La frattura tra ragione e realtà

Ogni volta che mi capita di parlare con Luca Ricolfi, sia in pubblico che in privato, finiamo invariabilmente col rivolgerci a vicenda una domanda, ciascuno sperando che l’altro abbia la risposta: perché? Come è possibile che nella vicenda del Covid così tanti abbiano agito in modo così assurdo?

Qualche risposta parziale abbiamo tentato di darla, sia nelle nostre discussioni che nei nostri scritti, e qualcuno di tali frammenti di risposta ha anche una certa plausibilità.

Per esempio, è vero che gli esseri umani hanno una forte tendenza all’autoinganno e, in particolare, a cercare la soluzione più comoda anziché quella più efficace, atteggiamento che spesso viene chiamato “sindrome del lampione”, dalla famosa barzelletta dell’ubriaco che cerca le chiavi di casa sotto il lampione anziché dove le ha perse perché lì c’è più luce (il che è vero, ma il problema è che non ci sono le chiavi). Tuttavia, questa tendenza ha dei limiti, altrimenti la specie umana non sarebbe sopravvissuta a lungo. Dunque, si può forse spiegare in questo modo l’errore iniziale, ma non la successiva persistenza nell’errore, né, soprattutto, la sua giustificazione teorica, per cui i nostri governi e i nostri esperti non si limitano a negare che degli errori siano stati commessi, ma addirittura pretendono, contro ogni evidenza e ragionevolezza, di essere elogiati per avere fatto tutto nel miglior modo possibile.

Altrettanto vera è l’influenza nefasta di quella che Ricolfi ha chiamato “ideologia europea” (ma che forse andrebbe chiamata “ideologia atlantica”, perché coinvolge anche il Nordamerica), che ha prodotto quello che io ho chiamato “pandemically correct” (cfr. Paolo Musso, Il virus dell’autoritarismo, https://www.fondazionehume.it/politica/il-virus-dellautoritarismo/).

Inoltre, influisce certamente molto il nostro essere in certo senso “viziati” (tanto che Ricolfi ci ha giustamente definito una “società signorile di massa”), dato che dal “boom economico” degli anni Cinquanta fino alla crisi finanziaria del 2007 non abbiamo più dovuto affrontare problemi davvero drammatici, cioè tali da influire pesantemente sulla vita personale di tutti (anche gli Anni di Piombo e Mani Pulite, al di là del clima di emergenza nazionale che hanno creato, in realtà a livello pratico hanno toccato solo una piccolissima parte della popolazione). E anche se il fenomeno è nato in Italia, come molti altri si sta ormai da anni estendendo lentamente anche a buona parte del resto d’Europa.

Né si può negare il peso che ha avuto sulla gestione dell’emergenza la strumentalizzazione politica che se ne è fatta, non solo da destra, ma anche e anzi soprattutto da sinistra. Da almeno trent’anni, infatti, nei principali paesi occidentali le identità politiche tradizionali stanno scomparendo, per lasciare il passo alla formazione di due blocchi contrapposti: da una parte quello delle “persone civili”, che corrisponde all’incirca alla cosiddetta “maggioranza Ursula” e la cui ideologia unificante è il politically correct (di cui il pandemically correct è un sottogenere); dall’altra quello degli “impresentabili”, che non ha un’ideologia altrettanto precisa e trova la sua identità principalmente nel contrapporsi a quella degli avversari, per cui può essere legittimamente definito “reazionario”, ma solo in questo senso puramente descrittivo e non invece, come generalmente accade, in senso valutativo (sostanzialmente sinonimo di “fascista”).

Ora, è semplicemente un fatto, sotto gli occhi di tutti, che il Covid abbia impresso una fortissima accelerazione a tale processo, fornendo a tutte quelle “persone civili” che già nutrivano, più o meno coscientemente, tendenze autoritarie sia l’opportunità pratica ideale sia la giustificazione teorica perfetta per esprimerle alla luce del sole senza timore, mettendole al servizio di una causa – quella della salute – che poteva essere riconosciuta e accettata come “buona per definizione” da un numero di persone molto maggiore rispetto, per esempio, al matrimonio omosessuale o ai diritti degli immigrati. D’altra parte, è altrettanto innegabile che anche gli “impresentabili” hanno attivamente contribuito a tale processo, abbracciando spesso teorie complottiste e negazioniste davvero impresentabili e usandole per attaccare i governi per le ragioni sbagliate anziché per quelle giuste, che pure abbonderebbero.

E nemmeno si possono trascurare, infine, le semplici coincidenze, che sfortunatamente hanno fatto sì che il virus facesse la sua prima apparizione europea in un paese, l’Italia, guidato in quel momento dal peggior governo della sua storia, con il partito di maggioranza relativa che aveva un programma basato sulla pseudoscienza da blog (cfr. Paolo Musso, Il partito di Internet, in Paolo Bellini, Fabrizio Sciacca, Emilio Silvio Storace (eds.), Miti, simboli e potere. Scritti in onore di Claudio Bonvecchio, Albo Versorio, Milano, 2018, pp. 333-344) e che per questo, non sapendo che pesci pigliare, è stato totalmente succube dei disastrosi suggerimenti della OMS, a sua volta guidata dal peggior direttore della sua storia, il signor Tedros Adhanom Ghebreyesus, la cui familiarità con i dittatori è decisamente superiore a quella che ha con i problemi sanitari.

Tutte queste spiegazioni e molte altre ancora che abbiamo nel tempo proposto contengono certamente degli elementi di verità. E tuttavia, per quanto vere, restano, per l’appunto, frammenti: è come se avessimo trovato i tasselli sparsi di un mosaico, ma non fossimo ancora riusciti a ricostruirlo. Ed è chiaro che questo non basta, perché:

– Quando l’organizzazione che dovrebbe vegliare sulla salute dell’umanità (la OMS) aiuta un regime dittatoriale come quello cinese, che notoriamente se ne frega della vita umana, a insabbiare l’inizio di una pandemia.

– Quando questa stessa organizzazione pretende per mesi di fermare tale pandemia suggerendo di lavarsi le mani e starnutire nel gomito della giacca (!) e indica come esempio da seguire il paese che ha agito peggio di tutti al mondo (l’Italia, ahimè), mentre quello che ha agito meglio di tutti (Taiwan) per il suo sito ufficiale nemmeno esiste.

– Quando ci vogliono 7 mesi perché il più celebre immunologo del mondo (Anthony Fauci) riconosca che un virus respiratorio si trasmette principalmente attraverso la respirazione.

– Quando ci vogliono 9 mesi perché lo stesso Fauci la smetta di dire che gli USA dovrebbero imitare l’Italia, benché abbiano sempre avuto molti meno morti di noi.

– Quando ci vogliono 11 mesi perché la più importante istituzione medica del mondo (il Center for Disease Control and Prevention degli USA) riconosca che un virus respiratorio raramente si trasmette per contatto, eppure continua a dire che la disinfezione delle superfici è la prima misura di prevenzione.

– Quando ci vogliono 14 mesi perché finalmente i virologi ammettano pubblicamente ciò che sapevano fin dall’inizio e cioè che il 99,9% dei contagi avviene al chiuso (cfr. Antonella Viola, La prudenza e il sorriso, editoriale di La Stampa del 22 giugno 2021) e ciononostante appena i contagi salgono la prima cosa che si fa è imporre l’obbligo di mascherina all’aperto e nessuno di loro ha nulla da ridire.

– Quando non bastano 20 mesi a sfatare la balla cosmica del “virus-sconosciuto-di-cui-non-sappiamo-nulla”, benché, pur (ovviamente) con alcune peculiarità proprie, sia un coronavirus fondamentalmente simile agli altri e, in particolare, a quello della Sars, che conosciamo da quasi vent’anni.

– Quando ci si accapiglia per settimane per decidere se spostare o no dalle 22 alle 23 il coprifuoco, come se questo facesse qualche differenza e soprattutto come se il coprifuoco servisse a qualcosa.

– Quando tutti i governi dei paesi più progrediti, ricchi e organizzati del mondo, insieme ai loro consulenti scientifici e alle autorità mediche non sanno far altro che reiterare all’infinito misure palesemente inefficaci, senza chiedersi neanche per un istante come sia possibile che ci siano più morti in Europa che nel Terzo Mondo.

– Quando costoro, che dovrebbero essere i campioni del pensiero critico e razionale, si autocelebrano come salvatori dei paesi che stanno distruggendo e dei popoli che stanno massacrando.

– Quando i suddetti popoli, che dovrebbero essere i più istruiti e i più informati del mondo, non trovano di meglio che cantare sui balconi e mandarsi messaggi insulsi su Whatsapp e quando (dopo un anno e mezzo!) decidono finalmente di scendere in piazza a protestare se la prendono con l’unica cosa che funziona, cioè i vaccini, mentre continuano ad accettare passivamente tutte quelle che invece non funzionano.

– Quando i magistrati, che da decenni per qualsiasi cosa vada storta cercano a tutti i costi i colpevoli anche quando non ce ne sono, rinunciano a farlo proprio di fronte a una catastrofe in cui invece le responsabilità sono chiare come la luce del sole.

– Quando i mass media occidentali, che dovrebbero essere i più democratici e trasparenti del mondo, mettono in atto una vera e propria censura verso qualunque critica alle politiche governative.

– Quando questi stessi mass media nascondono sistematicamente, spesso ricorrendo a sotterfugi grotteschi, i risultati di quei paesi che hanno ottenuto i risultati migliori.

– Quando perfino i medici, che pure non possono non rendersi conto di cosa sta accadendo e rischiano la vita in prima persona, preferiscono morire a centinaia piuttosto che dire che si sta sbagliando tutto.

– Quando quei pochi di loro che vanno ancora a visitare i malati a casa vengono trattati come irresponsabili che mettono a rischio la salute della cittadinanza, anziché come gli unici che ce l’hanno davvero a cuore.

– Quando i pochi che si ribellano ai dogmi del pandemically correct preferiscono aderire alle più folli teorie complottiste anziché cercare di capire cosa si è sbagliato e individuare alternative sensate.

– Quando questa sterile contrapposizione tra negazionismo e conformismo (in realtà due facce della stessa medaglia) arriva addirittura a coinvolgere i sommi vertici del paese più progredito al mondo (il Presidente USA Donald Trump e il suo sfidante e successore Joe Biden).

– Quando quegli stessi politici e scienziati che hanno deciso (sbagliando) di puntare esclusivamente sui vaccini sono poi i primi a sabotarli, avanzando dubbi irragionevoli sulla loro sicurezza.

– Quando quegli stessi politici e scienziati pensano di rimediare a questi errori con un pasticcio pericolosissimo come il Green Pass anziché chiedere al Parlamento di approvare, in modo trasparente e democratico, l’obbligo di vaccinazione per tutti, come si è già fatto in passato senza tanti drammi per molte altre malattie.

– Quando il progressivo emergere delle evidenze scientifiche dimostra che abbiamo sbagliato tutto e tuttavia non riesce a cambiare nulla.

Quando tutto questo e molto altro ancora accade, allora è evidente che nessuna spiegazione parziale è più possibile, perché qui siamo di fronte a una crisi della ragione in quanto tale.

Si era parlato molto, negli ultimi anni, di “crisi delle evidenze”, intendendo con questo essenzialmente la crescente difficoltà di trovare ancora delle evidenze morali condivise da tutti, ma qui ormai siamo molto, molto al di là di tutto questo: qui siamo di fronte ad un rifiuto, o meglio, ad una vera e propria incapacità di guardare la realtà.

Del virus prima o poi ce ne libereremo e, per quanto oggi possa sembrarci inconcepibile, nel giro di qualche anno ce ne dimenticheremo, come ci dimentichiamo di tutto, in questo nostro strano tempo. Ma di questa incapacità di vedere ciò che abbiamo davanti al naso non ce ne libereremo tanto presto, temo. Soprattutto se continueremo a non comprenderne le cause.

E siccome per poter cercare le cause di un fenomeno bisogna prima riconoscere che il fenomeno in questione esiste, ecco perché ho premesso quel lungo (e tuttavia pur sempre largamente incompleto) riepilogo delle principali follie che abbiamo commesso davanti al virus, sperando contra spem che possa aiutare a prendere coscienza di quanto grave sia la situazione.

Ciò fatto, vorrei ora provare a dare un contributo alla comprensione di ciò che ci è accaduto, dato che mi sembra sempre più chiaro che la pazzesca vicenda del Covid non abbia fatto altro che spingere ulteriormente verso il suo limite estremo (che per il bene di tutti spero non venga mai raggiunto, anche se mi sembra ormai pericolosamente vicino) un processo iniziato oltre quattrocento anni fa e che sto studiando da molto tempo, potrei dire da sempre o almeno da quando ho iniziato ad essere in grado di pensare autonomamente.

Per farlo, tuttavia, prenderò le mosse da qualcosa di molto più recente, vale a dire la bellissima Lettera sulla cattiva gestione della pandemia del medico fiorentino Paolo De Bonfioli Cavalcabò, pubblicata su questo sito l’11 maggio 2021 (https://www.fondazionehume.it/societa/lettera-sulla-cattiva-gestione-della-pandemia/). Dopo aver fatto anche lui un elenco delle principali assurdità a cui gli era toccato assistere durante il suo lavoro di medico di base, egli scriveva infatti (i corsivi sono miei):

«Molte cose non tornavano nelle scelte dei governanti, nelle rivendicazioni degli operatori, nelle dispute scientifiche e, a copertura di tutto questo, nell’informazione scandalosamente unidirezionale (e spesso fuorviante ad arte) che è stata data. Ed è stata proprio questa univocità dell’informazione, da regime anche se non c’è un regime, che mi ha fatto pensare che una parte importante nelle scelte prese ce l’ha avuta una mentalità prevalente su tutto che è l’esagerata avversione al rischio che permea tutta la nostra società. […]

All’inizio c’è stata soprattutto l’avversione al rischio di ammalarsi, che ha fatto chiudere la maggior parte degli studi medici (con l’avallo stupefacente del ministero della salute che non voleva essere accusato di “mandare al macello” i medici, pensi un po’ come avrebbero fatto con questa mentalità a spegnere la centrale di Cernobyl…). Poi accanto a questa è comparsa una marea di burocrazia con una gara a chi metteva più regole (sempre per tutelare le persone ovviamente!) […].

Chi emana queste regole non vuole rischiare di essere considerato poco attento alla sicurezza dei suoi dipendenti e dei pazienti e di prendersi una denuncia o un rimbrotto dai suoi superiori sempre per lo stesso motivo e così via fino al ministro della sanità che oltre alle denunce della magistratura teme anche di scontentare i suoi elettori che ormai sono abituati a pretendere un bassissimo livello di rischio.

Cosa è successo negli ultimi anni per produrre questo atteggiamento? […] Ho solo delle idee vaghe e confuse ma sento che quello che è successo con questa pandemia non si spiega solo con “la superbia e l’arroganza dei governanti e la loro incapacità di imparare dagli errori” che pur ci sono.»

Credo che il dottor Cavalcabò abbia ragione. Anch’io, infatti, sono convinto che alla base del problema ci sia il rifiuto viscerale del rischio, anche minimo, da parte dell’uomo moderno, che lo porta a rifugiarsi nella falsa sicurezza delle regole. Tuttavia, nessuna regola potrà mai eliminare il rischio dalla vita, perché le due cose sono inestricabilmente connesse, sicché l’unico modo per riuscirci sarebbe eliminare la vita stessa. E non si pensi che sia solo una battuta: come proprio l’esperienza della pandemia ha messo in chiaro, infatti, nella nostra società ci sono ormai moltissime persone, forse addirittura la maggioranza, disposte a rinunciare a vivere per paura di morire, nonostante la palese assurdità di un tale atteggiamento (se non altro perché alla fine moriremo tutti comunque).

Quanto al “cosa è successo negli ultimi anni”, io credo, come accennavo prima, che stia semplicemente giungendo a maturazione un processo culturale iniziato moltissimo tempo fa, che però era rimasto a lungo confinato tra le élites intellettuali e solo in tempi relativamente recenti, con l’avvento della società di massa, è diventato mentalità comune.

Attenzione, però: io non penso che dietro a tutto questo vi sia un qualche piano organizzato a livello mondiale, giacché, come ripeto continuamente, ritengo il complottismo un tentativo illusorio di “ingabbiare” in schemi semplicistici l’immensa complessità del reale. Quello che penso, invece, è che siamo di fronte ad un caso di auto-organizzazione perversa della società: quello che nella teoria dei sistemi non lineari viene chiamato “effetto Qwerty”, dal nome delle tastiere che tutti continuiamo ad usare da quasi 150 anni benché la disposizione delle lettere sia notoriamente inefficiente (cfr. Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione, 2a ed. ampliata, Mimesis, Milano 2019, cap. 7).

