Sexting e revenge porn – Il dilemma della città vecchia

In questi giorni mi è tornato alla mente un episodio di oltre quarant’anni fa. Con i miei colleghi e colleghe sociologhe, per lo più provenienti da università del nord e del centro Italia, eravamo sbarcati in una importante città del Sud per partecipare a un convegno di sociologia. Appena arrivati in albergo, qualcuno ci avvertì: evitate la città vecchia, perché c’è il rischio di essere scippati e derubati.

Alcuni di noi, prevalentemente maschi se ricordo bene, accettarono di buon grado il consiglio e si limitarono a girare nei quartieri prossimi all’albergo, situato al di fuori della città vecchia. La maggior parte delle colleghe sociologhe, invece, non si fecero alcun problema ad avventurarsi nella città vecchia. Secondo loro non c’era alcun pericolo, era evidente che eravamo di fronte a un pregiudizio anti-meridionale, un pregiudizio che andava sfatato. Mai e poi mai avrebbero rinunciato a visitare la città vecchia e a fare shopping per uno stupido pregiudizio.

Al ritorno dal giro nella città vecchia, nessuna si presentò indenne: a tutte era stato sottratto qualcosa.

Perché questa differenza di comportamento? Dopo tutto eravamo sociologi sia noi, il gruppo dei prudenti (più maschi che femmine), sia loro, il gruppo delle audaci (più femmine che maschi).

Una risposta possibile è che ognuno ha una diversa propensione al rischio, nonché una diversa inclinazione a credere agli stereotipi negativi (l’immigrato che delinque, lo zingaro che borseggia, il meridionale sfaticato). Di fronte a un allarme, si può prenderlo sul serio o declassarlo a credenza infondata. C’è chi gli stereotipi li considera pre-giudizi, e chi pensa che talora siano post-giudizi, frutto dell’esperienza.

Ma credo non sia tutto. Nella reazione di chi dice “io nella città vecchia ci vado lo stesso” c’è anche una sorta di ribellione a un ricatto. È come dire: è mio diritto girare per la città vecchia senza essere aggredito, non lascerò che qualcuno mi tolga questo diritto. Insomma, per alcuni può essere anche una questione di principio: si va incontro a un rischio non perché lo si giudica del tutto inesistente, ma perché defilarsi significherebbe piegarsi a una prepotenza, rinunciare a qualcosa che nessuno è titolato a sottrarci. Di qui il dilemma: evitare il rischio e rinunciare a un diritto, o esercitare il diritto e correre il rischio?

L’episodio mi è tornato alla mente perché, nel mondo di oggi, il “dilemma della città vecchia” è diventato più attuale che mai, specialmente per le donne. Le scelte di abbigliamento, i modi di stare sui social, la selezione dei luoghi, delle compagnie e degli orari in cui muoversi in una città, sono tutte decisioni che riproducono il dilemma: se mi espongo affermo un principio, ma corro un rischio; se non mi espongo, evito il rischio ma rinuncio a far valere un principio.

Questo dilemma si presenta tipicamente in materia di sexting (condivisione di immagini sessualmente esplicite). E con speciale drammaticità per le ragazze più giovani, per le quali il sexting può essere una libera scelta, ma pure una pretesa indebita da parte di partner prepotenti e ricattatori. A valle di ogni atto di sexting, infatti, è sempre in agguato il rischio del cosiddetto revenge porn, ossia che qualcuno diffonda le immagini senza consenso, o anche semplicemente minacci di farlo per ottenere prestazioni sessuali, denaro, o altri favori.

Anche qui, a prima vista, sembra riproporsi il dilemma: rischiare per affermare il principio, o rinunciare per evitare il rischio?

Sul punto, credo che la posizione più saggia sia quella assunta dall’avvocata Francesca Florio nel suo libro Non chiamatelo revenge porn (Mondadori 2022). A suo parere, nessuno ha il diritto di stigmatizzare il sexting, e le persone che lo praticano non hanno ragione di vergognarsene; e tuttavia, nello stesso tempo, è molto pericoloso nascondere o minimizzare gli immensi rischi che con il sexting vengono assunti. Fare sexting solo per affermare il principio che si ha tutto il diritto di farlo è autolesionistico. E stigmatizzare chi – come mamme, genitori, educatori – lo sconsiglia vivamente è profondamente sbagliato. Perché la “città vecchia” esiste, e avventurarvisi solo per affermare la propria libertà può costare caro. Molto caro. Come può rendersi conto chiunque legga le tante, drammatiche storie splendidamente raccontate da Francesca Florio nel suo libro.

