Una stima realistica degli effetti avversi dei vaccini anti-Covid e del rapporto rischi-benefici

In questo articolo vengono analizzate e confrontate fra loro – che io sappia per la prima volta in modo così ampio – le informazioni sugli effetti avversi post-vaccino (in gergo, AEFI) contro il Covid provenienti da una quantità di fonti diverse, fra cui: i database sugli effetti avversi di vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Italia, etc.), che rappresentano una forma di farmacosorveglianza passiva; alcuni studi di sorveglianza attiva presenti nella letteratura scientifica; gli studi clinici controllati randomizzati pre- e post-autorizzazione al commercio dei vaccini a mRNA; i primi studi epidemiologici relativi ad alcune singole patologie legate ai vaccini; le prime analisi sulla variazione della mortalità della popolazione più giovane nel periodo della sua vaccinazione; i dati storici e recenti sull’eccesso di mortalità nei Paesi d’Europa nelle varie classi di età; i risultati di alcune autopsie, etc.

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Allegato: Database MHRA




L’illusione vaccinale

Chi ha meno di 50 anni non può ricordarselo, ma c’è stato un tempo in cui molto si discuteva, in Italia e non solo, di “illusione monetaria”.

Di che cosa si tratta?

L’illusione monetaria è la credenza che il nostro reddito cresca, mentre in realtà sta diminuendo a causa dell’inflazione, che si mangia gli aumenti e ci lascia con meno potere di acquisto di prima. Succedeva negli anni ’70 e nei primi anni ’80, sotto la spinta delle dissennatezze politiche e sindacali, che facevano lievitare i salari nominali e i rendimenti dei titoli di Stato ma non abbastanza da pareggiare un’inflazione galoppante e fuori controllo.

Oggi qualcosa di simile si sta ripetendo, ma in ambito sanitario. Da mesi scrutiamo con ansia la curva della percentuale di vaccinati, dandoci obiettivi ogni volta più ambiziosi, nella più o meno segreta speranza che, raggiunta una data copertura vaccinale (80%? 90%?), si arrivi a una situazione di equilibrio, in cui l’epidemia, pur non spegnendosi, rimanga sotto controllo e ci permetta un ritorno alla normalità, o a una quasi-normalità. Ma questo approccio è fuorviante, come lo era, negli anni ’70, guardare ai nostri redditi nominali anziché a quelli reali, depurati dall’inflazione. Per capire come stano andando le cose sul piano sanitario, non dobbiamo guardare alla copertura vaccinale nominale, ma a quella effettiva, che tiene conto dell’anzianità di vaccinazione, ossia del grado di protezione che ogni vaccinato conserva in funzione del tempo trascorso dall’ultima vaccinazione.

In termini un po’ tecnici: come il reddito nominale va corretto con il livello dei prezzi, così la copertura vaccinale effettiva andrebbe corretta con la durata della protezione.

Se si prova a farlo, si scopre che la curva della copertura vaccinale effettiva non sta più crescendo e anzi, verosimilmente, da un mese a questa parte sta diminuendo (vedi grafico). Noi ci illudiamo di star percorrendo l’ultimo miglio, ma in realtà stiamo retrocedendo, come il gambero. E questo per una ragione molto semplice: i nuovi vaccinati aumentano molto lentamente, perché stiamo raschiando il fondo del barile, mentre i vecchi vaccinati che stanno perdendo la protezione sono sempre di più, perché la campagna per la terza dose è partita in ritardo, e sta procedendo a passo di lumaca.

E’ questa la ragione per cui, in Europa, l’epidemia sta rialzando la testa?

Sì e no. Una copertura vaccinale effettiva elevata, con terza dose a chi si è vaccinato all’inizio dell’anno, è sicuramente – in questo momento – una condizione necessaria di stabilizzazione dell’epidemia. Non a caso l’epidemia è completamente fuori controllo, con tassi di mortalità quotidiana altissimi, nella maggior parte dei paesi dell’est, che sono indietrissimo nelle vaccinazioni.

