Il martedì di Capaneo a Dio spiacente e a li nimici sui

Il Presidente della Vulgata

Gettano un’ombra di tristezza nell’animo degli italiani pensosi e alieni da ogni tipo di retorica (ce ne sono e sono la maggioranza) gli interventi di Sergio Mattarella sul 25 aprile e prima ancora sul giorno della memoria. Era doveroso ricordare, nelle scuole e sui media, il giorno in cui fu abbattuto un regime che, portando il paese nel baratro, aveva causato la ‘morte della patria’ ma, ricordando una pagina che Benedetto Croce scrisse nel 1918 (forse il documento spirituale più alto del 900 italiano), quando gli arrivò la notizia della fine della guerra, ci si chiede: far festa perché? Se in un incidente stradale si perde la gamba destra invece di perdere la vita, se fuor di metafora, l’Italia è stata bombardata, dilaniata dalla guerra civile, ferita nei suoi monumenti storici e nei suoi ricordi e, in tal modo, ha potuto evitare il peggio del peggio, ovvero il destino di satellite del Terzo Reich, c’è proprio materia di festeggiamento? E non sarebbe stato meglio, invece delle adunate antifasciste alle quali l’ANPI ha invitato i resistenti palestinesi (dimenticando, lo ricorda Fabrizio Cicchitto sul ‘Tempo’ che «in quegli anni le autorità religiose islamiche simpatizzavano per il nazismo e nessun gruppo ad essi ispirato partecipò alla Resistenza»), non sarebbe stato meglio, dicevo, deporre corone di fiori nei cimiteri di guerra inglesi, americani, polacchi che della Liberazione furono i veri non retorici artefici?

 Mattarella non ha avuto nessun dubbio nel ripercorrere le strade del fascismo, che sulle sue discutibili ricostruzioni della storia d’Italia apponeva il sigillo delle verità ufficiali: allora il dissenso comportava una condanna penale, oggi (per fortuna) comporta solo un’esecrazione morale—quella che manda in visibilio Ugo Magri, il Mario Appelius della ‘Stampa’, che, dinanzi alle esternazioni del Presidente, commenta ammirato: «Un’ammissione così esplicita mai si era udita finora sul Colle».

Colpisce non poco che, tranne qualche eccezione, Mattarella abbia fatto a pezzi il revisionismo storiografico del più grande studioso del fascismo, Renzo De Felice, senza suscitare la benché minima reazione da parte di studiosi e di pubblicisti che pure continuano a richiamarsi alla lezione dello storico reatino. Il fascismo fu una bieca tirannide che tenne per vent’anni gli italiani schiavi di una dittatura implacabile, sanguinaria, spietata con «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati, cittadini asserviti». E gli ‘anni del consenso’, al quale era dedicato il più importante volume dell’opera monumentale di De Felice che quarant’anni fa scatenò la reazione dei retori dell’antifascismo ma di cui, di lì a poco, si sarebbe riconosciuto da tutti il valore storico (a cominciare dal Giorgio Amendola dell’Intervista sull’antifascismo)? Cancellati dalla retorica quirinalizia! Dire che il fascismo ha lasciato opere pubbliche ed enti assistenziali importanti, ricordare che alle une e agli altri si interessò molto Franklin D. Rooosvelt che incaricò una Commissione di studiare le ricette fasciste per la crisi, significa diventare complici del nazifascismo (v. la pioggia di insulti caduta sul povero Tajani). «La storia non si riscrive!» ha sentenziato Mattarella: il fascismo è stato quello che ci hanno detto l’ANPI e gli storici partigiani, punto e basta! De Felice, scrive Francesco Perfetti, «contesta duramente la qualifica di ‘secondo Risorgimento’ per la lotta di liberazione degli anni 1943-1945: questa gli appare storicamente inconsistente perché gli ‘ideali civili’ (sintesi di ‘nazione’, ‘patria’, ‘libertà’) del Risorgimento e le forze politiche che ne erano state protagoniste erano, in gran parte, diversi da quelli che caratterizzarono il cosiddetto ‘secondo Risorgimento’». A Mattarella non potrebbe interessare meno: parlare di ‘Secondo Risorgimento’ significa infatti—per lui come per l’establishment culturale di sinistra– che la Resistenza non fu una mera ‘restaurazione democratica ’(come la definì—‘riduttivamente’?— Panfilo Gentile), ma una vera e propria rifondazione della comunità politica che non doveva limitarsi a disinfestare la casa occupata dall’invasore nazista  ma costruire un nuovo edificio, ispirato alla ‘democrazia progressiva’—la formula escogitata da Togliatti per far dimenticare lo stalinismo del PCI e mettere in piedi un’alleanza di tutte le forze antifasciste, dai cattolici ai soupirants azionisti.

