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Corsi e ricorsi storici

7 Aprile 2021 - di Mark Bosshard

In primo pianoSocietà

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo interessante testo dell’Avv. Bosshard, anche se alcune valutazioni sull’andamento dell’epidemia  appaiono in contrasto con le analisi della Fondazione Hume.

Se fallisci … ti confermo? Si, ma finché mi servi.

Un noto politico del passato diceva che a pensare male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina. E quel personaggio è uno che, considerandone la carriera, la sapeva lunga. Dunque mi cimenterò nella nobile arte di pensar male, applicandola all’uomo del momento, vale a dire Mario Draghi. Se avrete letto i miei precedenti contributi pubblicati sul sito della fondazione Hume, io mi son fatto l’idea che Draghi potrebbe avere in mente, per il nostro paese, un progetto ambizioso di rilancio, articolato sul medio-lungo periodo. Altri hanno espresso l’opinione, invece, che Draghi sia solo il nuovo Monti, chiamato a liquidare l’Italia per conto di Bruxelles (ossia Berlino). Per risolvere il dilemma credo che occorra guardare con attenzione a qualcosa che, ma solo per i profani, ha ben poco a che vedere con la politica monetaria o economica: la gestione delle misure di reazione alla pandemia. Ma vediamo di capire meglio.

Che il CTS e Speranza abbiano fallito clamorosamente in quasi ogni aspetto della reazione sanitaria alla pandemia è cosa sin troppo evidente per doverla dimostrare. Lockdown a colori che, dopo un anno tondo tondo, ci impongono ancora chiusure sempre più serrate; protocolli di cure domiciliari inesistenti (se non addirittura sbagliati); nessun rinforzo alle strutture di cura ospedaliere; una campagna vaccinale al passo di lumaca. Il tutto a fronte di una comunità scientifica che inizia a manifestare più di un serio dubbio sull’efficacia dei lockdown prolungati e di una popolazione che, francamente e comprensibilmente, non ne può più di sopportare limiti delle libertà personali che a un anno di distanza hanno risolto poco o nulla. Infine, non va trascurato il fatto che la magistratura ha iniziato a mettere in evidenza gli evidentissimi vulnus costituzionali sia dei DPCM che di alcune misure restrittive, per ragioni che avevo approfondito a suo tempo in due articoli comparsi su questo stesso sito, al secondo del quale rinvierei il lettore che volesse approfondire la questione giuridica.

Questo significa che – una a una – nel tempo sono maturate tutte le condizioni per spedire – nel tripudio popolare (o quanto meno di una buona metà del paese) – un bel siluro dalle parti di viale Ribotta. Questa essendo la situazione, ci si sarebbe attesi che, oltre ad Arcuri e Borrelli e a una buona parte del famigerato CTS, anche il beneamato Ministro fosse caldamente invitato a lasciare lo scranno. E invece no. Lì sta e – anzi – viene lasciato libero di premere sull’acceleratore del suo piano variopintamente inutile. Doveva chiudere a marzo per salvare aprile ma, come sempre in passato, si chiude anche ad aprile, anche se i dati sui contagi sono in diminuzione. Le menzogne di Speranza sono tali e tante che ormai non ci si fa più caso. Ma il punto non è quel che dice Speranza.

Si noti infatti che il Consiglio dei Ministri vede una folta pattuglia di cosiddetti “tecnici”, sufficientemente numerosa da poter influire in maniera determinate sulle delibere che portano all’adozione dei decreti legge (dunque il tipo di atto con cui sono state da ultimo prorogate ed inasprite le chiusure). Dando per scontato che i ministri “tecnici” non tengono una “linea politica” troppo diversa da quella del Presidente del Consiglio, dovremmo concludere che – se è vero che contro i lockdown hanno sinora votato i ministri di Lega (e, in un caso, quelli di Forza Italia) – la prosecuzione delle strette va attribuita anche dallo stesso Draghi. Abbiamo dunque un Presidente del Consiglio novello convertito al verbo securitario nella versione Speranzo-ricciardista? No. O meglio, sì ma anche no.

Ma qui, per capire il paradosso del Draghi ricciardista ma anche no, occorre rifarsi al detto di un altro personaggio, meno famoso di Andreotti, ma per certi versi non meno acuto, secondo cui “se non serve a niente, serve a qualcos’altro”. Mi riferisco ovviamente nella specie al cosiddetto lockdown a colori.