Ma è anche sufficiente?

Non è detto. L’attuale aumento dei casi in tutta Europa non è solo dovuto all’attenuazione della copertura vaccinale effettiva, ma anche, molto più banalmente, all’arrivo della stagione fredda e all’incremento del tempo passato al chiuso. Era un effetto prevedibile, anche nella sua entità: grazie all’analisi statistica dell’andamento dell’epidemia in tutti i paesi del mondo, oggi sappiamo che il mero passaggio dalle condizioni di vita di settembre a quelle di gennaio-febbraio può moltiplicare i casi di un fattore compreso fra 2 e 4. Dunque, nessuno stupore che, con il ritorno a scuola e al lavoro, il numero di focolai abbia preso ad aumentare.

Ecco perché puntare tutte le carte sul rilancio in grande stile della campagna di vaccinazione e rivaccinazione potrebbe essere imprudente. Molto più saggio sarebbe stato, e ancora sarebbe, affrontare di petto il problema – fin qui sostanzialmente rimosso – di frenare la circolazione del virus almeno in alcuni degli ambienti chiusi più pericolosi: scuole, mezzi di trasporto, uffici.

Gli scienziati che si occupano di trasmissione aerea del virus (mediante aerosol, e non solo mediante goccioline), hanno impiegato circa un anno a convincere l’OMS che quel tipo di trasmissione è non solo possibile, ma è la modalità fondamentale negli ambienti chiusi. Ma nessuno è ancora riuscito a convincere le autorità politiche a varare un piano serio di messa in sicurezza degli ambienti chiusi, a partire dalle scuole.

Eppure si può fare, e in alcune realtà locali (nelle Marche, ad esempio) si sta cominciando a fare su piccola scala. Gli ingegneri e gli scienziati hanno indicato con precisione alcune soluzioni tecnologiche (filtri Hepa; Vmc, ossia ventilazione meccanica controllata). Dotare tutte le scuole di dispositivi di controllo e ricambio della qualità dell’aria abbatterebbe i rischi di trasmissione del virus. E renderebbe pure meno drammatica la scelta, che presto si porrà, se vaccinare o non vaccinare pure i bambini.

Sotto questo profilo, non si può non osservare con preoccupazione la decisione, annunciata in questi giorni dalle autorità politico-sanitarie, di rendere molto più blande le regole che fanno scattare l’obbligo di quarantena per tutta la classe. Evidentemente l’obiettivo politico di limitare il ricorso alla Dad (didattica a distanza) sta prevalendo sull’obiettivo di contenere la diffusione del virus nelle scuole. Ma è una scelta miope, e assai pericolosa: perché aspettare che si arrivi a 3 casi per classe prima di correre ai ripari con la quarantena significa lasciar campo libero all’epidemia, per di più nella stagione più favorevole al virus.

Purtroppo è un film già visto: si sa perfettamente che si dovrà chiudere, si ritarda per salvare momentaneamente qualche attività, poi – quando la situazione precipita – si finisce per pagare un conto molto più salato di prima. Non solo in termini di morti, ma anche in termini di nuove chiusure.

