nell’opinione pubblica paiono convivere due maggioranze di segno contrario, di cui i sondaggi tracciano puntualmente il profilo.

Da una parte c’è la maggioranza (circa il 60%) costituita da quanti approvano l’azione di governo e, in caso di elezioni, voterebbero Lega o Cinque Stelle. Ma dall’altra c’è anche una seconda maggioranza, costituita da una pluralità di maggioranze concentriche: la maggioranza dei contrari al reddito di cittadinanza, la maggioranza dei favorevoli alla Tav e alle grandi opere, la maggioranza di coloro che temono (e prevedono) tasse in aumento. Per non parlare della maggioranza più importante, quella di coloro che vogliono restare nell’euro (circa il 70%).

Strano: sulle cose importanti la maggioranza degli italiani non mostra molta fiducia nelle politiche del governo, ma poi – venuti al dunque – paiono ancora intenzionati a votare Lega e Cinque Stelle. Come mai?

Io penso che le ragioni fondamentali siano due. La prima è che, per votare altro, bisognerebbe che questo “altro” battesse un colpo. Pd e Forza Italia non lo stanno facendo: vorrebbero, ma non ne sono capaci. Se nascerà un’alternativa a questo governo, è più facile cha arrivi da fuori che da dentro il sistema politico attuale.

C’è anche una seconda ragione, però, per la quale il consenso al governo tutto sommato regge, a dispetto delle varie maggioranze contrarie sulle cose che contano. La ragione è che la recessione non è ancora arrivata (verosimilmente sarà riconoscibile la primavera prossima) e la manovra è un congegno a tempo, una sorta di missile a tre stadi.

Il primo stadio è già partito, e ha colpito la ricchezza finanziaria degli italiani, che hanno subito perdite virtuali per oltre 175 miliardi dalla data del voto, e per 85 dalla data di insediamento del governo (per i dettagli vedi: www.fondazionehume.it). Queste perdite hanno colpito, per ora, quasi esclusivamente le banche e i ceti medio-alti, che detengono ricchezza finanziaria sensibile (azioni, obbligazioni, titoli di Stato, fondi comuni). Non si tratta certo di quattro gatti, ma nemmeno di una vasta maggioranza (la maggior parte delle famiglie detiene ricchezza sotto forma di immobili e depositi, due asset assai poco colpiti dall’aumento dello spread e dalla crisi della borsa). Questo primo stadio del missile, a occhio e croce, dovrebbe aver raggiunto 1 famiglia su 5.

Il secondo stadio si farà sentire più avanti, quando comincerà a mancare il credito alle imprese e alle famiglie, con conseguenti riduzioni del fatturato e della spesa, dai mutui immobiliari ai consumi. Più o meno succederà a metà 2019, intorno alle elezioni europee. Subito dopo, ovvero verso la fine dell’anno prossimo, arriverà il terzo stadio, quello delle riduzioni dell’occupazione, un esito difficilmente evitabile se lo spread resterà ai livelli attuali, e praticamente certo se lo spread dovesse salire ancora, trascinando nel baratro le banche.

Ecco perché, nonostante tutto, il governo è ancora popolare. Chi desidera vederlo vacillare, farà bene ad attendere che la manovra dispieghi i suoi effetti, e che nasca una vera opposizione. Due eventi di cui solo il secondo è auspicabile, almeno per chi non è iscritto al “partito del popcorn”, che cinicamente attende che sia il naufragio dell’Italia a trascinare con sé il timoniere.

Articolo pubblicato da Il Messaggero il 17 novembre 2018



Tutta colpa di Renzi?

Da mesi, se non da anni, il ritornello è sempre il medesimo: se il Pd va male, se il Partito Democratico è uscito dalla scena politica e dall’immaginario collettivo del “popolo della sinistra”, la colpa è soprattutto del suo ultimo segretario Matteo Renzi. Lui è il principale imputato di un trend che ha visto il suo partito passare dal 33.2% del 2008 al misero 18.7% delle ultime consultazioni legislative. La crisi della sinistra e del suo principale referente politico sarebbe addebitabile, quasi in toto, all’ex-sindaco di Firenze, che l’ha portata su posizioni totalmente aliene dalla mainstream della tradizione post-comunista, verso tratti decisamente liberali, se non evidentemente conservatori.