Ho già citato al proposito in un precedente articolo una frase di Luca Palamara, quel gentiluomo che per anni è stato il “garante” del sistema che manipolava le nomine dei vertici della magistratura italiana: «Non c’è uno che dà le carte, c’è un blocco culturale omogeneo che si muove all’unisono» (Il Sistema, Rizzoli 2021, p. 221). Ecco, questo è quello che secondo me ci sta succedendo.

Ciò spiega perché ci sia un’informazione “da regime anche se non c’è un regime”, come acutamente notato da Cavalcabò. Ma soprattutto spiega perché il prodotto finale di questa dinamica abbia una certa coerenza globale, ma sia spesso confuso e perfino contraddittorio nei dettagli, dato che essi sono perlopiù il risultato casuale dell’interazione fra le diverse componenti di tale blocco (mass media, correnti di pensiero, centri di potere economico, governi, burocrazie e anche semplici cittadini), che hanno interessi e scopi molto diversi e spesso conflittuali, diffidano gli uni degli altri, cercano di fregarsi a vicenda e a volte addirittura si combattono apertamente, anche se sul lungo periodo finiscono sempre per muoversi tutti nella stessa direzione, perché ragionano tutti allo stesso modo..

La vera domanda è dunque cosa è successo negli ultimi secoli, perché ci sono voluti secoli per creare un “blocco culturale” così “omogeneo” da determinare la mentalità di tutto l’Occidente e, almeno in parte, addirittura di tutto il mondo. La storia completa si trova nel mio libro appena citato, La scienza e l’idea di ragione, a cui rimando per ogni approfondimento. Qui invece, per forza di cose, sarò costretto a riassumerla in una forma così sintetica da apparire quasi “dogmatica”.

In breve, io sono convinto che il “peccato originale” della modernità stia nella frattura tra ragione ed esperienza che si è prodotta nell’ambito della filosofia all’inizio del Seicento, paradossalmente proprio nello stesso periodo in cui nasceva la moderna scienza sperimentale, che si basa invece sulla loro inscindibile unità.

Tale frattura, a sua volta, è stata in realtà solo lo sbocco finale di un processo secolare e in gran parte “sotterraneo”, proprio come è stato per quello che ha dato origine alla scienza e come in generale accade per tutte le grandi rivoluzioni. Tuttavia, perché i mille rivoli sparsi si uniscano a formare un nuovo grande fiume in cui incanalare il corso della Storia occorre che a un certo punto arrivi qualcuno che faccia una sintesi, il che è sempre opera di pochi e a volte addirittura di uno solo. Nel caso della scienza l’uomo della sintesi fu Galileo Galilei, mentre in campo filosofico a incaricarsene fu René Descartes, meglio noto col nome latinizzato di Cartesio.

Se quest’ultima affermazione è condivisa praticamente da tutti, non si può dire lo stesso circa il fatto (innegabile, eppure negato pressoché da tutti) che Cartesio avesse una concezione della conoscenza diametralmente opposta a quella propria del metodo scientifico, di cui è generalmente considerato addirittura uno dei fondatori. Infatti, come ritengo di aver dimostrato al di là di ogni dubbio nel mio libro, al quale pertanto rimando chi non volesse credermi sulla parola, non solo Cartesio non diede alcun contributo alla nascita della scienza, ma addirittura, in una lettera scritta nel 1638 all’amico Mersenne, rifiutò esplicitamente il metodo galileiano, che riteneva sbagliato in quanto rinunciava a cercare l’essenza delle cose per limitarsi a studiare alcune proprietà. In altre parole, Cartesio rifiutò proprio quella che fu la chiave di volta del successo del metodo galileiano, ritenendo che la scienza naturale dovesse essere ricavata deduttivamente dalla filosofia, in questo essendo, di fatto, completamente d’accordo con gli aristotelici, che pure a parole osteggiava.

Quanto alla frattura tra ragione e realtà, fu Cartesio stesso che disse esplicitamente che alla base del suo metodo c’era il rifiuto aprioristico di basarsi sull’esperienza sensibile («Quindi, dato che i sensi a volte ci ingannano, volli supporre che nessuna cosa fosse tal quale ce la fanno immaginare», Cartesio, Discorso sul metodo, in Opere filosofiche, Laterza, Bari 1986, vol. I, p. 312, corsivi miei). Anche la sua celebre ipotesi del “genio ingannatore” (alla cui esistenza ovviamente egli non credeva davvero) nacque proprio per assicurarsi di non basarsi mai, neanche per sbaglio, sull’infida esperienza, ma solo ed esclusivamente sulla ragione. Dunque, l’esaltazione della ragione in Cartesio indubbiamente c’è, ma non è il suo punto di partenza, giacché si tratta di una conseguenza della sua radicale sfiducia nell’esperienza, che pertanto è anche la vera origine della filosofia moderna, la quale, col tempo, ha poi finito per determinare la mentalità dominante nel mondo moderno.

Oggi quasi nessuno accetta più la filosofia cartesiana nel suo insieme, ma se tutti continuano a ritenerlo il padre della modernità vuol dire che evidentemente qualcosa di lui è sopravvissuto: ed è facile constatare che ciò che è sopravvissuto è proprio la suddetta frattura tra ragione ed esperienza, che per questo ho chiamato «il dogma centrale della modernità» e ho definito come la convinzione che «la ragione non può mai incontrare la verità dentro l’esperienza» (cfr. Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione, § 2.9).  Dopo Cartesio, infatti, questi due aspetti essenziali della conoscenza umana si sono definitivamente separati, andando ciascuno per suo conto e dando origine ai due eccessi opposti e speculari del materialismo e dello spiritualismo, che nella filosofia dei successivi 4 secoli hanno continuato ad alternarsi senza che più nessuno riuscisse a rimetterli insieme, come risulta evidente anche semplicemente guardando l’indice di un qualsiasi manuale di storia della filosofia.

Questo spiega, tra l’altro, anche come è possibile che le due filosofie più caratteristiche della modernità siano il razionalismo e il relativismo, cosa di cui nessuno dubita, ma che, a pensarci bene, è piuttosto paradossale, dato che a prima vista sembrano diametralmente opposte. Infatti, se quel che ho appena detto è vero, allora esse appaiono come due facce di una stessa medaglia, giacché il razionalismo pensa che alla verità si possa arrivare attraverso la pura ragione, mentre il relativismo lo nega. Entrambi, tuttavia, condividono il dogma suddetto, negando che alla verità si possa arrivare attraverso l’esperienza. In questo senso, il relativista è in fondo un razionalista deluso, perché continua a pensare che se si potesse arrivare alla verità, l’unico modo sarebbe attraverso la pura ragione, ma poiché lo ritiene impossibile nega che ci si possa arrivare in qualsiasi modo.

Si potrebbe pensare che questa sia solo una faccenda per addetti ai lavori, che non ha molto a che fare con le scelte concrete della nostra vita quotidiana. In realtà non è così. Lo è stato per lungo tempo, anche perché non dovremmo mai dimenticare che fino a pochi decenni fa le persone erano in grande maggioranza analfabete e anche chi sapeva leggere, scrivere e far di conto perlopiù se ne serviva per scopi molto semplici e non certo per leggere libri impegnativi (che oltretutto anche dopo l’invenzione della stampa per molto tempo rimasero molto rari e molto cari). Quindi, quando parliamo delle rivoluzioni culturali del passato dovremmo sempre ricordare che i cambiamenti di cui parliamo interessarono solo delle ristrette élites, mentre la maggior parte delle persone nemmeno se ne accorse, anche se ciò non significa che i cambiamenti culturali non avessero già allora conseguenze per tutti, giacché erano le suddette élites a decidere come il mondo doveva funzionare.

Tale fenomeno divenne tuttavia molto più accentuato verso fine Ottocento, quando, almeno nelle città, l’istruzione cominciò a diffondersi, sicché i cambiamenti culturali cominciarono a determinare la vita della gente comune non più solo per via indiretta e inconsapevole, ma anche direttamente e consapevolmente. Tuttavia, la vera svolta è avvenuta solo con la diffusione su scala planetaria del mass media, che ha certo avuto molti effetti positivi, ma ha reso anche sempre più facile la creazione di un vero e proprio “pensiero unico” che pretende di stabilire a tavolino non solo che cosa si deve fare, ma addirittura che cosa esiste. Questa tendenza negli ultimi tempi si è accentuata moltissimo (basti pensare alla teoria del gender, secondo cui il sesso di una persona può essere deciso a tavolino senza alcun riferimento alla biologia) e il Covid le ha dato ulteriore impulso, tanto che sta ormai cominciando ad assumere le caratteristiche di un pensiero autoritario e, almeno tendenzialmente, totalitario.

L’aspetto più insidioso è che tale pensiero può mantenere le forme democratiche, dato che il suo potere si esercita soprattutto attraverso l’introduzione di una quantità sempre crescente di regole in apparenza puramente “tecniche”, che solo in piccola parte richiedono una legge. Gran parte di esse vengono infatti imposte dalle burocrazie ministeriali attraverso atti di natura amministrativa, che però spesso condizionano le nostre vite assai più delle leggi stesse, oppure, a un livello più elevato, dalle grandi burocrazie internazionali, attraverso la definizione di “obiettivi”, “linee guida”, “best practices” e simili, che, pur presentendosi come tecnicismi ideologicamente “neutrali”, in realtà hanno sempre alla loro base (e come potrebbe essere altrimenti?) una precisa visione del mondo. Inoltre, anche indipendentemente dal contenuto, per loro natura le regole tendono sempre alla standardizzazione e, di conseguenza, a penalizzare (e alla lunga eliminare) ogni forma di pensiero originale e creativo.

Questo lo aveva capito benissimo, già 43 anni fa, Václav Havel (1936-2011), il più geniale dei dissidenti del blocco sovietico, successivamente Presidente della Cecoslovacchia liberata e poi della Repubblica Ceca, nel suo straordinario libro Il potere dei senza potere, pubblicato clandestinamente nel 1978 tramite il samizdat.

In quest’opera Havel parlava infatti di «sistema post-totalitario», specificando che «con quel “post” non intendo dire che si tratta di un sistema che non è più totalitario; al contrario, voglio dire che esso è totalitario in modo sostanzialmente diverso rispetto alle dittature totalitarie “classiche” a cui nella nostra coscienza si collega normalmente il concetto di totalitarismo. A differenza della dittatura “classica”, dove la volontà del potere si realizza in misura di gran lunga maggiore direttamente e senza norme, […] il sistema post-totalitario è invece ossessionato dal bisogno di legare ogni cosa con un regolamento. La vita in esso è percorsa da una rete di ordinanze, avvisi, direttive, norme, disposizioni e regole (non per niente lo si definisce un sistema burocratico)» (Václav Havel, Il potere dei senza potere, La Casa di Matriona – Itacalibri, Milano – Castel Bolognese 2013, p. 36, corsivi dell’autore).

Che il totalitarismo moderno abbia un’essenziale componente burocratica lo aveva in realtà compreso (e magistralmente spiegato) già Hannah Arendt nel suo famosissimo libro La banalità del male, dedicato al processo ad Adolf Eichmann, l’uomo che aveva organizzato con scrupolosissima efficienza la deportazione degli ebrei verso i campi di concentramento, benché non avesse nulla contro di loro e anzi non avesse mai neanche veramente condiviso l’ideologia nazista («Eichmann non s’iscrisse al partito per convinzione, né acquistò mai una fede ideologica […]. Kaltenbrunner gli disse: “Perché non entri nelle S.S.?”, e lui rispose: “Già, perché no? Andò così.», Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2016, p. 40). Quando gli chiesero perché l’avesse fatto, la sua unica risposta fu che quelle erano le regole e tutta la sua difesa consistette in lunghe discettazioni volte a dimostrare che gli ordini di Hitler erano formalmente legali e che quindi lui era tenuto ad eseguirli con il massimo impegno, indipendentemente dal fatto che li condividesse.

Eichmann «non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto quello che gli veniva ordinato. […] Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi della realtà in quanto tale, non lo toccavano. […] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d’idee ne faceva un individuo predisposto a diventare uno dei più grandi criminali di quel periodo. […] Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo» (Hannah Arendt, op. cit., pp. 33, 57, 290, 291, corsivi miei). Infatti, avendo rinunciato a pensare e ad avere idee in proprio, egli era pronto ad adottare quelle di chiunque gli offrisse una possibilità di entrare «nella “storia” […] e far carriera», applicando senza discutere le regole stabilite dai superiori e avendo, quando queste non gli piacevano, «una capacità spaventosa di consolarsi con frasi vuote» (Hannah Arendt, op. cit., pp. 40 e 61).

La Arendt aveva così capito che i totalitarismi moderni hanno sì il volto degli Hitler e degli Stalin, ma le loro braccia e soprattutto i loro artigli sono costituiti dagli Eichmann, senza i quali nessun regime potrebbe esistere, perché i primi sono sì dei mostri, ma per fortuna sono pochi, mentre i secondi sono uomini qualsiasi (banali, appunto), ma in compenso sono moltissimi, anche ai giorni nostri (anzi, oggi probabilmente sono ancora di più). Havel fece un altro passo avanti e comprese che i sistemi post-totalitari possono esistere anche senza un mostro che dia loro un volto, essendo formati interamente dagli Eichmann ed essendo quindi interamente burocratici (il che peraltro non li rende meno, bensì più mostruosi).

Del resto, anche se si legge attentamente 1984, l’opera più celebre del terzo grande studioso del totalitarismo moderno, George Orwell, si capisce che il Grande Fratello in realtà non esiste, ma soprattutto che non ha importanza che esista o meno, perché tanto a comandare non è questo o quell’individuo, bensì il Partito nel suo insieme, proprio come accadeva anche nella realtà in Unione Sovietica. Havel esplicitò pienamente tale meccanismo, che in Orwell era rimasto sullo sfondo, estendendolo inoltre a tutta la società post-totalitaria e chiamandolo «autototalitarismo sociale». Con ciò intendeva che in questi sistemi non esistono vittime e tiranni in un senso assoluto, ma solo persone che rivestono in maggior grado l’uno o l’altro ruolo, certo con differenze anche molto grandi, ma tuttavia senza che vi sia nessuno che, almeno a qualche grado, non li rivesta entrambi, sicché tutti sono al tempo stesso le vittime e i tiranni di sé stessi, oltre che degli altri.

Ma la vera genialità di Havel, che lo rende diverso da tutte le altre pur straordinarie figure del dissenso, da Sacharov a Solženicyn a Wałęsa, sta nell’aver compreso, con lucidità profetica, che ciò che stava accadendo da loro era un’anticipazione di ciò che sarebbe accaduto da noi. Infatti, «la crisi planetaria della condizione umana penetra sia il mondo occidentale sia il nostro: in Occidente assume solo forme sociali e politiche diverse. […] Si potrebbe anzi dire che quanto più grande è […], rispetto al nostro mondo, lo spazio per le intenzioni reali della vita, tanto meglio […] nasconde all’uomo la situazione di crisi e più profondamente ve lo immerge» (Havel, op. cit., p. 125).

È importante capire che quando Havel parla di “automatismo” si riferisce certamente anche all’automatismo tipico della tecnica, per cui spesso basta l’introduzione di un nuovo tipo di tecnologia per introdurre con essa degli obblighi di fatto, che nessuno ha esplicitamente definito come tali, ma a cui è praticamente impossibile sottrarsi (basti pensare a come oggi sia praticamente impossibile vivere nella nostra società senza un cellulare, benché nessuna legge ci imponga di averlo), ma ancor più si riferisce a certi comportamenti “automatici” che certo coinvolgono la tecnologia, ma in ultima analisi sono messi in atto dagli esseri umani.

Ciò non vuol dire, naturalmente, che non vi siano anche gruppi organizzati che spingono in certe direzioni, per motivi ideologici e/o economici, come d’altronde vi erano anche al tempo di Havel. Tuttavia, essi non sono la forza principale che sta determinando l’attuale involuzione autoritaria delle democrazie occidentali. Infatti, come dice ancora Havel, «che l’uomo si sia creato e continui, giorno per giorno, a crearsi un sistema finalizzato a sé stesso, attraverso il quale si priva da sé della propria identità, non è una incomprensibile stravaganza della storia, una sua aberrazione irrazionale o l’esito di una diabolica volontà superiore che per oscuri motivi ha deciso di torturare in questo modo una parte dell’umanità. Questo è potuto e può succedere solo perché evidentemente ci sono nell’uomo moderno determinate inclinazioni a creare o per lo meno a sopportare un tale sistema» (Havel, op. cit., p. 51).