Pubblicato su Repubblica del 6 novembre 2021




Le due democrazie

Fa riflettere l’articolo di Marco Damilano, Clima sovrano, pubblicato da ‘L’Espresso’ il 31 ottobre u.s. Al di là della legittima polemica contro le destre, infatti, esso si richiama a una idea di democrazia liberale molto diversa da quella teorizzata e praticata dai paesi euroatlantici che sulla sovranità del demos hanno fondato le istituzioni della libertà. Cito il lungo incipit “Con un voto segreto, autorizzato dalla presidente Maria Elisabetta Alber­ti Casellati, alle ore 13,30 di mercoledì 27 ottobre, l’aula del Senato ha affos­sato il disegno di legge sull’omofobia firmato dal deputato del Pd Alessan­dro Zan. La stessa aula che quattro anni fa al termine della precedente legislatura, con altri rapporti di forza tra i partiti, non era riuscita ad approvare la legge sullo ius culturae. In comune tra le due sconfitte c’è l’indiffe­renza verso le persone, con le loro storie, i loro drammi, i loro volti, il loro desiderio di vivere. La società va da una parte, il Parlamento dall’altra. I sovranisti scelgono i di­ritti come terreno di scontro, i democratici non riescono ad avere la forza politica delle loro buone ragioni, oltre che quella numerica. Si offrono nuove, ottime ragioni alla sfiducia, alla mancanza di credibilità, alla delegittima­zione delle nostre istituzioni democratiche. La democra­zia è più fragile quando i cittadini si sentono traditi dalle aule rappresentative. Ad avvantaggiarsi, è il fronte della negazione. Negano l’esistenza dei diritti delle persone Lgbtq+, degli immigrati, negano la pandemia e gli effetti del cambiamento climatico”. La retorica politica ha le sue regole (non esaltanti) e la squalifica morale dell’avversario è una di esse. Ci si chiede, però, fino a che punto la critica durissima di chi dissente da noi non si traduca in una delegittimazione degli avversari che segna la morte della democrazia come regime in cui partiti diversi si alternano al governo e all’opposizione. Per Damilano, un apprezzato giornalista che si è formato negli ambienti della sinistra cattolica, la bocciatura del ddl Zan attesta sic et simpliciter “l’indiffe­renza verso le persone, con le loro storie, i loro drammi, i loro volti, il loro desiderio di vivere”. Insomma, da una parte stanno i Valori, dall’altra biechi interessi, inconfessabili pregiudizi, cinismo etico. E quanti non negano affatto” l’esistenza dei diritti delle persone Lgbtq+, degli immigrati, la pandemia e gli effetti del cambiamento climatico” ma ad esempio sarebbero stati anche d’accordo con lo spirito della legge respinta dal Senato purché se ne fossero depennati gli articoli 1 e 7, non hanno alcun diritto di venir presi in considerazione. Anche se difendono (e ammettiamo pure con deboli ragioni) valori da tutti condivisi come la libertà di opinione e il diritto di richiamarsi a una teoria antropologica sui sessi diversa dalla filosofia Zan. In un magistrale articolo su ’Repubblica’, I diritti negati dall’ideologia’ del 29 u.s., Carlo Galli ha rilevato che “Il ddl apre anche la porta, sia pure in via indiretta, all’ideologia gender, la cui essenza è politica. Infatti, il nucleo più radicale delle sue formulazioni è che la civiltà occidentale è socialmente e culturalmente strutturata e istituzionalizzata in senso duale, binario, cioè intorno a due soli generi (maschile e femminile), che sono anche identità esistenziali e comportamentali. A tale struttura binaria si oppone il diritto di libera scelta individuale del genere (e in alcuni casi anche del sesso, e sempre della sessualità e dell’affettività): si afferma così una fluidità indefinita delle identità, che dovrebbe frammentare la struttura binaria vigente. Al di là del fatto che una parte del femminismo è ostile alle teorie gender perché, proiettate verso il superamento della logica binaria, rischiano di trascurare la presente disuguaglianza economica e sociale fra uomini e donne, alla (legittima) ideologia del ddl se ne è opposta un’altra – del centro-destra nella sua versione laica e moderata (distinta quindi dalle posizioni reazionarie e intolleranti, che sottotraccia sono pure rilevabili) -. Qui si considerano i problemi di genere come questioni individuali, come casi eccezionali rispetto alla normalità, e le persone coinvolte come soggetti da tutelare nei loro diritti, ma da non considerare come leva per mettere in discussione l’assetto della società. Sullo sfondo–discreta ma ferma, affidata alla Congregazione per la dottrina della fede – c’è poi la posizione ufficiale della Chiesa fondata sulla Bibbia (“maschio e femmina li creò”, dice la Genesi): l’essere umano naturale, nei due sessi e nei due generi, è immagine di Dio, e quindi portatore di una essenza e di una dignità immodificabili. A questa posizione la Chiesa ha richiamato i politici cattolici. Insomma, uno scontro ideologico, e non da poco”.