[articolo uscito sulla Ragione il 15 aprile 2025]




Il grande tabù – Femminicidi e suicidi

Le donne uccise nel mese di gennaio di quest’anno sono state di meno di quelle uccise nel medesimo mese dell’anno scorso. Può essere un caso. Però anche a febbraio c’è stata una diminuzione rispetto a un anno fa. Anche qui può essere un caso. Ma la medesima diminuzione è stata osservata a marzo. E pure nella prima settimana di aprile.

È sempre un caso?

La statistica non lo esclude, ma lo considera molto improbabile. La Polizia ha comunicato che il numero di donne uccise nei primi 3 mesi del 2025 (16) è stato del 36% inferiore al corrispondente numero del 2024 (26). Se le cose dovessero continuare così, o non tanto diversamente da così, il 2025 potrebbe risultare il primo anno in cui il numero di donne uccise, che erano in lentissima diminuzione nel 2023 e nel 2024, scende sensibilmente al di sotto di quota 100 (erano state 120 nel 2023, e 113 nel 2024).

Speriamo. Ma se così fosse, come potremmo spiegare la diminuzione? E soprattutto: che fare per rendere ancora più ripida la discesa?

Qui siamo ovviamente nel campo delle ipotesi. Comincerei da una spiegazione che ritengo sbagliata: i maschi sono diventati meno aggressivi, o più civili. Questa spiegazione è poco convincente perché chiama in causa un cambiamento culturale, senza tenere conto che i cambiamenti culturali sono quasi sempre lenti, molto lenti. Certo si può pensare che l’enorme pressione sociale sui maschi innescata dal femminicidio di Giulia Cecchettin abbia smosso qualcosa, ma è difficile credere che i risultati siano potuti arrivare nel giro di un solo anno.

Contro questa lettura militano anche i dati della criminalità che mostrano che, con l’importante eccezione degli omicidi, la maggior parte dei crimini violenti – rapine, lesioni dolose, maltrattamenti, violenze sessuali solo per citarne alcuni – è in forte  aumento negli ultimi anni, e lo è in special modo fra giovani e giovanissimi. L’impressione generale è quella di una crescita dell’aggressività, che tuttavia non si manifesta attraverso un aumento degli omicidi (che hanno un andamento altalenante), bensì attraverso altre forme di violenza e intimidazione, in netto aumento rispetto agli anni pre-covid.

Colpiscono, in particolare, il numero delle violenze sessuali denunciate, salite a oltre 6500 l’anno (il numero effettivo potrebbe aggirarsi intorno a 30 mila), e la crescita dei reati del “codice rosso”, in particolare lo stalking e il revenge porn (diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti).

Se in generale quel che si osserva non è una diminuzione generalizzata dell’aggressività, forse l’ipotesi che si può avanzare per spiegare la flessione del numero di donne uccise è che, dopo la morte di Giulia Cecchettin, siano aumentate sia la vigilanza delle donne (capacità di cogliere i segnali di pericolo) sia la loro propensione a rivolgersi alle autorità nelle situazioni critiche.

E qui veniamo alla domanda critica: che cosa potremmo fare per accelerare la caduta delle uccisioni di donne, e in particolare dei femminicidi?

Probabilmente la strada più fruttuosa è allargare lo sguardo. I media danno un’enorme importanza ai casi di donne uccise dal partner, ma non paiono rendersi conto che quella dei femminicidi è solo la punta di un iceberg. Le donne uccise dal partner o dall’ex compagno sono circa 1 la settimana, ma per ogni donna uccisa ve ne sono circa 400 vittime di violenza sessuale e migliaia vittime di maltrattamenti e atti persecutori. Eppure l’intorno del femminicidio, fatto di dolore e sofferenza, attira ben poca attenzione. Perché è invisibile, azzarderà qualcuno.