Giorni fa. Intervista televisiva. Un operaio licenziato perché la sua fabbrica è stata acquisita da una multinazionale francese e trasferita nel nord della Francia: è stata colpa di Renzi e del Pd! Ora, dopo anni in cui ho votato Pci e la sinistra, ho scelto la Lega di Salvini. L’unico che può invertire la rotta che ha preso il nostro paese.

Sardegna. Agosto 2018. Festa del porceddu. Tra un discorso e l’altro, un anziano contadino: ho votato Lega, è il vero partito del cambiamento. Renzi ci ha ridotto proprio male, a noi sardi, ci ha ridotto in miseria. E sì che gli avevo pure dato il mio voto, la volta precedente. Purtroppo.

Renzi, Renzi, Renzi. Un fantasma si aggirerebbe dunque per l’Italia, il fantasma di colui che, a dispetto del glorioso partito che tentava di costruire il volto nuovo del paese, l’ha portato sostanzialmente alla rovina. Ma sarà vero? Sarà realmente tutta sua la colpa?

Osserviamo intanto per un attimo il trend dei consensi dell’area vicina al centro-sinistra in questo nuovo secolo, dal 2001 ad oggi (fig.1). Come si può notare, nei primi anni del decennio Ds e Margherita, separati o sotto il simbolo unitario dell’Ulivo, hanno costantemente ottenuto un successo elettorale di poco inferiore ad un terzo dei votanti. L’exploit di Veltroni del 2008, che correva per la prima volta con il neonato Partito Democratico, in realtà non è che sia stato un vero exploit: ha migliorato soltanto di poco, un paio di punti percentuali, il retaggio delle formazioni politiche aggregatisi nel Pd e, considerando  inoltre il fatto che il resto della sinistra (Rifondazione & soci) sia praticamente scomparsa, non si può che giungere alla conclusione che il bacino elettorale di quell’area non riuscisse ad andare molto oltre il 35-36% della popolazione italiana.

Fig 1. Consensi elettorali. Politiche + Europee

Una storia non inedita, peraltro. Una storia che ci riporta agli anni della prima repubblica, quando quell’area (sommando il Pci con le altre piccole formazioni di sinistra, come Democrazia Proletaria) anche allora non otteneva una quantità di consensi molto differente da quella di Pd e Rifondazione. Forse era inutile illudersi: gli italiani favorevoli alla sinistra di allora (o al centro-sinistra odierno) non sono mai stati nemmeno lontanamente prossimi al 40% della popolazione.

Il Partito Democratico, per certi versi, aveva scommesso sull’allargamento di quella base elettorale, tentando di attirare a sé anche una parte inedita di elettori, che avrebbe potuto guardare alla proposta del Pd con occhi nuovi, diversi dal passato. Il Pd, per riuscirci avrebbe dovuto partire dal quel 33% di Veltroni, incrementando anno dopo anno il suo bacino di consenso.

Ma così non è stato. Anzi. Dal 2008 in poi, in tutte le consultazioni legislative (fig.2) il Pd è costantemente retrocesso nel favore degli italiani, prima con Bersani (-8% rispetto a Veltroni) e poi con lo stesso Renzi (un ulteriore -6.5% rispetto a Bersani), in una costante e continuativa incapacità di intercettare quei settori sociali cui puntava per accrescere il proprio appeal. Tutti “colpevoli”, dunque, parrebbe di dover dire. Non soltanto infatti il Pd non è riuscito a diventare il referente di un nuovo elettorato, ma poco alla volta ha perso sia una parte dei suoi antichi estimatori ex-Pci, con Bersani, che anche dei nuovi, di quelli che avevano sperato in un cambio di prospettiva con Renzi.