Ma se questo è vero, indipendentemente dalle convinzioni che ciascuno di noi nutre in cuor suo, un linguaggio come quello di Damilano non è la negazione stessa di quel liberalismo pluralistico, teorizzato da Isaiah Berlin, che vede valori, interessi e idealità da una parte e dall’altra e che, in caso di conflitti tra Weltanschuungen irriducibili, cerca la via del compromesso e della tutela di diritti sui quali si trovano tutti d’accordo? “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Matteo 12,30). In virtù di questa logica, discorsi equilibrati come quelli fatti da Luca Ricolfi o da Mattia Feltri (non certo esponenti di FdI) e da altri politici e studiosi moderati diventano qualcosa di equivoco, che porta acqua (involontariamente?) al mulino della reazione e dell’oscurantismo.

Se ci si chiede, però, cosa ci sia dietro l’intolleranza di Damilano, si scopre che “Though this be madness, yet there is method in it” e che la madness è un prodotto di una concezione della democrazia che viene da lontano, dal momento giacobino della Rivoluzione francese. Nell’articolo si legge che la democrazia “è lo strumento inventato per riequilibrare le disuguaglianze, per garantire le libertà, per consentire a tutti di partecipare alla costruzione del bene comune”. Ne deriva che quando questi obiettivi non vengono raggiunti il Transatlantico di Montecitorio, diventa “sempre più simile alla sua sinistra fama di corridoio dei passi perduti”: “fuori dal Parlamento c’è il popolo dei referendum e della democrazia diretta”. Bisogna pensare pertanto a una “mobilitazione della società” a una “battaglia politica e culturale. Tutto il resto è una scorciatoia che produce una reazione ancora più minaccio-sa”. Insomma non uno ma cento, mille cortei per esprimere l’indignazione del ‘paese reale’ contro il paese legale– il Parlamento–che ne ha tradito le aspettative, non volendo rendere la filosofia Zan pedagogia di Stato.

A leggere certe parole vengono i brividi e il pensiero corre all’aula “sorda e grigia” che ‘quello lì’ avrebbe potuto  trasformare in un bivacco di manipoli o all’esaltazione che Giovanni Gentile faceva   degli artefici dell’unità nazionale “che  quando si trattò di agire e di farla, questa Italia,  sdegnarono il chiacchierio fazioso delle assemblee”; ma corre anche alla intramontabile ideologia italiana che vede nelle forze vive della società civile, nei movimenti per i diritti, nelle rivendicazioni delle minoranze reiette la rousseauiana volontà generale contrapposta alla effimera ‘volontà di tutti’ che si esprime nelle urne. In base a questa filosofia politica, ci sono Valori e Diritti universali di cui le classi dirigenti debbono farsi carico ovvero tradurre in leggi e in istituti, sotto pena di perdere ogni diritto al governo della società. Va da sé che tali diritti e valori siano quelli dell’Illuminismo, depositario della Scienza e della Felicità dei popoli e che tutto ciò che ad essi si oppone va, tutt’al più tollerato, e qualora rispecchi il sentire della maggioranza va neutralizzato con una efficace politica di rieducazione collettiva, fatta anche di dimostrazioni di piazza, proteste, sit in  (Una nota columnist, coerentemente, aveva proposto, nel caso di approvazione del ddl Zan, di non dare più sussidi statale alle scuole private gestite da religiosi che, contrari alla giornata contro l’omofobia, si fossero rifiutati di insegnare che i sessi non sono due come pretende la ‘Bibbia’!).