Ma è una risposta che non convince. Perché una parte di questo intorno è visibilissima, solo che la si voglia vedere. Per ogni donna uccisa, ve ne sono 7 che si suicidano: più di 2 al giorno. E tutto fa pensare che, soprattutto nelle fasce giovanili, i drammi che per alcune finiscono nei femminicidi, non siano di natura tanto diversa dai drammi che stanno dietro tanti suicidi.

Perché, dunque, ce ne occupiamo così poco? Perché i suicidi sono diventati tabù, come sotto il fascismo?

Forse perché abbiamo bisogno di un colpevole. E il femminicidio, a differenza del suicidio, ce lo fornisce su un piatto d’argento. Peccato, perché capire meglio che cosa c’è dietro i suicidi di tante donne, verosimilmente, ci aiuterebbe anche a trovare nuove vie per combattere i femminicidi.

[articolo uscito sul Messaggero il 13 aprile 2025]




Fra guerra e pace – Verso le elezioni anticipate?

Nessuno può escludere che fra qualche mese un raggio di sole accarezzi il mondo. La guerra in Ucraina finisce, in Israele c’è una tregua, l’Europa raggiunge un accordo commerciale con gli Stati Uniti, le borse recuperano il terreno perduto. Il riarmo dell’Europa torna in secondo piano. Insomma, la gente smette di avere paura della guerra e dell’inflazione.

Questo però non è lo scenario più verosimile. Lo scenario più verosimile, purtroppo, è che, comunque evolvano le cose, la paura della guerra e lo spettro della recessione ci accompagnino ancora per un po’. Diciamo (almeno) per due o tre anni.

Ebbene, se questo dovesse essere lo scenario prevalente, il quadro politico potrebbe mutare sensibilmente, e i rapporti di forza fra i partiti al momento delle prossime elezioni politiche (previste per il 2027) potrebbero cambiare drasticamente. E potrebbero farlo nella direzione che, lentamente e quasi impercettibilmente, si sta profilando già in questi giorni.

A segnalare i primi scricchioli è stato l’istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli, che fin dagli ultimi giorni di marzo, sul Corriere della Sera, avvertiva che Fratelli d’Italia stava perdendo colpi e soprattutto che, contrariamente a quanto affermato dalla maggior parte degli istituti rivali, era largamente al di sotto del 30% di consensi, e semmai si stava pericolosamente planando verso quota 26%, ossia al risultato elettorale del 2022.

Poi negli ultimissimi giorni è intervenuta la supermedia dei sondaggi calcolata da You Trend, che apparentemente non ha rivelato cambiamenti clamorosi ma in realtà, a leggere attentamente le variazioni rispetto a due settimane prima, non solo conferma il calo di Fratelli d’Italia (più che comprensibile date le evidenti difficoltà di Giorgia Meloni in politica estera) ma mostra che le micro-variazioni in atto negli altri partiti hanno un segno preciso e delineano (forse) una tendenza.

Quale tendenza?

Fondamentalmente il riallineamento del sistema politico lungo la frattura fra partiti europeisti (quasi sempre al governo in Europa) e partiti euroscettici (quasi sempre all’opposizione in Europa). Credo non sia un caso che il segno meno caratterizzi i consensi a Pd, Forza Italia, +Europa, Azione, Noi moderati, e il segno + caratterizzi i consensi a Lega, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra. Quel che differenzia i due blocchi è che i primi hanno assunto una posizione sostanzialmente favorevole al riarmo, mentre i secondi ne hanno preso univocamente le distanze non solo a Bruxelles, ma anche nelle piazze (vedi la grande manifestazione di sabato convocata da Conte).

Ebbene, se l’incubo della guerra dovesse perdurare, tutto questo potrebbe preludere ad alcuni cambiamenti importanti sia nella coalizione di governo sia nelle opposizioni.

Nella coalizione di governo la competizione fra Forza Italia e la Lega per la posizione di maggiore alleato del partito della Meloni potrebbe volgere a favore della Lega, unico partito in grado di offrire un approdo al pacifismo di destra. Nel fronte dell’opposizione potrebbe riaprirsi la competizione per la leadership fra Schlein e Conte. Oggi il Pd ha il 22.7% dei consensi, contro il 12.1% dei Cinque Stelle. Sembra un abisso, ma se anche solo il 3% dell’elettorato, in quanto nettamente contrario al riarmo, transitasse dal Pd ai Cinque Stelle, il partito di Schlein scenderebbe sotto il 20%, e quello di Conte salirebbe sopra il 15%. Con un distacco di 5 punti scarsi, e venti di guerra all’orizzonte, la partita per la leadership si riaprirebbe.