Se ho ragione, le suddette “inclinazioni” sono nate nel Rinascimento (contemporaneamente alla scienza moderna, ma tuttavia contro di essa) e consistono nel rifiuto della realtà così come ci si dà nell’esperienza (cioè come qualcosa che non facciamo noi e che perciò non dominiamo) e del conseguente rischio di fidarci di essa per rifugiarci nella falsa sicurezza delle “regole”, che soddisfano, benché solo illusoriamente, la mania del controllo, che è la vera ossessione dell’uomo moderno

Ciò ha prodotto, nel tempo, le varie ideologie totalitarie che hanno insanguinato il Novecento, ovvero degli insiemi di regole immaginate a tavolino prescindendo dall’esperienza, volte a dirigere il corso delle cose verso un “bene” anch’esso immaginato a tavolino prescindendo dall’esperienza.

Il loro tragico fallimento ci ha portati negli ultimi decenni a prendere finalmente le distanze da esse, ma non dalla logica perversa che le aveva prodotte, cosicché ne sono nate delle altre, con obiettivi apparentemente più modesti e “realistici”, ma in effetti solo più meschini, come quella tutela isterica di qualsiasi capriccio o suscettibilità soggettiva che va sotto il nome di politically correct o come quell’astratto “aperturismo” a tutti i costi che Ricolfi ha chiamato “ideologia europea” e le altrettanto astratte reazioni ad esso che in genere vengono sbrigativamente riassunte sotto il nome di “populismo”.

Il risultato è stato che quando la realtà ci è improvvisamente piombata addosso con tutto il suo peso, sotto forma di problemi così grossi che non potevano più essere ignorati, come la crisi finanziaria, i problemi ecologici e adesso il Covid, eravamo così disabituati ad affrontarla che, salvo alcune lodevoli ma rarissime eccezioni, quasi tutti hanno reagito nell’unico modo che conoscevano: costruendo al più presto un insieme di regole immaginate a tavolino prescindendo dall’esperienza.

È chiaro che in questo modo è difficile elaborare strategie efficaci, ma questo è ancora il meno. Dopotutto, nessuno può pretendere che, davanti a problemi nuovi e gravi, si trovino subito tutte le risposte e si potrebbero ancora perdonare gli errori iniziali, compresi i più gravi, se si fosse poi disposti ad ammetterli e a cambiare strada di fronte all’evidenza dei fatti. E invece no! La cosa veramente grave è che nel nostro mondo, appena delle regole (quali che siano) vengono stabilite, diventa subito difficilissimo cambiarle. E la ragione di fondo è appunto la paura del rischio, che prevale su qualunque altra cosa.

Questo spiega perché i popoli dell’Occidente abbiano accettato senza reagire e spesso, almeno all’inizio, addirittura di buon grado (vi ricordate gli “Andrà tutto bene”, le bandiere e i canti sui balconi, manco avessimo vinto i Mondiali?) una serie di regole in gran parte inefficaci e a volte addirittura folli, che hanno distrutto la nostra economia e minato le radici stesse della convivenza sociale (vedi Green Pass) senza risolvere il problema del virus. Chi ha questo atteggiamento di viscerale rifiuto del rischio, infatti, dalle regole vuole innanzitutto essere rassicurato, per cui tende a non chiedersi se sono realmente efficaci, anzi, è tanto meno disposto a farlo quanto più è evidente che non lo sono, perché ammetterlo sarebbe psicologicamente devastante.

D’altra parte, i governanti sanno benissimo che oggi basta un solo caso in cui qualcosa va storto perché la gente inizi a gridare allo scandalo. Perciò non hanno nessuna voglia di cambiare le regole in vigore, anche quando la loro efficacia è minima, per non rischiare di essere accusati di negligenza. Piuttosto preferiranno aggiungerne delle altre, senza preoccuparsi più di tanto che le nuove siano coerenti con le vecchie, anche se ciò finirà in genere per creare un sistema meno efficiente. Ma non ha importanza, perché, come abbiamo appena detto, quanto più uno è fissato con le regole tanto meno è interessato a verificare se funzionano e anzi alla lunga non è nemmeno più capace di farlo.

Infatti, chi adotta questo atteggiamento si allontana sempre più dalla realtà, fino a quando non è più in grado di vedere nemmeno quello che ha davanti al naso e a quel punto gli si può far credere praticamente qualsiasi cosa, dalle false rassicurazioni dei governi fino alle più assurde teorie complottiste, che in fondo non sono che l’altra faccia della medaglia, avendo anch’esse la stessa funzione rassicurante: benché infatti prospetti in genere scenari apocalittici, il complottismo dà ai suoi adepti l’illusione di conoscere come stanno davvero le cose e quindi di avere il controllo della situazione.

E, per convincervi che quanto ho fin qui detto non è solo una teoria, ma ciò che sta accadendo realmente, farò tre esempi, tutti pre-Covid, in cui questa dinamica appare con clamorosa evidenza.

Il primo esempio è il disastro del volo Germanwings 9525, che il 24 marzo 2015 il copilota Andreas Lubitz, affetto da una grave depressione, fece deliberatamente schiantare al suolo, uccidendo tutti i suoi 150 passeggeri, compreso sé stesso. Benché fosse il primo caso nella storia in cui un pilota decideva di suicidarsi mentre era al comando di un aereo di linea, tutti decisero che era “inaccettabile” che la porta della cabina non si potesse aprire dall’esterno. Peccato che questa misura fosse stata presa perché dopo l’11 settembre tutti avevano ritenuto “inaccettabile” che la porta della cabina si potesse aprire dall’esterno, favorendo i dirottamenti. In qualche servizio televisivo la cosa venne fatta notare, ma nessuno si azzardò a dire esplicitamente che, essendo le due richieste contraddittorie, era assurdo sostenerle entrambe e bisognava inevitabilmente accettare o l’uno o l’altro dei due rischi, possibilmente scegliendo quello minore.

Il secondo esempio è quello della sparatoria del 9 aprile 2015 nel Tribunale di Milano, dove un uomo accusato di bancarotta fraudolenta uccise tre persone a colpi di pistola. Era la seconda volta che un fatto simile si verificava nella storia della Repubblica italiana, durante la quale nei suoi tribunali si erano celebrati milioni di processi. Considerando che in un processo si incontrano persone che perlopiù si odiano e che in moltissimi casi vorrebbero uccidersi a vicenda, che ciò fosse accaduto solo due volte in 69 anni avrebbe dovuto essere considerato uno straordinario successo. E invece no! Tutti dissero in coro che era “inaccettabile” e pretesero che si installassero i metal detector anche all’ingresso da cui passano giudici e avvocati, poiché era stato usato dall’assassino per introdurre la pistola. Ciò comportò spese assolutamente sproporzionate al rischio che si intendeva prevenire e, naturalmente, interminabili code, che rallentarono ulteriormente il già troppo lento svolgimento dei processi: tutti (c’era da dubitarne?) dissero in coro che ciò era “inaccettabile”, ma nessuno si sognò di mettere in discussione l’assurda richiesta di “rischio zero” che ne era la causa.

Ma il mio esempio preferito è il terzo, cioè quello dei seggiolini “intelligenti”, che vennero resi obbligatori proprio poche settimane prima dello scoppio del Covid, con una legge votata all’unanimità e tra l’entusiasmo generale (il che, tra parentesi, è qualcosa di cui bisogna sempre diffidare, giacché, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui nessuna idea gode di un consenso unanime, solo la demagogia riesce talvolta a produrlo). Lo scopo era (ed è tuttora) impedire che qualche genitore distratto dimentichi il bambino in auto, grazie ad un sistema automatico che manda un avviso sul cellulare. Ho fatto un calcolo approssimativo, da cui è risultato che il costo di questa innovazione per i prossimi 12 anni sarà di circa 500 milioni di euro, tutti a carico dei cittadini (ma anche se fossero a carico dello Stato sarebbe lo stesso, perché lo Stato siamo noi e i suoi soldi escono sempre dalle nostre tasche). Considerando che nei 12 anni precedenti l’approvazione della legge in tutta Italia erano morti in auto 8 bambini, ciò significa che nei prossimi 12 anni spenderemo mezzo miliardo per salvare un bambino ogni 18 mesi su una popolazione di 60 milioni di persone (sempre poi che lo salviamo davvero, perché se uno si abitua che se dimentica il pupo in macchina glielo dice il seggiolino è molto più facile che non ci faccia attenzione e poi cosa succede se il seggiolino si guasta o se dimentica il cellulare a casa?). Se disponessimo di risorse illimitate potremmo anche farlo, ma poiché non è così dovrebbe essere chiaro a qualunque persona sana di mente che ciò è assurdo, perché in qualsiasi altro modo spendessimo quei soldi salveremmo molte più vite. Eppure, provate a dirlo in giro è la risposta unanime sarà sempre e soltanto una: “è inaccettabile”.

È con queste aspettative irragionevoli e con questo drammatico livello di disconnessione dalla realtà che abbiamo affrontato l’emergenza del Covid e che ci prepariamo ora ad affrontare quella ambientale.

Non è certo un caso che i paesi che meglio di tutti hanno gestito il virus, cioè quelli del Pacifico, o (come quelli asiatici) hanno una cultura molto diversa dalla nostra o (come quelli oceanici) hanno la nostra stessa cultura, ma non sono stati influenzati né dalla nefasta “ideologia europea” né, soprattutto, dal sistema di “scaricabarile incrociato” che essa consente. Infatti, di fronte a qualsiasi critica l’Italia può sempre rispondere (e di fatto risponde) «ma fanno così anche la Germania, la Francia, l’Inghilterra… », la Germania può sempre rispondere (e di fatto risponde) «ma fanno così anche l’Italia, la Francia, l’Inghilterra… », ecc. Ma, soprattutto, tutte insieme possono sempre rispondere (e di fatto rispondono) «ma fa così anche l’Europa», che tanto non si sa cosa sia (essendo sempre, pirandellianamente, una, nessuna e centomila) e non deve quindi mai rispondere di niente a nessuno.

Proprio la necessità di rispondere ai propri cittadini (insieme a quella di doversi confrontare molto più direttamente di noi con una superpotenza a loro profondamente ostile come la Cina) ha costretto invece le classi dirigenti di quei paesi ad un realismo molto maggiore rispetto al resto dell’Occidente. Poi, certo, di Jacinda Ardern ce n’è una sola, ma, come in qualsiasi altro campo, anche nella politica i fuoriclasse nascono per caso o per Destino (a seconda di come uno la vede), ma per permettere loro di emergere e di esprimersi al meglio bisogna prima creare un ambiente favorevole. E per questo non servono fuoriclasse: bastano dei normali esseri umani, che però non abbiano paura di guardare la realtà per quello che è e siano disposti ad imparare da essa.

Dopo avere esposto le sue sette “leggi” sull’urto dei corpi (in cui, incredibilmente, molti pretendono di vedere la prima enunciazione del principio di azione e reazione, nonostante che siano sette e non una e, soprattutto, che siano tutte e sette sbagliate) Cartesio scrisse: «E le dimostrazioni di tutto questo sono così certe, che anche se l’esperienza sembrasse farci vedere il contrario, noi dovremmo, nondimeno, prestare maggior fede alla nostra ragione che ai nostri sensi» (Cartesio, I principi della filosofia, in Opere filosofiche, Laterza, Bari 1986, vol. III, p. 102).

Se questa idea di ragione, tutta chiusa su sé stessa e pronta a negare perfino l’evidenza pur di difendere le proprie rassicuranti ma false certezze, sta (come io credo) alla base della mentalità moderna, non c’è da stupirsi troppo per quello che è accaduto con il Covid. Ma, se non c’è da stupirsi, c’è però da preoccuparsi, perché, come ebbe a scrivere il vero fondatore del metodo scientifico, Galileo Galilei, «la natura, Signor mio, si burla delle costituzioni e decreti de i principi, degl’imperatori e de i monarchi, a richiesta de’ quali ella non muterebbe un iota delle leggi e statuti suoi» (Lettera a Francesco Ingoli, in Opere, Giunti Barbera, Firenze 1890-1909, vol. VI, p. 538).

Non lo farà neanche a richiesta di governanti democraticamente eletti e ossequiosamente politically correct.

Di quanti altri disastri avremo ancora bisogno per capirlo?




Investire sui figli: meglio un delinquente in meno che 50 studenti preparati in più?

Martin Luther King diceva: “può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.

La scorsa settimana io e mio marito Salvatore, d’accordo con nostro figlio Federico, abbiamo deciso che doveva cambiare scuola. L’argomento è stato fonte di molte discussioni. E non so come la pensate sul tema e se siamo noi i “dissidenti” e i rompi scatole. E non solo nel mondo della consulenza finanziaria.

inizio anno avevamo scelto di comune accordo dopo le Medie un Istituto Tecnico con specializzazione Amministrazione Finanza e Marketing, perché Federico aveva dimostrato “curiosamente” questa inclinazione, forse anche perché ha due genitori che parlano mattina e sera di questi argomenti.

Da quando poi Salvatore a 10 anni gli aveva regalato 1000 euro (poi quasi raddoppiati di valore) di azioni della Walt Disney, nostro figlio era andato su Google e aveva capito (da solo) che esistevano gli analisti, che le notizie e i bilanci potevano avere un impatto significativo sui corsi dei titoli e che c’è un circo di analisti finanziari che sparano target price ogni settimana.

Quando parlavamo di economia e finanza, mentre sua sorella ci guardava annoiata, lui era incuriosito, quindi spinti anche dall’endorsement del Sole 24 Ore di iscrivere i ragazzi agli istituti tecnici, e non volendo ricadere nel cliché per cui i ragazzi di buona famiglia vanno tutti al liceo, lo abbiamo iscritto a un istituto tecnico commerciale versione 2.0.

Anche perché Salvatore ha frequentato un I.T.C. a Torino fra i migliori d’Italia, il Germano Sommeiller (che ha avuto illustrissimi docenti e allievi tranne naturalmente alcune eccezioni) e ne parla solo bene. E speriamo che la nostra esperienza complicata in un istituto tecnico non sia lo standard.

Il primo giorno di scuola di nostro figlio Federico si è rivelato in verità subito un delirio, tanto da meritarsi una nota di classe collettiva per il comportamento “selvaggio” di numerosi suoi compagni.

Dopo poco più di un mese, la scorsa settimana, la scuola convoca tutti i genitori nell’auditorium e schiera mezzo corpo docente e il dirigente dell’istituto: “mai vista una classe così rumorosa, indisciplinata, sregolata in quarant’anni di insegnamento. Su quasi 30 ragazzi quasi la metà ha problemi anche certificati di deficit dell’attenzione”.

I professori, sostanzialmente, dicono che non solo non è possibile fare lezione, ma è quasi impossibile anche fare l’appello. È una corsa a ostacoli e una guerra di nervi. Un papà chiede un esempio pratico, l’insegnante spiega e lui se ne esce con una frase che rende bene l’idea “Ma questi ragazzi sono usciti da Scampia?” (e grande rispetto naturalmente per i ragazzi e i genitori di Scampia). Una madre al mio fianco (un’insegnante) dice che fra gli “indisciplinati” c’è sicuramente suo figlio e che lei e suo marito non sanno cosa fare nemmeno a casa.

Alcuni genitori invitano a usare le maniere forti (note e sospensioni) e il dirigente dice che apposta hanno convocato la riunione, per avvertire tutti i genitori, quasi a chiedere il permesso che da domani si cambia.

Poi però all’invito di un genitore di usare tutte le misure consentite per assicurare competenze a quelli che la voglia di studiare e imparare ce l’hanno, punendo, sospendendo e, in qualche modo, contingentando i ragazzi difficili, interviene una coordinatrice della scuola, che forte di decenni di insegnamento, intima: “noi dobbiamo favorire l’inclusione, non dobbiamo lasciare indietro nessuno. Perché domani così avremo forse un delinquente in meno. Peraltro, è anche un obbligo di legge e un dovere della scuola: l’inclusione“.

Interviene la psicologa “la collega ha ragione. Mi metto a disposizione delle famiglie in difficoltà“.

Sullo sfondo poi c’è un altro argomento che io e Salvatore (che abbiamo avuto, peraltro, due madri insegnanti vecchia scuola) abbiamo conosciuto in questi anni da genitori quando ci si relaziona con la scuola: la mitica “autonomia scolastica”. Che in pratica vuol dire che gli insegnanti e il preside possono prendere anche una direzione ostinata e contraria al buon senso e non affrontare di petto nulla.

Lo scopo, quindi, oggi della scuola moderna e del politicamente corretto – per il poco che capisco io – è avere (forse) un delinquente in meno. E gli altri 50 che avrebbero potuto imparare qualcosa in più che fanno mi chiedo? E penso che tra cinque anni mio figlio non avrà imparato niente, o meglio non così tanto come quelli con cui nel mondo dovrà competere per un posto di lavoro. Ma magari il suo vicino di banco non finirà in carcere.

