Flat tax e Iva, la grande ammuina

Prepariamoci. Fino alla fatidica data delle elezioni europee (26 maggio), ma anche dopo – se il governo sopravviverà – siamo destinati ad essere sommersi da una girandola di cifre, aliquote, clausole, scaglioni, detrazioni, deduzioni, sgravi, regimi fiscali speciali o agevolati, con cui cercheranno di acquisire il nostro favore, cioè il nostro voto. Possiamo stare certi che sentiremo decine di ipotesi di “rimodulazione” delle aliquote, innumerevoli dichiarazioni sull’assoluta esigenza di alleggerire il carico fiscale delle famiglie, disinnescare l’aumento dell’Iva, combattere l’evasione, introdurre più o meno rapidamente la flat tax. E poiché, come sempre, mancheranno cifre certe e dettagli essenziali, sarà difficilissimo capire che cosa davvero ci viene gentilmente promesso.
In questa situazione, però, una bussola relativamente chiara c’è. E’ un numeretto semplice-semplice, che non dice tutto sulla politica economica di un governo, ma dice molto. Anzi moltissimo. Questo numeretto è la pressione fiscale, ossia il rapporto fra le entrate totali della Pubblica Amministrazione e il Pil. Se la pressione fiscale diminuisce (come quasi tutti promettono, in campagna elettorale), allora vuol dire che il governo sta dando ossigeno all’economia. Se invece aumenta, allora significa che il governo sta soffocando l’economia. Certo quel numeretto non dice tutto, perché non è la stessa cosa prelevare ai ricchi o ai poveri, alle imprese grandi o a quelle piccole, all’economia regolare (inasprendo le aliquote) o a quella irregolare (costringendo gli evasori a pagare il dovuto). Però resta il fatto che dentro quel numeretto c’è l’essenziale, perché fornisce il segno della politica fiscale.
Il vantaggio di ragionare sulla pressione fiscale, anziché sulle singole misure, è che neutralizza il comando “facite ammuina” che, a giudicare dalle dichiarazioni, dalle interviste e dai tweet, tutti i governi paiono indirizzare ai loro ministri quando le risorse sono scarse rispetto alle promesse. Lo scopo del facite ammuina (confusione, in dialetto napoletano) è inondare l’opinione pubblica di presunte misure di alleggerimento fiscale, senza menzionare le contromisure, anch’esse di natura fiscale, che finanziano e quindi neutralizzano più o meno integralmente le prime. Fra tali contromisure vorrei ricordarne una ovvia e due che lo sono molto di meno.
La contromisura ovvia è l’aumento di altre tasse, di cui si parla pochissimo o si parla ideologicamente, per non dire infantilmente (far piangere i ricchi, punire le banche cattive, ecc.). Le due contromisure meno ovvie sono la cosiddetta lotta all’evasione fiscale e la riduzione delle cosiddette tax expenditures, ossia il disboscamento della selva delle esenzioni, crediti di imposta, deduzioni e detrazioni varie.
Questi ultimi due tipi di misure sono interessanti perché, a prima vista, sono meritorie (e in parte lo sono davvero), in quanto capaci di eliminare iniquità e privilegi. Chi non è d’accordo sul fatto che è ingiusto che il carico fiscale pesi sui contribuenti onesti, e che una miriade di professionisti, artigiani, partite iva, esercizi commerciali, microimprese evadano in tutto o in parte le tasse? Chi non si chiede come mai certe categorie di imprese, associazioni, settori produttivi debbano godere di speciali agevolazioni e sgravi, che sono invece negati ai contribuenti “normali”?
E tuttavia, se ci si riflette attentamente, non è difficile accorgersi dell’altra faccia della luna. Ogni azione di riduzione dell’evasione fiscale e delle agevolazioni, oltre a produrre pesanti riflessi produttivi e occupazionali, comporta inesorabilmente un aumento della pressione fiscale. Questo non significa che non si debba cercare di ridurre evasione e privilegi fiscali ingiustificati, ma che la domanda che dobbiamo farci sempre è del tipo: ok, il tale governo promette una riduzione di una o più imposte, ma si può sapere se, e in che misura, quelle lodevoli riduzioni saranno finanziate, e quindi vanificate, da aumenti di gettito in altri punti del sistema?