Ognuno è libero di pensare e di dire quel che crede—anche il Presidente della Repubblica, anche il Presidente del Parlamento europeo— ma ci si chiede sommessamente: l’opinione pubblica—su cui si fonda la democrazia, quel ‘banale conteggio delle teste’—conta qualcosa o no? E se l’opinione pubblica non vede nella dittatura fascista (almeno fino alle leggi razziali, che secondo Mattarella, noto studioso dell’antisemitismo e del razzismo, erano connaturate all’ideologia di Mussolini) l’inferno in terra,  se non vuol saperne di democrazia progressiva, come dimostrò nel 1948 con la sconfitta del Fronte popolare, se sente così poco il 25 aprile—Festa in piazza, ma i partigiani sono pochi, ha scritto Ettore M. Colombo sul QN— da tenersi lontana dalle cerimonie ufficiali, come  reagirà il Colle? Potenziando l’ANPI, moltiplicando le iniziative tipo la storia in piazza, esigendo dai professori di storia contemporanea l’impegno solenne a non riscrivere la storia? La libertà non si baratta con l’ordine ma neppure col ‘politicamente corretto’, Signor Presidente!

Pubblicato il 30 aprile su L’Atlantico



La sinistra e l’identità/Antifascismo e ius soli due capriole all’indietro

Ci sono, nella vita, segni abbastanza inequivocabili: se hai 40 di febbre c’è, nel tuo corpo, qualcosa che non va. Anche in politica ci sono segni piuttosto chiari: se, nell’anno di grazia 2017, in occidente, un partito di destra rispolvera l’anticomunismo, vuol dire che non sta troppo bene. Non perché il comunismo non sia un’ideologia nefasta, che ha prodotto decine di milioni di morti, e tolto la libertà a un paio di miliardi di abitanti di questo pianeta. Ma per una ragione molto semplice: il comunismo non è, attualmente, nei paesi occidentali, una minaccia concreta all’ordine democratico.

Lo stesso discorso vale per i partiti di sinistra: se un partito di sinistra, oggi, in un paese occidentale, rispolvera l’antifascismo, vuol dire che non sta troppo bene. Di nuovo, non perché il fascismo non sia a sua volta un’ideologia nefasta. Ma per la stessa ragione di prima, perché il fascismo non è una minaccia attuale: non ha senso prendere un vaccino contro una malattia che non c’è più.

Eppure, a pochi mesi dalle elezioni, il principale partito della sinistra proprio questo sta facendo: con la legge Fiano, già passata alla Camera e in procinto di passare al Senato, intende rendere ancora più severe le norme che già impediscono, non solo la ricostituzione del partito fascista, ma la propaganda delle idee del fascismo (legge Scelba, del 1952; legge Mancino, del 1993). D’ora in poi, se la legge dovesse essere approvata, saranno punibili (da 6 mesi a 2 anni di carcere) persino il saluto romano, la vendita e la diffusione di immagini e gadget reminiscenti del passato regime; il tutto con pene aumentate se il canale di diffusione è internet.

Eppure il Pd dovrebbe sapere che le norme proposte sono a palese rischio di incostituzionalità, in quanto in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Soprattutto dovrebbe sapere che, sul punto, la Corte Costituzionale si è già espressa ripetutamente in passato, chiarendo che la possibilità di perseguire la manifestazione del pensiero e la propaganda di matrice fascista vige solo se sussiste un pericolo concreto per le istituzioni democratiche. Un orientamento che, peraltro, non è solo della suprema corte italiana ma anche della giurisprudenza tedesca riguardo al passato nazista. Non tutti sanno che, da più di mezzo secolo (dal 1964), esiste in Germania un minuscolo partito, la NPD, che, a differenza della temutissima Alternative für Deutschland di Alice Weidel, si richiama esplicitamente ai valori del passato nazista. Ebbene, nonostante ciò, la Corte Costituzionale tedesca ha sempre respinto le richieste di metterlo fuori legge, in quanto per sciogliere un partito non basta che esso persegua obiettivi incostituzionali ma occorre che costituisca una minaccia concreta per le istituzioni democratiche.