Fig.2 Consensi elettorali. Solo Politiche – Camera

Perché, se torniamo ad osservare il primo grafico, si può chiaramente individuare un momento in cui, all’interno di questo cammino da gambero, il Partito Democratico ha vissuto una situazione così anomala che oggi molti stentano a credere che sia davvero accaduto. Nelle europee del 2014, pochi mesi dopo il suo insediamento, Matteo Renzi ha davvero compiuto un mezzo miracolo, andando a superare per la prima volta nella storia l’asticella del 40%. Certo, con un numero di votanti inferiore a quelli di Veltroni, ma comunque un risultato simbolicamente significativo.

Renzi era stato dunque capace di convincere una fetta importante di elettori che, con lui, sarebbe iniziato realmente un nuovo corso, un nuovo partito di centro-sinistra che si smarcava dai retaggi del passato, per guardare ad un futuro diverso. Inedito. La sua colpa, forse, è stata proprio quella di candidarsi ad un modo nuovo di governare, ad una modalità politica inedita per un partito di sinistra, senza averne realmente le capacità “politiche”. Il suo fulgore è durato poco, lo sappiamo, e presto è rientrato nei consueti parametri, inimicandosi inoltre con il suo comportamento gran parte di chi aveva per un attimo creduto in lui. Ma probabilmente la vera anomalia è stata proprio quel suo grande successo, che ha fermato per un attimo il declino inevitabile del Pd. Che poi è ripreso in maniera ineluttabile, con o senza Renzi.




Elezioni europee, contano i migranti. Intervista a Luca Ricolfi

Domanda. La campagna elettorale per le Europee di maggio sta entrando nel vivo con larghissimo anticipo. Un antipasto è stato il voto europeo sulle sanzioni ad Orban. Che ci dice la condanna al premier ungherese?

Risposta.  Ci dice che l’Europa è debole, debolissima, anzi impotente. Giuste o sbagliate che siano le sanzioni che l’Europa infligge agli Stati membri, o le raccomandazioni con cui li irrora quotidianamente, il punto è che le autorità europee (Commissione, Consiglio, Corte dei diritti dell’uomo ecc.) non sono assolutamente in grado di far rispettare le regole che tutti hanno sottoscritto. Vale per i conti pubblici, ma anche per le violazioni dei diritti dell’uomo, o l’obbligo di redistribuzione dei migranti.

E quando ci si erge a custodi delle regole, e poi si permette a (quasi) tutti di violarle, è naturale che si affermi l’idea che ogni Stato può fare un po’ quel che vuole.

D. Questo caos che rapporto ha con il ritorno dei nazionalismi?

R. Il primo combustibile che ha fatto rinascere i nazionalismi è stato fornito dall’Europa stessa, che prima ha formulato regole non applicabili a tutti, poi ha permesso a molti Stati (comprese Germania e Francia) di infischiarsene delle regole. E ci stupiamo che Orban pretenda di fare lo stesso?

D. Il presidente francese Macron avversa Orban per misure contro l’immigrazione che nei fatti ha preso la stessa Francia. Che partita è quella tra Francia, e con essa la Germania, contro Ungheria e anche l’Italia di Salvini? Quali sono i blocchi in campo?

R. Non vedo veri blocchi, ma tanti piccoli interessi di partito, prima ancora che nazionali. Ogni leader europeo pensa alle prossime elezioni, e così contribuisce alla distruzione dell’edificio comune. Quanto a Emmanuel Macron e alla Francia, penso che il presidente francese non faccia che continuare una politica che dura da anni, e che è stata ben documentata da Roberto Napoletano nel suo libro sulla crisi (Il cigno nero, ndr). La Francia ha interessi economici opposti a quelli dell’Italia sullo scacchiere libico, e non da ieri ci vede come un regime arretrato e illiberale (si pensi all’asilo concesso ai terroristi rossi, motivato con il presunto regime di polizia instaurato in Italia negli anni della lotta alle Brigate Rosse).

D. Come spiega il voto di Forza Italia su Orban? Ha abbandonato il Ppe per sposare le ragioni della Lega di Matteo Salvini.