Ecco perché, alla fine, il numeretto della pressione fiscale è cruciale. Una riforma dell’Irpef, dell’Irap, dell’Ires o di altre imposte che riduca alcune aliquote e si accompagni anche a una riduzione della pressione fiscale è positiva perché restituisce un po’ di ossigeno all’economia. Una riforma che riduca certe tasse, magari scelte fra le più impopolari, ma aumenti la pressione fiscale è negativa perché soffoca l’economia.
Questa seconda eventualità è, purtroppo, quella in cui siamo incagliati attualmente. Con la legge di bilancio dell’anno scorso, che ora sta dispiegando i suoi effetti, si è deciso di ridurre alcune tasse ma se ne sono aumentate talmente tante altre che la pressione fiscale complessiva è salita (nel 2019 è prevista al 42.4%, contro il 42.0% dell’anno scorso). Per l’anno che viene rischia di andare anche peggio. Mentre si favoleggia di flat tax (che flat comunque non sarà, visto che si parla di 2 aliquote), si cercano disperatamente le risorse (23 miliardi) per evitare l’aumento dell’iva, che questo governo ha messo nella legge di bilancio per evitare la bocciatura dell’Europa. Ma le uniche fonti di finanziamento strutturali ipotizzate sono la spending review (per un importo ridicolo: circa 2 miliardi nel 2020) e il taglio delle cosiddette tax expenditures, ossia delle esenzioni e agevolazioni, un’azione che per definizione fa salire la pressione fiscale: tagliare gli sgravi, infatti, significa precisamente aggravare il peso del fisco sui contribuenti. Le previsioni che circolano, forse fin troppo ottimistiche, ipotizzano un ulteriore aumento della pressione fiscale nel 2020, che salirebbe dal 42.4 al 42.8%. Ma state sicuri che, quel numeretto, si farà di tutto per avvolgerlo con una fitta nebbia, perché rivelarlo significherebbe far crollare il castello di carte della politica fiscale: che consiste nel fingere che tutto cambi, nascondendo il dato cruciale, ossia che complessivamente pagheremo più tasse di prima.
Dunque la cruda realtà è questa. Proprio perché la pressione fiscale aumenterà anche l’anno prossimo, al governo gialloverde non resterà che la consolidata tecnica del “facite ammuina”. E’ facile prevedere lungo quali linee. L’aumento dell’Iva ci sarà, ma sarà presentato come un “rimodulazione”, in modo che non sia troppo evidente che complessivamente l’imposta è aumentata (anche se meno di 23 miliardi, si spera). La cancellazione di sgravi ed esenzioni sarà presentata come una grande operazione di “riordino”, per nascondere il fatto che, anche qui, si chiede agli italiani di pagare più tasse. Infine, per dare l’impressione che sulla flat tax qualcosa si sia cominciato a fare, qualche tassa e qualche aliquota sarà ritoccata verso il basso, naturalmente attingendo al gettito delle tasse che si sono aumentate o degli sgravi che si sono cancellati.
Però attenzione: è molto probabile che le poche aliquote che saranno un po’ alleggerite saranno quelle dell’Irpef, che grava sulle famiglie, e non quelle dell’Ires o dell’Irap, che gravano sulle imprese. Perché la stella polare di chi ci governa, non solo in Italia e non da oggi, è la massimizzazione del consenso. Con un’importante differenza rispetto al passato. Un tempo gli studiosi di politica economica, per segnalare il fatto che, sotto elezioni, le decisioni dei governi diventavano demagogiche, parlavano di “ciclo elettorale”, ossia di un’anomalia che si presentava periodicamente, ogni 4 o 5 anni, in prossimità delle elezioni politiche. Oggi parlare di ciclo elettorale non ha più senso, perché i politici sono sempre in campagna elettorale, a prescindere dall’imminenza di scadenze elettorali. L’idea che, valicato l’appuntamento elettorale, possa esservi, se non un ritorno alla ragione, almeno un allentamento del calcolo del consenso, è completamente fuori della realtà. Ormai i politici sono in campagna elettorale sempre, ogni anno, ogni mese, ogni, giorno, ogni minuto. E la qualità delle decisioni politiche è esattamente quella che, in queste condizioni, è lecito aspettarsi.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 13 aprile 2019



Siamo Europei?

