Diritti universali e etica della reciprocità

L’articolo di Luca Ricolfi “Gli italiani e gli immigrati. Due regimi morali”, apparso il 3 Giugno sul sito della Fondazione Hume, ha suscitato in me profondi interrogativi. La riflessione che segue, frutto di quella lettura, è il tentativo di dare una parziale risposta.

Nell’articolo si sostiene che l’etica dei diritti universali, diffusa ”fra i ceti istruiti e urbanizzati’’, rifiuta ogni distinzione tra nativi e stranieri ritenendo che entrambi siano a pari titolo, in quanto esseri umani, detentori di diritti inalienabili.

Ma se non si vuole che un principio giusto, razionale e rigorosamente logico, finisca col generare una grande ingiustizia occorre fare una riflessione: i cosiddetti diritti universali non sono piovuti dal cielo, come manna, ma sono frutto del lavoro, del sudore delle mani e della fronte delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno lottato duramente per ottenerli, spesso rischiando la vita.

Quando lo straniero arriva e ottiene il permesso di soggiorno, e in seguito la cittadinanza, gode di una serie di diritti (istruzione e sanità gratuite, utilizzo a basso costo di treni e autobus, assistenza legale gratuita, accesso ai benefici dello stato sociale, sostegno alle famiglie, pensioni per gli anziani, case popolari etc.) che nella stragrande maggioranza dei paesi di provenienza sono inimmaginabili.

Occorre sottolineare che per godere di questi diritti, nè lui, né i suoi antenati hanno fatto alcuna fatica. Non hanno dato alcun contributo, né speso un centesimo. Non solo. Poiché la maggioranza degli immigrati, viene impiegata in lavori di bassa qualificazione, le tasse che pagano sono irrisorie per cui godono di benefici che sono in larga misura garantiti grazie al lavoro e alle tasse che pagano i nativi. Se questo lavoratore straniero delinque non deve sorprenderci che scatti la rabbia o la riprovazione: è come se sputasse nel piatto in cui mangia violando le antiche regole dell’ospitalità. Ecco perché una parte consistente di italiani è, o almeno si dichiara, favorevole al ritiro della cittadinanza in questi casi.

L’etica dei diritti universali non può essere un mantra che viene officiato in una sorta di stanca liturgia solo quando torna comodo. Mi spiego meglio. In Italia è stato calcolato che ci siano circa 80000 donne escisse e/o infibulate e circa 7000 bambine che sono state mutilate nel nostro paese senza che nessuno, ripeto nessuno, né assistenti sociali, né pediatri, né ginecologi abbia mosso un dito. Come mai? Forse-in barba al diritto universale di non subire mutilazioni- si è tacitamente accettata l’idea della non punibilità in quanto trattasi di culture diverse dalla nostra che vanno comprese e addirittura giustificate. Ma le mutilazioni genitali femminili sono un grave reato e se non vengono perseguite adeguatamente le bambine continueranno a subirle con grave danno per la loro salute fisica e psichica.

Un altro esempio. Quando gruppi organizzati di giovani figli o nipoti di immigrati aggrediscono con violenza qualcuno, talvolta con esiti devastanti, ci tocca assistere alla tv di stato a trasmissioni in cui ineffabili giornalisti si chiedono se colpevolizzare gli autori di violenza o recuperare questi soggetti, come se fosse possibile recuperare o rieducare qualcuno senza averlo prima severamente punito per fargli capire il male che ha fatto e che si riverbera a cascata su tutta la famiglia della vittima.

È davvero indispensabile a questo punto ricordare a tutti noi che non ci sono diritti senza doveri. E questo vale per tutti, nativi e non. Il dovere costituisce il primum ontologico del discorso giuridico.

Come sostenne magnificamente Simone Weil un diritto non è efficace di per sé ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde: il suo adempimento non proviene da chi lo detiene ma dagli altri uomini che si riconoscono obbligati a qualcosa. Il dovere precede il diritto, non è difficile da capire.