Mi spiace, non ci sto. Con mio marito decidiamo che non c’è via di uscita (anche se in questa scuola il corpo docente non è certo male e abbiamo trovato grande sensibilità, compreso il fatto che hanno convocato un’assemblea sul tema) e Salvatore che è nato problem solver “inside” dice : “Si fa come in Borsa, si vota con i piedi (traduzione: in Borsa se un titolo non ti piace lo vendi e vai da un’altra parte”). E poi il nostro lavoro porta a prendere decisioni veloci e sotto stress, questo contesto non è diverso“. In effetti io sono un po’ stressata.

Ri-esaminiamo tutte le scuole della provincia (siamo nel nord ovest fra Liguria e Toscana) nel fine settimana con nostro figlio Federico e guardiamo decine di video di presentazione. Troviamo un liceo a indirizzo Economico (dopo la riforma Gelmini ci sono più indirizzi di studio che professori) che ha materie simili anche se non è uguale uguale (Salvatore storce solo un po’ il naso: “la partita doppia non la fanno”.)

Eh pazienza la prendono più dall’alto, dico io, sono un liceo e la partita doppia (il dare e l’avere come il conto economico) un giorno la capirà anche lui come funziona nella Borsa come nella Vita.

Lo scorso giovedì Federico ha fatto la sua prima lezione in questo gineceo scolastico in cui ci sono 9 donne per ogni uomo. Mai viste tante ragazze in vita mia (Salvatore è già molto preoccupato).

E abbiamo trovato nel dirigente scolastico di questo istituto una persona super valida che ha compreso il nostro smarrimento.

Mamma a scuola i ragazzi sono silenziosi – racconta Federico al suo primo giorno – e nel pomeriggio ho chiesto i compiti nella chat dei miei compagni e in due minuti me li hanno mandati. È un altro mondo“.

Io e mio marito tiriamo un sospiro di sollievo e incrociamo le dita. Non siamo responsabili per la situazione in cui ci siamo trovati, ma lo saremmo diventati se non avessimo fatto nulla per cambiarla.

Per consolarmi, Salvatore mi regala un libro “Il danno scolastico” di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, edito da “La Nave di Teseo”. In questo libro i due autori, lui uno dei più importanti sociologi italiani e docente universitario, lei scrittrice, finalista al Premio Strega, articolista de Il Sole 24 Ore, ma anche insegnante nei licei per tanti anni, dicono che in nome dell’uguaglianza e dei diritti dei deboli, la scuola italiana è diventata una gigantesca macchina della disuguaglianza. Perché?

I figli di chi ha di più in tutti i sensi, ovvero benessere economico, migliore preparazione culturale, trovano sempre il modo di trovare una soluzione attingendo alle proprie risorse. E ricorrendo a lezioni private, per esempio, o potendo accedere a scuole più selezionate e magari più distanti o costose, i loro figli proseguiranno gli studi e ce la faranno anche se non sono particolarmente dotati. Ma i capaci e i meritevoli, si chiedono gli autori, se privi di mezzi, come potranno farcela ad acquisire i più alti gradi di istruzione? Secondo gli autori, per come è strutturata oggi la scuola italiana, non ce la faranno.

E consiglio per chi avesse un’oretta di tempo di ascoltare l’intervista sempre attuale che avevamo fatto con Salvatore al professor Ricolfi su Radioborsa sul suo libro precedente “La società signorile di massa” in cui si parlava anche della scuola e del perché da tempo in Italia l’ascensore sociale non funziona più. Povera patria.

Stai bene, investi bene




Barbero, le donne e quel dogma dei cervelli identici

Rapida e puntuale come un riflesso condizionato, è scoppiata la polemica sulle differenze di genere, stavolta a seguito di una domanda “eretica” dello storico Alessandro Barbero: “vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?”

Queste parole hanno scatenato uno tsunami di commenti scandalizzati su giornali e media, con toni variabili tra l’indignazione e il compatimento. Tra le tante risposte, mi è stata segnalata quella di Antonella Viola, immunologa con un dottorato in biologia evoluzionistica e quindi dotata di una voce autorevole con cui dare pareri sulla questione delle differenze biologiche tra maschi e femmine. In un articolo uscito sulla Stampa, la prof.ssa Viola liquida come una “stupidaggine colossale” l’idea che il successo lavorativo nel mondo contemporaneo possa essere influenzato da differenze biologiche. Prosegue affermando che “dal punto di vista strutturale e funzionale, i cervelli di uomini e donne si somigli[a]no moltissimo”, e che “quando si analizza il cervello, a meno di non studiare i neonati, è impossibile distinguere il contributo del sesso da quello del genere”, attribuendo quest’ultimo agli stereotipi culturali. Anche ammettendo che esistano differenze nella personalità di maschi e femmine, queste sono dovute all’azione degli stereotipi a partire dall’infanzia, non certo a predisposizioni biologiche. Per finire, le disparità di genere nel mondo del lavoro non riflettono le differenze psicologiche tra i sessi ma “una storica gestione del potere da parte degli uomini, che hanno definito il gioco e le sue regole fino a pochissimo tempo fa”.

La prof.ssa Viola è una scienziata eccellente e una divulgatrice di primo piano. È un peccato notare che queste affermazioni, presentate come verità assodate, non rispecchiano tanto lo stato della ricerca scientifica in questo campo quanto certi dogmi ideologici di vecchia data, cristallizzati nel femminismo a partire almeno dagli anni ’70 e in alcuni casi da più di un secolo. Che questi preconcetti continuino a circolare in modo acritico anche tra scienziati e intellettuali di livello testimonia quanto la narrazione sulle questioni di sesso e genere sia diventata semplicistica e distorta, anche sulla scia delle accuse di “neurosessismo” lanciate da ricercatrici e divulgatrici femministe come Cordelia Fine, Gina Rippon, Angela Saini e altre. Questa visione del mondo, che dipinge il cervello come una tabula rasa su cui la cultura incide i suoi stereotipi e pregiudizi, può esercitare un grande fascino su chi ha a cuore valori di giustizia e uguaglianza. Lo so bene anche perché ci sono passato nel corso della mia formazione, prima di cominciare a capire che l’evidenza puntava da un’altra parte e che esisteva un modello alternativo in grado di integrare la psicologia delle differenze di genere con i dati dell’antropologia, della biologia e delle neuroscienze all’interno di una cornice evoluzionistica. Un modello che non è solo meglio fondato dal punto di vista scientifico ma che a mio parere si rivela anche molto più interessante, sofisticato, e rispettoso della realtà psicologica di uomini e donne.

Nel resto di questo articolo rispondo, in estrema sintesi, ai punti sollevati dalla prof.ssa Viola, che rappresentano bene il modello a “tabula rasa” delle differenze di genere. Per ogni punto cerco di offrire una breve panoramica di quello che è lo stato dell’arte della ricerca, con l’obiettivo di ampliare lo spazio della discussione e offrire una prospettiva alternativa. Per non appesantire la lettura, i riferimenti bibliografici si trovano alla fine dell’articolo. A chi volesse approfondire questi e altri aspetti delle differenze di genere, consiglio lo splendido libro di David Geary Male, Female: The Evolution of Human Sex Differences, che purtroppo non è stato ancora tradotto in italiano. Ho discusso alcuni di questi temi in questa intervista per il canale YouTube Il pub del lunedì sera, e a breve ne uscirà un’altra per il canale Liberi oltre le illusioni – STEM. Un’intervista più approfondita (in inglese) si può trovare qui e qui. Come nota a margine, penso che fare distinzioni tra “sesso” (riferito alla biologia del corpo) e “genere” (riferito al comportamento e culturalmente determinato) non sia molto utile a fare chiarezza; è una distinzione che sembra intuitiva ma, esaminata da vicino, si rivela fumosa e incoerente (come ho discusso qui). Per questo motivo uso “sesso” e “genere” come sinonimi, a seconda del contesto.

Distinguere tra natura e cultura: mission impossible?

Dando per scontato che nelle società umane “natura” e “cultura” si intrecciano sempre in modo complesso e creativo, è davvero impossibile identificare i contributi della biologia alle differenze tra i sessi, come sembra implicare la prof.ssa Viola nel suo intervento? Sicuramente è un compito difficile e laborioso, ma (per fortuna) tutt’altro che impossibile. Ci sono almeno quattro fonti di informazione che permettono, in modi diversi tra loro, di separare parzialmente natura e cultura. Ciascuna ha i suoi limiti, ma diventano estremamente potenti quando vengono integrate tra loro.

Per prima cosa ci sono i modelli della biologia evoluzionistica, come quelli che riguardano la selezione sessuale (cioè la selezione naturale che avviene attraverso la scelta del partner e l’accoppiamento). I modelli teorici, di solito espressi in forma matematica, permettono di spiegare le ragioni profonde di alcuni motivi ricorrenti: ad esempio il fatto che, nella maggior parte delle specie animali, i maschi tendono ad essere più aggressivi, competitivi e indiscriminati nella scelta del partner, mentre le femmine tendono ad avere criteri di scelta più stringenti e ad occuparsi di più (quando non in modo esclusivo) della cura dei piccoli. Gli stessi modelli permettono di capire quando e perché queste asimmetrie comportamentali possono attenuarsi (come accade spesso nelle specie in cui entrambi i genitori provvedono alla cura dei piccoli) e di spiegare le eccezioni alla norma (come nei cavallucci marini, dove la gestazione delle uova è portata a termine dai maschi).

La seconda fonte di informazione (strettamente legata alla prima) è il confronto tra specie diverse, più o meno strettamente imparentate e più o meno simili nelle loro caratteristiche ecologiche. Per esempio le differenze di genere negli esseri umani possono essere illuminate dal confronto con altri primati, ma anche con alcune specie di uccelli, che hanno sistemi di accoppiamento e riproduzione per molti versi più vicini a quelli della nostra specie. Per sfatare un luogo comune molto diffuso, vorrei sottolineare che gli studi comparativi possono dare informazioni preziose anche quando evidenziano differenze e unicità; lo scopo è descrivere i fattori che spiegano la variazione e le somiglianze tra specie diverse, non dimostrare che gli esseri umani “sono proprio come” gli scimpanzé, i bonobo o qualche altro animale.

La terza fonte è la comparazione cross-culturale, sia nello spazio (diverse culture nello stesso periodo storico) che nel tempo (la stessa cultura in tempi ed epoche diverse). A dispetto di certi stereotipi, i ricercatori evoluzionisti hanno una lunga tradizione di studi cross-culturali, non solo tra diversi Paesi occidentali ma estesi anche all’Asia e all’Africa. Un ruolo particolare è ricoperto dallo studio dei cacciatori-raccoglitori, che sono in larga parte isolati dall’influenza dei mass media e dei modelli culturali occidentali, oltre a vivere in condizioni molto più simili a quelle in cui la nostra specie si è evoluta per centinaia di migliaia di anni. Le notevoli differenze economiche, sociali e di stile di vita che esistono tra diversi Paesi e regioni del mondo possono essere usate in modo efficace per mettere alla prova ipotesi alternative sulle cause delle differenze di genere.

Per finire, ci sono gli studi in cui tratti, comportamenti e differenze cerebrali vengono correlati a variazioni negli ormoni sessuali, soprattutto estrogeni e androgeni. Naturalmente le correlazioni, prese da sole, non permettono di fare affermazioni certe rispetto alle cause del comportamento. Però i dati correlazionali diventano molto più forti quando l’esposizione agli ormoni avviene all’inizio dello sviluppo, o addirittura prima della nascita durante la gestazione. Con le dovute cautele, i dati raccolti negli esseri umani possono essere confrontati e integrati con quelli degli studi animali, dove invece è possibile applicare controlli sperimentali e manipolare direttamente i meccanismi ormonali. I ricercatori sfruttano anche quelli che possono essere considerati “esperimenti naturali”: patologie o condizioni di sviluppo atipiche in cui vengono modificati i normali processi di differenziazione sessuale. Un esempio è il trasferimento ormonale prenatale tra gemelli, per cui (ad esempio) le gemelle femmine ricevono una dose maggiore di androgeni se passano la gestazione insieme ad un gemello maschio, rispetto a quelle che si sviluppano insieme ad un’altra gemella. Un altro è l’iperplasia surrenale congenita, una patologia che causa un’iper-produzione di androgeni nelle femmine che ne sono affette. Si tratta di dati difficili da ottenere, ma molto utili per isolare in modo preciso gli effetti degli ormoni sessuali nello sviluppo. Ad esempio, gli studi che hanno seguito nel corso degli anni dei campioni di bambine con iperplasia surrenale hanno rivelato effetti importanti degli androgeni sugli stili di gioco e sull’aggressività, e più tardi sugli interessi lavorativi, su certe abilità cognitive, e sull’orientamento sessuale (ma solo in modo marginale sull’identità di genere, nel senso di identificazione con il sesso maschile o femminile).

L’ipotesi di Barbero: realtà o fantasia?

Cosa possiamo dire dell’idea che, in media, le donne manifestino meno “aggressività, spavalderia e sicurezza di sé” degli uomini per ragioni in parte biologiche? Traducendo nel linguaggio della psicologia della personalità, “spavalderia e sicurezza di sé” indicano tratti come assertività, dominanza, autostima e propensione al rischio. Insieme all’aggressività fisica e verbale (la cosiddetta “aggressività relazionale” fa eccezione), tutti questi tratti sono più elevati nei maschi, soprattutto a partire dalla media fanciullezza (il periodo dai 6 agli 11 anni circa, in cui avvengono importanti cambiamenti ormonali) e proseguendo con la pubertà. Queste differenze di genere non sono particolarmente grandi, nel senso che, dal punto di vista statistico, c’è una larga sovrapposizione tra i punteggi di maschi e femmine. Ma sono molto robuste, e vanno nella stessa direzione in culture molto diverse tra loro, comprese le popolazioni di cacciatori-raccoglitori. Contrariamente a quello che ci si aspetterebbe sulla base dei modelli di socializzazione (che attribuiscono lo sviluppo della personalità ad aspettative sociali, stereotipi e discriminazione), queste differenze non diminuiscono nei Paesi con livelli più alti di parità di genere (che tendono anche ad essere più ricchi ed economicamente avanzati). Anzi, nella maggior parte dei casi i dati mostrano l’effetto opposto: al diminuire delle disparità di genere a livello socio-culturale, le differenze di personalità diventano più marcate, come se in presenza di una società più aperta e individualista (e probabilmente una maggiore libertà data al benessere economico) le persone tendessero a esprimere in modo più netto le loro predisposizioni biologiche. Questo è un dato importante, anche perché risulta molto difficile da spiegare con un modello di socializzazione.

Aggressività, dominanza, assertività, autostima e propensione al rischio non sono un assortimento casuale: sono tutti tratti che contribuiscono alla competizione diretta per lo status, cioè la forma di competizione tipica dei maschi, non solo negli esseri umani ma in molti altri primati e mammiferi. Questo è assolutamente in accordo con i modelli di selezione sessuale, che (sulla base delle caratteristiche fisiche riproduttive della nostra specie) predicono una maggiore tendenza maschile alla competizione. Un altro aspetto da considerare è che, in tutte le culture studiate finora, le donne tendono a trovare più attraenti i partner che hanno un alto status sociale; questo implica che, attraverso la nostra storia evolutiva, la selezione per tratti e comportamenti rivolti alla competizione diretta per lo status è stata particolarmente forte nei maschi. Non a caso, la ricerca di dominanza è probabilmente il tratto comportamentale che si associa in modo più robusto agli effetti del testosterone negli adulti. Naturalmente, tutti questi tratti si esprimono e manifestano in modi diversi a seconda del contesto culturale e di sviluppo; lo fanno con luci e ombre, costi e benefici, sia per l’individuo che per la società. La stessa competizione per lo status può avvenire con modalità molto differenti, dall’aggressività fisica alla conquista di ricchezza e ruoli prestigiosi, dall’esibizione di abilità fisiche o intellettuali a quella di qualità morali e di leadership. La cultura incanala, dirige e dà forma alle nostre predisposizioni biologiche, ma non le elimina e soprattutto non le crea dal nulla.

