I big dell’AI come i lemming? – Svenarsi per ChatGPT
Quando si parla delle conseguenze dell’intelligenza artificiale (AI) si entra, inevitabilmente, in un mondo para-onirico. Dato che il tema è tecnicamente ostico, e nessuno è abbastanza intelligente (e informato) per fare previsioni attendibili, il campo è dominato dalle nostre speranze e dai nostri incubi.
Gli studiosi classici fanno improbabili accostamenti con la storia dell’automazione, ripescano il movimento luddista contro le macchine, e sperano che la storia si ripeta: le macchine hanno sostituito tante persone, ma tanti lavori nuovi sono nati proprio perché c’erano le macchine.
Le giovani generazioni per lo più vedono il lato ricreativo e utilitaristico dell’intelligenza artificiale, che permette loro di avere informazioni, aiuto nello studio, consigli pratici, conforto psicologico, dritte nella vita sentimentale.
Gli utenti di servizi come cure mediche, elettricità, telefonia, stramaledicono chatbot e assistenti virtuali con cui vengono costretti a dialogare, senza mai la possibilità di parlare con un essere umano, dotato di intelligenza naturale e responsabilità.
Politici, preti, istituzioni e esperti di etica discettano sull’opportunità di mettere dei limiti all’intelligenza artificiale, specie nelle operazioni di guerra.
E poi naturalmente c’è la categoria dei consolatori-rassicuratori, che provano a tranquillizzarci con l’argomento (errato) secondo cui, come per ogni altra tecnologia, tutto dipende da chi la usa e come la usa.
Dal momento che il futuro è imperscrutabile, forse è di qualche utilità – in attesa del Paradiso o dell’Apocalisse che verranno – limitarci ad osservare alcune conseguenze che l’AI sta già producendo. Una, in particolare, mi pare degna della massima attenzione. La rete di imprese e istituzioni che produce i software di AI più importanti (ChatGPT, Claude, Grok, Gemini) sta effettuando o pianificando massicci licenziamenti dei propri dipendenti, ma non per la ragione che tutti ripetono da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, e cioè che l’AI permette incrementi di produttività che rendono superflua una parte della forza lavoro. Secondo alcuni analisti la ragione principale sarebbe la necessità di aumentare gli investimenti per costruire i nuovi data center, necessari per addestrare le versioni future dei principali software che si contendono il mercato.
Se questo fosse vero, saremmo di fronte a un fenomeno piuttosto nuovo. Una rete di grandissime aziende, che hanno una capitalizzazione dell’ordine di 10 trilioni (5 volte il Pil dell’Italia, 500 volte il valore di una nostra Finanziaria), sono costrette – per non soccombere alle imprese rivali – a effettuare investimenti enormi per aumentare la potenza dei rispettivi prodotti, il cui addestramento richiede consumi di energia spropositati e inevitabilmente crescenti. E per fare questo non si limitano a cercare capitali sul mercato e a produrre utili da reinvestire, ma sono indotte ad auto-divorarsi, dismettendo lavoratori, uffici, attrezzature, immobili, tutto per non dover chiudere domani perché un rivale più audace o più potente ha prodotto un software che sbaraglia la concorrenza.
Ecco, questo – sociologicamente – mi pare un fenomeno nuovo. È vero che la concorrenza, quando il vantaggio tecnologico di un’azienda è grande e incolmabile, può generare un monopolio. Ma non si era mai visto che un insieme di aziende si svenassero e si auto-spolpassero per sopravvivere, come tanti lemming che si buttano dalla scogliera.
[articolo uscito sulla Ragione il 17 marzo 2026]