Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Negli ultimi due giorni (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 29 novembre) la temperatura dell’epidemia ha registrato un nuovo calo scendendo a 180.8 gradi pseudo-Kelvin (dai 193.0 gradi di venerdì 27 novembre).

Il miglioramento è frutto del calo dei nuovi contagi (+176 mila nuovi casi nell’ultima settimana rispetto ai 230 mila della settimana precedente) ed è in parte dovuto alla diminuzione degli ingressi nelle strutture ospedaliere. Calano, seppur in modo lieve, anche i decessi.

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -35.3 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.




I paesi che hanno evitato la seconda ondata

Ci siamo abituati un po’ tutti, in questi lunghi mesi dell’epidemia, a usare la parola “ondata”. L’ondata del Covid, la prima ondata, la seconda ondata. L’ho fatto anch’io, e lo farò ancora, perché non so trovare una parola diversa e più adatta.

Però dovremmo smetterla, o almeno renderci conto che è una parola molto fuorviante.

Quando diciamo che è arrivata un’ondata, e che ha sommerso tutto il mondo, ogni paese e ogni continente, descriviamo l’epidemia come un evento ineluttabile, che arriva da fuori, e cui nessuno si può sottrarre.

Questo, in un certo (assurdo) senso, ci rassicura. Rassicura i cittadini, perché in fondo “mal comune mezzo gaudio”. Ed è addirittura una manna per i politici perché permette loro di pensare, e soprattutto di dire: vedete? è successo dappertutto, dunque se è successo anche da noi non è colpa nostra.

Il medesimo fatalismo investe da tempo i discorsi sulla “seconda ondata”. Anche la seconda ondata l’abbiamo percepita come una minaccia incombente, che tutto sommato ci aspettavamo, e che ora puntualmente è arrivata, in tutto il mondo. E quindi anche da noi. I sondaggi confermano che, anche durante i momenti più sereni dell’estate, quando cercavano di convincerci che tutto andava per il meglio, che eravamo un modello per gli altri, e che comunque eravamo preparati, anche allora la maggioranza dei cittadini una seconda ondata se l’aspettava, quasi fosse un evento ineluttabile.

Eppure non è vero. Ci sono porzioni del mondo – anche del mondo a noi più simile, quello delle società avanzate, dotate di istituzioni democratiche – in cui la seconda ondata non è affatto arrivata (e talora nemmeno la prima). Quel che è arrivato non è un’ondata che tutto e tutti travolge, ma un modesto numero incremento dei decessi (unico indicatore affidabile nei confronti internazionali), più o meno rapidamente riportato sotto controllo.

Insomma ci sono paesi che ce l’hanno fatta, o ce la stanno facendo, a tenere sotto controllo l’epidemia. Quali sono? E quanti sono?

Se consideriamo il 27 paesi a noi più comparabili (società avanzate, democratiche, con istituzioni di tipo occidentale), sono ben 10 – più di 1 su 3, dunque – quelli che non hanno subito una seconda ondata. Quattro sono nel sud-est asiatico: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong. Due sono nell’emisfero boreale: Australia e Nuova Zelanda. Ma quattro sono in Europa: Norvegia, Finlandia, Danimarca, Irlanda.

Nei primi i numeri dell’epidemia sono infimi, negli ultimi (quelli europei) sono molto modesti (meno di un decimo di quelli della nostra prima ondata).

Dunque non è obbligatorio subire la seconda ondata. Anzi, si potrebbe dire che – quando arriva – l’ondata è il frutto di decisioni, scelte, comportamenti che un dato paese adotta e che producono, come conseguenza, un’impennata dei contagi. L’onda non vien da fuori, ma è prodotta da dentro.

Ma come si fa a non produrla?

Il fatto interessante è che, storicamente (ormai esiste una storia del Covid), non è esistito un modo solo, unico, di evitare la seconda ondata. I paesi che ce l’hanno fatta non hanno messo in atto tutti le medesime contromisure, salvo forse una: forti limitazioni agli ingressi, che purtroppo in Italia sono state quasi sempre snobbate, ora per ragioni economiche (se no danneggiamo l’industria turistica), ora per ragioni organizzative (come facciamo a fare migliaia di tamponi al giorno negli aeroporti?), ora per ragioni ideologiche (sbarchi e accoglienza, volontà di non “discriminare”).