Ma il pericolo maggiore, fra tutti i partiti, probabilmente lo correrebbe Fratelli d’Italia: la spina nel fianco pacifista è più dolorosa per chi guida il governo che per chi sta all’opposizione. Un Salvini che superasse il 10% diventerebbe una spina nel fianco per il governo Meloni, specie se il trend di ridimensionamento di Fratelli d’Italia, concordemente rilevato dalla maggior parte degli ultimi sondaggi, dovesse persistere. In quel caso, a meno di un insperato, rocambolesco soccorso del partito di Calenda, il ritorno anticipato alle urne non sarebbe così impossibile come appare oggi.

[articolo inviato alla Ragione il 6 aprile 2025]




Genitori e insegnanti – L’alleanza interrotta

I genitori sono alla sbarra. Dopo l’uscita del film Adolescence, e sull’onda degli ultimi femminicidi, accade sempre più di frequente che psicologi, psicanalisti, educatori in genere, leggano i fenomeni di violenza giovanile come segnali di un disagio di cui i primi responsabili sarebbero i genitori. Alla base di tutto vi sarebbe la mancanza di dialogo, e in particolare l’incapacità dei genitori di comprendere (e ascoltare) i tormenti esistenziali dei figli. Un deficit di attenzione aggravato da una parallela incapacità di ascolto degli insegnanti.

Negli Stati Uniti la diagnosi è molto più specifica, anche perché fondata su evidenze empiriche assai robuste  (serie storiche di lungo periodo) . Con due splendidi libri (iGen e The Anxious Generation) gli psicologi sociali Jean Twenge e Jonathan Haidt hanno dimostrato in modo difficilmente controvertibile che il disagio giovanile – fatto di ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, solitudine, ideazione suicidaria (e ahimè pure suicidi riusciti) – è esploso intorno al 2012, subito dopo l’invenzione dell’iPhone 4 e la proliferazione dei social. Anche loro, come i nostri psicologi, puntano il dito sui genitori: alla base del disagio giovanile vi sarebbero genitori iper-protettivi nel mondo reale, e colpevolmente assenti in quello virtuale (ossia su internet).

Tutte queste diagnosi hanno naturalmente una loro plausibilità. Pare abbastanza verosimile che, se genitori e insegnanti fossero più presenti e più attenti ai bisogni psicologici dei figli, avremmo un po’ meno disagio, meno comportamenti aggressivi, meno violenza di genere. Ed è indubbio che, nella situazione attuale, molti adolescenti abbiano bisogno di un supporto psicologico. E tuttavia c’è anche un altro modo di porre la questione: com’è che alla situazione attuale siamo arrivati? da dove è sbucata l’enorme fragilità adolescenziale che osserviamo oggi? perché gli adolescenti di ieri non avevano, o avevano in misura molto minore, la maggior parte dei problemi di quelli di oggi?

Ebbene, se ci poniamo da questa prospettiva, meno individuale e più storico-sociologica, le cose ci appaiono in modo alquanto diverso. C’è un prima e c’è un dopo.

E c’è un evento che ha fatto da spartiacque. Questo evento è la rottura dell’alleanza fra genitori e insegnanti, che in Italia si è consumata grosso modo fra il 1995 e il 2000, ai tempi del mantra del “diritto al successo formativo”. Se i genitori non sono più in grado di dialogare con i figli non è per un più o meno repentino deficit di empatia (come tendono a suggerire le letture psicologiche) ma per il fatto molto concreto che, a un certo punto, hanno assunto il ruolo di sindacalisti dei figli, così perdendo il loro migliore alleato, l’insegnante. Quel che oggi si stenta a riconoscere è il fatto che il dialogo con i figli passava innanzitutto attraverso la delega di autorità che le famiglie conferivano alla scuola. È in quanto consideravano fondamentali i risultati scolatici, e degni di rispetto gli insegnanti, che i genitori erano per così dire costretti a dialogare con i figli e a esercitare la funzione genitoriale. Che certo non si esaurisce nel monitorare voti e pagelle, ma diventa difficile da esercitare se il baricentro quasi esclusivo della vita di ragazze e ragazzi non è più la scuola, ma è il gruppo dei pari. E se, conseguenza cruciale, la socializzazione non è più task-oriented (ossia basata su compiti concreti, dallo studio allo sport, dagli hobby alle esplorazioni) ma identity-oriented (ovvero fondata sulla ricerca del riconoscimento nel gruppo dei pari). Se tutte le tue energie sono impiegate a costruire la tua immagine (il famigerato “profilo”) e a massimizzare l’apprezzamento di una comunità virtuale, è normale che resti ben poco spazio per il dialogo intra-familiare, e spesso per il dialogo faccia a faccia in generale.