Prima di chiudere questa sezione, c’è un punto fondamentale da chiarire rispetto alle dimensioni delle differenze di genere. Come ho notato prima, le differenze nei tratti di personalità aggressivi e competitivi sono abbastanza contenute, con una larga sovrapposizione tra i punteggi di maschi e femmine. Ma anche quando la differenza media è relativamente piccola, le disparità si amplificano via via che ci si muove verso gli estremi. L’ “uomo medio” non è molto più fisicamente aggressivo della “donna media”, ma se andiamo a vedere chi sono le persone estremamente aggressive, troveremo molti uomini e poche donne. Bisogna anche considerare che, nella maggior parte dei tratti di personalità (così come in molte caratteristiche fisiche come l’altezza), i maschi sono più variabili delle femmine, e quindi hanno una maggiore probabilità di trovarsi sia all’estremo più alto che a quello più basso della distribuzione. Questo vuol dire, per esempio, che ci sono più uomini che donne tra le persone con alta propensione al rischio, ma anche (in misura minore) tra quelle con livelli particolarmente bassi di propensione al rischio. La maggiore variabilità del sesso maschile non è una particolarità degli esseri umani; è una caratteristica comune che si ritrova nella maggior parte delle specie animali e sembra legata, almeno in parte, all’asimmetria della selezione sessuale (che di solito è più intensa nei maschi).

Le stesse considerazioni si applicano anche agli altri tratti discussi qui sopra, e l’effetto si amplifica quando si prendono in considerazione più tratti contemporaneamente. Se so che una persona è piuttosto aggressiva, estremamente dominante e assertiva nelle situazioni sociali, ha l’autostima alle stelle, e non vede l’ora di provare il brivido del rischio e trovarsi in situazioni in cui “o la va o la spacca”, la probabilità che quella persona sia un uomo è davvero molto alta. Da un altro punto di vista: esistono donne con personalità fortemente dominanti, assertive, aggressive, eccetera? Certo che sì, ma sono molte meno degli uomini con le stesse caratteristiche. Anche senza arrivare agli estremi, avere livelli più alti o più bassi della media in questi tratti può influire in modo notevole nei più svariati ambiti di vita. Pensare che queste tendenze a livello della popolazione non abbiano alcun impatto sulle differenze nel successo lavorativo, soprattutto in campi con una forte componente di competizione e/o rischio, è semplicemente assurdo. C’è anche un altro lato della medaglia, che di solito non viene considerato: per i motivi discussi fin qui, possiamo aspettarci che, rispetto alle donne, gli uomini (considerati come gruppo) corrano un rischio più alto di fallimento, spesso proprio negli stessi campi in cui hanno più probabilità di successo. Come ha potuto constatare Barbero, anche solo sfiorare questi temi scatena dei fortissimi tabù intellettuali; ma sono tabù che non hanno motivo di esistere e che non aiutano nessuno a capire le dinamiche sociali, né tantomeno a trovare modi realistici e costruttivi per cambiarle in meglio.

I cervelli di uomini e donne: uguali o diversi?

Anche se Barbero non lo ha nominato, il cervello ha un ruolo di primo piano nell’intervento della prof.ssa Viola, che sottolinea come quest’organo sia “plastico: ciò significa che i circuiti neuronali non sono statici ma si modificano e si creano nel tempo in base agli stimoli ricevuti”. Sicuramente la plasticità è una caratteristica basilare del cervello, dal momento che rende possibili l’apprendimento e la memoria. Però è anche importante non interpretare questo concetto in modo troppo “libero”. La ricerca genetica ha mostrato chiaramente che le caratteristiche anatomiche e funzionali del cervello a livello macroscopico (come il volume e lo spessore di diverse aree, le connessioni tra aree, e i profili di attività sia a riposo che durante compiti cognitivi) sono influenzate in modo sostanziale dalle differenze genetiche tra le persone, e che gli effetti genetici sono spesso più forti di quelli ambientali. Questi dati suggeriscono un certo scetticismo rispetto all’idea che le differenze cerebrali tra maschi e femmine possano essere spiegate facilmente come prodotti dell’esperienza e dell’apprendimento.

Dal punto di vista anatomico, la principale differenza di genere sta nel volume del cervello, che è maggiore del 10-15% negli uomini rispetto alle donne (uno scarto piuttosto ampio dal punto di vista statistico). Questa differenza è solo in parte spiegata dal fatto che gli uomini in media hanno un corpo più grande, e al momento non è per nulla chiaro cosa significhi dal punto di vista funzionale; per esempio, il volume del cervello è correlato al quoziente intellettivo (QI), ma non ci sono differenze marcate nel QI medio tra maschi e femmine. Poi ci sono molte altre differenze, sia nelle dimensioni delle varie regioni cerebrali che nelle connessioni tra regioni. Grazie a queste differenze, è possibile creare algoritmi che, partire dall’anatomia di un cervello, riescono a “indovinare” correttamente il sesso della persona in più del 90% dei casi. Ma una porzione importante di queste differenze è una conseguenza (diretta o indiretta) del maggior volume del cervello dei maschi; quando lo scarto nel volume totale viene corretta con metodi statistici, le differenze diventano nettamente più piccole e l’accuratezza nella classificazione scende al 60-70%.

Che conclusioni si possono trarre da questi dati? Non molte, a dire la verità. Alcuni ricercatori hanno messo in evidenza le piccole dimensioni delle differenze (una volta corrette per il volume totale) e i risultati contrastanti degli studi in questo campo; su questa base hanno sostenuto che le differenze di genere nella struttura e funzione cerebrale sono sostanzialmente trascurabili, come sostiene anche la prof.ssa Viola. Ma proprio perché le differenze sono statisticamente deboli mentre le misurazioni sono imprecise e piene di difficoltà tecniche, è probabile che anche gli studi più grandi eseguiti finora siano in realtà troppo piccoli per dare risultati affidabili. Proprio adesso stanno iniziando a uscire i primi studi con decine di migliaia di soggetti, e i risultati sono molto più precisi e robusti di quanto si sia visto finora. Il problema più profondo è che, dal momento che sappiamo molto poco di come la struttura fisica del cervello influisce sul funzionamento cognitivo, risulta molto difficile decidere se differenze che ci sembrano “piccole” possano invece avere effetti rilevanti sul comportamento.

Ancora più importante è il fatto che, se non si correggono statisticamente le misure per eliminare le differenze di genere nel volume cerebrale totale, i cervelli di uomini e donne risultano piuttosto diversi in tutta una serie di caratteristiche anatomiche. Rimuovere queste differenze equivale ad assumere che non abbiano nessuna importanza dal punto di vista funzionale, ma non abbiamo idea se sia davvero così. Per esempio, uno studio recente sulle associazioni tra tratti di personalità e anatomia cerebrale ha trovato le correlazioni più forti proprio con il volume totale e altre misure globali. Anche queste correlazioni però tendono ad essere piuttosto piccole in senso assoluto, in linea con l’idea che la personalità sia determinata soprattutto da meccanismi neurochimici (neurotrasmettitori, ormoni, ecc.) piuttosto che da differenze anatomiche. È probabile che il funzionamento cerebrale sia ancora più differenziato dal punto di vista neurochimico di quanto non lo sia dal punto di vista puramente anatomico.

Anche se capiamo ancora poco del funzionamento del cervello nei due sessi, ne sappiamo molto di più sulle loro abilità cognitive. Come accennavo prima, il QI è una misura dell’intelligenza generale (indipendente dal tipo specifico di compito). Anche se alcuni studi hanno trovato una media leggermente più alta dei maschi, si tratta di differenze abbastanza piccole e statisticamente difficili da misurare con precisione. Le differenze tra maschi e femmine non stanno tanto nel livello generale di intelligenza quanto nella distribuzione delle abilità cognitive specifiche. Soprattutto a partire dall’adolescenza, le femmine sono in media più brave nei compiti basati sul ragionamento verbale, mentre i maschi hanno prestazioni più alte nei compiti che richiedono abilità visivo-spaziali (per esempio visualizzare oggetti tridimensionali complessi), quantitative, e meccaniche. Inoltre le femmine hanno un vantaggio nei compiti che richiedono di dividere l’attenzione tra molti elementi diversi, mentre i maschi sono avvantaggiati nel prestare attenzione in modo focalizzato. Questi “profili cognitivi” tipici dei due sessi sono robusti dal punto di vista statistico, hanno dei paralleli funzionali in molti altri mammiferi, si ritrovano in culture differenti tra loro, e influenzano in modo sostanziale le scelte accademiche e professionali (per esempio, le persone che hanno abilità visivo-spaziali e quantitative relativamente più sviluppate di quelle verbali tendono a scegliere più spesso di iscriversi a facoltà scientifico-matematiche, le cosiddette STEM).

Come nei tratti di personalità, anche nelle abilità cognitive si osserva il fenomeno della maggiore variabilità maschile. I maschi sono più variabili delle femmine nelle misure generali di QI, nelle abilità cognitive specifiche (verbali, visivo-spaziali, matematiche…) e nei punteggi ai test di creatività, oltre che in molti aspetti dell’anatomia cerebrale. Il risultato è che ci sono più maschi che femmine agli estremi più bassi delle abilità cognitive (e molti più maschi che soffrono di ritardo mentale), ma anche agli estremi più alti delle stesse abilità. Se andiamo a vedere chi sono le persone con capacità quantitative e visivo-spaziali fuori dal comune, troveremo una netta preponderanza maschile, perché il vantaggio medio dei maschi in questo tipo di abilità viene amplificato dalla loro maggiore variabilità. Ovviamente ci sono donne a tutti i livelli della distribuzione, fino ai profili di abilità più estremi; ma, come nel caso della personalità, sono meno degli uomini con le stesse caratteristiche. Come si può immaginare, i tabù sulle differenze di genere nella cognizione sono ancora più incandescenti di quelli sulla personalità. Per questo motivo, i dati che ho presentato in questa sezione rimangono spesso confinati nell’ambito specialistico della ricerca sull’intelligenza, nonostante siano robusti, replicabili e importanti dal punto divista sociale.

C’è un altro aspetto delle differenze di genere che si interseca con quello delle abilità, ma probabilmente risulta ancora più importante nel determinare le scelte lavorative di uomini e donne. Si tratta delle preferenze rispetto alla cosiddetta dimensione cose-persone: mentre gli uomini tendono a preferire lavori centrati su oggetti inanimati o concetti astratti, le donne (in media) hanno una preferenza per lavori centrati sulle persone o con una forte componente relazionale. Si tratta di una delle differenze di genere più marcate tra quelle studiate in psicologia; gli interessi per cose e persone emergono molto presto nello sviluppo (forse addirittura alla nascita), e sono influenzati dall’esposizione agli androgeni durante lo sviluppo. La socializzazione sembra avere poco a che fare con l’origine di queste differenze, anche perché lo scarto tra maschi e femmine sulla dimensione cose-persone è rimasto praticamente invariato per più di 50 anni, nonostante i cambiamenti massicci che sono avvenuti nel mondo del lavoro e della formazione. L’origine evoluzionistica di queste predisposizioni si trova, molto probabilmente, nella divisione del lavoro in base al sesso che ha caratterizzato la nostra storia per centinaia di migliaia (se non milioni) di anni. Non c’è alcun dubbio sul fatto che, nel passato degli esseri umani, alcuni compiti (come la caccia e la produzione di utensili) siano stati appannaggio maschile, mentre altri (come la cura dei piccoli) siano stati delle occupazioni prevalentemente femminili. Dal punto di vista evoluzionistico, è davvero difficile pensare che aver ricoperto ruoli specializzati per decine o centinaia di migliaia di generazioni non abbia plasmato anche i nostri interessi e i nostri profili cognitivi.

Il dibattito natura-cultura in quest’ambito si è concentrato soprattutto sulle abilità visivo-spaziali, vista la loro rilevanza per le carriere nell’ambito STEM. I dati indicano chiaramente che queste abilità mostrano un certo livello di plasticità possono essere migliorate con l’esercizio, almeno nel breve periodo. Insieme al fatto che lo scarto tra maschi e femmine aumenta progressivamente durante lo sviluppo, questo risultato è spesso visto come una dimostrazione che le differenze di genere nelle abilità visivo-spaziali sono prodotte dalla socializzazione. Ma si tratta di un’argomentazione debolissima: anche i muscoli sono plastici, e la massa muscolare si può aumentare con l’esercizio, ma questo non toglie che la differenza nella forza fisica di uomini e donne abbia una chiara base biologica. Così come nelle abilità cognitive, anche le differenze nella forza fisica e nella massa muscolare emergono gradualmente nello sviluppo, aumentando nella media fanciullezza e poi con la pubertà. Il fatto che una certa differenza non sia presente alla nascita dice molto poco sulla sua natura biologica o culturale, come si può capire immediatamente pensando a tratti sessualmente differenziati come la voce, la barba, e così via. Sicuramente esiste uno “stereotipo” sul fatto che gli uomini abbiano la voce più profonda delle donne, ma sarebbe surreale argomentare che questo stereotipo è la causa dell’abbassamento della voce nei ragazzi. Lo stesso discorso si può fare rispetto alle differenze nella personalità, nelle preferenze e nelle abilità cognitive: la semplice esistenza di stereotipi di genere (che, messi alla prova empirica, di solito si rivelano sorprendentemente accurati) non dimostra che siano gli stereotipi a causare le differenze e non viceversa. Alcuni lettori avranno sentito parlare della ricerca sullo stereotype threat, secondo cui “attivare” gli stereotipi di genere (per esempio leggendo un brano sul fatto che i maschi sono più bravi in matematica) è sufficiente per far calare la prestazione di donne e ragazze in certi compiti cognitivi. Questo filone di ricerca ha ricevuto una grandissima pubblicità, perché sembrava dimostrare in modo inequivocabile il potere degli stereotipi di plasmare cognizione e comportamento. Quello che pochi sanno è che i risultati iniziali non sono stati replicati negli studi più grandi e meglio controllati, e che una volta corretti i dati per la tendenza a pubblicare più facilmente i risultati positivi, l’effetto si riduce di molto o addirittura scompare.

Le differenze nelle abilità cognitive e quelle nelle preferenze cose-persone si rinforzano tra loro, e insieme contribuiscono a spiegare la minore rappresentazione delle donne nelle professioni STEM (anche se molto probabilmente non la spiegano del tutto). Se c’è un fattore che sicuramente non spiega le differenze nelle discipline STEM, si tratta della disparità di genere a livello socio-culturale. Infatti, nei paesi con più alta parità di genere i profili delle prestazioni cognitive di maschi e femmine tendono a diventare ancora più sbilanciati, e la proporzione di ragazze che si iscrivono a facoltà STEM tende a diminuire invece che aumentare. È probabile che, anche in quest’ambito, l’allentamento delle pressioni sociali ed economiche porti le persone ad esprimere più liberamente le proprie inclinazioni, con il risultato che le differenze di genere vengono amplificate piuttosto che eliminate.

Per concludere

Nel suo intervento, Barbero ha espresso in modo colloquiale un’idea di senso comune ma tutt’altro che ridicola, che di fatto (e con le dovute precisazioni) collima con i risultati della ricerca sulle differenze di genere. Ma le differenze nei tratti competitivi come assertività e propensione al rischio sono solo una tessera di un puzzle molto più ampio, che spazia dalla personalità fino alle abilità cognitive, agli interessi e alle preferenze. Lo studio di queste differenze rivela un panorama complesso e affascinante, collega tra loro diverse discipline scientifiche, e permette di spiegare in modo coerente moltissimi fenomeni del mondo reale. Tra le altre cose, mostra chiaramente che la discriminazione non è l’unica spiegazione possibile delle differenze di genere, e in molti casi neanche la più rilevante. Il tema della discriminazione in campo formativo e lavorativo è troppo ampio per poterlo aprire qui, ma è importante sottolineare che i dati a riguardo non sono né facili da interpretare né tantomeno “a senso unico”; in bibliografia ho messo degli articoli utili da cui partire per esplorare questo tema, soprattutto rispetto all’ambito accademico e alle discipline STEM.

Purtroppo la nostra cultura intellettuale ha un’enorme difficoltà a fare i conti con le differenze, e le risposte a Barbero ne sono una dimostrazione tra le tante. La cosa più grave è che, a forza di ignorare ostinatamente i dati “scomodi” e reagire attaccando chiunque esca dal recinto stretto del politicamente corretto, la narrazione su questi temi diventa sempre più autoreferenziale, povera di contenuti e sganciata dalla realtà. Con questo articolo ho cercato di dare il mio contributo ad una conversazione più aperta e bilanciata. Che il dibattito continui!


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Uno scambio tra un gruppo di psicologi evoluzionisti e uno di “neurofemministe”, che tocca molti dei temi discussi in questo articolo:

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https://www.psychologytoday.com/us/blog/sexual-personalities/201904/sex-differences-in-brain-and-behavior-eight-counterpoints

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  1. Distinguere tra natura e cultura: mission impossible?

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  1. L’ipotesi di Barbero: realtà o fantasia?

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  1. I cervelli di uomini e donne: uguali o diversi?