R. Orban fa parte del Partito popolare europeo. Mi pare più esatto dire che nel partito popolare ci sono idee diverse. Probabilmente Silvio Berlusconi, più che sposare le idee della Lega, pensa che l’atteggiamento dell’Europa verso Orban sia discutibile. Perché le preoccupazioni dell’Europa sull’Ungheria sono comprensibili su certi versanti (limitazioni della libertà di stampa, o dell’indipendenza della Magistratura), ma opinabilissime sul versante migratorio. La malattia dell’Europa è il rifiuto della storia. Dopo aver accelerato imprudentemente l’ingresso nell’Unione degli stati ex comunisti, l’establishment europeo ha voluto ignorare le enormi differenze storiche ed economiche fra Europa occidentale ed Europa dell’Est. Di qui l’idea che, per il solo fatto di aver aderito all’Unione, paesi le cui istituzioni e le cui economie assomigliano alle nostre negli anni ’50 e ’60 potessero istantaneamente adottare la nostra mentalità, i nostri valori, i nostri costumi.

D. La scommessa era che l’ingresso nella Ue ne avrebbe accelerato i processi diciamo di occidentalizzazione.

R. Ma la storia non funziona così. Può accelerare, bruciare alcune tappe, ma non saltarle tutte. Lo sanno i nostri governanti che nella civilissima Francia di De Gaulle, Pompidou, Giscard D’Estaing, la gente veniva ancora ghigliottinata? E che si dovrà attendere l’elezione di Mitterand, nel 1981, per vedere l’abolizione della pena di morte? Per non parlare dei tempi lunghi dell’economia.

D. Ma questo cosa c’entra con il rifiuto dell’accoglienza dei migranti?

R. C’entra. Come si fa a non comprendere che l’atteggiamento di un popolo verso gli immigrati non dipende solo dal suo (presunto) livello di civiltà ma anche dal Pil e dal mercato del lavoro? Un paese come l’Ungheria, che negli ultimi anni si è duramente opposto agli ingressi legali, lo ha fatto con un livello di benessere e un tasso di occupazione fra i più bassi d’Europa; mentre i paesi che hanno generosamente accolto migranti lo hanno fatto in una condizione di benessere, con milioni di posti di lavoro che i nativi non erano più disposti ad occupare.

D. Salvini sembra stia tessendo una vera rete in Europa, dopo Orban ora con l’estrema destra austriaca capitanata dal vicencancelliere Strache.

R. Più che blocchi fra Stati, vedo alleanze fra famiglie politiche. In Europa il populismo è prevalentemente “di destra”, con le rilevanti eccezioni di Syriza, Podemos, Cinque Stelle. Quindi un esperimento populista-sovranista come quello italiano diventa difficile da immaginare. Più verosimile è che si formi, dopo le elezioni, un’alleanza fra partiti di destra “rispettabili” (tipo Ppe) e partiti di destra “scavezzacollo” (tipo Lega, Fronte Nazionale, Alternative für Deutschland, ecc.). Sempre che, naturalmente, i partiti che hanno governato l’Europa in questi 40 anni, ossia socialisti, popolari, conservatori, liberali, non riescano nel miracolo di ottenere più del 50% dei voti.

D. Quanto della sfida europea si giocherà sul terreno dell’immigrazione?

R. Temo più del 50%, perché i temi economici sono troppo complicati. Ma soprattutto perché mancano del tutto idee-forza, salvo la solita contrapposizione fra chi vuole sforare il deficit del 3% e chi raccomanda austerità.

D. Macron, che sfida i sovranisti, ha annunciato una misura populista come il reddito di cittadinanza, che è il cavallo di battaglia del Movimento5stelle. Che cosa ci dice questa scelta?