Un requisito, questo della concretezza della minaccia, che oggi pare più facile rinvenire in determinate espressioni del fondamentalismo islamico, che non nelle spiagge che esibiscono il ritratto di Mussolini (che paiono esistere, ma di cui non ho avuto esperienza diretta), o nelle case del popolo in cui troneggia il ritratto di Stalin. Anni fa mi è capitato di ammirare un ritratto di “Baffone” nella casa del popolo di un delizioso paesino del Levante ligure, ma non mi sono mai sognato di invocarne la rimozione: perché vietare a dei vecchi comunisti di venerare il loro eroe? In fondo, la loro ammirazione per un dittatore è già di per sé uno spot contro il comunismo, e un potente segno della superiorità della civiltà liberale.

Ecco perché mi chiedo: come mai il Pd si è imbarcato in un’avventura tanto fuori tempo? Quali sono le ragioni che spingono un partito, che sul tema se ne è stato quieto quieto per un’intera legislatura, a rispolverare improvvisamente la clava dell’antifascismo?

La prima risposta che viene in mente è che, sfortunatamente, sui temi che interessano davvero i ceti popolari, ovvero lavoro e sicurezza, la sinistra ha ormai poco da dire. Il reddito di inclusione è poca cosa rispetto alla dimensione che, in questi 10 anni, hanno raggiunto la povertà e la disoccupazione. Vorrei ricordare che, se l’occupazione è quasi tornata ai livelli pre-crisi, è solo perché 1 milione di nuovi posti di lavoro conquistati dagli immigrati hanno compensato altrettanti posti di lavoro persi dagli italiani, che ancor oggi sono ben al di sotto dei livelli occupazionali pre-crisi. Quanto alla sicurezza, l’altro grande tema che sta a cuore ai ceti popolari, il bilancio di questa legislatura è drammatico: mai gli sbarchi hanno toccato i livelli del quadriennio 2013-2016, mai la macchina dell’accoglienza ha operato in tanto disordine. Ecco perché, se deve dire che cosa ha fatto o ha tentato di fare, la sinistra è costretta a snocciolare il rosario dei temi leggeri, ossia di quegli interventi – talora sacrosanti, talora discutibili o illiberali – che Marx avrebbe definito “sovrastrutturali”: testamento biologico, femminicidio, reato di tortura, codice anti-mafia, doppio cognome, eccetera. A quanto pare l’identità della sinistra è così fragile sulle cose che contano, da costringerla a continue trasfusioni di sangue identitario dal vasto universo dei temi che infiammano solo le élite e i ceti medi.

C’è però anche un’altra risposta, non incompatibile con la prima. Il Pd, nonostante tenti faticosamente di cambiare, resta un partito i cui militanti (ma vale anche per non pochi elettori), hanno un pessimo rapporto con il senso comune. Mi è già capitato di ricordare l’incredibile lapidazione morale subita da dirigenti che, recentemente, hanno adottato posizioni di puro buon senso: Deborah Serracchiani, che dice che lo stupro compiuto da un ospite è particolarmente riprovevole; il sindaco di Firenze Dario Nardella, che mette in guardia gli studenti americani dai pericoli della movida; o il ministro Marco Minniti, che pone fine alla politica dell’accoglienza senza regole e senza limiti.

Ora a questa catena di reprobi, la cui unica colpa è di non aver completamente rinunciato a ragionare come le persone normali, si aggiunge Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, reo di aver respinto la richiesta di togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini, conferitagli nel lontano 1924. Una posizione che non deriva certo da simpatie fasciste (Gori è iscritto a Pd) ma dalla capacità di distinguere fra la storia, di cui il fascismo e i suoi simboli fanno parte (esattamente come il comunismo e i suoi miti), e i conflitti politici dell’oggi. Conflitti che una sinistra un po’ più attenta alle richieste dei ceti subordinati, duramente provati dalla crisi e dalla globalizzazione, renderebbe assai più concreti e utili al Paese.

Ma forse la risposta vera, quella che rende conto della strana tempistica del neo-antifascismo del Pd, va ricercata nelle difficoltà che la sinistra incontra a far passare la legge sullo ius soli anche al Senato. Che cosa c’entra lo ius soli con l’antifascismo? Niente, per le persone normali. Ma può c’entrare se alla sinistra riesce di far passare la difesa degli immigrati come una battaglia antifascista. Un’eventualità che in realtà si sta già delineando. Visto che Casa Pound e diverse formazioni di destra sono impegnate in una battaglia contro lo ius soli, ecco pronta e servita su un piatto d’argento l’opportunità di cui la sinistra ha più che mai bisogno: impedire che la gente pensi che la destra ormai se ne fa un baffo del fascismo e si occupa di temi ben più attuali, come immigrazione e sicurezza, e far credere al proprio elettorato che anche lo ius soli rientri nella eterna e imprescindibile lotta contro il fascismo e i suoi rigurgiti.

Pubblicato su Il Messaggero  il 7 Ottobre 2017