Si parla spesso, per denunciarla, della competitività che la scuola innescherebbe, e che sarebbe all’origine di tanti suicidi studenteschi. Ma basta un minimo di introspezione e di osservazione del mondo per rendersi conto che, mediamente, è molto più potente la pressione a essere percepiti come “fighi” dai propri pari che a essere giudicati “bravi” dai propri insegnanti o genitori.

Insomma, voglio dire che il processo ai genitori attualmente in corso è mal impostato. Non perché non abbiano le loro responsabilità (la principale delle quali, spesso, è di comportarsi da adolescenti), ma perché – finché accetteremo che i nostri figli abitino su internet e che i loro insegnanti siano a mala pena tollerati – la battaglia è perduta. Troppa la fragilità che nasce dalla competizione spietata con i più belli, i più desiderabili, i più sopra le righe. Troppa l’insicurezza per chi non ha terreni di gioco concreti su cui misurarsi, ma solo l’arena virtuale della rete. Troppo forti gli incentivi al bullismo, che prima o poi tracima da internet alla realtà.

Sarò sincero: quel che mi stupisce non è che tanti genitori non dialoghino con i figli, ma che non abbiano ancora capito la ragione per cui non sono più in condizione di farlo.

[articolo uscito sul Messaggero il 5 aprile 2025]




Il Manifesto di Ventotene. Qualche considerazione di metodo

Giuseppe Ieraci sul post di Paradoxa-Forum, del 28 marzo, Sovversivi e comunisti a Ventotene, analizzando criticamente Il Manifesto di Ventotene ha parlato di «un apparato concettuale che oggi desta perplessità: lotta e coscienza di classe, rivoluzione, collettivizzazione, proletariato, sfruttamento capitalistico, imperialismo, si tratta di un linguaggio tardo ottocentesco che era tipico dell’humus culturale dei nostri ‘resistenti’». Gli ho fatto rilevare che proprio quell’apparato concettuale avreb-be dovuto sconsigliare dal farne un testo di battaglia ancora attuale da sbattere in faccia al governo. Sennonché, con grande meraviglia, leggo su ‘Critica Liberale’ un articolo di Giuseppe Civati, All’armi son fascisti del 19 marzo u.s., – un politico che si dichiara alla sinistra della sinistra parlamentare – che sembra non condividere affatto le ‘perplessità’ di Ieraci.. A Giorgia Meloni – che aveva citato, a riprova del sostanziale illiberalismo del Manifesto, il passaggio: «Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e intorno ad esso la nuova vera democrazia» – Civati obietta che avrebbe dovuto proseguire nella citazione e leggere il seguito del discorso: «Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sboccare in un rinnovato dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo, fin dai primissimi passi, le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano partecipare veramente alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento, di istituzioni politiche libere».

 È difficile capire se Civati si limita a riportare ciò che passava nella mente di Spinelli, Rossi e Colorni o se crede davvero alla plausibilità di un partito rivoluzionario che avrebbe potuto riformare una comunità politica (nella fattispecie, vasta come un continente) senza tramutarsi in un apparato dispotico. In realtà, se la premier avesse proseguito nella sua citazione avrebbe ulteriormente giustificato la denuncia del carattere illiberale del Manifesto. Quando mai, infatti, si è avuto nella storia un partito rivoluzionario demiurgico in grado di realizzare grandi riforme, di far trionfare libertà, eguaglianza e giustizia sociale e disposto poi a ritirarsi in buon ordine per dare la voce al popolo redento? Sembra essere ritornati ai tempi in cui la sinistra (oggi atlantista) inneggiava a Fidel Castro e ai barbudos ritenendo che avrebbero riportato la democrazia a Cuba. Si è tenuti a contestualizzare un documento storico – e certo è doveroso farlo – ma non si può far passare un progetto rivoluzionario come espressione di vera democrazia.