Più si avvicina la data delle elezioni europee e più diventa difficile districarsi. A giudicare dalla propaganda dei partiti, lo scontro sarebbe fra europeisti e sovranisti. Da una parte le forze europeiste, ovvero Pd, Forza Italia, + Europa (la lista di Emma Bonino), dall’altra le forze sovraniste, ovvero Lega, Cinque Stelle, Fratelli d’Italia. Gli uni convinti dell’inestimabile valore dell’edificio europeo, gli altri fautori di un ritorno al primato degli stati nazionali. O anche, secondo una versione più radicale del medesimo racconto: i primi determinati a salvare l’Europa dalla disgregazione cui sta andando incontro, gli altri ben contenti di infliggere all’Europa il colpo di grazia.
A guardare le cose con più attenzione, tuttavia, le cose sono molto più complicate di come sembrano.
Dopo l’era dei proclami anti-europa e anti-euro, non c’è praticamente alcuna forza politica importante che auspichi l’uscita di uno stato membro dall’Unione, e tantomeno il ritorno alla valuta nazionale. D’altro canto, fra le forze che si proclamano europeiste, non ve n’è neppure una che non riconosca i gravi limiti dell’edificio europeo e della sua governance.
Dunque è lecito porre la domanda: che significa, oggi, essere europeisti? O ancora meglio: per chi deve votare chi si sente europeista?
A prima vista la risposta è semplice: se sei europeista, vota la lista di Emma Bonino oppure il Pd. In effetti, sono gli unici partiti che hanno l’Europa nel nome stesso. Il partito della Bonino si chiama +Europa, il partito di Zingaretti di presenterà con un simbolo nel quale giganteggia la scritta “Siamo europei” (una concessione a Calenda e al suo manifesto per l’Europa).
Se però ci pensiamo bene, il quadro si complica non poco. Una prima complicazione deriva dal fatto che, sulle cose che contano, ossia la politica economico-sociale, non sono affatto chiare le differenze fra i due schieramenti. Al momento, se provate a interrogare un elettore europeo, è molto improbabile che abbia un’idea di quel che effettivamente farebbe, in materia di tasse e spesa pubblica, una Commissione Europea a maggioranza socialista, popolare, o sovranista. Del resto, quasi sicuramente, non avremo né un governo europeo a guida socialista, né uno a guida popolare, né tantomeno uno a guida sovranista. Quel che è ragionevole aspettarsi è o il solito ménage a trois fatto di popolari, socialisti e liberaldemocratici, oppure un qualche tipo di alleanza dei popolari con conservatori e sovranisti.
Ma c’è una seconda complicazione, molto più seria. L’ha messa molto lucidamente in luce Massimo Cacciari qualche giorno fa quando, di fronte a un Carlo Calenda visibilmente soddisfatto che il Pd avesse fatto proprio il motto “Siamo Europei”, inserendolo addirittura nel simbolo elettorale, ha fatto notare che quello “è uno slogan sbagliato perché dà l’idea che l’Europa funzioni”. Secondo Cacciari lo slogan doveva essere un altro, ovvero “Nuova Europa”, per segnalare che si è consapevoli di tutto quello che nell’Europa non va.