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Un articolo recente di Lise Eliot e colleghi sulla natura (secondo loro trascurabile) delle differenze cerebrali, e alcune risposte critiche:

Eliot, L., Ahmed, A., Khan, H., & Patel, J. (2021). Dump the “dimorphism”: Comprehensive synthesis of human brain studies reveals few male-female differences beyond size. Neuroscience & Biobehavioral Reviews. Link

Goldman, D. (2021). On Dump the “dimorphism”: Comprehensive synthesis of human brain studies reveals few male-female differences beyond size. Link

Hirnstein, M., & Hausmann, M. (2021). Sex/gender differences in the brain are not trivial-a commentary on Eliot et al. (2021). Neuroscience and Biobehavioral Reviews, 130, 408-409. Link

Williams, C. M., Peyre, H., Toro, R., & Ramus, F. (2021). Sex differences in the brain are not reduced to differences in body size. Neuroscience & Biobehavioral Reviews. Link

Correlazioni tra personalità e anatomia cerebrale:

Hyatt, C. S., Sharpe, B. M., Owens, M. M., Listyg, B. S., Carter, N. T., Lynam, D. R., & Miller, J. D. (2021). Searching High and Low for Meaningful and Replicable Morphometric Correlates of Personality. Journal of Personality and Social Psychology. Link

Differenze nelle abilità cognitive:

Arribas-Aguila, D., Abad, F. J., & Colom, R. (2019). Testing the developmental theory of sex differences in intelligence using latent modeling: Evidence from the TEA Ability Battery (BAT-7). Personality and Individual Differences, 138, 212-218. Link

Johnson, W., & Bouchard Jr, T. J. (2007). Sex differences in mental abilities: g masks the dimensions on which they lie. Intelligence, 35(1), 23-39. Link

Reilly, D., Neumann, D. L., & Andrews, G. (2015). Sex differences in mathematics and science achievement: A meta-analysis of National Assessment of Educational Progress assessments. Journal of Educational Psychology, 107(3), 645. Link

Reilly, D., Neumann, D. L., & Andrews, G. (2019). Gender differences in reading and writing achievement: Evidence from the National Assessment of Educational Progress (NAEP). American Psychologist, 74(4), 445. Link

Stoet, G., & Geary, D. C. (2020). Sex-specific academic ability and attitude patterns in students across developed countries. Intelligence, 81, 101453. Link

Wai, J., Hodges, J., & Makel, M. C. (2018). Sex differences in ability tilt in the right tail of cognitive abilities: A 35-year examination. Intelligence, 67, 76-83. Link

Wai, J., Putallaz, M., & Makel, M. C. (2012). Studying intellectual outliers: Are there sex differences, and are the smart getting smarter?. Current Directions in Psychological Science, 21(6), 382-390. Link

Warne, R. T. (2020). In the know: Debunking 35 myths about human intelligence. Cambridge University Press. Link

Scelte formative e professionali:

Dekhtyar, S., Weber, D., Helgertz, J., & Herlitz, A. (2018). Sex differences in academic strengths contribute to gender segregation in education and occupation: A longitudinal examination of 167,776 individuals. Intelligence, 67, 84-92. Link

Halpern, D. F., Benbow, C. P., Geary, D. C., Gur, R. C., Hyde, J. S., & Gernsbacher, M. A. (2007). The science of sex differences in science and mathematics. Psychological science in the public interest, 8(1), 1-51. Link

Wang, M. T., Eccles, J. S., & Kenny, S. (2013). Not lack of ability but more choice: Individual and gender differences in choice of careers in science, technology, engineering, and mathematics. Psychological science, 24(5), 770-775. Link

Variabilità:

Arden, R., & Plomin, R. (2006). Sex differences in variance of intelligence across childhood. Personality and Individual Differences, 41(1), 39-48. Link

Baye, A., & Monseur, C. (2016). Gender differences in variability and extreme scores in an international context. Large-scale Assessments in Education, 4(1), 1-16. Link

He, W. J., & Wong, W. C. (2011). Gender differences in creative thinking revisited: Findings from analysis of variability. Personality and Individual Differences, 51(7), 807-811. Link

Johnson, W., Carothers, A., & Deary, I. J. (2008). Sex differences in variability in general intelligence: A new look at the old question. Perspectives on psychological science, 3(6), 518-531. Link

Karwowski, M., Jankowska, D. M., Gralewski, J., Gajda, A., Wiśniewska, E., & Lebuda, I. (2016). Greater male variability in creativity: a latent variables approach. Thinking Skills and Creativity, 22, 159-166. Link

Lakin, J. M. (2013). Sex differences in reasoning abilities: surprising evidence that male–female ratios in the tails of the quantitative reasoning distribution have increased. Intelligence, 41(4), 263-274. Link

Wierenga, L. M., Doucet, G. E., Dima, D., Agartz, I., Aghajani, M., Akudjedu, T. N., … & Wittfeld, K. (2020). Greater male than female variability in regional brain structure across the lifespan. Human brain mapping. Link

Preferenze cose-persone:

Berenbaum, S. A., & Beltz, A. M. (2021). Evidence and Implications From a Natural Experiment of Prenatal Androgen Effects on Gendered Behavior. Current Directions in Psychological Science, 30(3), 202-210. Link

Eagly, A. H., & Revelle, W. (2021). Understanding the Magnitude of Psychological Differences Between Women and Men Requires Seeing the Forest and the Trees. Perspectives on Psychological Science. Link

Lippa, R. A. (2010). Sex differences in personality traits and gender-related occupational preferences across 53 nations: Testing evolutionary and social-environmental theories. Archives of sexual behavior, 39(3), 619-636. Link

Lippa, R. A., Preston, K., & Penner, J. (2014). Women’s representation in 60 occupations from 1972 to 2010: More women in high-status jobs, few women in things-oriented jobs. PloS one, 9(5), e95960. Link

Morris, M. L. (2016). Vocational interests in the United States: Sex, age, ethnicity, and year effects. Journal of Counseling Psychology, 63(5), 604. Link

Su, R., Rounds, J., & Armstrong, P. I. (2009). Men and things, women and people: a meta-analysis of sex differences in interests. Psychological bulletin, 135(6), 859. Link

Dibattito sulle abilità spaziali:

Cashdan, E., & Gaulin, S. J. (2016). Why go there? Evolution of mobility and spatial cognition in women and men. Human Nature, 27(1), 1-15. Link

Eliot, L., Ahmed, A., Khan, H., & Patel, J. (2021). Dump the “dimorphism”: Comprehensive synthesis of human brain studies reveals few male-female differences beyond size. Neuroscience & Biobehavioral Reviews. Link

Lauer, J. E., Yhang, E., & Lourenco, S. F. (2019). The development of gender differences in spatial reasoning: A meta-analytic review. Psychological Bulletin, 145(6), 537. Link

Uttal, D. H., Meadow, N. G., Tipton, E., Hand, L. L., Alden, A. R., Warren, C., & Newcombe, N. S. (2013). The malleability of spatial skills: a meta-analysis of training studies. Psychological bulletin, 139(2), 352. Link

Wong, W. I., & Yeung, S. P. (2019). Early gender differences in spatial and social skills and their relations to play and parental socialization in children from Hong Kong. Archives of Sexual Behavior, 48(5), 1589-1602. Link

Wood, B. M., Harris, J. A., Raichlen, D. A., Pontzer, H., Sayre, K., Sancilio, A., … & Jones, J. H. (2021). Gendered movement ecology and landscape use in Hadza hunter-gatherers. Nature human behaviour, 5(4), 436-446. Link

Accuratezza degli stereotipi:

Jussim, L. (2012). Social perception and social reality: Why accuracy dominates bias and self-fulfilling prophecy. Oxford University Press. Link

Jussim, L., Crawford, J. T., & Rubinstein, R. S. (2015). Stereotype (in) accuracy in perceptions of groups and individuals. Current Directions in Psychological Science, 24(6), 490-497. Link

Löckenhoff, C. E., Chan, W., McCrae, R. R., De Fruyt, F., Jussim, L., De Bolle, M., … & Terracciano, A. (2014). Gender stereotypes of personality: Universal and accurate? Journal of Cross-Cultural Psychology, 45(5), 675-694. Link

Fallimenti della teoria dello stereotype threat:

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Flore, P. C., & Wicherts, J. M. (2015). Does stereotype threat influence performance of girls in stereotyped domains? A meta-analysis. Journal of school psychology, 53(1), 25-44. Link

Flore, P. C., Mulder, J., & Wicherts, J. M. (2018). The influence of gender stereotype threat on mathematics test scores of Dutch high school students: a registered report. Comprehensive Results in Social Psychology, 3(2), 140-174. Link

Ganley, C. M., Mingle, L. A., Ryan, A. M., Ryan, K., Vasilyeva, M., & Perry, M. (2013). An examination of stereotype threat effects on girls’ mathematics performance. Developmental psychology, 49(10), 1886. Link

Shewach, O. R., Sackett, P. R., & Quint, S. (2019). Stereotype threat effects in settings with features likely versus unlikely in operational test settings: A meta-analysis. Journal of Applied Psychology, 104(12), 1514. Link

Parità di genere, profili cognitivi e STEM:

Stoet, G., & Geary, D. C. (2018). The gender-equality paradox in science, technology, engineering, and mathematics education. Psychological science, 29(4), 581-593. Link

Stoet, G., & Geary, D. C. (2020). Sex-specific academic ability and attitude patterns in students across developed countries. Intelligence, 81, 101453. Link

  1. Per concludere

Ceci, S. J., Ginther, D. K., Kahn, S., & Williams, W. M. (2014). Women in academic science: A changing landscape. Psychological science in the public interest, 15(3), 75-141. Link

Ceci, S. J., Kahn, S., & Williams, W. M. (2021). Stewart-Williams and Halsey argue persuasively that gender bias is just one of many causes of women’s underrepresentation in science. European Journal of Personality, 35(1), 40-44. Link

Ceci, S. J., & Williams, W. M. (2011). Understanding current causes of women’s underrepresentation in science. Proceedings of the National Academy of Sciences, 108(8), 3157-3162. Link

Stewart-Williams, S., & Halsey, L. G. (2021). Men, women and STEM: Why the differences and what should be done? European Journal of Personality, 35(1), 3-39. Link

Sito di Marco Del Giudice: https://marcodg.net




Dove va il politicamente corretto? Uno sguardo dagli USA

Intervista di Luca Ricolfi al prof. Marco Del Giudice, docente di psicologia evoluzionistica e metodi quantitativi, che da 8 anni insegna e fa ricerca negli USA”

Sito di Marco Del Giudice: https://marcodg.net

Del Giudice, lei ha lasciato l’Università italiana nel 2013 e sta facendo una brillante carriera negli Stati Uniti. Come sa, il 2013 (secondo alcuni) è anche l’anno del “Great Awokening”, ossia del processo di radicalizzazione del mondo progressista. Lei come ha vissuto quel processo? Quando ha avvertito il cambiamento? Fin dal suo arrivo in America, o solo a un certo punto?
Ho cominciato a vivere per dei periodi negli USA nel 2009, ma il fatidico 2013 l’ho passato in Italia a fare preparativi per il trasferimento. Quando ho preso servizio nel 2014 all’Università del New Mexico insieme a mia moglie Romina (che è stata assunta nello stesso dipartimento), il cambiamento di atmosfera già si sentiva. C’erano stati i primi incidenti tra docenti e studenti legati alla libertà di espressione, e si iniziava a sentire una tensione insolita rispetto a temi come le differenze di genere, che sono uno dei miei argomenti di ricerca come psicologo evoluzionista. Nel giro di un paio d’anni l’atmosfera nelle università si è scaldata con le sempre più frequenti “cancellazioni” degli speaker politicamente controversi, ed è diventata incandescente dopo l’elezione di Trump, che ha letteralmente traumatizzato la sinistra americana. Per dire, subito dopo le elezioni del 2016, molte università e dipartimenti (incluso il nostro) hanno iniziato a mandare mail di conforto a studenti e professori, e tenere gruppi di auto-aiuto per chi era rimasto sconvolto dal risultato elettorale.
La tensione accumulata, amplificata dai lockdown e dalle elezioni imminenti, è esplosa tutta insieme nella primavera del 2020, quando le proteste per l’uccisione di George Floyd hanno innescato una rapidissima auto-radicalizzazione nelle università, nelle scuole, nei media, nelle piattaforme online, e così via. Nel giro di pochi mesi si è arrivati a quello che mi sento di chiamare un clima da rivoluzione culturale, centrato soprattutto sulle questioni etniche e razziali, ma esteso anche a quelle di genere e agli altri temi del movimento che va sotto le etichette di “wokeness”, “social justice”, “intersectionality”, eccetera. Nessuna istituzione o ambito della vita sociale è rimasto fuori da questa ondata di piena, dall’esercito alle congregazioni religiose alle associazioni mediche e scientifiche, dai libri per bambini ai cartoni animati e alle etichette dei prodotti al supermercato. L’elezione di Biden non ha fermato questo processo ma anzi lo ha accelerato, almeno per ora. Mi ha colpito quanto poco di questi avvenimenti sia filtrato nei media italiani… i miei amici in Italia mi ascoltavano raccontare queste cose come se venissi da una specie di realtà parallela. Mi pare che negli ultimi mesi ci sia stato qualche passaggio di informazioni in più, ma soprattutto attraverso canali “non ufficiali” come social e blog.