Ma c’è un altro punto sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Nel suo post, Ieraci rimprovera alla premier di aver «attribuito un metodo (la lotta rivoluzionaria) e dei fini (il socialismo) ai protagonisti di oggi, che con quella temperie politica e culturale non hanno nulla a che fare, insomma ha fatto cadere presunte colpe dei padri sui figli». Difficile non essere d’accordo però questo deprecabile vizietto di far ricadere le colpe dei padri sui figli è diffuso sia a destra che a sinistra. Sui più grandi organi di informazione non si ritiene Giorgia Meloni l’erede del fascismo? Lo stesso Ieraci, a chiusura di articolo, rileva che la premier «quando dice che la sinistra ‘mostra un’anima illiberale e nostalgica’ dovrebbe – credo – anche interrogarsi sulle sue nostalgie». E va già bene che non abbia scritto che, appartenendo alla razza di quelli che confinarono Spinelli, Rossi e Colorni a Ventotene, non ha titoli per criticarli.

A mio avviso, qui va fatta chiarezza una volta per tutte. Ci sono formazioni politiche in Italia, a destra e a sinistra, che si richiamano a idealità che ispirarono regimi poli-tici illiberali degenerati in regimi totalitari. Ancora negli anni 60 persino nella tessera del PSI veniva dichiarata l’adesione ai principi del marx-leninismo, ovvero ai principi che oggi evocano la dittatura, la polizia segreta, l’eliminazione degli oppositori. Era ovvio che quanti si dicevano comunisti prendessero le distanze non solo dallo stalinismo ma anche dalle forme meno totalitarie del socialismo reale: in fondo, avevano contribuito a riportare, con la Resistenza, la libertà politica in Italia. A loro stavano a cuore la giustizia sociale e uno stato sociale in grado di assicurarla non l’eliminazione dei kulaki e il KGB.

Ma perché non deve valere lo stesso discorso per i pretesi nostalgici del fascismo? Tutti gli intellettuali di destra che ho avuto l’occasione di conoscere deprecavano le leggi razziali e molti consideravano l’asse Roma-Berlino l’errore imperdonabile del duce. Ma il loro pensiero andava alle bonifiche, agli enti assistenziali, alle riforme scolastiche, ai treni in orario, a Giovanni Gentile e ai grandi esponenti della cultura italiana che avevano creduto in Mussolini. Perché non dovrebbero essere ritenuti in buona fede come vengono (giustamente) ritenuti i postcomunisti? Che senso ha ricordare a questi ultimi i Gulag e agli altri il Tribunale della Razza?

Certo si può ritenere che già nel marxismo ci fossero i germi della popperiana ‘società chiusa’ e che nell’ideologia fascista ci fossero il confino e la ‘difesa della razza’. Ma queste sono conclusioni alle quali arrivano lo storico, lo studioso delle ideologie, lo scienziato politico – conclusioni fondate su congetture ragionevoli ma non infallibili: ciò che dovremmo criticare nei postfascisti e nei post-comunisti non è la famiglia di appartenenza ma comportamenti e programmi politici determinati.

In un articolo molto pacato pubblicato sul ‘Giornale’ il 26 marzo u.s., La coperta troppo corta del mito di Ventotene, Gaetano Quagliariello si è chiesto, parlando della Meloni, «perché tanto scandalo? Perché affermazioni come ‘Credo nell’Europa di De Gasperi e non in quella di Ventotene’; oppure ’Condivido la visione liberale di Einaudi e non mi ritrovo in quella giacobina di Ernesto Rossi’; o persino ‘Nel mio Dna ho l’Europa delle nazioni e non posso perciò riconoscermi in una visione federalista’, vengono ritenute alla stregua di inaccettabili profanazioni?» Forse perché nei periodi invernali della vita di una nazione, sono le tempeste in un bicchier d’acqua a scaldare gli animi.

 

[articolo pubblicato su PARADOXA-FORUM il 31 marzo 2025]