Devianza giovanile – I dati ignorati

Di questione giovanile, da qualche settimana, si sta tornando a parlare non semplicemente sull’onda di episodi di cronaca, ma sulla base di analisi sistematiche condotte da studiosi e centri di ricerca.

A questa ripresa di attenzione hanno dato un impulso notevole l’uscita dell’ultimo libro di Haidt, La generazione fantastica (seguito e capovolgimento del suo fortunatissimo La generazione ansiosa) e il rapporto (Dis)Armati dell’organizzazione benefica Save the Children.

Due contributi entrambi utilissimi, ma che – come altri consimili – mi colpiscono anche per le loro omissioni. È come se, quando si parla di un tema sensibile come la devianza giovanile, scattassero in modo automatico dei semafori che ci spronano a considerare certi aspetti, ma anche ad ignorarne altri, come se i secondi offuscassero i primi.

Nel caso della vasta letteratura psicologica sul disagio giovanile, ad esempio, mancano quasi sempre – accanto alle riflessioni sui danni esistenziali dell’iperconsumo di internet – analoghe riflessioni sui danni cognitivi. Eppure la letteratura al riguardo è cospicua, e piuttosto univoca. Il crollo della capacità di concentrazione, di comprensione e di ragionamento astratto è ben documentato, ma non sembra attirare la medesima attenzione che suscitano i disturbi psicologici come ansia, depressione, autolesionismo. I genitori sono preoccupati della serenità (attuale) dei figli, ma non sembrano prendere sul serio i danni (futuri) che ai medesimi figli deriveranno da una scuola e un’università sempre meno esigenti, a loro volta condizionate dalla perdita progressiva della capacità di leggere libri (un tema opportunamente sollevato dall’ultimo numero della rivista “Vita e pensiero”). Un trend, quello del declino delle capacità cognitive, che tocca la maggior parte delle società avanzate, come documentano le serie storiche dei test di intelligenza, ancora crescenti verso la fine del secolo scorso, ma inesorabilmente decrescenti in questo (si chiama “effetto Flynn inverso”, dall’autore che – nell’età dell’oro – si era accorto che il livello medio del QI era in salita costante).

Un analogo strabismo induce gli psicologi che si occupano di disturbi internalizzanti (che si rivolgono verso l’interno), a distogliere lo sguardo dai disturbi esternalizzanti (che si rivolgono verso l’esterno), come se anche questi non fossero in aumento, e quasi che menzionare anche la crescita della violenza giovanile rischiasse di intorbidare il quadro romantico di una gioventù fondamentalmente vittima, afflitta dalle ingiustizie sociali e dall’indifferenza del mondo adulto.

Sotto questo profilo, per certi versi, è più realistico (e informativo) il ritratto della gioventù tracciato da Save the Children, che pur sposando una tesi politica ben precisa (non c’è un’emergenza devianza giovanile, molte colpe sono della società, la repressione è inutile e incostituzionale), ha il pregio di fornire molti dati inediti, anche se non tutti coerenti con l’afflato umanitario del rapporto (Dis)Armati, che già nel titolo fa intuire il quadro che ambisce a dipingere: i giovani, è vero, sono spesso armati e violenti, ma in realtà sono disarmati di fronte a un mondo difficile che non li capisce.

Quello che mi ha fatto riflettere, però, è come anche in questo caso l’attenzione degli studiosi

non riesca a liberarsi dei propri presupposti ideologici. Nel rapporto di Save the Children ci sono ogni sorta di dati, per lo più interessanti e ben illustrati, ma quando i dati rischiano di confliggere con il tono generale del rapporto, comprensivo e non eccessivamente allarmato, vengono semplicemente ignorati.

Un esempio?

La infografica 3 sui reati violenti commessi da minori in Italia, basata su dati del Ministero dell’Interno non ancora pubblici. Qui il report si tappa letteralmente gli occhi, perché omette di raccontare due fatti che i suoi grafici illustrano con assoluta evidenza. Il primo è che, dal 2019 al 2024 (ultimo anno disponibile), l’aumento dei comportamenti violenti ha coinvolto anche le ragazze, e in qualche caso (minaccia e lesioni personali) è stato pari o superiore a quello dei ragazzi.

Ma il dato ignorato più clamoroso riguarda i ragazzi stranieri. Per tutti i crimini considerati (eccetto l’omicidio), l’aumento dei comportamenti violenti, già preoccupante per gli italiani, è molto maggiore per i ragazzi stranieri. In cinque anni, dal 2019 al 2024, le segnalazioni per rissa sono aumentate del 31% per gli italiani, ma del 173% (quasi triplicate) per gli stranieri. Quelle per porto abusivo di armi del 100% per gli italiani, del 220% per gli stranieri. Quelle per minaccia del 21% per gli italiani, dell’84% per gli stranieri. Quelle per lesioni personali del 35% per gli italiani, del 108% per gli stranieri.

Se consideriamo i precedenti reati nel loro insieme, il contributo dei ragazzi e delle ragazze straniere alla crescita della violenza nel quinquennio 2019-2024 sfiora il 70%, nonostante la quota di ragazzi stranieri sia dell’ordine del 10%.

Ognuno, naturalmente, è libero di leggere questi dati come preferisce, e persino di continuare a proclamare che non esiste alcuna emergenza, o che in altri paesi europei le cose vanno peggio, o che tutto dipende dall’accanimento delle istituzioni contro la violenza giovanile. E tuttavia si vorrebbe, quando si parla di disagio come quando si parla di violenza giovanili, che non si ignorassero porzioni troppo grandi della realtà, almeno quando i dati che le descrivono sono sotto i nostri occhi.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 marzo 2026]