Che simili misure non risolvano la questione dei contagi e quella sanitaria – come si è già detto – mi pare assodato. In questo senso, dunque, il famoso lockdown “non serve a niente”. Altrettanto vero è però che la “cura” escogitata via a via dal prodigioso duo CTS-Speranza un effetto sul paese l’ha avuto (e ancora lo sta avendo) eccome: una spaventosa deflazione (con connesso aumento della disoccupazione e della povertà assoluta) accompagnata da una vera e propria mattanza selettiva di piccole e medie attività, nel settore del commercio, dell’artigianato e del turismo (che tra non molto trascineranno con loro nel baratro una parte del relativo indotto sia di fornitura che di terziario). In una situazione del genere – accompagnata da una sensazione di paura e insicurezza diffusa alimentata dall’incessante e capillare opera di terrorismo mediatico portata avanti dai mass media – consumi, iniziative e investimenti si contraggono violentemente. Ed ecco allora che inizia forse a manifestarsi il “serve a qualcos’altro” di certe misure: il lockdown – per Draghi – potrebbe insomma non avere affatto ragioni (solo) sanitarie, ma (anche) economiche, mantenendo il paese in forte deflazione sfruttando il permanere dell’epidemia quale “pretesto perfetto” – in quanto virtualmente incontestabile – per una nuova forma di “austerità sanitaria”.

Ma perché mai il Dottor Jackyll Mario Draghi – dopo il discorso di Rimini in cui vagheggiava un ritorno a Keynes e a politiche espansive – si sarebbe trasformato in un mister Hyde rigorista addirittura peggiore di Mario Monti? La risposta, come spesso accade, si trova dalle parti di Bruxelles. Ma se Bruxelles è sempre Bruxelles (ossia il paravento di Berlino), Draghi non è Monti, dunque la risposta potrebbe essere diversa da quella che a molti verrebbe in mente in prima battuta. Il punto non è infatti rendersi conto del fatto che Draghi – ora come ora – sta davvero “facendo il Monti”, ma è capire semmai fino a quando lo farà e, soprattutto, perché sta facendo tutto questo. Vediamo dunque di approfondire le possibili ragioni delle scelte attuali del governo Draghi in tema di gestione dell’epidemia, per capire quando – deo gratias – il calvario a colori potrebbe finire.

Emergenza infinita … ma solo in UE.

Avete fatto caso al fatto che quasi tutto il resto del mondo ormai ha spostato la narrazione mainstream verso le riaperture e dunque la fine della crisi? Ma soprattutto, avete notato che alla borsa di New York i grandi investitori – ossia quelli che le cose che contano le sanno davvero prima degli altri – stanno vendendo titoli tecnologici per comprare titoli industriali, dunque dando la prova provata che chi guarda ai fatti concreti si comporta come se la crisi sanitaria si in via di rapida soluzione (o quanto meno che in quel senso sarà la narrazione mainstream, che poi è quel che conta)? Cose analoghe stanno accadendo in Russia, in Cina e in oriente, ma anche nel Regno Unito (che di morti ne ha avuti pure più di noi) e nella vicina Svizzera. Dov’è che invece non sta cambiando niente rispetto a un anno fa? Bravi, avete indovinato: nell’Unione Europea, in cui siamo ancora – a livello di mediatico e di azione governativa – nel pieno dell’apocalisse della novella peste nera. Perché dunque l’UE – e, di conseguenza, l’Italia – non si accoda al trend del resto del mondo?

Perché qui da noi l’epidemia è ancora forte, si risponderà.  Però i numeri di questi giorni sono meno importanti di quelli di Novembre e molto meno importanti di quelli di Marzo 2020. A guardare le cose con la lente di ingrandimento magari si scopre che siamo rossi a marzo 2021 perché hanno cambiato i parametri di verifica del rischio, giacché – ad usare quelli di novembre 2020 – saremmo invece tutti quanti gialli. E magari si scopre pure che i morti della prima parte del 2021 – nonostante la pandemia ancora in corso – appaiono in linea con la media dei morti dei primi mesi degli anni passati, laddove invece a marzo 2020 e novembre 2020 si erano visti picchi di maggiore mortalità. I numeri italiani e di altri paesi europei – d’altro canto – non sono tanto diversi da quelli di paesi in cui è invece già cambiata la narrativa e ora si guarda al “dopo pandemia”. E che dire del paradosso di una campagna vaccinale che qui da noi non è mai davvero decollata, pur in presenza di milioni di dosi nei frigoriferi? Se davvero c’è la peste, perché non si accelera davvero sui vaccini?

