Salvate il soldato Schlein

Quando, poco meno di un anno fa, Elly Schlein espugnò il Pd, una delle prime cose che disse fu che il male era anche dentro il Pd, che c’era molto da fare dentro il partito, e che non voleva più vedere né “stranezze nei tesseramenti”, né “cacicchi” né “capibastone”.

Non so se fosse consapevole di quanto antiche fossero quelle pratiche nel mondo post-comunista, o se ricordasse che a evocare per la prima volta l’espressione “cacicchi” per stigmatizzare le correnti del partito era stato – un quarto di secolo fa – nientemeno che Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, il partito erede del Partito Comunista, e secondo anello della catena Pci-Pds-Ds-Pd.

Né so se la neo-segretaria si rendesse conto che, ai membri del suo partito, quelle parole avrebbero potuto ricordare quelle pronunciate da Renzi pochi anni fa, dopo aver lasciato il Pd: “il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il Pd ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito”.

Soprattutto, non so se Elly Schlein, quando ebbe a pronunciare quelle parole di rinnovamento e di speranza, avesse contezza dell’enormità dell’impresa che si accingeva a compiere. Perché, dieci mesi dopo le fatidiche parole contro i cacicchi, l’impressione è che la guerra la stiano vincendo proprio loro, i signori delle tessere, i notabili locali, ma soprattutto i capi delle correnti.

E non sto pensando solo alle guerre sulle candidature, per le elezioni Regionali come per le Europee. O agli episodi che hanno visto i membri del Pd dividersi (cioè votare diverso) sia in Europa, sia nel Parlamento italiano: è successo nei giorni scorsi sulle armi all’Ucraina, ed è successo sull’abolizione del reato di abuso di ufficio.

Quello che più mi colpisce non è l’incapacità della segretaria di imporre a tutti la disciplina di partito, come accadeva ieri nel Pci e accade oggi nel centro-destra, ma è la sua incapacità di sciogliere i nodi politici di fondo. Hai un bel dire che è bello stare in un partito in cui si discute, o trastullarsi sulle pochissime cose su cui non c’è dissenso (salario minimo legale e più soldi alla sanità), il vero problema è tutto il resto. Sulle cose che contano, il Pd è diviso fra quanti la pensano come i Cinque Stelle, e quanti la pensano – se non come Renzi e Calenda – come il Pd prima del governo giallo-rosso.

Quali sono queste cose che contano?

Sono almeno cinque: l’atlantismo e la guerra; l’assistenzialismo e il reddito di cittadinanza; la riforma della giustizia; il mercato del lavoro; la patrimoniale e le tasse.

Su questi temi la segretaria, finora, non ha ancora saputo assumere una posizione chiara e netta. Detto in termini classici, non ha saputo scegliere fra massimalismo e riformismo. O forse sarebbe più esatto dire: in cuor suo ha scelto, ma non ha la forza di esplicitare e imporre la sua linea al partito.

È anche questo, a mio parere, il motivo per cui i cacicchi (e le cacicche) prosperano, e  della guerra contro le correnti non si scorge traccia. Se non scegli, se non dici per andare dove invochi il diritto di decidere, non fai che alimentare il brodo in cui prosperano le fazioni, le cordate, le piccole alleanze di potere.

È un peccato, soldato Schlein. Si può preferire la tua linea o quella di Bonaccini, ma era sano che chi – con le sue idee – era salito sul ponte di comando, poi quelle medesime idee avesse la forza, la volontà e la possibilità di farle vivere. Ed è insano che, chi la battaglia delle idee l’aveva vinta, debba restare intrappolato nella palude, vittima delle imboscate dei suoi stessi commilitoni.

Perché di una cosa si può stare sicuri: se non osa combattere la battaglia per le proprie idee, e rinuncia a debellare le correnti, alla prima difficoltà i cacicchi del suo partito faranno quello che hanno fatto con tutti i segretari. E non ci sarà nessun commando a salvare il soldato Elly (o la soldata Elly?).




Elezioni e candidature: l’intervista a Luca Ricolfi

Alle prossime elezioni gli schieramenti tradizionali si confronteranno con il M5s. Centrodestra e centrosinistra sono in grado di riguadagnare consensi dentro quella che lei ha definito la Terza società, i nuovi esclusi?