Sennonché, c’è un’altra visione della democrazia che non la vede come una freccia rossa che non deve mai arrestarsi giacché “chi si ferma è perduto” – come ripeteva uno degli alfieri della ‘democrazia sostanziale” nella sua versione “organizzata, centralizzata, autoritaria”, certo diversa da quella libertaria, dannunziana e sessantottesca ma come questa antiformalista e antiproceduralista. Ed è la visione che si potrebbe definire della ‘democrazia come registrazione’: registrazione dei desideri, delle aspettative, delle esigenze dei cittadini dettate da valori non necessariamente ‘progressisti’ ma egualmente rispettabili giacché sono quelli di cittadini, di persone, che su di essi hanno costruito la loro identità etico-sociale. E’ questo il ‘pluralismo preso sul serio’ e che non ha nulla a che vedere con la retorica pluralistica che apprezza solo la pluralità dei valori (ritenuti) buoni”. Per il primo, non c’è democrazia liberale senza un polo conservatore, che guarda al passato e vuole andare avanti preservandone, nella misura del possibile, le eredità e un polo innovatore che guarda all’avvenire e vuole sgomberare la strada, che da esso conduce, da tutte le catene lasciate dal ‘mondo di ieri’.

Per una parte rilevante dell’opinione pubblica, essere buoni democratici significa elaborare un progetto riformatore, battersi per una estensione indefinita dei diritti individuali e collettivi, in ogni campo. Nulla da eccepire purché si sia disposti poi a rispettare il verdetto della   maggioranza degli elettori   in disaccordo con gli innovatori. (Ovviamente non si parla qui di un governo reazionario deciso a violare le libertà politiche e civili giacché ci si troverebbe allora in una situazione rivoluzionaria dove solo il ricorso alla violenza potrebbe ristabilire le ‘regole del gioco’).

In non pochi ambienti accademici – e già nell’Ottocento – la democrazia procedurale evoca qualcosa di algido, la dittatura del numero, le regole che infiammano i cuori e illuminano le menti quanto un orario ferroviario o un manuale di istruzioni. E non meraviglia giacché, nel nostro paese, è difficile accettare l’idea che la fabbrica di valori sia nella società civile considerata in tutte le sue componenti; la fabbrica dei valori si trova, sì, nella società civile ma in quelle frange politicizzate che fanno da pendant alle masse amorfe, estranee ai grandi ideali della politica, zavorra a disposizione in ogni svolta autoritaria. Sono le minoranze consapevoli che fecero l’Italia nel Risorgimento, che invasero le piazze per chiedere l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra, che parteciparono alla marcia su Roma e nel Sessantotto operarono una vera e propria ‘rivoluzione culturale’ (di cui risentiamo ancora gli effetti). Per questo stile di pensiero, della legittimità politica non è depositario il popolo sovrano, né il Parlamento ma le ‘avanguardie’ che mediano tra il primo e il secondo.

Eppure continuiamo a dirci tutti liberali e tra i liberali, che leggono i classici del pensiero politico, non se ne trova uno che non esprima la sua grande ammirazione per Alexis de Tocqueville Ma quanti poi hanno meditato davvero sulla Democrazia in America (1835) di cui riporto un brano inequivocabile?  “I repubblicani negli Stati Uniti apprezzano i costumi, rispettano le credenze religiose, riconoscono ì diritti. Essi professano l’opinione   che un popolo deve essere morale, religioso e moderato in proporzione alla sua libertà. Ciò che si chiama repubblica negli Stati Uniti   è il regno tranquillo della maggioranza.  La maggioranza, dopo che ha avuto il tempo di riconoscersi e di constatare la propria esistenza, diviene la fonte comune dei poteri. |…| Ma, in Europa, noi abbiamo fatto strane scoperte. La repubblica, secondo alcuni di noi, non è il governo della maggioranza, come si è creduto fino ad ora, è il governo di coloro che   si fanno garanti e interpreti della maggioranza. ||sottolineatura mia || Non è il popolo che dirige in questa specie di governi, ma coloro che conoscono quale sia il vero bene del popolo felice distinzione che permette di agire in nome delle nazioni senza consultarle e di reclamare la loro riconoscenza calpestandole. Il governo repubblicano del resto è il solo, al   quale si debba riconoscere il diritto di fare tutto, e che possa disprezzare ciò che gli uomini hanno fino ad ora rispettato, dalle più alte   leggi della morale fino alle elementari re-gole del senso comune. Si era pensato, fino ad ora, che il dispotismo fosse odioso, qualunque fosse-ro le sue forme. Ma si è scoperto ai giorni nostri che vi. erano nel mondo tirannidi legittime e sante ingiustizie, purché fossero esercitate in nome del popolo “. E’ proprio il caso di parafrasare; de nobis fabula narratur!

