Il riequilibrio dei poteri – Perché votare SÌ al referendum
Parlare dell’imminente referendum sulla giustizia non è molto originale, ma è molto importante, perché in gioco c’è ben più del suo contenuto esplicito. Il suo significato profondo, infatti, è politico: si tratta di ristabilire il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, che da trent’anni in qua è stato gravemente alterato, a tutto vantaggio della magistratura, che ne ha approfittato per invadere sempre più spesso ambiti che per loro natura non competono ad essa, bensì alla politica.
1. Non separazione, ma equilibrio dei poteri
Prima di entrare nel merito del quesito referendario va chiarito un punto fondamentale, che viene continuamente frainteso (nel migliore dei casi) o addirittura intenzionalmente mistificato (nel peggiore): la democrazia non si basa affatto sulla separazione dei poteri, bensì sul loro equilibrio.
Con questo non sto certo negando che la separazione sia importante, ci mancherebbe. Ma essa è importante solo come mezzo rispetto a un fine. E il vero fine è, per l’appunto, l’equilibrio dei tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.
Di conseguenza, la separazione va mantenuta – e anzi difesa a spada tratta – nella misura in cui aiuta (non in astratto, ma nella situazione concreta in cui ci si trova) a mantenere tale equilibrio. Tuttavia, essa non solo può, ma anzi deve essere almeno in parte corretta qualora cominciasse invece a generare uno squilibrio. E che oggi uno squilibrio ci sia e che sia tutto dal lato della magistratura, che ne approfitta per prevaricare sempre più spesso sulla politica, invadendo ambiti che per loro natura non le competono, mi pare un dato di fatto difficile da negare.
Il motivo è che la magistratura ha la possibilità di influire sulla politica in due modi: con le inchieste, che possono colpire sia singoli individui che interi partiti; e con le sentenze della Corte Costituzionale, che ha il compito di abrogare le leggi contrarie alla Costituzione. La politica, a sua volta, influisce sulla magistratura attraverso l’attività legislativa, che di per sé è prerogativa del Parlamento, ma di fatto è esercitata indirettamente anche dall’esecutivo, per mezzo dei decreti e delle proposte di legge, nonché del dialogo interno ai partiti.
Il sistema di per sé funziona, ma ha un punto debole: a controllare che la magistratura si attenga alla legge (come è suo dovere, ma come non sempre accade) è la magistratura stessa.
In condizioni normali questo non è un problema, perché, se i casi di interpretazione arbitraria della legge sono pochi, essi vengono corretti dai meccanismi di controllo interni all’ordinamento giudiziario. Ma se a deviare è una parte consistente o addirittura maggioritaria della magistratura, non c’è molto che la politica possa fare per ricondurla all’ordine. Cambiare le leggi non basta, perché i magistrati possono continuare a interpretarle in maniera distorta e la Corte Costituzionale può abrogarle anche se non sono realmente anticostituzionali, non essendoci nessuno al di sopra di essa che possa correggerne le decisioni L’unica soluzione è una legge costituzionale, a cui anche la Consulta deve inchinarsi.
Questo è esattamente ciò che ha fatto il governo ed è il motivo per cui domenica andremo a votare.
2. La posta in gioco
Qualche giorno fa Luca Ricolfi ha spiegato da par suo (cioè numeri alla mano) perché, nonostante il SÌ sia ampiamente maggioritario nel paese, rischi di non esserlo nelle urne. I favorevoli, infatti, essendo prevalentemente di destra e di centro, sono meno inclini a mobilitarsi rispetto ai contrari, che, essendo prevalentemente di sinistra, per tradizione tendono maggiormente all’impegno politico (https://www.fondazionehume.it/politica/le-complesse-stime-sul-referendum-vincera-il-no/).
Ciò è sicuramente vero, ma vorrei aggiungere che c’è un altro fattore che potrebbe giocare in tal senso. Infatti, il fronte del NO sta cercando di politicizzare al massimo il voto, per trasformarlo di fatto in un referendum pro o contro il governo, mentre i sostenitori del SÌ, per la stessa ragione, cercano di evitarlo, insistendo prevalentemente sugli aspetti tecnici della riforma, evidentemente memori dell’autorottamazione di Matteo Renzi, che aveva legato il suo futuro politico all’esito del referendum sulla sua riforma costituzionale.
Ciò è comprensibile, ma il calcolo rischia di essere sbagliato, perché potrebbe accentuare ulteriormente il gap di motivazione fra i due elettorati. E non solo perché l’appello a “difendere la democrazia in pericolo” è emotivamente più coinvolgente, per quanto vecchio di 60 anni (durante i quali la democrazia italiana ha continuato ad essere viva e vitale, benché un po’ acciaccata), ma perché almeno su una cosa i sostenitori del NO hanno ragione: la posta in gioco non è tecnica, ma politica.
Dal punto di vista del contenuto, infatti, non c’è dubbio che le obiezioni alla riforma siano del tutto infondate, spesso assurde e a volte addirittura deliranti, giacché in essa non c’è nulla (ma proprio nulla) che porti verso un maggiore controllo della magistratura da parte della politica.