Parliamo del politicamente corretto negli Stati Uniti oggi. Come definirebbe il politicamente corretto?
Non voglio provare a dare una definizione ma una prospettiva d’insieme. Il politicamente corretto di solito si riferisce al controllo del linguaggio, per esempio tramite la creazione di tabù, la sostituzione di parole e frasi con altre, la ridefinizione di parole comuni all’introduzione di neologismi e nuove forme di etichetta (per esempio indicare i propri pronomi). Se si rimane a questo livello è facile coglierne gli aspetti più assurdi, perfino al limite della comicità. Ma fermarsi qui sarebbe un errore, perché lo scopo del politicamente corretto è modificare la realtà, e il controllo del linguaggio serve solo e unicamente in quanto strumento per incidere sulla realtà. La manifestazione più ingenua di questo atteggiamento è l’idea che si possa modificare la natura delle cose semplicemente cambiando il modo in cui se ne parla; questo può sembrare una specie di pensiero magico, anche se riflette certe idee postmoderne sulla costruzione sociale della realtà. Però ci sono molti altri effetti sul mondo reale, ben più importanti anche se indiretti. Imporre con successo dei cambiamenti linguistici ha l’effetto di legittimare implicitamente le teorie che hanno motivato quei cambiamenti, giuste o sbagliate che siano (per esempio, la teoria che l’uso generico del genere maschile in italiano serva a rinforzare e perpetuare forme di discriminazione femminile). Bollare certe parole e idee come tabù o introdurre significati alternativi di parole comuni restringe lo spazio della discussione, rende impossibile esprimere critiche e dissenso, e in questo modo apre la strada a riforme istituzionali e legislative via via più radicali, in cui ogni passo giustifica quello successivo. Tutto questo viene fatto in nome di ideali nobili come “rispetto”, “dignità” e “uguaglianza”. Il politicamente corretto è difficile da contrastare proprio perché sfrutta l’empatia e l’altruismo delle persone (facendole sentire allo stesso tempo “dalla parte giusta della storia”) e mette i critici nella posizione di sembrare insensibili, irrispettosi e intolleranti.
È anche importante notare che i termini e pensieri “corretti” cambiano velocemente e in modo imprevedibile; quello che oggi è un discorso avanzato e progressista può diventare problematico e bigotto nel giro di pochi anni, o addirittura pochi mesi (come è successo alle femministe radicali, che oggi vengono bollate come reazionarie dagli attivisti transgender perché considerano il sesso come un fatto biologico inalterabile). Questo induce un senso di ansia strisciante e porta le persone ad evitare certi argomenti o autocensurarsi in via preventiva, fa sì che dibattiti cruciali restino impantanati in questioni semantiche senza uscita, e offre pretesti di ogni tipo per “cancellare” retroattivamente gli avversari e distruggerne la reputazione. C’è di più: il politicamente corretto inietta nella cultura l’idea che le parole siano letteralmente forme di violenza e oppressione, e quindi che le idee “pericolose” giustifichino il ricorso alla censura e alla violenza. Le persone spesso intuiscono tutto questo, e reagiscono alle manifestazioni del politicamente corretto in modi che sembrano sproporzionati o allarmisti se ci si ferma al livello della superficie linguistica. Ma la posta in gioco è molto più alta e molto più seria.
La cosa più importante è riuscire a vedere il politicamente corretto non come un fenomeno a sé stante relativo all’uso del linguaggio, ma come la parte più visibile di una “creatura” ideologica molto più complessa e articolata. La chiamo wokeness perché è il termine colloquiale più comune nel mondo anglosassone, ma anche perché coglie bene lo spirito semi-religioso che la anima (essere woke vuol dire letteralmente essersi “svegliati”, aver aperto gli occhi sui sistemi di potere e oppressione che controllano la vita delle persone). L’idea centrale è che la società sia organizzata secondo una matrice più o meno invisibile di pregiudizi e privilegi (lungo molteplici assi di razza, sesso, identità di genere, orientamento sessuale, disabilità…) che si intersecano e rinforzano tra loro: la famosa “intersezionalità”. Questo crea dei sistemi di oppressione che si auto-perpetuano, operando per lo più a livello implicito e inconscio, e producono disparità tra gruppi e categorie sociali. La possibilità che esistano reali differenze culturali o biologiche (per esempio tra maschi e femmine), e che certe disparità non derivino da ingiustizie sociali ma da caratteristiche e scelte delle persone viene esclusa a priori e considerata moralmente inaccettabile, perfino violenta; anche solo suggerirlo come ipotesi è visto come una forma di oppressione e una manifestazione di sessismo, razzismo, ecc.
La wokeness vede la democrazia liberale come un’illusione che perpetua l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali, e così via dietro una facciata di principi solo apparentemente giusti e imparziali. Qualunque opzione di neutralità politica (per esempio l’idea di tenere il più possibile separata la ricerca scientifica dall’attivismo, o di non usare le scuole per indottrinare politicamente i bambini) viene interpretata come una maniera subdola di perpetuare lo status quo e mantenere i privilegi delle categorie dominanti. Per questo la wokeness è sospettosa (se non ostile) verso principi liberali come la libertà di espressione o l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Abbraccia tutti gli aspetti della società e della cultura con la convinzione di essere dalla parte giusta della storia, e si concentra su come i sistemi di oppressione vengono interiorizzati (spesso in modo inconsapevole) ed espressi nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero e nel linguaggio delle persone. In altre parole, ha una visione del mondo profondamente totalitaria, e si esprime in forme totalitarie (censura, processi sommari, delazione, “struggle sessions” e rieducazione, autodenunce e auto da fé…) ogni volta che prende il controllo di un gruppo o di un’istituzione. Il caso sconcertante dell’Evergreen College (documentato in dettaglio da Benjamin Boyce e Mike Nayna) è un esempio emblematico di cosa può succedere quando questi principi vengono messi in pratica a livello istituzionale.
Questa corrente ideologica ha iniziato a prendere forma nella sinistra accademica a partire dagli anni ’70, virando dalle questioni di classe a quelle di identità e incorporando alcuni concetti chiave della filosofia postmoderna. È cresciuta e si è sviluppata nelle università, in particolare nelle discipline umanistiche, in alcune scienze sociali come la sociologia e l’antropologia, e soprattutto nei dipartimenti di educazione (education schools) e nella galassia in continua espansione degli “studies” identitari (tra cui women’s studies, gender studies, queer studies, Black studies, Latino studies e così via). Dalle università ha continuato a diffondersi nelle scuole (ritornando poi alle università via via che i ragazzi crescevano e si iscrivevano al college), ai media, ai dipartimenti di risorse umane delle grandi aziende. Ha iniziato a farsi sentire negli anni ’90, ma non aveva ancora la massa critica per diventare una forza dominante nella sinistra, che pure stava diventando sempre più elitaria e sganciata dagli interessi della working class. Probabilmente anche grazie all’effetto accelerante dei social media, la massa critica è arrivata intorno al 2010, ed eccoci qua. Tra i critici e/o cronisti più interessanti di questo periodo convulso metterei Douglas Murray, Jordan Peterson, James Linsday, Bari Weiss, Wesley Yang, Zachary Goldberg, Richard Hanania, e altri collegati a riviste online come Quillette. Poi ci sono trent’anni di letteratura accademica e non; alla fine dell’intervista posso mettere qualche libro consigliato tra quwlli più recenti. Raccomando anche un’interessante video intervista sul politicamente corretto e identity politics fatta da Dario Maestripieri, mio caro amico e biologo all’università di Chicago.

Può farci qualche esempio concreto, per far capire al lettore italiano come si manifesta il politicamente corretto nella sua università e, se vuole, anche nella vita quotidiana.
Gli Stati Uniti sono un Paese incredibilmente vario dal punto di vista sociale e politico, per cui le esperienze di vita quotidiana dipendono molto dal posto in cui si vive. Più che un aneddoto specifico, mi sento di condividere un’esperienza che sta diventando sempre più comune: se non si è tra persone di fiducia o che si sa per certo essere “dalla stessa parte”, la reazione immediata è smettere di dire quello che si pensa, iniziare a pesare ogni parola, e usare frasi fatte e generiche, evitando accuratamente qualsiasi argomento che possa essere vissuto come problematico o offensivo (la lista si allunga ogni giorno di più). Prevedibilmente, il politicamente corretto ha tolto spontaneità alle relazioni sociali e le ha rese molto più caute, superficiali e legnose. Mi rendo conto che è difficile da spiegare se non si è provato. Quest’anno mia moglie ed io siamo tornati in Italia per qualche mese; la prima sensazione che ci ha sorpreso è stata che le persone si parlassero normalmente, tranquillamente, in un modo a cui non eravamo più abituati; come se all’improvviso si fosse sollevato un velo. Un’altra esperienza rivelatrice è quella di guardare film o serie TV girate negli anni ’90, nei primi anni 2000, o perfino intorno al 2010, e restare sorpresi per come fosse possibile dire o mostrare cose che ora sarebbero verboten. Lo spazio pubblico del discorso e delle rappresentazioni si sta restringendo velocemente, a fronte di una concentrazione sempre più ossessiva su pochi temi (questioni di razza, genere, orientamento sessuale, eccetera); è incredibile quanto in fretta ci si abitua, l’unico modo per rendersene conto è confrontare la produzione di oggi con quella del passato, anche molto recente.
Per quanto riguarda l’accademia USA, si tratta di una specie di Stato a sé, con una cultura molto uniforme e pochissimo radicamento nelle realtà locali (gli accademici americani si spostano molto di più tra università e Stati di quanto non succede in Italia o in Europa). Dentro le università, secondo me siamo già oltre la fase del politicamente corretto: con poche eccezioni, il conformismo ideologico è talmente capillare da essere diventato quasi un fatto naturale, come l’aria che si respira. Gli speech code che regolamentano il linguaggio e puniscono frasi e atteggiamenti “offensivi”; i training obbligatori su cosa si può e non si può dire quando si presentano situazioni problematiche con studenti e colleghi; il fatto che i candidati vengono valutati in modo diverso a seconda della razza, del sesso e dell’orientamento ideologico; i libri di testo depurati per non offendere nessuna categoria sensibile e celebrare “equità, diversità e inclusione”; i messaggi dall’amministrazione universitaria, sempre allineati con i progressisti sui temi politici del momento; potrei andare avanti per un bel po’.
Decenni di compromessi, silenzi e quieto vivere da parte degli accademici non attivisti hanno portato (lentamente, passo dopo passo) ad un sistema paternalistico e soffocante, dove limitazioni alla libertà individuale che hanno dell’incredibile (come i codici che disciplinano lo humor e, in qualche caso, le espressioni facciali) vengono vissute come normali, quasi ovvie. È una vera tragedia, perché le università americane sono piene di qualità e competenze a livelli altissimi; ma schierandosi politicamente, dando la priorità a obiettivi ideologici come “equità” e “giustizia sociale” a scapito del rigore accademico, e definendosi sempre più come fabbriche di attivisti stanno bruciando ad una velocità allarmante il capitale di fiducia che hanno accumulato nel tempo. Alla lunga non saranno in grado di mantenere gli standard su cui si basano il loro successo e il loro prestigio; peggio ancora, visto il loro ruolo di leadership rischiano di trascinare con sé una buona parte del sistema accademico internazionale.
A chi volesse farsi un’idea più precisa della situazione, raccomando il sito della Foundation for Individual Rights in Education (FIRE), un’associazione apolitica che lotta da vent’anni per ripristinare i diritti costituzionali del Primo Emendamento nelle università. La National Association of Scholars (NAS) ha un taglio politico più conservatore, e sta portando avanti battaglie e campagne di informazione importantissime, spesso come unica voce critica nel panorama accademico americano.

Ma secondo lei qui in Italia abbiamo idea di che cosa sta accadendo negli Stati Uniti? O viviamo felicemente all’oscuro perché da noi il great awokening è appena all’inizio, e magari non potrà mai veramente esplodere, perché manca l’ingrediente razziale?
Come accennavo all’inizio, mi pare che la consapevolezza di quello cha sta succedendo negli USA (e in altri Paesi anglosassoni come Canada, UK, Australia) a livello sociale e politico sia piuttosto scarsa, e questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a fare questa intervista. Parlo di quello che ho potuto vedere nei principali media italiani e sentire parlando con amici e colleghi; naturalmente, molto dipende da quali canali online si seguono e di quali “bolle” politiche e informative si fa parte.
Per quanto riguarda la wokeness, si tratta di un fenomeno globale e globalizzato, anche se è maturato negli USA e in altri Paesi anglosassoni. Esploderà anche in Italia? Fare previsioni è molto difficile, ma provo a fare una lista di differenze sociali e culturali che potrebbero influenzare il corso degli eventi. Per esempio, l’Italia ha una società che si muove e cambia più lentamente, con più inerzia e stacchi meno netti tra le generazioni. I legami familiari e locali sono più forti e contrastano la tendenza all’atomizzazione e all’isolamento, che rendono le persone più fragili ed esposte alla manipolazione emotiva (penso soprattutto agli studenti universitari). Poi c’è una differenza culturale indefinibile, una specie di disincanto “all’italiana” per cui si tende a non prendere le cose troppo sul serio; manca quel fondo idealistico e puritano che negli Stati Uniti si sente, eccome. Naturalmente tutti questi aspetti della società italiana possono essere sia dei vantaggi che dei limiti. Per esempio l’inerzia generazionale e la dimensione locale possono frenare l’innovazione e sprecare occasioni e potenzialità; però possono anche rallentare i cambiamenti impulsivi e smorzare certi eccessi prima di fare troppi danni. Poi in Italia esiste la memoria del fascismo, che da un lato può essere invocata “a sinistra” per sopprimere il dissenso, ma dall’altro può funzionare da anticorpo e rendere più facile riconoscere i sintomi di una deriva totalitaria. Forse non è un caso che i Paesi dove la wokeness ha attecchito più profondamente siano quelli che non hanno fatto l’esperienza di dittature e regimi totalitari nel passato recente.
Un’altra differenza importante è che gli USA hanno avuto più di 50 anni di legislazione espansiva sui diritti civili che, al di là dei suoi risultati positivi, ha portato alla creazione di un’enorme e potente burocrazia a tutela di “equità, diversità e inclusione” nelle aziende e nelle istituzioni. Questa burocrazia tentacolare è stata terreno fertile per la crescita e diffusione della wokeness, ed è uno dei motivi per cui una manciata di attivisti può condizionare o mettere in ginocchio università, aziende, e così via. Christopher Caldwell ha scritto The age of entitlement, un libro importantissimo dove argomenta che la legislazione sui diritti civili a partire dagli anni ‘60 ha di fatto creato una “costituzione parallela” che si pone in conflitto sempre più aperto con quella formale del 1789. Richard Hanania ha fatto un’analisi molto lucida di questo fenomeno in un articolo intitolato Woke institutions is just civil rights law.
Detto tutto questo, sarebbe un errore illudersi che l’Italia sia al riparo. È vero, la questione razziale è molto meno profonda e centrale che negli USA, ma non bisogna dimenticare che la wokeness è un’ideologia totalizzante basata sul principio dell’intersezionalità. Il punto di partenza preciso importa poco: qualsiasi aspetto della storia o della società che possa essere inquadrato nella dinamica privilegio/oppressione può servire come innesco per iniziare il processo di radicalizzazione. Se non è la razza, può essere benissimo il sesso o l’identità di genere. Per fare un altro esempio, l’Italia non ha conosciuto lo schiavismo e la segregazione razziale come gli Stati Uniti; però ha avuto un periodo coloniale che, in linea di principio, potrebbe svolgere la stessa funzione di “peccato originale” da espiare. Ancora: i social media non conoscono frontiere e tendono a creare una monocultura globale molto permeabile, soprattutto per i più giovani. Per via dei miei interessi di ricerca sulle differenze di genere, seguo abbastanza da vicino le evoluzioni del femminismo e dell’attivismo transgender; è molto facile notare che gli attivisti italiani (e i media che ne amplificano la voce) usano le stesse parole, immagini e strategie retoriche delle loro controparti americane. Sono sistemi di idee adattabili e “contagiosi”, capaci di attraversare facilmente le barriere culturali.

Parliamo ancora dell’Università. Immagino che ci siano anche studenti e colleghi che non amano il politicamente corretto, o addirittura lo contestano apertamente. Che cosa succede a chi non si allinea?
Per cominciare, chi non si allinea paga il prezzo dell’ostracismo di colleghi e studenti, e sa di mettere a rischio la propria reputazione (con ricadute sulle possibilità di ricevere finanziamenti, promozioni, offerte lavorative, riconoscimenti, incarichi prestigiosi…). I professori dissidenti vengono bollati come sessisti, razzisti, transfobici e via dicendo, e rischiano di diventare bersagli di boicottaggi o denunce agli uffici per la diversità. Nel regime degli speech code, può bastare una denuncia anonima da parte di uno studente o un collega per far partire lunghi processi interni, sospensioni dall’insegnamento, e altri tipi di sanzioni amministrative. E chi non ha la tenure (il posto a tempo indeterminato) oppure lavora in un’università privata rischia seriamente di perdere il lavoro e la carriera. Sia NAS che FIRE mantengono dei database di professori “cancellati” o finiti nei guai per aver espresso opinioni scomode (o anche solo per aver infastidito qualche attivista con trasgressioni reali o immaginarie). Naturalmente, questo clima incoraggia l’autocensura, specialmente da parte dei più moderati e di chi ha molto da perdere in termini professionali; il silenzio dei moderati lascia campo libero agli attivisti, e così il circolo vizioso continua.
Nel nostro dipartimento, io e mia moglie siamo stati tra i pochi a schierarci apertamente per la libertà di espressione, per la neutralità politica dell’accademia, e contro la subordinazione dell’insegnamento e della ricerca a obiettivi ideologici di “giustizia sociale” e simili. Ovviamente i rapporti all’interno del dipartimento ne hanno risentito, ci siamo presi insulti da alcuni colleghi, e mi è giunta voce che i dottorandi più politicizzati hanno iniziato a boicottare i miei corsi. Devo dire che siamo stati comunque fortunati, perché lavoriamo in un dipartimento dove altri colleghi hanno espresso il loro dissenso, e sebbene si tratti di un gruppetto molto piccolo non ci sentiamo completamente soli. Siamo riusciti anche a ottenere qualche vittoria, e il nostro dipartimento non ha capitolato immediatamente quando l’estate scorsa gli studenti attivisti hanno scritto una lettera di denuncia con richieste di “decolonizzare il curriculum”, introdurre training sulle “microaggressioni” e sulla giustizia razziale, ridurre l’uso di test standardizzati nella valutazione dei candidati, e così via. Molti amici e colleghi in altri dipartimenti e università si trovano isolati, e spesso troppo spaventati per parlare o protestare. Alcuni hanno perso il lavoro o sono diventati “intoccabili” per aver pubblicato articoli e studi politicamente scorretti. Da studente, mi aveva stupito e turbato il fatto che, in tutta l’accademia italiana, solo dodici professori (più o meno uno su cento) avessero rifiutato di giurare fedeltà al fascismo nel 1931. Adesso mi sembra del tutto ovvio, purtroppo.

Esistono oggi negli Stati Uniti gruppi o forze che si oppongono al politicamente corretto? O la resistenza è puramente individuale, e magari anche un po’ criptica?
Gli USA sono un Paese grande, complesso e pieno di energia. Da qui arrivano le manifestazioni più estreme del politicamente corretto, ma anche le voci più forti e interessanti dell’opposizione. Oltre ad organizzazioni avviate come NAS e FIRE, negli ultimi anni stanno nascendo altre realtà come Counterweight, Academic Freedom Alliance (AFA), e Foundation Against Intolerance and Racism (FAIR). Heterodox Academy è un’altra associazione nata qualche anno fa per contrastare il pensiero unico nelle università, ma secondo me si è rivelata troppo debole e timida quando i nodi sono venuti al pettine. In questo momento, le forze in campo sono estremamente sbilanciate a favore della wokeness, ma è difficile prevedere come la situazione si evolverà nei prossimi cinque-dieci anni.
In modo sempre più esplicito, questa nuovo capitolo delle culture wars sta diventando una questione centrale nella politica dei partiti e degli Stati. Per esempio, in questi mesi si stanno combattendo delle importanti battaglie mediatiche e legislative riguardo all’uso nelle scuole pubbliche della critical race theory, che è una componente fondamentale della wokeness a livello teorico/accademico ed è stata adottata in varie forme da una larga fetta di educatori e amministratori scolastici. In parte, la stessa elezione di Trump è stata una reazione all’awokening delle élite progressiste iniziato qualche anno prima. Mi aspetto che negli anni a venire la wokeness e il politicamente corretto (che ne è una manifestazione) monopolizzeranno sempre di più il dibattito politico, non solo negli USA ma anche in Italia e in Europa.