Ecco, credo che Cacciari abbia individuato con precisione chirurgica il tallone d’Achille del fronte europeista. Il rischio è che l’elettorato non percepisca affatto gli autoproclamati europeisti come gli intrepidi difensori della casa europea minacciata dai sovranisti, ma al contrario li veda come i custodi dello status quo, che i sovranisti vogliono giustamente sovvertire.
Che questo rischio sia reale mi ha convinto la risposta che Carlo Calenda ha dato a una acuminata domanda di Lilli Gruber: “in queste ore c’è una nave di una Ong tedesca con 60 naufraghi a bordo che chiede di attraccare in Italia, se lei fosse al governo come si comporterebbe?”. Risposta di Calenda: “io li farei sbarcare e chiederei agli altri paesi europei di prenderli pro-quota”. Salvo poi aggiungere, con l’accordo di tutti i presenti, che una delle ragioni per cui l’Europa non ha funzionato è precisamente il nazionalismo degli stati membri, a partire da Francia e Germania.
Che cosa può capire un elettore di fronte a questa posizione?
Può capire tante cose, ad esempio che il Pd vuol cambiare le regole, e si batte per un’Europa più solidale. Ma può anche capire una cosa diversa. Ad esempio che nulla è cambiato, e che la posizione dell’Italia sarebbe la solita: in nome dell’umanità ci rassegniamo a far sbarcare chiunque sia raccolto in mare, e poi, solo poi, dopo aver accolto i naufraghi in Italia, “chiediamo” agli altri paesi se per favore ne prendono in carico una parte. Ma potrebbe andare anche peggio, per il fronte europeista. L’elettore sconcertato da discussioni come quella fra Calenda e Cacciari, entrambi scatenati come furie contro il nazionalismo passato di quasi tutti gli stati europei, potrebbero anche pensare che lo scontro di maggio non sia fra europeisti e nazionalisti, ma fra il nazionalismo passato dei governi europei, che ha scaricato interamente sull’Italia il dramma dei flussi migratori, e il nazionalismo futuro promesso dai sovranisti, che essi promettono meno penalizzante per l’Italia.
A queste osservazioni, ne sono certo, qualcuno obietterà che sono “ben altri” i problemi dell’Europa, dalla crescita alle diseguaglianze, dall’ambiente alla politica estera, dal commercio con la Cina alla difesa dei consumatori, e che quello migratorio è solo uno dei tanti dossier. Può anche darsi, anzi direi che è proprio così. Ma il punto è che, stante l’incapacità dei politici di fare promesse chiare e credibili in materia economico-sociale, la campagna elettorale si concentrerà su un’unica questione, quella dei migranti. E’ su questo terreno che gli europeisti di casa nostra, se non vogliono essere travolti dall’ondata sovranista e populista, sono chiamati a fornire risposte non elusive. Dire che prima li facciamo sbarcare e poi si chiede agli altri paesi di accoglierli, significa lanciare un solo terribile messaggio: niente da fare, tutto come prima. Con tati saluti alla “nuova Europa” giustamente vagheggiata da Massimo Cacciari.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 6 aprile 2019