La percezione della prosecuzione dello stato di emergenza – amplificata dalla grancassa dell’informazione mainstream – è possibile soprattutto grazie al già menzionato fatto che le soglie per far scattare le restrizioni maggiori sono state tutte abbassate (e non di poco) rispetto alla prima fase dell’epidemia e che – rispetto alla prima ondata e anche alla seconda – si fanno tamponi a tappeto agli asintomatici, dunque fotografando un’immensa epidemia di contagiati non malati, che viene poi abilmente spacciata dai media per una malattia di massa (mortale per tutti, quando invece colpisce in modo fatale quasi sempre poche e ben definite minoranze delle popolazione). Standiamo un pietoso velo infine sulla pertinancia con cui ci si ostina a non varare un serio protocollo di cure domiciliari, solo per evitare che chi ha fatto il giuramento di Ippocrate rischi il contagio curando i pazienti a casa loro. Ma a che serve – nei paesi UE e in Italia – amplificare, aggravare e prolungare una vicenda che porta solo angoscia, miseria e dolore?

Alla prudenza, dirà qualcuno, dato che si vuole aspettare che arrivino i vaccini, che però – per inciso – in primis sono in penoso ritardo soprattutto grazie alle scelte discutibili dell’UE, in secondo luogo non escludono del tutto il contagio e – per finire – tanto meno escludono la contagiosità di chi li assume. La prudenza davvero non è mai troppa, ma qui si esagera. Dunque potrebbe anche esserci una ragione diversa, considerando che da decenni sono gli interessi economici di certi paesi – anzi di uno in particolare – a dettare la linea politica all’UE: linea cui sinora quasi tutti i nostri governi nazionali – da Monti in poi – si sono supinamente adeguati.

La prosecuzione dell’emergenza per proseguire la spesa a deficit degli stati UE anche per il 2021 senza far troppo dispetto alla Germania.

La considerazione per capire quel che potrebbe bollire in pentola per quest’anno è che, sotto il profilo macroeconomico, la reazione di tutti i paesi al Covid è stato fare debito pompando immensa liquidità nel sistema a compensazione della deflazione economica. Va da sé che, per quanto le banche abbiano fatto di tutto per non far transitare questi soldi nelle tasche delle piccole imprese e di chi aveva bisogno davvero, questa enorme massa di liquidità non genererà inflazione solo finché gli effetti del Covid (o, meglio, delle misure di reazione all’epidemia) rallenteranno l’economia.

Ora, la Germania è stata campionessa europea assoluta di deficit e aiuti di stato nell’era Covid (sfruttando la sospensione del patto di stabilità), dunque la sua economia riprenderà prima di quella degli altri stati europei, il che genererà inflazione, ossia qualcosa che – in Germania – è ritenuto dalla classe politica ben più pericoloso del Covid (ma anche della peste). Se un aumento dell’inflazione dovesse innescarsi anche nelle altre economie dell’eurozona, diverrebbe a quel punto difficile per la BCE – proprio perché Germania e paesi satelliti si metterebbero di traverso – continuare ad acquistare titoli pubblici dei vari stati membri senza limiti, come invece sta facendo a piene mani ora. Il solo compito della BCE secondo i trattati dell’UE (a differenza della Fed americana, che può agire anche con stimoli espansivi) e infatti di mantenere l’inflazione al di sotto del 2%. Ma come si fa a conservare il quantitave easing della BCE come finanziamento del deficit pubblico degli stati UE se in Germania abbiamo un bel 3% d’inflazione? Semplice: occorre tenere in forte deflazione le altre economie europee, e – in particolare – quella dell’unico altro grande produttore industriale rimasto in UE, ossia l’Italia.

Ed ecco che l’inettitudine di Speranza (con le sue chiusure a oltranza di interi comparti commerciali e con una campagna vaccinale a rilento) insieme ad un sistema mediatico (che fa il menagramo ad ogni ora del giorno e della notte, inibendo spesa e investimenti di chi avrebbe risorse a disposizione) divengono gli strumenti ideali per chi, senza neppure doverci mettere la faccia direttamente, volesse mantenere una forte deflazione nel nostro paese, rallentandone l’economia produttiva, a tutto beneficio delle emissioni colossali di BTP a tassi zero per finanziare nuovo debito pubblico.

E l’indiziato numero uno qui è Mario Draghi, contando che una buona parte degli scostamenti di bilancio – consentiti grazie al quantitavie easing “facile” permesso dalla delflazione – sono stati utilizzati, per garantire aumenti ai dipendenti pubblici, per finanziare il reddito di cittadinanza con un bel miliardo in più e per prolungare la cassa integrazione in deroga insieme al divieto di licenziamenti, di cui beneficiano soprattutto le grandi imprese. Per gli altri, in particolare per il piccolo ceto medio produttivo, vale a dire i possibili fattori di rilancio della domanda interna (e dunque untori dell’inflazione), poco più che briciole. Ma la vera cartina al tornasole sarà se – come si legge su alcuni quotidiani – veramente il governo toglierà il blocco dei licenziamenti solo alle grandi imprese già dal primo luglio prossimo, mentre le piccole e medie potranno farlo solo in autunno. Scelta che provocherebbe verosimilmente un’estate “ad alta deflazione”, con una marea di licenziati e decine di migliaia di piccole imprese dell’artigianato, del commercio al dettaglio e del turismo chiuderanno i battenti, seguita da un autunno di ulteriore crisi occupazionale.