R. Che il ragazzo è sveglio, e ha capito che senza idee nuove (o che sembrano nuove) si scompare molto rapidamente. Però, per quel che se ne sa, la proposta di un “reddito universale di attivazione” è poco incisiva in termini di risorse stanziate, e ha il consueto difetto di tutte le misure di reddito minimo: può funzionare solo se l’economia cresce e i centri per l’impiego hanno un elevato numero di offerte di lavoro da sottoporre a chi percepisce il sussidio. In caso contrario la misura diventa di tipo assistenziale, e disincentiva la ricerca di un lavoro.

D. Che risultato si aspetta per l’Italia dal voto alle prossime europee?

R. Quasi tutto dipenderà da quanti e quali errori faranno di qui a maggio i partiti di governo. Tendo a pensare che ne faranno pochi, e potrebbero incassare un buon risultato, soprattutto la Lega.

D. Uno scenario per la stessa Italia?

R. Penso che, ancora una volta, crederemo che tutto sia cambiato, salvo accorgerci – fra qualche anno – che l’Italia è rimasta quello che è sempre stata dagli anni ’70 in poi: un paese incapace di grandi scelte, prigioniero delle tribù che se ne contendono le spoglie.

D. Non può mancare una domanda sul centrosinistra. Nel confronto sull’immigrazione così come sull’Europa l’opposizione, a partire dal Pd, pare non esistere, essere afona. Tutta colpa dei media?

R. Colpa dei media? Io li trovo fin troppo gentili, sia con il governo che con l’opposizione. Se avessimo una vera opinione pubblica, e i media facessero il loro dovere fino in fondo, nessuno dei politici attuali resisterebbe più di una settimana sulla scena.

Il centro-sinistra non ha bisogno dell’ostilità o dell’indifferenza dei media per estinguersi: bastano i suoi dirigenti. In tanti anni che osservo la sinistra, non avevo mai visto un vuoto di idee così spinto, e così poca consapevolezza degli errori commessi.

D. Dopo la guerra delle cene con Nicola Zingaretti, l’ex ministro Pd Carlo Calenda ha detto che l’unico segretario possibile per il partito è un buono psichiatra. Stiamo a questo punto?

Sì, siamo a questo punto. E lo siamo per una ragione molto semplice: a differenza di quel che succedeva con il Partito comunista, la maggior parte dei dirigenti del Pd è priva di idee, di cultura e di autentica dedizione a una causa che vada oltre la promozione di sé stessi. In queste condizioni è del tutto naturale che quel che residua siano quasi esclusivamente gli interessi personali. I quali non creano problemi in un’azienda, in una squadra di calcio, in un’emittente televisiva, perché lì fa parte delle regole del gioco che ognuno promuova sé stesso, mentre ne creano di enormi in un partito, perché lì la finzione che si pretende di mantenere viva è quella di avere a cuore soprattutto il bene comune. Insomma, per i politici di oggi mantenere quella finzione richiede dosi troppo grandi di falsa coscienza, di autoinganno. La mente rischia di andare in pezzi. E quando la mente vacilla, si pensa giustamente allo psichiatra. Sì, Calenda ha colto perfettamente nel segno.

Intervista a cura di Alessandra Ricciardi pubblicata su Italia Oggi il 19 settembre 2018



Lo scivolamento a Sud delle Marche. Prima l’economia, adesso la politica

La mappa per regione dei risultati della recente consultazione elettorale divide l’Italia in due – fra centro-destra e movimento Cinque Stelle– sbiadendo o indebolendo l’idea di un’Italia divisa in tre: il nord-ovest, il nord-est centro e il mezzogiorno. Questa suddivisione era stata proposta nel 1977 dal sociologo Arnaldo Bagnasco, all’epoca all’Università di Firenze, in un libro che si intitolava appunto ‘Le tre Italie’. La tesi dello studio ribaltava l’idea, fino ad allora consolidata, di un’Italia divisa in due fra un nord sviluppato e un sud arretrato. Secondo Arnaldo Bagnasco, l’Italia era divisa in tre: da una parte il nord-ovest, area di prima industrializzazione dominata dalla grande impresa; dall’altra il sud, economicamente arretrato e con basso tasso di industrializzazione; in mezzo le regioni del nord-est e del centro. Che non erano semplicemente in una situazione intermedia fra le due ma erano caratterizzate da un peculiare modello economico, frutto di una più recente industrializzazione e basato su imprese di piccola e media dimensione.