La chimera della “congruità”

Se voleva attirare l’attenzione sull’esistenza del suo partito (“Noi moderati”, meno dell’1% dei consensi), forse Maurizio Lupi poteva scegliere una proposta migliore di quella che, per qualche ora, è circolata nei giorni scorsi. Dire, come in un primo tempo è stato detto, che un’offerta di lavoro deve essere accettata anche se “non congrua”, pena la perdita del sussidio, non è certo la via più saggia per riformare il reddito di cittadinanza.

Al di là del modo in cui si vorrà rimediare a questo ennesimo infortunio parlamentare, il problema della “congruità” resta. Che cosa è la congruità?

In tutte le formulazioni della legge, ossia quella originaria (2019) e quella del governo Draghi (2022), il concetto di congruità è piuttosto pasticciato, e in parte mal definito. Per congruità, infatti, si intende da un lato la coerenza dell’offerta con le esperienze e competenze maturate dal percettore del reddito di cittadinanza, dall’altra la sua adeguatezza in termini di sicurezza, reddito, distanza da casa, il tutto tenendo conto della durata dello stato di disoccupazione e del numero di offerte già ricevute. Nella versione Draghi, ad esempio, la distanza da casa massima è di 80 km da casa se il posto offerto è a tempo pieno e indeterminato, e inoltre costituisce la prima offerta, mentre, se costituisce la seconda offerta, la distanza da casa può essere qualsiasi (purché entro il territorio italiano). La definizione di congruità si complica poi ulteriormente se il lavoro offerto è a tempo parziale o determinato, o se il percettore di reddito di cittadinanza è al secondo utilizzo. Per non parlare delle regole che intervengono al momento di definire il livello minimo di reddito che il posto di lavoro offerto deve garantire.

Ma è ragionevole il modo in cui la legge vigente nel 2022 definisce un’offerta come congrua?

A mio parere no, per due distinti motivi. Il primo è che l’obbligo di accettare un’offerta in qualsiasi parte d’Italia, che scatta già alla seconda offerta, dovrebbe essere accompagnato da garanzie reddituali differenti a seconda che l’offerta obblighi oppure no a trasferire il domicilio, e a seconda del costo della vita nel nuovo domicilio. Manca, in altre parole, un meccanismo che permetta di misurare il valore economico dell’offerta, e su questa base fissi la soglia che obbliga ad accettarla. Credo che, se questo meccanismo venisse messo a punto in modo ragionevole, molte offerte che ora appaiono congrue cesserebbero di esserlo. E penso che la ragione per cui, finora, il problema delle offerte formalmente congrue, ma in realtà impossibili, non è ancora esploso, sia solo che la macchina che dovrebbe mettere in contatto domanda e offerta di lavoro non è mai stata messa in condizione di funzionare a dovere.

Il secondo motivo per cui la normativa attuale mi pare poco ragionevole è la pretesa che l’offerta sia coerente con “le esperienze e competenze maturate”. Questo è un tipico requisito fuzzy, sfumato, o mal definito, che come tale si presta a controversie e interpretazioni soggettive. Rendere obiettiva e impersonale la valutazione del grado di coerenza è praticamente impossibile, anche perché i titoli di studio sono spesso ben lungi dal certificare le capacità, conoscenze e capacità effettive dei loro possessori. Qui le strade mi paiono solo due: o si fornisce una definizione operativa plausibile della coerenza (vasto programma), oppure si taglia la testa al toro e si sopprime questo requisito, almeno nei casi in cui il posto offerto è a tempo pieno e indeterminato, e il salario è al di sopra di una determinata soglia.

L’unica alternativa da evitare mi pare quella di aggrapparsi al reddito di cittadinanza com’è, ossia nella versione severa ma tutto sommato iniqua attuale. Non solo il Pd e il Terzo Polo, ma anche i Cinque Stele farebbero bene a prendere atto che quella legge, sia nella versione originaria, sia in quella modificata dal governo Draghi, è piena di limiti, difetti e ambiguità. Prima fra tutte la chimera della “congruità”.