Fronte europeista, è una buona idea?

Così, pare che alle prossime elezioni europee la sinistra non sarà rappresentata, come al solito, dal Pd e dai suoi partiti satelliti. Al posto dei simboli di partito, sulla scheda elettorale troveremo un simbolo nuovo, che cercherà di rappresentare il campo delle forze progressiste e europeiste, unite dalla volontà di difendere il “progetto europeo”, e fermare l’avanzata delle forze sovraniste e illiberali che lo starebbero mettendo a repentaglio.

L’idea di una lista unica progressista, o di un “fronte repubblicano” che fermi la “deriva populista”, circola da molti mesi nel mondo della sinistra, ed ora ha ricevuto una sorta di codificazione nel manifesto che Carlo Calenda ha lanciato qualche giorno fa, raccogliendo in pochi giorni oltre 100 mila firme. Calenda è uno dei migliori politici in circolazione in Italia, e il suo manifesto è pieno di affermazioni ragionevoli e di idee interessanti, anche se – purtroppo – espresse nel consueto linguaggio legnoso dell’intellighenzia di sinistra.

Tutto bene, dunque? E’ una buona idea, questa di un fronte anti-populista che superi le divisioni del campo progressista?

Temo di no, e vorrei spiegare perché. La prima ragione di perplessità è che, a dispetto delle intenzioni, il manifesto del fronte progressista sarà percepito come un progetto conservatore: in politica, specie al giorno d’oggi, quel che conta non è quel che effettivamente si dice e si pensa, ma come quel che si dice e si pensa si deposita nel cervello di chi ascolta. Ebbene, se ci mettiamo da questa prospettiva, non ci vogliono nozioni particolarmente sofisticate di psicologia della percezione per rendersi conto che la gente non crederà, non potrà credere, al racconto del manifesto-Calenda. Il manifesto sostiene che le forze populiste rischiano di farci uscire dall’Europa e dall’euro, e che “noi”, i progressisti democratici, invece vogliamo fermamente restare in Europa, sia pure cambiandone alcune regole di funzionamento. Ma nelle menti di chi vota il messaggio suona diverso. La gente non pensa che il governo giallo-verde voglia farci uscire dall’Europa e dall’euro, e quindi,  quando sente i progressisti accalorarsi a difesa del “progetto europeo”, traduce così: i populisti-nazionalisti-sovranisti l’Europa vogliono cambiarla davvero, i progressisti invece no, a loro l’Europa va bene così com’è, o con pochi ritocchi.

Ed è sterile accanirsi sulle parole, affannarsi a specificare che anche noi, in realtà, vogliamo cambiare profondamente le cose, eccetera eccetera. Se credi che la posta in gioco, la vera linea di frattura, sia fra europeisti e sovranisti, allora hai già perso la sfida: perché l’opinione pubblica si è convinta che l’Europa così com’è non funziona per niente, e non crede che l’alternativa sia fra stare dentro e stare fuori, ma semplicemente fra chi vuole cambiare radicalmente le cose e chi si accontenta di un timido restyling. E, sull’Europa, lo scetticismo dell’opinione pubblica è perfettamente fondato. Sono troppe le scelte sbagliate del passato, sono troppe le regole che non hanno funzionato: eccesso di regolazione del mercato interno, insufficiente protezione contro la concorrenza sleale, specie cinese; precocità dell’allargamento a est; trattato di Dublino sui migranti; incapacità di far rispettare ai paesi membri gli impegni di redistribuzione dei richiedenti asilo; uso politico e discrezionale della regola del 3% di deficit pubblico.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui quella di un fronte europeista, che si presenta alle elezioni con una lista unitaria, mi pare un’idea tanto generosa quanto infelice. Ed è che se c’è una cosa su cui tutti gli studiosi di cose elettorali concordano, perché è un risultato condiviso di centinaia di studi indipendenti, è che in Italia le fusioni fra partiti e sigle politiche non portano più voti ma ne portano di meno: il tutto è di meno della somma delle parti. E’ successo nel 1948, quando il fronte democratico-popolare (comunisti e socialisti insieme) uscì a pezzi nello scontro con la Dc, ma si è ripetuto in innumerevoli occasioni successive, nella prima come nella seconda Repubblica: ogni volta che hanno unito le loro forze, Psi e Psdi, così come Pri e Pli, così come Ds e Margherita, hanno sempre registrato una contrazione del consenso elettorale.

Certo, si può pensare che oggi la situazione sia diversa e speciale, e che il problema dei progressisti sia di inventarsi qualcosa, un simbolo, uno slogan, un mito, per far ritornare all’ovile chi si è rifugiato nell’astensione, o ha provato a punire il Pd votando Cinque Stelle (al Sud) o Lega (nel centro-Nord). A questo, a rimotivare un elettorato deluso e frastornato, servirebbe l’immissione di un nuovo simbolo, un simbolo unificante, nell’arena politica.

La mia sensazione è che questa sia un’illusione, frutto di una radicale incomprensione di quel che è successo il 4 marzo. Il popolo di sinistra che ha votato Lega e Cinque Stelle lo ha fatto per il semplice motivo che l’offerta del Pd non copriva né la domanda di sicurezza sociale (migranti) né quella di sicurezza economica (povertà). Lo spazio elettorale della sinistra si è ridotto semplicemente per questo: a sinistra, il 4 marzo, non era dato osservare né un partito credibile sul tema dell’immigrazione irregolare, né un partito credibile sul tema della povertà. Oggi, da questo punto di vista, nulla è cambiato: il mancato accordo con i Cinque Stelle ha certificato che per il Pd la priorità è l’occupazione, non il sostegno al reddito; la fredda accoglienza della candidatura di Minniti alla segreteria del partito ha certificato che per il Pd la priorità sono i diritti dei migranti, non la sicurezza dei cittadini.