Usare lockdown, fallimenti selettivi e licenziamenti come strumento di deflazione – conservando la possibilità allo stato nel frattempo di continuare a fare debito facile con emissioni di BTP acquistati dalla BCE – consentirebbe peraltro al Governo di non aumentare “in chiaro” la pressione fiscale a cittadini e imprese. E dico “in chiaro”, perché il lockdown e la perdita del lavoro o dell’attività – e questo un economista come Draghi lo sa sin troppo bene – in realtà è una tassa patrimoniale focalizzata sul patrimonio delle categorie che li subiscono, obbligate a dar fondo ai propri risparmi per tirare avanti.

C’è poco dunque da farsi illusioni sui vaccini, giacché – se è vero quel che qui si ipotizza – chiusure, licenziamenti e spesa a deficit saranno usate come strumento di ingegneria sociale, onde conservare – nella fase di uscita dalla crisi sanitaria – proprio gli aspetti peggiori di quella che Ricolfi ha definito società signorile di massa. Modello che ora viene utile a Draghi perché garantisce una continuità di deflazione, facendo pagare il conto delle rendite di posizione (i cui fruitori sono ormai maggioranza – a livello numerico – nel paese) alle solite minoranze vessate che lavorano e producono (ma che in questa particolare congiuntura vanno colpite in quanto potenziali untori inflattivi). Il tutto per fare in modo da non dover interrompere il quantitative easing della BCE, dunque per poter fare altro debito facile mediante i BTP – conservando in salute, oltre alle rendite dei garantiti di sempre, anche i bilanci delle banche e le aspettative dei grandi investitori istituzionali – con il non trascurabile vantaggio politico, infine, di non dover alzare le tasse “in chiaro” alla generalità di cittadini e delle imprese e senza correre il rischio di mandare in default il nostro debito sovrano. Il piccolo ceto medio produttivo nazionale pagherà insomma anche questa volta il conto, assai più delle altre categorie: anzi pagherà da solo tutto il conto al posto di quelle categorie, che invece usciranno sostanzialmente indenni anche da questa ennesima crisi economica.

Questo potrebbe essere dunque il gioco di Mario Draghi almeno fino a estate inoltrata: lasciare campo libero a Speranza, restando defilato sulla delicata questione sanitaria, ma curandosi di canalizzare la spesa a deficit soprattutto a tutela degli interessi di banche, grandi imprese e impiego pubblico – lasciando che siano Speranza e il CTS, con la fanfara del terrorismo dei mass media, ad assumersi la responsabilità politica dell’erosione dei risparmi del piccolo ceto medio e del massacro di interi comparti economici. Quando la deflazione non servirà più (e tra poco capiremo quando e perché questo accadrà), sarà allora possibile silurare con relativa comodità – anzi, nel giubilo popolare – il Ministro chiusurista e la sua corte di esperti. Se le cose stanno in questi termini, dunque, non aspettiamoci che i vaccini cambino più di tanto lo scenario; anzi, saranno semmai le vaccinazioni ad adattarsi allo schema, dunque procedendo a rilento almeno fino a settembre. Ma che succederà mai a settembre di tanto importante da cambiare la rotta della reazione alla pandemia? Per capirlo è utile esplorare le possibili motivazioni dell’appoggio della lega al governo Draghi.

Il diavolo e l’acqua santa: che ci fanno Draghi e Salvini insieme al governo?

Se quello ipotizzato qui sopra fosse davvero il gioco di Draghi, si diceva, occorre chiedersi quanto potrà mai durare, ma – soprattutto – come lascerà e dove porterà il paese quando finirà? Dalle risposte a queste domande dipende la soluzione di un’altra questione: quella dell’interesse che potrebbe avere la Lega a sostenere l’azione di un governo che – per ora – sta facendo un pessimo servizio proprio all’elettore medio leghista. Ma è proprio qui che la cosa si fa intrigante, giacché, a ben vedere, un interesse della Lega a cavalcare la tigre della deflazione, anche contro l’interesse immediato dei suoi elettori, potrebbe esserci davvero e consistere niente meno che nella creazione delle condizioni per una frattura dell’Euro in due blocchi distintiti o per una uscita dall’UE della Germania (e dei suoi paesi satelliti) o – infine – per l’italexit, tutti eventi che rilancerebbero l’economia del nostro paese anche a livello di domanda interna, dunque rimettendo in carreggiata proprio il ceto medio produttivo, che tanto ha dovuto patire da Monti in poi.

