L’avanzata di AfD in Germania – Il problema non è solo l’Europa

La travolgente vittoria di Alternative für Deutschland (AfD) alle elezioni in Sassonia-Anhalt (primo partito, con il 44% dei consensi) ha suscitato preoccupazione, timore, sconforto in Germania e nel resto d’Europa. Uno smarrimento che è diventato angoscia quando il conteggio dei seggi ha rivelato che, ove stringesse un’alleanza con la BSW di Sahra Wagenknecht (partito di sinistra ma anti-migranti), la AfD potrebbe tranquillamente insediarsi al governo di quel Land, situato nella ex Germania-Est.

Lo sconforto dei progressiti è comprensibile, ma controproducente: parlare di neo-nazismo, “onda nera”, “buio sopra Berlino” è la via maestra per non capire quel che è successo. Ma anche le reazioni dei conservatori, che danno buona parte della colpa alle politiche e alle non-politiche dell’establishment europeo, sono alquanto fuori bersaglio. Certo, si può osservare che l’autolesionismo dell’Europa viene da lontano, anzi da lontanissimo (Giulio Tremonti ne fece una diagnosi spietata ben 21 anni fa nel suo libro Rischi fatali), e che il green deal – con conseguente smantellamento accelerato dell’industria europea – ha dato il colpo di grazia. E tuttavia, a mio parere, addossare tutta la colpa all’Europa e alla sua classe dirigente, è un errore di prospettiva.

L’avanzata delle destre fa parte di un fenomeno molto più generale, in atto da decenni ma esploso a partire dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008: l’ascesa dei populismi, di destra e di sinistra. Ci sono robuste evidenze empiriche secondo cui la miccia che fa decollare i consensi ai partiti populisti è la domanda di protezione che – implacabilmente – scatta nell’elettorato quando insicurezza economica e insicurezza sociale si combinano nel medesimo cocktail, come è successo sia negli anni della crisi finanziaria (2007-12) sia in quelli della guerra in Ucraina (2022-26).  Che poi le preoccupazioni economiche portino voti soprattutto ai partiti populisti di sinistra, e quelle sociali (paura della criminalità, dell’immigrazione e del terrorismo) ai partiti populisti di destra, è meno importante dell’elemento che hanno in comune: una drammatica, intensissima domanda di protezione (detto per inciso: il partito della Wagenknecht, un partito di sinistra anti-migranti, è la perfetta illustrazione della affinità e compatibilità fra i due tipi di domanda di protezione).

Ma torniamo alla classe dirigente europea, la cui mancanza di coesione, lungimiranza, e sensibilità politica non si sottolineerà mai abbastanza. Perché, nonostante tutto ciò, è fuorviante indicarla come la causa principale del disastro?

La ragione è relativamente semplice. Se l’avanzata delle destre cosiddette estreme o radicali è innanzitutto un aspetto del problema ben più ampio dell’avanzata dei populismi – e in particolare di quelli di destra – nel cuore delle democrazie occidentali, non possiamo non notare che tale avanzata avviene anche al di fuori dell’Unione Europea. I populisti sono vivi e vegeti (e non di rado al potere) negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Norvegia, in Svizzera. Se tutta o buona parte della colpa fosse dell’Europa, nei paesi che ne sono fuori il populismo avrebbe ben poco seguito.  E invece no, i partiti ostili all’immigrazione hanno un largo seguito in tutti e quattro quei paesi.

Questo significa una cosa soltanto: i problemi dell’immigrazione sono così ardui che (quasi) nessuno Stato democratico è in grado di gestirli in modo soddisfacente, nemmeno quando è libero (o si è liberato) dai vincoli europei. Possiamo rimproverare l’Europa, la sua corte di Giustizia, i suoi regolamenti, le sue norme iper-garantiste, di aver reso ancora più ardui i problemi posti dall’immigrazione. Ma non possiamo illuderci che, fuori dell’Europa, ciò che era difficilissimo diventi miracolosamente facile.

[articolo uscito sul Messaggero il 12 settembre 2026]




Onda nera e dilemma migratorio

A guardarle da lontano, le elezioni europee forniscono un risultato molto chiaro: indietro liberali, verdi, socialisti, avanti tutte e tre le destre: Popolari di Ursula von der Leyen, Riformisti di Giorgia Meloni, Identitari di Marine Le Pen. E altrettanto
chiaro, anche se non a tutti, è il triplice messaggio che è stato recapitato a Bruxelles: non ci convince la velocità (eccessiva) della transizione green, non ci va l’inconcludenza in materia di flussi migratori irregolari, non ci piace il politicamente
corretto dei burocrati europei.