Non voglio, con questo, entrare nel merito di queste scelte, su cui ognuno ha le proprie opinioni. Quel che voglio far notare è solo questo: l’offerta politica del campo progressista è oggi drammaticamente ristretta rispetto alla varietà di domande che salgono dall’elettorato. Per cogliere questa varietà, di partiti di sinistra ne occorrerebbero almeno un paio, forse addirittura tre. Non certo una lista unitaria che, per non turbare le varie sensibilità (e i vari candidati alla segreteria del Pd), sarà inevitabilmente costretta a tenersi sulle generali, lasciando ancora una volta a Lega e Cinque Stelle il compito di offrire all’elettorato progressista più eterodosso quello che né il Pd né una lista genericamente europeista sembrano in grado di offrirgli.




Dopo le Europee. Come potrebbe cambiare il sistema politico italiano

Sono sempre di meno, ormai, i politici e gli osservatori che pensano (o sperano) che le tensioni fra Lega e Movimento Cinque Stelle possano condurre a una rottura prima delle elezioni Europee del prossimo maggio. Ed è logico: ormai si è capito che le scintille fra Salvini e Di Maio servono solo ad occupare la scena del circo mediatico, un gioco cui purtroppo il mondo dell’informazione, specie televisiva, ha difficoltà a non prestarsi.

La convinzione che il governo gialloverde, dopo aver felicemente superato lo scoglio della finanziaria, durerà almeno fino a maggio, si accompagna tuttavia alla convinzione opposta per il dopo-maggio: ben pochi sono disposti a scommettere che, incassati i consensi che saranno riusciti a incamerare alle Europee, non prevalga la tentazione di cambiare gioco. Vale per Salvini, cui converrebbe tornare al voto nella speranza di raddoppiare i seggi in Parlamento, ma vale forse anche per Di Maio, che potrebbe prima o poi dover constatare che l’abbraccio con la Lega gli costa troppo in termini di voti.

La vera incertezza che aleggia sulla politica italiana, su cui forse sarebbe il caso di cominciare a riflettere, è come si posizionerebbero le forze politiche nel caso di un ritorno alle urne. Qui le possibilità paiono essere solo due, diversissime fra loro.

La prima è che, dopo un secolo di conflitti fra destra e sinistra, si assista invece a una competizione fra le forze della chiusura, anti-Europa, anti-immigrati, anti-globalizzazione, e le forze dell’apertura, più o meno timidamente pro-Europa, pro-immigrati, pro-mercato. Vedremmo, in quel caso, da una parte i due partiti di governo, magari spalleggiati da Fratelli d’Italia, dall’altra Pd e Forza Italia, verosimilmente alleati con una qualche lista civica nazionale, necessaria per portare sangue elettorale nelle esauste vene dei due partiti egemoni della seconda Repubblica.

La seconda possibilità, che per parte mia ritengo leggermente più probabile, è che si assista a una rinascita in grande stile del bipolarismo destra-sinistra, anche se si tratterebbe di un bipolarismo radicalmente nuovo, in quanto trainato dalle estreme. A destra, Forza Italia dovrebbe rassegnarsi a fare la ruota di scorta della ruspa salviniana, a sinistra – a meno di un improbabile ritorno all’ovile dei voti ceduti al Movimento Cinque Stelle – il Pd si troverebbe costretto ad allearsi con il partito di Grillo, nello scomodo ruolo di puntello e moderatore delle bizze pentastellate. Dopo decenni di bipolarismo egemonizzato dalle forze moderate (Pd e Forza Italia), passeremmo a un nuovo bipolarismo, egemonizzato dalle forze estreme.