In particolare non si capisce perché il sorteggio dei membri del CSM dovrebbe avere conseguenze apocalittiche, giacché qualsiasi magistrato deve essere in grado di giudicare i suoi colleghi, esattamente come giudica i comuni cittadini. L’obiezione che così non si sceglierebbero i migliori è risibile, dato che il sorteggio è stato introdotto proprio di fronte all’evidenza che ormai da tempo con l’elezione non si sceglievano i più bravi, ma i più servili verso le varie correnti.
Quanto alla separazione delle carriere, in realtà non c’è, dato che anche la riforma Cartabia del 2022 ha lasciato la possibilità di passare dall’una all’altra, anche se solo una volta (il solito vecchio vizio italiano di non abolire mai una norma, ma solo di “migliorarla”). Comunque, qualsiasi cosa se ne pensi è irrilevante, perché è un punto che la nuova legge non tocca.
Insomma, se la riforma ha un difetto, non è certo che è troppo drastica, ma semmai che non lo è abbastanza.
Tuttavia, è vero che una vittoria del NO incoraggerebbe i magistrati politicizzati a continuare a comportarsi come stanno facendo. Al contrario, una vittoria del SÌ darebbe un forte segnale politico (appunto), certificando che la maggioranza degli italiani è scontenta dell’andazzo attuale e chiede un cambiamento, il che potrebbe indurli a una maggiore prudenza.
Quindi su questo i fautori del NO hanno ragione: il referendum ha un fine politico, che è davvero il ridimensionamento del potere dei magistrati. Dove sbagliano è nel ritenere che ciò sia un male, mentre al contrario è cosa buona e giusta.
3. Lo strapotere della magistratura
È semplicemente un fatto che non esiste oggi (e forse non è mai esistito nemmeno in passato) un solo paese al mondo in cui i magistrati in generale e i PM in particolare godano dello strapotere che hanno in Italia. In nessun altro paese, infatti, si danno tutte insieme le seguenti circostanze:
1) non c’è una separazione completa delle carriere;
2) PM e giudici sono sottoposti allo stesso organo di autogoverno (il CSM), che è formato da rappresentanti di entrambi i gruppi;
3) PM e giudici vengono nominati a vita tramite un concorso pubblico, che in teoria è meritocratico, ma di fatto è una cooptazione mascherata, dato che 20 membri su 28 della commissione giudicatrice, cioè oltre il 70%, sono magistrati;
4) PM e giudici sono completamente indipendenti dal potere politico;
5) non esiste l’immunità parlamentare, che obbliga a richiedere l’autorizzazione a procedere per indagare o processare parlamentari e ministri (è stata abolita nel 1993, sull’onda di Mani Pulite), che è necessaria solo per il loro arresto.
Poiché ho detto che la questione è politica, non discuterò questi punti nei dettagli, che peraltro ciascuno può facilmente approfondire da sé con una semplice ricerca su Internet. Mi limiterò a tre esempi, che dovrebbero bastare a far capire quanto sia grave l’anomalia italiana.
a) In tutto il mondo anglosassone, che rappresenta una buona parte dell’Occidente e non è certo retto da dittature fasciste, i PM non solo hanno una carriera separata dai giudici, ma non sono nemmeno magistrati: sono avvocati (gli avvocati dell’accusa) e negli Stati Uniti vengono addirittura eletti dal popolo (in genere ogni 4 anni, come i membri del Congresso). Non dico che quel sistema sia necessariamente migliore del nostro, ma di certo non è palesemente peggiore e non ha portato ad alcun asservimento della magistratura al potere politico.
b) In Francia i PM dipendono dal Ministro della Giustizia, che può emanare direttive contenenti linee guida vincolanti per la loro attività e trasferirli in qualsiasi momento anche senza il loro consenso, il che di fatto significa togliergli l’indagine che stanno conducendo. Immaginatevi cosa succederebbe se qualcuno volesse fare lo stesso da noi! Eppure, per quel che ne so neanche la Francia è una dittatura fascista e neanche questo sistema ha determinato l’asservimento della magistratura alla politica, tant’è vero che perfino un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, è stato indagato, processato, condannato e mandato in carcere.
c) In quasi tutti i paesi civili, con le uniche eccezioni di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda, per indagare o processare uno dei suoi membri o un membro del governo è necessaria l’autorizzazione del Parlamento, che può essere negata qualora si ravvisi un atteggiamento persecutorio o comunque non obiettivo da parte del PM. E ciò vale anche per il Parlamento Europeo, di cui l’Italia fa parte.
È vero che la riforma proposta dal governo Meloni non tocca nessuno di questi punti (e per questo ho detto che se ha un difetto è di non essere abbastanza incisiva). Ma non c’è dubbio che la sua vittoria al referendum favorirebbe un riequilibrio dei poteri dello Stato italiano, mentre una sua sconfitta accentuerebbe ancor di più il loro attuale squilibrio.