L’idea non era del tutto nuova. Già nel 1974, in un convegno organizzato dalla Fondazione Aristide Merloni ad Ascoli Piceno si era parlato di ‘via Adriatica allo sviluppo’ notando le similitudini nell’organizzazione delle imprese e delle attività industriali nelle regioni che si affacciavano sull’Adriatico; a partire da quelle del Nord-est fino alle Marche. Queste prime intuizioni trovarono una più robusta sistemazione teorica nei primi anni ’80 con la stilizzazione del ‘modello NEC’ (Nord-est centro) da parte di Giorgio Fuà (fondatore della Facoltà di Economia ad Ancona) e con la riscoperta e rivitalizzazione della categoria del distretto industriale da parte di Giacomo Becattini (economista dell’Università di Firenze). In tutti questi autori era ben salda la convinzione che a caratterizzare la ‘terza Italia’ (come veniva definita nel libro di Bagnasco) non fosse solo l’economia, e in particolare la struttura industriale, ma anche l’organizzazione sociale e i valori fondanti le comunità locali. Non è un caso che tutti questi autori fanno risalire le peculiarità della terza Italia a caratteri strutturali di lungo periodo; in particolare l’organizzazione agricola preesistente all’espansione industriale, fondata sul sistema mezzadrile e sulla piccola proprietà coltivatrice. La famiglia colonica, diffusa in queste regioni, avrebbe fatto da incubatore del sistema di industrializzazione diffusa affermatosi nel secondo dopoguerra. Queste peculiarità dell’organizzazione economica e sociale si traducevano anche in specifici orientamenti politici, significativamente diversi nelle regioni della terza Italia rispetto a quelle delle altre due aree. Le differenze, come noto, erano particolarmente evidenti nelle regioni cosiddette ‘rosse’: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche.

Non mancavano e non mancano, ovviamente, le differenze fra le regioni della terza Italia, sia sul piano dello sviluppo industriale sia sul piano sociale. Tuttavia, gli elementi di similitudine sembravano prevalenti. Fra questi anche la rilevanza delle istituzioni ‘intermedie’, dai partiti alle associazioni e alle istituzioni locali, che hanno svolto un ruolo rilevante di indirizzo e rappresentanza soprattutto nelle regioni, come le Marche, dove lo sviluppo industriale è avvenuto in assenza di significativi interventi da parte dello stato centrale.

I confini di questa ‘terza Italia’ sembrano del tutto cancellati dalla distribuzione delle quote fra i principali schieramenti nelle ultime elezioni politiche; se si eccettua la tenuta del centro- sinistra in alcuni collegi della Toscana e della Romagna. Per il resto prevale una spaccatura del paese fra centro destra al centro-nord e movimento cinque stelle al sud. Il taglio, però, non è lungo la linea est-ovest poiché la prevalenza del Movimento Cinque Stelle risale lungo la linea adriatica fino a Pesaro. Nella generale prevalenza della volontà di cambiamento le Marche sono accomunate alle regioni del sud nell’espressione del disagio sociale ed economico piuttosto che alle istanze delle regioni più sviluppate del nord.

Negli scorsi mesi alcuni commentatori su questo giornale (‘Corriere Adriatico’ ndr) hanno evidenziato il rischio di un progressivo ‘scivolamento’ delle Marche verso le regioni del sud Italia, per effetto delle difficoltà indotte dalla lunga crisi. I risultati elettorali sembrano fornire conforto a questa tesi. Non del tutto fondata se si considerano i livelli dei principali indicatori economici e sociali, che rimangono ancora decisamente superiori rispetto alle regioni del mezzogiorno. I risultati elettorali dimostrano però che non sono tanto i livelli degli indicatori a contare quanto piuttosto la loro variazione, che negli ultimi anni è stata quasi sempre in negativo. È mia convinzione che la situazione di disagio, sociale ed economico, è accentuata non solo dall’andamento recente dell’economia ma anche dalla mancanza di prospettive per il futuro. Alla crisi del ‘modello marchigiano’ non si è ancora sostituita una visione delle nuove prospettive di sviluppo; e, di conseguenza, di una strategia capace di indicare obiettivi e mobilitare risorse. È la principale sfida che attende le nuove élite politiche, al governo come all’opposizione.