Dei termini generali della questione abbiamo in realtà già parlato parecchio nella terza parte dello scritto sui partiti italiani (già citata in precedenza anche in questo scritto), dunque non è il caso di ripetere qui le stesse cose. Quel che interessa capire ora è invece perché l’attuale massacro del ceto medio produttivo potrebbe, sul medio periodo, far resuscitare l’economia nazionale e, insieme ad essa, anche la domanda interna e, di conseguenza, quello stesso ceto medio che ora pare essere il bersaglio principe della “deflazione sanitaria” inaugurata dal duo Conte/Speranza e proseguita dal Governo Draghi.

Rispondere alla prima domanda – quello sulla durata della stretta sanitaria – è semplice: la deflazione sanitaria italiana serve probabilmente a evitare che la Germania chieda troppo presto alla BCE di sospendere gli acquisti di titoli pubblici in deroga, con ritorno al vecchio patto di stabilità, seppure “temperato” dal recovery fund. Di fatto Draghi sta comprando tempo per poter fare quanto più debito possibile finanziato col quantiative easing della BCE. Questo dovrebbe significare che i lockdown saranno allentati solo quando sarà certo che la Germania sia accinge ad avanzare ufficialmente la proposta di far finire gli acquisti in deroga di titoli pubblici, tornando all’austerità di sempre. Ma questa cosa non può accadere prima che a) la Germania sia uscita dalla fase acuta della crisi economica, passando dalla deflazione all’inflazione (prima di quel momento, infatti, la sospensione dell’austerità e l’acquisto di titoli senza limiti continua a fare comodo anche ai tedeschi) e che b) si siano svolte le elezioni politiche tedesche previste per la fine di settembre 2021.

Va infatti rilevato che il titanico piano (1.800 miliardi di dollari di aiuti a deficit) di stimoli economici varato dalla FED negli USA ha messo a nudo tutta l’insufficienza del Recovery fund come misura adeguata di reazione alla crisi economica da pandemia (fondo che rappresenta l’unica forma di solidarietà, ovviamente condizionata alle riforme e dunque all’austerità, che la Germania è disposta ad accettare) e – di conseguenza – sta costringendo la BCE – onde evitare un aumento dei tassi – ad accelerare ed espandere l’acquisto di titoli pubblici emessi dai paesi europei. Il che è esattamente quello che non vuole la Germania. Anche per effetto della pressione generata da questa scelta strategica degli USA, è dunque probabile che il momento del redde rationem arriverà subito dopo le elezioni tedesche. Se quel che qui si ipotizza risponde al vero, andremo insomma avanti con chiusure e restrizioni variamente modulate (specie per il comparto del turismo) almeno per tutta l’estate ventura e anche per l’inizio dell’autunno. Il che significa che arriveremo a fine anno con un deficit monstre, una marea di licenziati e qualche centinaio di migliaia di piccole imprese (specie nel turismo e nei servizi alla persona nonché nel commercio al dettaglio) che non riapriranno più. Cronaca di un disastro annunciato, allora? Non necessariamente.

La vera questione importante è infatti la seguente: anche ammettendo che, senza scatenare massicce rivolte di piazza, si possa andare avanti sino a ottobre con la mattanza del ceto medio nazionale, sacrificandolo sull’altare della deflazione a sua volta funzionale al proseguimento delle politiche di quantitative easing per finanziare nuova spesa a deficit; anche ammettendo questo – dicevamo – cosa farà il Governo quando l’esecutivo tedesco uscito dalle elezioni si settembre alla fine dirà davvero “genug” alla BCE e agli altri stati membri dell’UE?

Arrivati a quel punto, infatti, ogni tatticismo sarà saltato e l’Italia dovrà prendere una posizione, che potrà essere di due tipi. Draghi potrebbe adeguarsi – come in passato avevano fatto tutti i governi a trazione PD da Monti in poi – ai diktat deflattivi di Berlino, finendo in tal modo di massacrare l’economia del nostro paese o per mezzo di un default del debito sovrano tipo Grecia o evitandolo con una valanga di nuove tasse e tagli di spesa che, arrivando subito dopo un anno e mezzo di forte deflazione da lockdown, faranno sembrare il rigore di Monti e Fornero l’epoca dell’oro.

Se così davvero accadesse, l’Italia farebbe la fine della Grecia e Draghi sarebbe stato la una versione peggiorata di Monti, ossia l’ennesimo liquidatore dell’economia Italiana che agisce a favore degli interessi della Germania. Il che sarebbe però un riposizionamento difficile da comprendere, considerando che Draghi è personaggio storicamente assai legato agli interessi di Wall Street (e dunque di Washington) assai più di Monti e della consorteria del PD (fatta eccezione per Renzi, che guarda caso è stato proprio colui che ha provocato la caduta di Conte e l’ascesa al potere di Draghi). Dare l’Italia in pasto a una Germania ormai apertamente sinofila e dunque anti americana sarebbe per Draghi un cambio di campo del tutto inaspettato.

