Welfare e protesta – La fine di una stagione
C’è molta propaganda, molta ideologia, molto qualunquismo politico nelle formule e slogan con cui si parla delle proteste – non solo giovanili – che hanno infiammato le piazze nelle ultime settimane. L’imminenza della campagna elettorale confonde irrimediabilmente le acque, e lo fa soprattutto su due punti: di chi è la colpa delle difficoltà attuali (caro vita), e qual è il bilancio della legislatura.
Sul primo punto, quello del caro vita, come ha giustamente notato Cottarelli, manca del tutto la capacità di distinguere fra “cause esogene ed endogene”. L’opposizione parla come se l’inflazione fosse colpa del governo, o come se un altro governo potesse fermarla. Quanto al bilancio della legislatura, assistiamo a una costante confusione fra atavici problemi del paese e problemi imputabili all’azione o inazione del governo in carica.
Il fatto che il discorso pubblico sullo stato dell’economia e della società sia sistematicamente inquinato, e che una parte cospicua della protesta non si basi su rivendicazioni ma su formule e slogan (come l’inossidabile “ci hanno rubato il futuro”), non deve tuttavia impedirci di cercare che cosa c’è di vero, sostanziale e perfettamente comprensibile nelle proteste in Italia e in diversi altri paesi d’Europa.
Un modo per cominciare a capire è chiedersi in quali paesi dell’Unione Europea ci sono state proteste di piazza significative su temi economico-sociali generali. Una rapida ricognizione delle cronache recenti restituisce una lista di 5-6 paesi: senz’altro Francia, Spagna, Italia, Belgio, Portogallo, forse anche Grecia. È interessante osservare che nella maggior parte degli altri paesi Ue tutto tace, o quasi. Di qui la domanda: che cosa muove le piazze di questi paesi? Che cosa accomuna paesi a prima vista alquanto diversi?
L’idea che mi sono fatto è che, al di là delle differenze nel mix (casa, scuola, carburante, inflazione, eccetera), il sentiment comune di questi paesi sia la sensazione che la crescita del benessere sia giunta a fine corsa, che lo Stato sociale sia sempre meno in grado di rispondere alle più o meno realistiche aspirazioni dei cittadini, e che – diversamente da ciò che accadeva con le generazioni passate – il tenore di vita medio dei figli non potrà superare quello dei genitori. Più o meno oscuramente, sentiamo che quella del futuro sarà una “società a somma zero”, simile a quella descritta da Lester Thurow nel suo libro del 1980 (The zero-sum society), uscito nel periodo di “stagflazione” (stagnazione + inflazione) innescato dalle crisi del petrolio degli anni ’70.
Che cosa è una “società a somma zero”?
Fondamentalmente è una società nella quale il prodotto totale ha smesso di crescere, e quindi – essendo la torta costante – a ogni avanzamento di qualcuno non può che corrispondere un arretramento di qualcun altro.
Ma perché proprio quei sei paesi? Che cosa li accomuna?
Se ci riflettiamo, un indizio c’è: 4 paesi su 6, al tempo della grande crisi finanziaria del 2008-2012 facevano parte del gruppo dei PIGS, o paesi mediterranei super-indebitati. Il Belgio, a sua volta, era anch’esso fortemente indebitato, con un rapporto debito-pil pericolosamente vicino al 100%. La Francia, infine, allora riusciva ancora a giovarsi dell’asse con la Germania, ma con il tempo ha sviluppato un enorme problema di finanza pubblica.
E oggi?
Oggi, se ci chiediamo quali sono i 6 paesi Ue con il rapporto debito pubblico-Pil più preoccupante (anno 2025) la lista è questa: Grecia (146%), Italia (137%), Francia (116%), Belgio (108%), Spagna (101%), Portogallo (90%).
Esattamente i paesi con le proteste di piazza più intense.
Sarà un caso?
Credo di no. È come se, per vie più o meno misteriose, la gente sentisse che un’epoca sta finendo, e che il seguito del film non è rassicurante. Forse anche per questo la protesta è tanto rabbiosa, e così avara di rivendicazioni precise. Mentre gli economisti discettano di welfare e dei modi per salvarlo, la gente ha già intuito che i margini sono stretti, molto stretti. E protesta non perché creda nell’onnipotenza della politica, ma perché ha capito che dalla politica, ormai, può ottenere ben poco.
[articolo uscito sul Messaggero il 2 novembre 2026]