Articolo pubblicato sul Corriere Adriatico il 7 marzo 2018



Elezioni, mai così difficile scegliere

Il sentimento che domina queste elezioni a me pare lo smarrimento. Non ho mai sentito così tante persone dubbiose, incerte, poco convinte. Inondati dalle promesse elettorali, la maggior parte degli italiani si apprestano ad andare al voto sapendo perfettamente che nessun partito potrà mantenerle, quelle promesse.

Ma il nostro scetticismo è, questa volta, alimentato anche da un elemento nuovo: non solo, come sempre, ben poco di ciò che si è promesso sarà mantenuto, ma è molto probabile che, la sera del voto, non avremo la minima idea di che governo si potrà insediare da lì a qualche settimana (sempre che il presidente della Repubblica non rimandi tutti a casa).

La ragione di questa incertezza è strutturale. Ed è che il nostro sistema politico, anche grazie alla nuova legge elettorale, è improvvisamente diventato quadripolare. Era bipolare durante la seconda Repubblica, ai bei tempi in cui dovevi solo scegliere fra destra e sinistra, era parso trasformarsi in un sistema tripolare con l’avanzata dei Cinque Stelle, ma oggi non è né l’una cosa né l’altra. Oggi non solo ci sono quattro partiti importanti, ovvero Cinque Stelle, Pd, Forza Italia, Lega, ma sono divenuti ben quattro i governi possibili: Forza Italia e Lega, Pd e Forza Italia, Cinque Stelle e Pd, Cinque stelle e Lega.

Ovviamente tutti i protagonisti lo negheranno risolutamente, ma questa è la realtà. Ed è una realtà che ha radici psicosociali profonde: è dal 1993 che, nelle teste degli elettori, lo spazio elettorale non è più unidimensionale, con tutti i partiti allineati sul continuum destra-sinistra, ma è bidimensionale. Accanto all’alternativa destra-sinistra la gente percepisce altre dicotomie: durante la seconda Repubblica soprattutto la dicotomia fra radicali e moderati, negli ultimi anni essenzialmente la contrapposizione fra populisti (anti-europei) e riformisti (pro-Europa) o, su un piano più astratto, la competizione fra forze della chiusura e forze dell’apertura, fra chi teme la globalizzazione e i suoi effetti e chi la percepisce prevalentemente come un’opportunità.

Per capire la situazione in cui ci troviamo conviene immaginare i quattro maggiori partiti come collocati intorno a una tavola rotonda, dove non esiste capotavola ma ogni commensale può stringere alleanze con uno dei suoi due vicini.

La geometria dello spazio elettorale

Partiamo dalla Lega: se si muove in senso orario incontra Forza Italia con cui condivide la collocazione a destra. Ma se si muove in senso antiorario incontra il Movimento Cinque Stelle, con cui condivide il populismo e l’ostilità alle autorità europee. A sua volta il movimento Cinque Stelle è “seduto” fra Lega e Pd, e quindi può muoversi sia verso la prima sia verso il secondo. Il Pd può guardare al Movimento Cinque Stelle (magari con l’intercessione di Liberi e Uguali) oppure verso Forza Italia, a seconda che voglia far prevalere la sua anima di sinistra o il proprio europeismo. E infine Forza Italia può stare con il suo alleato dichiarato, la Lega di Salvini, oppure con il suo cripto-alleato, il Pd di Renzi. In un sistema quadripolare, come il nostro è diventato, le uniche alleanze tassativamente escluse sono fra partiti che risultano opposti sia sull’asse destra-sinistra, sia su quello di populismo-europeismo. Di conseguenza le coppie incompatibili sono solo due: Cinque Stelle e Forza Italia, Pd e Lega.