Per il resto ognuno dei 10 paesi che ce l’hanno fatta hanno trovato ciascuno la sua strada, che è sempre consistita nell’adozione di un mix di misure, non in una misura soltanto.  Non solo lockdown più o meno prolungati e severi, ma tamponi di massa, app per il tracciamento, Covid-hotel e quarantena assistita, rispetto rigoroso del distanziamento negli ambienti chiusi, uso generalizzato delle mascherine e degli occhiali, disinfezione delle superfici, sanificazione e aerazione degli ambienti.

Tomas Pueyo, a mio avviso di gran lunga l’analista della pandemia più lucido, ha battezzato questo approccio “strategia del formaggio svizzero” (swiss cheese strategy), il celebre formaggio a buchi, simile alla nostra groviera tanto amata da Topo Gigio. L’idea è che, per impedire la formazione dell’onda, non basti un unico strato di formaggio (leggi: una particolare misura di contrasto), perché ogni strato ha dei buchi in cui l’epidemia può trovare un varco, ma occorra giustapporne più d’uno, in modo che dove uno strato non funziona, possa interviene uno degli strati successivi, ciascuno con i suoi buchi sparpagliati in modo irregolare e casuale. Detto in altre parole: giudicata in sé ogni misura è insufficiente e lacunosa, ma è il pacchetto complessivo, una sorta di filtro multi-strato, che deve essere efficace.

Che il nostro “italian cheese” non abbia funzionato è fuori di dubbio, e la seconda ondata – con la sua lunga scia di morti – è lì a dimostrarlo. C’è solo da sperare che fra tutti, Governo, Regioni, cittadini, si diventi capaci di mettere insieme gli strati del nostro formaggio anti-Covid. Altrimenti, dopo aver prodotto la seconda ondata, ci appresteremo a procurarci la terza.

Pubblicato su Il Messaggero del 28 novembre 2020




Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Oggi (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 27 novembre) la temperatura dell’epidemia è scesa di 5.6 gradi, passando da 198.6 a 193.0 gradi pseudo-Kelvin.

Come ieri, il miglioramento si deve soprattutto al calo dei nuovi contagi (+192 mila nuovi casi nell’ultima settimana rispetto ai 238 mila della settimana precedente) ed in parte alla diminuzione degli ingressi ospedalieri stimati. Continuano invece a salire i decessi (+5.1 mila nell’ultima settimana rispetto ai 4.4 mila di quella precedente).

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -27.7 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.




Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Oggi (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 26 novembre) la temperatura dell’epidemia è tornata sotto quota 200. Il termometro di oggi segna 198.6 gradi pseudo-Kelvin ed è sceso di 3.5 gradi.

Questo risultato è dovuto in misura preponderante alla diminuzione dei nuovi contagi (+201 mila nuovi casi nell’ultima settimana rispetto ai 242 mila della settimana precedente) ed in parte al calo degli ingressi ospedalieri stimati. Tornano a salire i decessi (+4.9 mila nell’ultima settimana rispetto ai 4.2 mila di quella precedente).

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -23.6 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.




Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Oggi (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 25 novembre) la temperatura dell’epidemia è scesa di ben 6.5 gradi passando da 208.6 a 202.1 gradi pseudo-Kelvin.

La diminuzione dei nuovi contagi continua ad essere il fattore principale alla base del miglioramento della temperatura (+208 mila nuovi casi nell’ultima settimana rispetto ai 244 mila della settimana precedente; il tasso di positività è pari all’11.2%, in diminuzione rispetto a ieri). Pesa anche la flessione degli ingressi nelle strutture ospedaliere. In lieve calo i decessi: ieri i nuovi decessi sono scesi a 722, contro gli 853 del giorno precedente.

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -21.2 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.