Diversi commentatori sono del resto concordi nel ritenere che, se Draghi è stato designato per guidare la ricostruzione del paese nel dopo Covid, chi lo ha voluto in quel posto non poteva non mettere in conto che questo avrebbe spostato il baricentro della politica italiana verso gli Stati Uniti. Il che – guardando ai rapporti geopolitici attuali – significa mettere l’Italia in rotta di collisione con gli interessi della Germania e, di conseguenza, con l’attuale burocrazia dell’UE e con gli interessi economici della Cina, ormai divenuto primo partner economico dell’Eurozona.

E così sta accadendo davvero, dato che i primi passi del governo Draghi paiono nel solco di un ritorno all’atlantismo, che invece era stato messo seriamente in discussione da alcune scelte del Conte bis. Con Draghi si ritorna ad esempio all’adozione della tecnologia 5G made in USA e non made in China (dossier – quello relativo al 5G – assolutamente strategico per Washington) e si procede con l’acquisto di 25 milioni di dosi del vaccino “americano” Johnson & Johnson. Si parla anche di un possibile utilizzo da parte del Governo della golden share su Iveco per impedire il take over cinese. E non è detto che sulla questione ILVA – per risolvere la grana con Mittal – non possa spuntare prima o poi qualche investitore d’oltreoceano.

L’americanismo mostrato da Draghi già all’inizio della sua esperienza di governo, mi induce dunque a supporre che – di fronte al “genug” della Germania – Roma potrebbe questa volta non adeguarsi ma rilanciare, cercando sponde a Washington e a Parigi per mettere Berlino in minoranza. E’ assodato che gli USA – anche nell’era Biden – proseguono sulla linea, già inaugurata da Trump, di aperta ostilità verso Germania e Cina, dunque puntando a una riduzione del potere di Berlino (che ora è il principale tramite dell’influenza di Pechino nell’UE) in Europa. D’altro canto, la Francia a sua volta: 1) vede crescere i conflitti con la Cina che sta praticando una sempre più aggressiva politica neo coloniale nel continente africano, in cui la Francia da sempre ha notevoli interessi strategici ed economici; 2) ha una situazione macroeconomica – quanto a debito pubblico e spesa – simile all’Italia, ma che appare assai peggiore della nostra in termini di bilancia commerciale, dunque avrebbe tutto l’interesse a sostenere una prosecuzione di quelle politiche espansive (ed inflattive) di cui la Germania, finita la crisi, non vorrà invece più sentir parlare; 3) vede le proprie esportazioni in picchiata – di qui la sua pessima bilancia commerciale – anche a causa dei dazi statunitensi: dazi provocati però dalle esportazioni tedesche ma che colpiscono di più la Francia, che – meno della Germania – è capace di compensare esportando in Cina.

Altro alleato nella ricerca di una nuova formula meno tedesca di UE potrebbe essere la Spagna, paese comunque “pesante” in termini economici e la cui economia – specie per il settore del turismo, che conta molto in percentuale sul suo PIL complessivo – è stata devastata non solo dal Covid ma, ancora prima, dall’esplosione di una bolla immobiliare che ha creato un immenso debito del suo sistema economico nei confronti delle banche del nord Europa, specie tedesche. Senza contare il tasso di disoccupazione, che anche nel paese iberico ha livelli altissimi, peggiori che da noi, e che di certo il Covid aggraverà. Anche la Spagna, dunque, ha un gran bisogno di politiche economiche espansive che durino nel tempo.

  La convergenza di interessi di questi tre stati cardine dell’eurozona potrebbe dunque davvero portare a una proposta di modifica dei trattati UE in senso più solidaristico, ad esempio creando un bilancio unitario finanziato non solo da tasse unioniste ma anche dall’emissione di “veri” eurobond, che magari possano essere acquistati da una BCE lasciata finalmente libera di agire da “vero” prestatore di ultima istanza, capace di finanziare eventuali politiche espansive. La proposta mirerebbe insomma a creare un ministero delle finanze e del tesoro europeo e a trasformare la BCE in una FED europea, ossia in una banca centrale che – invece che fare solo il guardiano dell’inflazione, come accade ora – potrebbe replicare nel vecchio continente quel modello di politica espansiva (e inflattiva) che negli USA si sta sempre più delineando come ricetta per il recupero economico post-covid.