Ne segue che ognuno dei 4 partiti principali ha 2 modi di andare al governo. È questo che rende difficile scegliere un partito. Se voti Cinque Stelle non sai se stai aiutando la formazione di un governissimo di sinistra o di un fronte populista con la Lega. Se dai il tuo voto alla Lega, non sai se lo userà per fare un governo con Forza Italia o con i Cinque Stelle. Se dai un voto al Pd non sai se ne verrà fuori un governissimo con i Cinque Stelle (magari con un nuovo segretario al posto di Renzi) oppure un governo di “strette intese”, o Kleine Koalition, Pd-Forza Italia. Se, infine, dai il tuo voto a Forza Italia non sai se verrà usato per fare un governo con la Lega o con il Pd.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in una repubblica parlamentare (con alte dosi di proporzionalismo), è sempre così: l’elettore esprime un voto, ma i giochi si fanno in Parlamento. C’è anche un precedente storico, quello della “politica dei due forni” praticata dal partito socialista, spesso alleato della Dc a livello nazionale, e al governo con il Partito comunista a livello locale. Ma il punto è che ora di forni ce ne sono ben quattro, e questo fa sì che quattro siano anche i partiti che possono aspirare a fungere da ago della bilancia.

Ecco perché ci sentiamo esautorati. Noi possiamo anche scegliere il partito che ci piace di più, ma non possiamo sapere con chi quel partito si alleerà. Questo è grave perché, per molti di noi, una delle sue due alleanze possibili è accettabile, l’altra no. Così ci ritroviamo coinvolti in una doppia scommessa: dobbiamo sperare che il nostro partito raccolga molti voti, ma anche che non li usi male, scegliendo quello che a noi pare l’alleato sbagliato. E, cosa importante, questo riguarda tutti e quatto i partiti principali, proprio perché, nella nostra tavola rotonda ideale, ogni commensale ha due vicini.

Che cosa possiamo fare, in questa situazione?

Solo una cosa, credo. Se abbiamo deciso di andare a votare, dobbiamo farci la domanda delle domande: non già qual è il partito che più ci piace, ma qual è quello che più ci inquieta, quello che riteniamo più dannoso per il paese. Perché, una volta che abbiamo risposto a questa domanda, anche la nostra scelta diventa relativamente agevole, per non dire obbligata: basta dare il voto all’unico partito che, per la sua “posizione a tavola”, non può allearsi con il nostro partito più temuto.

Tabella di decisione

Spiace ammetterlo, ma la realtà è proprio questa: è vero che votando uno dei quattro maggiori partiti rendiamo possibili ben due governi, ma è altrettanto vero che ne escludiamo altri due.

Il grave è che i governi che il voto di ognuno di noi contribuisce a rendere possibili non sono varianti del medesimo progetto politico, ma possono essere radicalmente diversi. E’ questa la più importante differenza fra oggi e il passato. Sono abbastanza vecchio da ricordare la campagna elettorale del 1963, quando si trattava di decidere se i socialisti sarebbero andati al governo con la Dc. E ricordo persino lo slogan del partito che meno desiderava quella soluzione, il partito liberale di Giovanni Malagodi: “la Dc dirà di no ai socialisti se voi direte di sì ai liberali”. Ma, come si vede, erano piccole differenze, che sarebbero completamente scomparse in futuro, quando, con il “pentapartito”, i socialisti e i liberali avrebbero finito per governare insieme.

Oggi no. Oggi il governo che può uscire dal nostro voto può essere molto, ma molto diverso da ciò che ci auguriamo. E’ questo che alimenta il nostro smarrimento. Ed è questo che deve farci riflettere: prima di dare il voto a un partito chiediamoci con chi potrebbe allearsi, e con chi non potrebbe farlo. Solo così possiamo proteggerci dalle delusioni più cocenti.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 03 marzo 2018.