Sì, con le proposte di lotta alla povertà di Pd e Forza Italia, che però sono un po’ diverse sia da quella (demagogica e irrealistica) del Movimento Cinque Stelle, sia fra di loro: il Pd punta sul reddito di inclusione, Forza Italia sull’imposta negativa. Le due strategie molto diverse, vedremo se l’elettorato si fiderà più dell’una o dell’altra.

In passato la società italiana ha già sperimentato fratture importanti, come ha reagito allora la classe politica?

Dopo il 1948, con lo scontro fra Dc e Fronte popolare, la principale frattura sperimentata è stata fra la società italiana e la sua classe politica, nel 1992-1994. Allora la reazione fu di liquidare un po’ frettolosamente il passato, e coltivare l’illusione di un cambiamento radicale, superficialmente battezzato “seconda Repubblica”.

La qualità dei candidati che presenteranno i partiti sarà un fattore determinante nello spostare consensi?

Credo di no, perché esistono due potenti meccanismi che tendono a rendere irrilevante (o addirittura controproducente) la qualità dei candidati. Il primo è il voto clientelare o di scambio, diffuso soprattutto al Sud, che privilegia candidati di bassa qualità, purché in grado di promettere credibilmente benefici locali. Il secondo è il discredito generale in cui è caduto tutto il ceto politico (compreso quello Cinque Stelle: vedi Raggi e Appendino), che conduce a non chiedersi neppure più se un candidato è valido oppure no. Non avendo più vera stima di nessuno, ci si limita, sempre che si vada a votare, a puntare sul candidato che più ci sta simpatico.

Gli italiani premieranno candidati nuovi, esterni alla politica e magari provenienti dal mondo delle professioni, oppure nell’incertezza andranno alla ricerca di politici di lungo corso?

Gli italiani mangeranno la minestra che il convento dei partiti preparerà per loro. Del resto, avendo imposto agli elettori un sistema prevalentemente proporzionale, i partiti sono liberi di far eleggere chi vogliono, il che spesso significa chiunque garantisca fedeltà al capo.

Paga ancora candidare dei Vip, esterni alla politica?

Se si scelgono molto bene, penso di sì. Ma il problema è trovare dei Vip che, oltre a star simpatici a milioni di persone, non abbiano il piccolo difetto di stare antipatici ad altri milioni di elettori. Il che succede quasi sempre, salvo per figure popolari ma molto neutre, come attori, presentatori, calciatori, cantanti, scienziati.

La sinistra sarà in grado di recuperare il suo popolo o Pd e LeU sono ancora percepiti come establishment?

Credo che anche LeU, il partito di Grasso, sia percepito come establishment, forse ancora più del Pd. Dobbiamo renderci conto che establishment non significa solo poteri forti, classe dominante, apparati burocratici, ma anche dittatura culturale del politicamente corretto: uno sport in cui Boldrini batte Renzi dieci a zero.

È giusta la scelta di Renzi di puntare sui ministri in carica?

È giustissima, perché Gentiloni e il suo governo hanno uno straordinario (e imprevisto) potere di rassicurazione sull’elettorato. Certo, per essere veramente efficace, la carta dei ministri andrebbe accompagnata da due gesti simbolici complementari, ma non meno importanti. Il primo è un passo indietro di Maria Elena Boschi, la cui popolarità è in caduta libera forse più per il suo cocciuto attaccamento al potere che per i propri demeriti nelle vicende di Banca Etruria. Il secondo gesto spetta a Renzi: se vuole che la carta dei ministri funzioni davvero, più che fare un passo indietro, dovrebbe iniziare a presentare Gentiloni come già lo percepiscono gli italiani, ossia più come una riserva della Repubblica in tempi difficili, che come uno dei tanti notabili del Pd. Sempre che non sia troppo tardi, visto che la carta Gentiloni l’ha già giocata Berlusconi due settimane fa, quando lo ha indicato come leader del governo che, in caso di stallo, dovrebbe rapidamente riportarci al voto.

Intervista a cura di Antonio Signorini, pubblicata su Il Giornale il 28 dicembre 2017