Di fronte ad un simile rilancio, la Germania potrebbe fare tre cose. Adeguarsi (il che non pare probabile, considerando la nota intransigenza dei tedeschi quando si parla di inflazione e il fatto che l’UE e l’euro convengono davvero alla Germania solo sin quando danneggiano il suo competitor sul manifatturiero, ossia noi); andarsene dall’Euro (e forse anche dall’UE) portando con sé i paesi “frugali”: Olanda, Danimarca, Finlandia, Austria, Polonia e baltici (risolvendo lei stessa il problema); oppure – e questo è lo scenario peggiore, ma anche il più probabile – tentare, come ha sinora sempre fatto, di elaborare una controproposta di riforma dell’UE che aiuti solo la Francia (che non è il principale competitor manifatturiero di Berlino) ma che affossi l’Italia.

Ed è proprio in un simile (probabile) terzo scenario che il ruolo di Draghi sarebbe fondamentale per riuscire a “convincere” Parigi – con la sponda appunto di Washington e di una parte di Wall Street – della necessità di stare in un’area monetaria (e magari in un mercato unico) insieme a Roma e Madrid, ma senza Berlino. In tal senso va ricordato che nel 2022 ci saranno anche le elezioni presidenziali in Francia. E non ci vuol molto a capire che se quelle elezioni fossero vinte dalla destra, sarebbe assai più facile “convincere Parigi” a schierarsi in UE contro la Germania e a favore di un’Italia in cui, non solo il prossimo esecutivo sarà quasi certamente a trazione leghista (e comunque di destra), ma il prossimo Presidente della Repubblica potrebbe essere lo stesso Mario Draghi. Un Presidente europeista sì, ma con una visione di Europa piuttosto diversa da quella attuale, che conviene solo a Berlino e danneggia soprattutto noi.

Se tuttavia la strategia fallisse (e la Francia restasse dunque saldamente alleata della Germania), l’Italia potrebbe mettere sul tavolo l’arma di dissuasione finale, bloccando provvisoriamente i flussi di capitali in uscita dal paese e minacciando l’Italexit, che poterebbe l’Italia sì ad avere una moneta svalutata (facendo danni al Francia e Germania, con probabili ritorsioni commerciali dell’UE in stile post-brexit), ma con il vantaggio di riacquistare quella sovranità monetaria che le consentirebbe – essendo un paese ancora manifatturiero e dunque potenzialmente capace tanto di rilanciare la domanda interna quanto di sostenere al contempo forti esportazioni – di praticare politiche espansive, potendo soprattutto contare sull’alleanza strategica ed economica del colosso statunitense e di quella parte della sua grande finanza americana interessata ad investire in manifattura.

Proprio queste ultime considerazioni dovrebbero chiarire quali potrebbero essere i termini della scommessa politica della Lega (e del centrodestra in generale) su Draghi e, per converso, dell’opzione che il novello Draghi-politico potrebbe aver fatto sulla Lega (e sul centrodestra in generale) come possibili sponsor di una sua salita al Colle, in sostituzione di Mattarella. Si tratterebbe in sostanza di una scommessa reciproca su un futuro fatto di politiche espansive sostenute da una forte alleanza e appoggio economico degli USA. L’Italia di centrodestra che uscirà dalle prossime elezioni potrebbe – con Draghi Presidente della Repubblica – chiudere la stagione della sinistra germanofila capeggiata dal PD, evitando in tal modo la “deriva cinese” voluta soprattutto dai prodiani e dal M5S a guida del duo Conte-Grillo, per dare inizio a una “terza repubblica” fondata su un rinnovato vassallaggio strategico ed economico del nostro paese verso gli USA: vassallaggio strategico rispetto agli interessi geopolitici di Washington (dunque contro Pechino) e vassallaggio economico rispetto a quella parte degli investitori di Wall Street che è ancora interessata all’investimento produttivo, e dunque in certa misura espansivo, piuttosto che non alla forme più estreme – e nocive per il tessuto sociale – di speculazione finanziaria.

Tutto questo, naturalmente, a fronte di un sostegno degli USA, in prima battuta, alla proposta di una “nuova” UE che inizi a praticare proprio quelle politiche comuni di crescita espansiva che sinora la Germania, interessata solo a favorire le esportazioni a danno dei paesi del sud Europa, aveva sempre impedito, senza escludere la prospettiva – nell’eventualità di un fallimento dell’ipotesi precedente, in caso di mancata adesione della Francia al progetto di nuova unione europea – di un appoggio americano anche ad un’eventuale italexit. Ricordiamo infatti che l’UE è stata a suo tempo voluta e creata dagli USA, e che gli stessi USA mantengono di stanza sul territorio dei vari stati dell’unione una quantità significativa di forze armate e non lascerebbero che la Germania acquisisse troppo potere strategico in Europa. Dunque, ben difficilmente potrebbe continuare ad esistere una UE che – per fare gli interessi della Germania – finisse per mettersi troppo apertamente “contro” gli USA.