E in Italia? Secondo lei la resistenza al ddl Zan sull’omotransfobia è anche alimentata dalla diffidenza per il politicamente corretto?
Ovviamente sì. Entrambe le parti (pro e contro) si comportano come se la posta in gioco fosse molto più alta rispetto al contenuto specifico del decreto, e hanno assolutamente ragione! Come dicevo, la questione dell’identità di genere è un possibile punto di innesco della wokeness (come lo è stato per certi versi anche negli USA, soprattutto intorno al 2014), e si presta molto bene ad iniettare i principi del politicamente corretto nelle istituzioni e nella cultura usando la forza della legge.

Per finire, una domanda sulle sue scelte di vita, anche familiare. Come è oggi l’America (o meglio il New Mexico, dove lei vive) per uno studioso che ha dei bambini? Potesse tornare al 2013 sceglierebbe sempre di trasferirsi in America? E, per il futuro, pensa di restarvi o non esclude di tornare in Italia?
Non rimpiango la decisione di essermi trasferito e lo rifarei se tornassi indietro. Ho avuto la possibilità di lavorare con colleghi eccezionali, conoscere persone e realtà di ogni tipo, e godere di un ambiente accademico produttivo e amichevole, soprattutto nei primi tempi. I nostri bambini sono nati in America e qui abbiamo costruito la nostra famiglia. Però ci troviamo in un momento molto strano: la sensazione è che la sinistra woke abbia deciso fermamente di smantellare proprio gli aspetti di questo Paese che più ci hanno attirato qui, come la libertà personale e di ricerca, la varietà dei pensieri e delle opinioni, la meritocrazia e lo spirito competitivo. Non credo sia un caso che molti tra i critici più agguerriti della wokeness siano immigrati come noi o vengano da famiglie di immigrati.
Per quanto riguarda il futuro, abbiamo cominciato a considerare seriamente la possibilità di tornare in Italia, soprattutto per i bambini che tra poco inizieranno ad andare a scuola. Sta diventando sempre più difficile trovare scuole (pubbliche o private) che non siano dedicate anima e corpo all’indottrinamento ideologico degli studenti. E la nostra situazione non è neanche così estrema: il New Mexico è uno stato Democratico ma abbastanza periferico, senza il fervore ideologico del Midwest o degli Stati costieri come la California, Washington o New York. Ci stiamo chiedendo se sia giusto far crescere i nostri figli in un contesto dove l’autocensura, il conformismo e la “cancel culture” stanno diventando la norma, dove sta diventando impossibile parlare apertamente della realtà (anche di cose banali come il fatto che esistono due sessi biologici), dove bambini e ragazzi vengono educati a vivere la società come un gigantesco teatro di oppressione e guardare il mondo solo attraverso le lenti deformanti dell’identità razziale e di genere. Non siamo gli unici: attraverso il passaparola, negli ultimi tempi sono stato contattato da altri accademici italiani che lavorano negli USA e stanno facendo le nostre stesse riflessioni. Nel mio piccolo, sto cercando di prendermi le mie responsabilità, facendo quello che posso nell’ambiente accademico qui negli Stati Uniti e cercando di avvertire i miei colleghi italiani di quello che sta succedendo e che potrebbe succedere in futuro. Quando ho letto il Manifesto della libera parola sul sito della Fondazione Hume, l’ho subito voluto sottoscrivere come spero faranno molti altri. Grazie di cuore per avermi dato la possibilità di fare questa intervista e lanciare il mio sasso nello stagno!


 

Letture consigliate:

Bawer, B. (2012). The victims’ revolution: The rise of identity studies and the closing of the liberal mind. Broadside.

Caldwell, C. (2020). The age of entitlement: America since the Sixties. Simon & Schuster.

Campbell, B. (2018). The rise of victimhood culture: Microaggressions, safe spaces, and the new culture wars. Palgrave.

Flynn, J. R. (2019). A book too risky to publish: Free speech and universities. Academica Press.

Lukianoff, G., & Haidt, J. (2019). The coddling of the American mind: How good intentions and bad ideas are setting up a generation for failure. Penguin.

Mac Donald, H. (2018). The diversity delusion: How race and gender pandering corrupt the university and undermine our culture. St. Martin’s Press.

Pluckrose, H., & Lindsay, J. (2020). Cynical theories: How activist scholarship made everything about race, gender, and identity―and why this harms everybody. Pitchstone.

Rauch, J. (1995). Kindly inquisitors: The new attacks on free thought. University of Chicago Press.




Manifesto della Libera Parola

 Chi ha paura della libertà di espressione?

Manifesto della Libera Parola

 

Felici i tempi in cui puoi provare i sentimenti che vuoi, 
e ti è lecito dire i sentimenti che provi
(Tacito)

Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu
(Massimo Troisi)

 

1 – C’è stato un tempo in cui la censura era di destra e la libertà di espressione era di sinistra.
Era logico, perché la cultura dominante era conservatrice, autoritaria, e un po’ bigotta. I film di Pasolini erano considerati pornografia, e un letterato come Aldo Braibanti poteva essere condannato e imprigionato per plagio, mentre il ragazzo da lui “plagiato” poteva venir rinchiuso in manicomio e sottoposto a elettroshock. Era anche il tempo in cui, per gli omosessuali, uscire allo scoperto richiedeva coraggio, molto coraggio. Un coraggio che ebbero in pochi: Pier Paolo Pasolini, Paolo Poli, Angelo Pezzana, e non molti altri.
In quel tempo, che si prolunga fin verso la metà degli anni ’70, la sinistra ufficiale è ancora guardinga, ma l’intelligentia progressista si schiera risolutamente dalla parte della libertà di espressione in tutti i campi: cinema, arte, teatro, stampa, vita privata. I maggiori scrittori, artisti e intellettuali dell’epoca sono quasi tutti dalla parte di Aldo Braibanti, impegnati contro la censura e contro il reato di plagio.

2 – Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, anche grazie al femminismo e alle lotte sull’aborto e i diritti LGBT, le cose cominciano a cambiare. La cultura dominante non è più né bigotta, né conservatrice. Nel 1978 passa la legge sull’aborto, nel 1981 viene abolito il reato di plagio, nel 1982 viene approvata la prima legge che consente il cambiamento di sesso. La stagione delle lotte sociali cede il passo a quella dei diritti civili, le idee progressiste penetrano sempre più nella coscienza collettiva.
E’ in quegli anni che, anche in Italia, prima in modo appena avvertibile, poi in modi sempre più massicci e pervasivi, prendono piede i principi del politicamente corretto.
Essere progressisti comincia a significare, per molti, farsi legislatori del linguaggio. Parte una furia nominalistica che, con ogni sorta di eufemismo e neologismo, si premura di stabilire come dobbiamo chiamare le cose e le persone, in totale spregio del linguaggio e della sensibilità della gente comune.
Solo Natalia Ginzburg, dalle colonne della Stampa prima e dell’Unità poi, avverte del pericolo, con due bellissimi articoli che denunciano l’ipocrisia, e la sopraffazione verso il comune sentire dei ceti popolari, implicite nella pretesa di imporci come dobbiamo parlare e pensare.
Ci troviamo così circondati di parole che non sono nate dal nostro vivo pensiero, ma sono state fabbricate artificialmente con motivazioni ipocrite, per opera di una società che fa sfoggio e crede con esse di aver mutato e risanato il mondo (…).
Così accade che la gente abbia un linguaggio suo, un linguaggio dove gli spazzini sono spazzini e i ciechi sono ciechi, e però trovi quotidianamente intorno a sé un linguaggio artificioso, e se apre un giornale non incontra il proprio linguaggio ma l’altro. Un linguaggio artificioso, cadaverico, fatto di quelle che Wittgenstein chiamava parole-cadaveri. Per docilità, per ubbidienza – la gente è spesso ubbidiente e docile – ci si studia di adoperare quei cadaveri di parole quando si parla in pubblico o comunque a voce alta, e il nostro vero linguaggio lo conserviamo dentro di noi clandestino.  Sembra un problema insignificante ma non lo è. Il linguaggio delle parole-cadaveri ha contribuito a creare una distanza incolmabile fra il vivo pensiero della gente e la società pubblica. Toccherebbe agli intellettuali sgomberare il suolo da tutte queste parole-cadaveri, seppellirle e fare in modo che sui giornali e nella vita pubblica riappaiano le parole della realtà.
Ma le preoccupazioni della Ginzburg cadono nel vuoto. Ormai il politicamente corretto ha iniziato la sua colonizzazione di tutti i gangli della società. Scuole, università, giornali, istituzioni, associazioni professionali, agenzie pubblicitarie, case editrici, reti radio e tv, aziende private, e negli ultimi tempi gli stessi giganti del web, fanno propri i principi della nuova religione della parola, imponendo codici linguistici e sorvegliando il loro rispetto.

3 – Parallelamente, si moltiplicano le richieste di essere messi al riparo da ogni espressione di idee, sentimenti, convinzioni che possano risultare lesive di qualsiasi singola sensibilità: è l’era della suscettibilità, come la chiama Guia Soncini.
Cresce a dismisura la schiera dei “suscettibili”, dei potenzialmente offesi, di tutti coloro che si sentono vittime di un odio, o anche solo di una trascuratezza o maleducazione, o persino di un’intenzione.
O nemmeno: si vedono intenzioni anche dove non ce ne sono. E se ne scoprono di vecchie, andando a ritroso nello spazio e nel tempo. Le opere d’arte del passato vengono sottomesse ai raggi X delle odierne sensibilità, e spesso tagliate, edulcorate o ritirate dalla circolazione. E’ il trionfo della cancel culture, che pretende di togliere dalla vista qualsiasi opera o manifestazione del pensiero che, con la sensibilità di oggi, possa apparire offensiva per qualcuno. Ed è la Caporetto della satira e dell’ironia, forme del discorso che per essere intese richiedono troppa intelligenza e distacco.

4 – Accade così che l’opposizione al politicamente corretto, troppo costosa e sconveniente negli spazi pubblici ufficiali e nell’interazione face to face, trovi solo sui social lo spazio in cui manifestarsi liberamente, per giunta con la protezione di un presunto anonimato. Ma sui social l’opposizione diventa puro sfogo, i pensieri si immiseriscono in brevi formule ad effetto, le parole si colorano di odio. Trionfano insulti e volgarità, proliferano haters e leoni da tastiera. Tutto questo incendia ancor più gli animi benpensanti dei nuovi progressisti, e finisce per esasperare il politicamente corretto. In un circolo vizioso inarrestabile.
Eppure dovrebbe essere chiaro: i cattivi sentimenti che dilagano sui social sono anche mutazioni, varianti più aggressive (e più trasmissibili!) del dissenso. Se chi non è in sintonia con i canoni del politicamente corretto viene sistematicamente squalificato, delegittimato e sanzionato nei luoghi “seri”, è possibile che una parte di quel medesimo dissenso cambi non solo luogo, ma anche natura, trasformandosi in odio, disprezzo, rivalsa, aggressività.  Odio e disprezzo peraltro ricambiati dai custodi del Bene, ai quali spesso risulta difficile non vedere gli avversari come mostri, destituiti di ogni umanità.

5 – In ogni ambiente si crea un clima di sospetto e paura. Si teme di dire la parola sbagliata, fraintendibile, ambigua: in ogni caso, al di là delle intenzioni effettive, offensiva. O anche solo non in linea, non conforme: quindi non accettabile. E si avvia, più o meno inconsapevolmente, un processo di censura preventiva delle proprie idee e delle proprie parole.
Non solo l’informazione (giornali e tivù) si muove con questa circospezione, ma anche l’arte, da sempre per definizione espressione di libertà. Le nuove opere (in letteratura, teatro, cinema, arte figurativa) si formano in un clima di autocensura, in cui la prima preoccupazione degli autori è schivare ogni possibile accusa di offensività o scorrettezza politica. Così, accanto alla massa delle opere prodotte effettivamente, cresce quella delle opere che non si sono prodotte, e forse neppure pensate, per timore dei nuovi conformismi.
L’impegno diventa una condizione necessaria: cessa di essere una delle tante possibilità dell’arte, per diventare l’arma impropria che assicura un vantaggio (e uno scudo) a chi lo pratica e lo ostenta. Il confronto e lo scontro pubblico – aperto e leale – fra concezioni e sensibilità opposte, diventa semplicemente impossibile.

6 – In questo clima la libertà di espressione declina non tanto perché le suscettibilità offese possono ricorrere alla magistratura, naturalmente sensibile allo spirito del tempo, per punire ogni manifestazione giudicata lesiva della propria sensibilità, autostima, reputazione, onorabilità; ma perché sono le stesse istituzioni pubbliche e private a provvedere motu proprio a sanzionare i reprobi, senza aspettare la condanna della magistratura, sulla sola base della violazione di codici aziendali o etici più o meno espliciti. Al posto della censura classica e pubblica (ma ancora fatta da persone in carne e ossa), che ritira i libri e vieta ai minorenni i film scabrosi, si installa un nuovo tipo di censura, tecnologica e privata, non di rado fondata su algoritmi e programmi di intelligenza artificiale, incaricati di scovare ogni contenuto o parola potenzialmente lesiva di qualche principio etico assoluto, o di qualche sensibilità – individuale o di gruppo – giudicata degna di protezione. Con un esito paradossale: i codici etici, indispensabili a qualsiasi soggetto che svolga attività di interesse pubblico, rischiano di trasformarsi in strumenti di censura, o di imposizione delle visioni del mondo dominanti.
Il nuovo clima, vagamente inquisitorio e intimidatorio, non tocca solo scrittori, registi, professori, giornalisti, utenti di internet, ma finisce per inquinare le stesse relazioni faccia a faccia tra le persone, a partire dai giovani e dagli studenti. Lo ha denunciato con forza la femminista libertaria Nadine Strossen:
Gli studenti hanno paura persino di discutere argomenti importanti e delicati come quelli del razzismo, della violenza sessuale e dell’immigrazione, per timore di essere fraintesi, di dire involontariamente qualcosa che possa essere considerato “insensibile” (o peggio), e di diventare oggetto di azioni punitive – che possono andare dal linciaggio sui social alla perdita di opportunità di lavoro. Per troppi giovani negli Stati Uniti sono state ritirate le ammissioni al college a causa di isolati post sui social pubblicati quando erano adolescenti. In breve, temo per la “cancellazione” delle opportunità future, così come dell’attuale libertà di espressione, proprio in nome delle persone oggi più impotenti e vulnerabili.
Anche in ambiti ben più circoscritti e privati, ad esempio a una cena tra amici, succede che si abbia paura di parlare dei temi scottanti del momento (migranti, omofobia, sessismo). Se lo si fa, se si decide di esprimere comunque le proprie idee o anche solo usare le proprie parole in dissonanza con le idee e le parole imposte dal clima circostante, si paga un prezzo, anche molto caro: il gelo immediato degli astanti, il litigio, la rottura definitiva di legami sociali e anche affettivi, l’esclusione futura da ogni cena o incontro, nonché da eventuali rapporti di lavoro, incarichi, carriere e finanziamenti.

7Ed ecco il punto. In un’epoca nella quale l’ideologia fondamentale del mondo progressista è divenuta il politicamente corretto, e il politicamente corretto stesso è diventato il verbo dell’establishment, non stupisce che la censura di ogni espressione disallineata sia diventata una tentazione per la sinistra, e la lotta contro la censura una insperata occasione libertaria per la destra.
Ma è un errore in entrambi i casi. Silenziare, oggi, chi viola il politicamente corretto non è più nobile di quanto lo fosse, ieri, silenziare chi offendeva “il comune senso del pudore”. Le idee e gli atteggiamenti che non ci piacciono si combattono con altre idee e modi di essere, non impedendo agli altri di esprimersi.
Una società moderna, aperta e non bigotta, non può lasciare a una sola parte politica l’esclusiva della difesa della libertà di espressione. Perché la libertà non è né di destra né di sinistra, ma è il principio supremo del nostro vivere civile.

I LiberoParolisti si impegnano affinché la libertà di idee, sentimenti e parole sia sempre e ovunque salvaguardata, affermata, e difesa con forza.

 

Pubblicato su La Ragione del 2 giugno 2021

 

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