Oltre il reddito di cittadinanza

Non sappiamo ancora che tipo di sussidio, esattamente, prenderà il posto del reddito di cittadinanza, ma sappiamo quali sono gli obiettivi del governo. Il primo è ridurre drasticamente il numero di percettori indebiti, il secondo è di minimizzare il numero di percettori che percepiscono il sussidio pur essendo in condizione di lavorare.

Su questi due obiettivi è difficile dissentire, anche se sarebbe il caso di aggiungerne un terzo: portare vicino a zero il numero di famiglie escluse dal sussidio nonostante siano in condizione di povertà assoluta (sappiamo cha il reddito di cittadinanza attuale ha anche questo difetto).

Ebbene, dei tre obiettivi, quello cruciale è il secondo: offrire un lavoro agli occupabili, specie nelle fasce di età giovanili. Proprio per questo, mi pare che sarebbe estremamente importante che, nella manovra, oltre ai provvedimenti di sostegno del reddito delle fasce deboli (bollette, pensioni, carta acquisti, ecc.), fossero presenti interventi volti specificamente ad aumentare l’occupazione.  Non dobbiamo dimenticare che, degli innumerevoli problemi italiani, quello di avere pochi occupati è il più clamoroso: per diventare un normale paese europeo ci mancano 3 milioni di occupati, per diventare un paese europeo virtuoso ce ne mancano ben 7.

Ma come si fa a sostenere l’occupazione in un contesto di risorse scarse?

Una via ragionevole potrebbe essere, per cominciare, quella di ridisegnare il sussidio in modo più simile al vecchio “reddito di inclusione” (REI), per ridurre i barocchismi e le sovrapposizioni di competenze Anpal-Regioni-Comuni connesse all’architettura del reddito di cittadinanza (è questa una delle proposte che Carlo Calenda ha sottoposto a Giorgia Meloni nell’incontro di qualche giorno fa).

La mossa decisiva, però, potrebbe essere un’altra. Giorgia Meloni potrebbe riprendere la vecchia idea del maxi-job, una proposta messa a punto dalla Fondazione Hume nel 2014, e che allora aveva ricevuto – oltre a quello di Giorgia Meloni stessa – il sostengo di Susanna Camusso, leader della Cgil.

Di che cosa si tratta?

In estrema sintesi: azzerare i contributi sociali sui posti di lavoro veri e aggiuntivi. Dove “veri” significa a tempo indeterminato, per almeno 32 ore settimanali. E “aggiuntivi” significa tali da aumentare il numero di occupati dell’impresa.

Il vantaggio di questa misura è che, se i posti di lavoro aumentano di più di quanto sarebbero aumentati in sua assenza, la decontribuzione si autofinanzia. Ogni posto di lavoro creato in virtù della decontribuzione, infatti, oltre a generare Pil aggiuntivo, genera gettito aggiuntivo, sotto forma di introiti statali addizionali sul reddito (Irpef) e sui consumi (Iva). Il costo della decontribuzione, in altre parole, è coperto dalla spinta che la decontribuzione stessa è in grado di imprimere alla dinamica dell’occupazione e del Pil.

Naturalmente si può discutere della efficacia di questa misura, ma il punto resta. Nessuno, ormai, neppure il movimento Cinque Stelle, difende il reddito di cittadinanza così come ha funzionato fin qui. Quindi che lo si debba cambiare è pacifico. Quello che non è chiaro è con quali strumenti, e grazie a quali soggetti (Regioni, Comuni, imprese), offrire opportunità di lavoro alla maggior parte, se non alla totalità, dei percettori occupabili. Che sono tanti (circa 650 mila) ma non tantissimi. Offrire a tutti o quasi un’occupazione, o un corso di formazione, o lavori socialmente utili, non dovrebbe essere un’impresa impossibile. E sarebbe pure un modo per risolvere l’altro problema rimasto sul tappeto, ossia quello dei poveri non raggiunti dal reddito di cittadinanza. Togliere il reddito a chi non ne ha diritto e a chi trova un lavoro genera risparmi significativi: sarebbe un bel segnale che una parte di tali risparmi andasse a correggere l’altra grande stortura del reddito di cittadinanza, ossia la sua incapacità di raggiungere tutti i poveri.

Luca Ricolfi