Complessivamente, gli equilibri politici si sono spostati verso destra, in alcuni casi in modo clamoroso: in Francia è crollato il partito di Macron, e quello di Marine Le Pen ha toccato la quota stratosferica del 32%; in Germania sono crollati i
Socialdemocratici del cancelliere Scholtz, superati dalla AFD (Alternative für Deutschland), un partito di destra così estrema da essere stato espulso da Identità e Democrazia, il gruppo più a destra del Parlamento Europeo. Tutto ciò ha suggerito ai
commentatori più pittoreschi di parlare di un’onda nera che starebbe sommergendo le fragili istituzioni europee.

A guardarle più da vicino, ovvero paese per paese, le elezioni europee raccontano una storia assai meno univoca, forse più interessante. Ci sono paesi, anche importanti, in cui i socialisti sono cresciuti sensibilmente: in Francia sono rinati, dopo essere quasi scomparsi nelle elezioni del 2022; in Italia, con il 24% del Pd, hanno ottenuto il miglior risultato dai tempi dell’exploit di Renzi, che rialse a dieci anni fa (41% alle Europee del 2014).

Anche il mito dell’onda nera andrebbe ridimensionato. Se, ad esempio, prendiamo i due paesi scandinavi (Finlandia e Svezia), attualmente governati da coalizioni di destra, non mancano le sorprese: in entrambi i paesi i partiti di estrema destra (Veri
Finlandesi e Democratici svedesi) hanno ottenuto risultati elettorali pessimi, a fronte di buoni risultati delle forze progressiste.

I casi più interessanti, però, a mio parere sono quelli della Danimarca e della Germania. Questi due paesi, infatti, illustrano bene quanto cruciale sia, per gli equilibri elettorali della sinistra, il modo in cui viene affrontato il tema migratorio.

In Danimarca, nel 2022, la premier socialdemocratica Mette Frederiksen aveva vinto le elezioni politiche su una linea securitaria, ventilando addirittura il trasferimento dei migranti irregolari in Ruanda, sulla linea del premier britannico Rishi Sunak. Il
risultato, però, è stato che due anni dopo, alle elezioni Europee, il suo partito è stato scavalcato dall’Alleanza di sinistra, un partito di sinistra-sinistra.

La vicenda è interessante perché ricalca, in un arco di tempo molto più breve, quel che in Italia è capitato al Pd nel decennio 2014-2024. La svolta riformista impressa da Renzi e Gentiloni con il Jobs Act e la linea dura sull’immigrazione (ministro Minniti) hanno innescato una progressiva crisi di rigetto, con la scissione di Leu, i tormenti del dopo-Renzi, la riconquista della “ditta” da parte di Bersani e compagni, la sconfitta di Bonaccini, l’ascesa finale di Elly Schlein, coronata dal successo alle Europee. La
differenza con il caso danese è che lì la reazione alla sinistra moderata e riformista è stata rapida e affidata a un a partito più a sinistra dei socialdemocratici, mentre da noi è stata lunga e affidata alla scalata interna al Partito Democratico.

In Germania le cose sono andate in un modo ancora più inedito. Qualche mese fa, di fronte alla irresolutezza dei socialdemocratici in tema di migranti, e al connesso deflusso di voti popolari verso l’AFD, Sahra Wagenknecht, politica proveniente dalla Linke (il partito più a sinistra della Germania), ha deciso di fondare un partito al tempo stesso di sinistra e anti-migranti. Alla prima prova elettorale, le Europee dei giorni scorsi, il suo partito nuovo di zecca ha totalizzato il 6.2%, che sommato al 15.9% della AFD porta oltre il 22% la quota di elettori che hanno espresso un voto innanzitutto anti-immigrati.

Il caso tedesco e il caso danese illustrano nel modo più chiaro la crucialità che, per la sinistra di governo, assume il dilemma migratorio. Snobbare o negare il problema aliena le simpatie dei ceti popolari, e finisce per ingrossare le file dei partiti di
estrema destra. Prenderlo su di sé, rende meno ardua la conquista del governo, ma alla lunga crea divisioni nel campo progressista, alimentando la crescita della sinistra-sinistra. Anche di questo, prima o poi, dovrà farsi carico Elly Schlein.

[articolo uscito sul Messaggero il 12 giugno 2024]