Credo che dove si andrà a parare dipenderà molto dall’esito delle elezioni europee. Un grande successo delle forze populiste e sovraniste potrebbe far prevalere il primo scenario, strutturando il conflitto politico intorno alla contrapposizione fra populisti-sovranisti e moderati-europeisti, con conseguente trasformazione del “contratto” fra Lega e Cinque Stelle in un’alleanza organica. Un successo delle forze tradizionali, invece, potrebbe riportare qualche vigore e qualche attualità alla dialettica fra destra e sinistra.

C’è però anche un altro fattore che potrebbe contribuire a far prevalere uno dei due scenari a scapito dell’altro, ed è l’evoluzione politica del Pd. Un Pd aperto all’alleanza con il Movimento Cinque Stelle renderebbe più facile una rinormalizzazione del conflitto politico, favorendo la ricompattazione del fronte di destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Un Pd ostile ai Cinque Stelle gli lascerebbe aperta un’unica strada, quella della creazione di un fronte moderato, o liberal-democratico, o riformista (a seconda di come preferiamo etichettarlo), pronto ad alleanze con liste nuove ma anche con gli ex-nemici di Forza Italia.

Queste due prospettive, secondo molti, sono il non detto del congresso del Pd, che vedrà sfidarsi Zingaretti, il più disponibile a un’alleanza con i Cinque Stelle, e il duo Martina-Richetti, che paiono invece escluderla. Forse, a meno di due mesi dalla data del voto che porterà a scegliere il nuovo segretario del partito, non sarebbe male che i candidati alla segreteria del partito scoprissero le carte. Non solo perché chi andrà a votare per un determinato candidato ha diritto di sapere quali sono le sue reali intenzioni, ma perché la strada che il Pd vorrà intraprendere non sarà priva di conseguenze sul nostro sistema politico, e come tale interessa tutti, non solo gli elettori del Pd.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 14 gennaio 2019



Manovra, ma il governo giallo-verde vuole durare?

Rispetto alla prima versione, la manovra concordata nei giorni scorsi con Bruxelles introduce essenzialmente tre cambiamenti: meno spesa corrente, meno investimenti pubblici, un po’ più di tasse, con conseguente miglioramento dei saldi (il deficit previsto scende dal 2.4% al 2%, un valore assai prossimo a quello del 2018, ereditato dal governo Gentiloni).

Sulla natura della “manovra del popolo” i pareri sono divisi. C’è chi vi riconosce un cambiamento sostanziale rispetto al passato, nel bene o nel male a seconda dei punti di vista. E chi invece sottolinea che nulla di veramente importante è cambiato: come sempre, le uscite della Pubblica Amministrazione sono di più delle entrate; come sempre, ci sono misure chiaramente elettorali; come sempre, il futuro è costellato di “clausole di salvaguardia” (aumenti automatici di tasse); come sempre, il metodo è quello: mega testo illeggibile, maxi-emendamento del governo, voto di fiducia.

L’unico punto su cui, fra gli analisti indipendenti, sussiste un notevole grado di consenso è che la manovra non è in grado di fornire alcuna spinta all’economia, né tanto meno di fermare la recessione in arrivo. Questa valutazione poggia su tre circostanze obiettive.

Uno. La manovra non è espansiva, perché l’avanzo primario è analogo a quello di quest’anno.

Due. La manovra non stimola la crescita perché non contempla né una riduzione della pressione fiscale sui produttori né un aumento degli investimenti pubblici.

Tre. La manovra, attraverso l’impennata dello spread, ha già innescato molteplici meccanismi pericolosi: maggiori spese dello Stato per il rifinanziamento del debito pubblico; perdite (virtuali) di famiglie e imprese che detengono ricchezza finanziaria; aumento dei tassi sui nuovi mutui; restrizioni (per ora modeste, ma destinate a crescere) del credito a famiglie e imprese.

Assai più controverso è ovviamente il giudizio sulla bontà dei contenuti della manovra, al di là dello loro capacità di stimolare la crescita. Su questo è impossibile dire qualcosa di ragionevolmente obiettivo, perché ognuno di noi ha priorità diverse, oltreché – spesso – una concezione diversa delle conseguenze delle misure governative. Per parte mia, se dovessi qualificare la manovra con un solo aggettivo, userei l’aggettivo “elettorale”. Anzi, se avessi a disposizione anche un avverbio, direi “smaccatamente elettorale”. Da questo punto di vista la cosiddetta manovra del popolo e il governo che l’ha concepita rappresentano davvero una rottura con il passato. Una rottura che è assoluta rispetto al governo Monti, forse il governo meno elettorale della storia repubblicana, ma che, in parte (e contro le apparenze), è tale anche rispetto ai governi Renzi e Gentiloni.

