A proposito di premio Goncourt e Intelligenza Artificiale – Fine dell’autore?

Prima o poi doveva succedere. E infatti è successo: uno dopo l’altro, vari scrittori e scrittrici vengono accusate di non essere gli autori delle proprie opere. Ma non in quanto le avrebbero copiate da altri autori (il classico reato di plagio) bensì perché si sospetta che a scrivere quelle opere sia stata l’Intelligenza Artificiale (IA), o siano stati loro stessi con un pesante ricorso all’IA.

Il caso che ha fatto più clamore è stato quello di Thélison Orélien, autore di un romanzo autobiografico (C’était ça ou mourir), escluso dal premio Goncourt per sospetti di non autenticità dell’opera. Ma ci sono stati anche i casi di Jerry Falade (Call me, I’ll Hide the Body), e di Mia Ballard (Shy Girl). Il primo è stato oggetto di un’asta milionaria fra case editrici, e si è concluso (per ora) con il ritiro del manoscritto dal mercato. Una sorte simile era capitata pochi mesi prima al romanzo horror di Mia Ballard. Ad agitare ulteriormente le acque, la circostanza che tutti e tre gli autori accusati di massiccio ricorso all’Intelligenza Artificiale sono neri, con conseguenti polemiche, accuse e controaccuse di razzismo e discriminazione.

Questi casi sono spiazzanti per le case editrici, perché i medesimi software usati per verificare la non autenticità di opere dei giorni nostri hanno fallito clamorosamente al momento di valutare l’autenticità di capolavori classici: se un software di verifica asserisce che Il vecchio e il mare (romanzo di Hemingway) è opera dell’AI, come si fa a usare quel software (o software analoghi) per escludere un concorrente da un premio letterario? E se non esiste un modo di sapere se un’opera è autenticamente umana oppure no, che senso hanno ancora i premi all’autore?

Che fare, dunque?

Al momento si stanno delineando due linee di risposta, entrambe a danno esclusivo degli autori (peraltro già vessati dalla pirateria digitale e dai saccheggi dell’AI). La prima è di pretendere che l’autore consegni alla casa editrice non solo il testo finale, ma le tracce informatiche e non informatiche dell’intero processo creativo (appunti, modifiche, consultazioni dell’AI). La seconda è di inserire nei contratti clausole di non ricorso o ricorso limitato all’AI, con obbligo di restituzione dell’anticipo nel caso successivamente emerga il mancato rispetto della clausola di autenticità.

L’unica alternativa finora emersa a queste linee di risposta anti-autori pare essere quella – corporativa – dell’associazione degli scrittori americani, che vorrebbe istituire un registro pubblico di autori “puri” (che non ricorrono all’AI), con conseguente bollino da applicare sulle copertine dei libri.

La mia impressione, però, è che queste siano reazioni a caldo, e che prima o poi a prevalere sarà l’idea che il ricorso all’AI è normale e inevitabile, sia nella saggistica sia nella letteratura. Perché, in fondo, al pubblico interessa che l’opera funzioni, e agli editori che venda, non che sia creata da un essere umano. Con il tempo le case editrici si accorgeranno che il bollino di autenticità appassiona solo una minoranza dei lettori (come già oggi succede con l’informazione cartacea), e che si possono benissimo concedere generosi anticipi sulla sola base delle vendite attese, senza sindacare troppo su chi sia il “vero” autore dell’opera.

Ci piace, che le cose vadano così?

A me non tanto, anzi per niente. Ma con i progressi dell’intelligenza artificiale sarebbe saggio non illuderci troppo e adottare una prospettiva realistica. Fra le innumerevoli sue conseguenze, alcune positive altre catastrofiche, è il caso di annoverare la crisi del talento intellettuale, messo fuori gioco dalla enorme, accresciuta, difficoltà di valutarlo. Ballerini, cantanti, calciatori, attori sono ancora in grado di far valere i propri talenti mettendoli in scena, come in modo pirotecnico accade nei talent show. Così, più sobriamente, riescono ancora a farsi valere scultori, pittori, musicisti, atleti.