La scommessa fatta dalla Lega (e dalla parte “nordista” e berlusconiana di forza Italia) su Draghi potrebbe dunque avere una posta altissima (che non mi pare retorico definire “storica”) ed è per questo che – probabilmente – anche la parte euroscettica del partito ha accettato il notevole rischio politico, in termini di possibili ricadute negative elettorali, che una simile scommessa inevitabilmente implica. La prosecuzione della deflazione sino a fine anno verrà infatti pagata con lacrime e sangue proprio da quella piccola classe media produttiva che rappresenta il cuore dell’elettorato di centrodestra (e leghista in particolare), ma – nel giro di un paio di anni – potrebbe anche creare i presupposti perché proprio quello stesso ceto medio e il suo benessere, o magari quello dei figli, risorgano progressivamente grazie alle politiche espansive di una “nuova” Europa più keynesiana o, magari, di una nuova Italia collocata fuori dall’UE, ma ferrea alleata e partner economico preferenziale degli Stati Uniti.

Se così davvero dovesse accadere, quella del centrodestra – e della Lega in particolare – sarebbe stata una dura ma lucida manifestazione realpolitik, dato che il gioco, per il paese nel suo complesso, potrebbe anche essere valso la candela dei tremendi sacrifici imposti agli elettori. Staremo a vedere quel che succede nei prossimi mesi, ma – intanto – segnatevi già sul calendario due date col cerchietto rosso: settembre 2021 (elezioni tedesche) e aprile 2022 (presidenziali francesi). Da quel che accadrà – soprattutto in Francia – potrebbe infatti dipendere il destino del nostro paese e, dunque, il benessere dei vostri figli e nipoti.

Corsi e ricorsi storici.

Prima di chiudere definitivamente, può essere il caso di segnalare che – se le cose davvero andassero nel modo che qui si ipotizza – saremmo di fronte a un impressionante caso di corso e ricorso storico.

La Germania acquisisce un’influenza politica e strategica sull’Europa tale da indurre il Regno Unito a schierarsi contro di lei, in ossequio alla sua tradizionale scelta strategica di evitare la creazione di una potenza egemonica continentale in Europa. La stessa Germania al contempo si allea con una potenza orientale in crescita che entra in competizione e conflitto con gli Stati Uniti. Per effetto delle tensioni tra questa potenza orientale e gli Stati Uniti, questi ultimi – di sponda con il Regno Unito – entrano in conflitto aperto con il blocco continentale europeo guidato dalla Germania.

L’Italia resta per diversi decenni un fedele vassallo della Germania, sino a quando l’ultimo dei governi filo tedeschi viene deposto da una parte delle forze politiche che lo sostenevano, per sostituirlo con un nuovo governo che si allea invece con gli Stati Uniti contro l’ex alleato Tedesco e la potenza asiatica alleata dei tedeschi. La Germania – sullo scacchiere europeo – perde poi il conflitto con gli Stati Uniti e viene fortemente ridimensionata in termini di influenza geopolitica, mentre l’Italia – per quanto devastata economicamente dalle conseguenze dell’alleanza con la Germania – viene aiutata dagli stessi USA a rimettersi in piedi, per diventare progressivamente il principale punto di riferimento economico americano nel mediterraneo e concorrente della Germania. Anche la Francia, prima alleata della Germania, la abbandona a favore di un’alleanza con gli Stati Uniti, in cambio della concessione del ruolo di potenza regionale nello scacchiere mediterraneo e nord africano.

Quella che abbiamo fatto qui sopra pare una sommaria descrizione di quel che è accaduto in Europa nella prima metà del ventesimo secolo, ma – se le mie supposizioni si riveleranno vere – potrebbe essere una sintesi anche di ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi e che potrebbe accadere nel prossimo futuro, sol che si abbia la cura di ricordare che le guerre di oggi non si combattono più con le armi, ma con i capitali e l’economia. Visto che da anni in Italia siamo sotto le bombe economiche dell’Euro a trazione tedesca, tocca davvero sperare che la storia si ripeta, magari portandoci – dopo le devastazioni del Covid – proprio un nuovo boom economico, simile a quello seguito ai durissimi anni della ricostruzione postbellica. Sta di fatto che nel giro di un paio di anni sapremo chi avrà vinto, sul fronte europeo, la terza guerra mondiale e dunque capiremo se il nostro destino sarà quello di tornare ad essere una potenza economica ovvero quello di essere ridotti dalla Troika a una … magna Grecia.

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Mark Bosshard
Mark Bosshard
Busto Arsizio (VA), 28 marzo 1970. Avvocato e docente a contratto presso l'Università Cattolica di Milano
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