E’ vero, hanno perfettamente ragione quanti, di fronte alla mossa di varare reddito di cittadinanza e quota 100 a poche settimane dal voto europeo 2019, ricordano l’analoga mossa di Renzi nel 2014, con il bonus da 80 euro calato nelle buste paga giusto prima dell’appuntamento europeo 2014. Così come hanno ragione quanti ricordano gli innumerevoli bonus e misure varie che a quella mossa seguirono nei gloriosi anni del centro-sinistra. E ancor più ragione hanno quanti sottolineano un altro elemento di continuità, ovvero la cattiva abitudine di ipotecare il futuro con clausole di salvaguardia (aumenti di tasse), che tranquillizzano Bruxelles e riducono i gradi di libertà dei governi che verranno.

E tuttavia una differenza, un salto di qualità e di quantità, fra la manovra del popolo e le manovre del passato recente, a mio parere c’è. Lo riassumerei così: dopo Monti, tutte le manovre hanno avuto dosi di elettoralismo considerevoli, e tutte hanno fatto ricorso alle clausole di salvaguardia, ma solo ora, con la “manovra del popolo”, quasi tutte le misure sono di tipo elettorale, e la macchina delle clausole di salvaguardia prosciuga completamente gli spazi di manovra dei governi futuri.

La differenza più importante con il passato riguarda il mondo dei produttori. Nelle manovre degli ultimi 4-5 anni, accanto alle misure di stampo prevalentemente elettorale, erano presenti misure rilevanti di sostegno alla crescita, dalla decontribuzione agli sconti fiscali, dal Jobs Act ai provvedimenti di Industria 4.0. Oggi non solo scarseggiano le nuove misure in favore dei produttori, ma si fa marcia indietro su quasi tutte le misure varate nel recente passato: soppressione dell’ACE (Aiuto alla crescita economica); mancato decollo dell’IRI (Imposta sul Reddito Imprenditoriale); ridimensionamento di Industria 4.0 (poi divenuta Impresa 4.0); indebolimento del Jobs Act (attraverso il cosiddetto Decreto dignità); nuove tasse sulle imprese, sulle società finanziarie e sulle banche; per non parlare dello stop imposto a tante grandi opere. Detto in altre parole, il saldo fra le nuove misure pro-imprese (come la mini flat tax sulle partite Iva) e le vecchie misure soppresse o modificate è drammaticamente negativo. Di qui il malcontento che, da qualche mese, comincia a serpeggiare soprattutto nel Nord, dove anche l’elettorato leghista non capisce perché smontare la legge Fornero sia diventato, improvvisamente, molto più importante che varare la flat tax.

L’altra grande differenza con il passato è l’entità delle clausole di salvaguardia, praticamente raddoppiate rispetto alle leggi di bilancio degli ultimi anni. Una zavorra enorme per qualsiasi governo futuro, compreso il governo gialloverde, che già nell’autunno prossimo dovrà ingegnarsi a trovare 23.1 miliardi per non aumentare l’Iva e altre tasse.

Ecco perché, tornando alla questione posta all’inizio (fu vero cambiamento?), la mia risposta è che sì, la manovra del popolo è diversa da quelle del passato, ma la ragione principale per cui lo è non è che cambia direzione, bensì che accentua i due principali difetti delle manovre dei governi precedenti: troppe misure elettorali, abuso delle clausole di salvaguardia. Il che, forse, rende più attuale che mai l’interrogativo posto nei giorni scorsi dall’ex premier Paolo Gentiloni: il governo Conte intende durare, o dà per scontato che la sua pesante eredità – economia ferma & clausole di salvaguardia –dovrà gestirla qualcun altro?