Scrittori, scienziati, studiosi, letterati, critici, intellettuali invece no, o sempre di meno: per millenni sono stati valutati attraverso le loro opere, oggi solo dal vivo possiamo essere certi che a parlare siano loro, e non il software che ne ha preso il posto.

Poco male, si potrebbe pensare, stiamo parlando di minoranze più o meno elitarie. Ma non è così, o meglio è solo apparentemente così. Lo sviluppo e la valutazione del talento intellettuale sono sempre stati la stella polare dell’insegnamento, nella scuola come nell’università. Così come sono stati uno dei principali strumenti di avanzamento sociale, a dispetto dei privilegi del ceto e dell’origine.

Con l’avvento dell’AI tutto è cambiato. La possibilità di ricorrere all’Intelligenza artificiale rende del tutto inutile, e spesso terribilmente fuorviante, la valutazione mediante prove scritte, e meno che mai mediante testi composti a casa, in solitudine. Il talento intellettuale, che tipicamente si manifestava in opere scritte, è diventato intrinsecamente non riconoscibile, a tutto danno di chi nel proprio talento aveva uno dei pochi strumenti di emancipazione.

La vicenda del premio Goncurt è stata solo un assaggio.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 ottobre 2026]




Libertà di applauso

Giuro che mi sono commosso leggendo sul Corriere lo straziante appello di Polito El Drito a una fantomatica “sinistra” affinché conceda “più libertà (non meno) contro i pregiudizi” di chi vuole “togliere la parola a scrittori israeliani e a editori non conformi”. El Drito ce l’ha col ridicolo patentino antifascista richiesto per partecipare alla fiera romana “Più libri più liberi”, e ha ragione: gli editori non sono partiti politici e gli autori non sono ministri o sottosegretari, quindi non devono giurare sulla Costituzione, che comunque riconosce il diritto di parola a tutti, anche ai fascisti, proprio perché è democratica e antifascista (era il fascismo che negava la parola agli antifascisti). E ce l’ha con chi vorrebbe disinvitare lo scrittore israeliano Eshkol Nevo al Libro Possibile di Polignano perché – come già Erri De Luca – non dice ciò che i firmaioli vorrebbero, e ha ragione pure lì: ognuno, finché esiste la Costituzione, dev’essere libero di dire o non dire ciò che gli pare. Nevo ha criticato ferocemente sia Ben-Gvir sia Netanyahu, ma anche se fosse un loro fan sarebbe libero di dirlo (e ovviamente di essere ferocemente criticato). Ma è una fortuna che qualcuno chieda di bandirlo, perché fa cascare l’asino dei nostri “liberali” a targhe alterne: tolleranti nei giorni pari e censori in quelli dispari.

Dov’era Polito quando il suo Corriere sbatteva in prima pagina la (falsa) lista dei “putiniani d’Italia”, la Bicocca cancellava il corso di Nori su Dostoevskij, il gran-de Gergiev veniva cacciato dalla Scala e dalla Reggia di Caserta e cadevano come birilli decine di cantanti, pianisti, ballerini, registi, fotografi, intellettuali, giorna-listi colpevoli di essere russi, dunque “putiniani” (fermo restando che chi vuol es-sere filo-putiniano, o filo-cinese, o filo-nordcoreano è liberissimo di dirlo)? E le decine di volte in cui analisti e giornalisti pacifisti o critici sulle politiche della Nato hanno subìto censure, ostracismi e gogne pubbliche perché non cantano nel coro No Pax? Mettiamoci d’accordo una volta per tutte: se le colpe del governo israeliano non ricadono sui cittadini israeliani, le colpe del governo russo non ricadono sui cittadini russi. Più in generale: o si riconosce la libertà di espressione a tutti, a prescindere dalle loro idee, anche le più hard e distanti dalle nostre (anzi, soprattutto quelle, perché sono le più difficili da tollerare); o la si nega a tutti e si abolisce l’articolo 21 della Costituzione, ormai ridotto a barzelletta. Altro che patentini democratici e antifascisti: se passa il principio che può parlare solo chi la pensa come noi, la democrazia diventa un lusso e una perdita di tempo. La libertà è stata conquistata per consentire il dissenso: per la libertà di applauso, è molto più pratico il fascismo.

 

[Articolo uscito su Il Fatto Quotidiano il 16 giugno 2026]