 Pubblicato su HuffPost del 1° novembre 2021




Politicamente corretto: 5 mutazioni pericolose

Quando, esattamente, sia nato il “politicamente corretto” nessuno lo sa. Sul dove, invece, siamo abbastanza sicuri della risposta: negli Stati Uniti. La sinistra americana, un tempo concentrata – come la nostra – sulla questione sociale, ossia sulle condizioni di lavoro e di vita dei ceti subalterni, a un certo punto, collocato tra le fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, ha cominciato a occuparsi sempre più di altre faccende, come i diritti civili, la tutela delle minoranze, l’uso appropriato del linguaggio. Lo specifico del politicamente corretto delle origini era proprio questo: riformare il linguaggio.

Questa posizione, profondamente idealistica e anti-marxista, condusse, nel giro di un decennio, a conferire una centralità assoluta ai problemi del linguaggio, e a creare un fossato fra la sensibilità dei ceti istruiti, urbanizzati, e tendenzialmente benestanti, e la massa dei comuni cittadini, impegnati con problemi più terra terra, tipo trovare un lavoro e sbarcare il lunario. Fu così che venne bandita la parola “negro” (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio), vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi: operatore ecologico, collaboratore scolastico, diversamente abile, collaboratrice familiare.

In Italia, che io ricordi, solo Natalia Ginzburg ebbe il coraggio e la lucidità di notare, fin dai primi anni ’80, l’ipocrisia e la natura anti-popolare di questa svolta linguistica, che non solo preferiva cambiare il linguaggio piuttosto che la realtà, ma creava una frattura fra linguaggio pubblico e linguaggio privato, fra l’élite dei virtuosi utenti della neo-lingua e i barbari che continuavano a chiamare le cose come si era fatto per secoli e secoli senza che nessuno si offendesse.

Ebbene, questa storia a noi può sembrare ancora attuale, ma è una storia del secolo scorso.  Chi crede che, oggi, il politicamente corretto sia usare una parola giusta al posto di una sbagliata si è perso la parte più interessante del film. Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali.

Oggi il politicamente corretto si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso, e assai più pericoloso per la convivenza democratica. Il politicamente corretto di oggi sta al politicamente corretto delle origini come le varianti più recenti del virus stanno al virus originario (quello di Wuhan).

Per capire perché dobbiamo individuare le mutazioni che, nel giro di un ventennio, lo hanno completamente trasformato.

La prima mutazione (da cui la variante alpha) è intervenuta all’inizio del XXI secolo, con internet e la creazione del nuovo spazio pubblico dei social. Fino a ieri, per risentirti se uno ti chiama spazzino dovevi incontrare una persona in carne e ossa, e accorgerti della sua eventuale intenzione di offenderti. Oggi, se navighi su internet o stai sui social, hai mille occasioni quotidiane per offendere e sentirti offeso. L’arena dei social, dove imperversano volgarità e offese alla grammatica, è un perfetto brodo di coltura delle suscettibilità individuali. Lo ha descritto benissimo Guia Soncini nel suo ultimo libro (L’era della suscettibilità, Marsilio). La variante alpha è la più trasmissibile.

La seconda mutazione (da cui la variante beta) è l’espansione della dottrina del “misgendering” in tutti gli ambiti. Che cos’è il misgendering? E’ chiamare qualcuno con un genere che non gli va, ad esempio maschile se è o si sente una donna (o viceversa); o plurale maschile (cari colleghi) se ci si riferisce a un collettivo misto. Secondo le versioni più demenziali della correttezza politica in materia di generi, assai diffuse nelle università americane, i professori dovrebbero chiedere ad ogni singolo allievo come preferisce essere indicato: he, she, zee, they, eccetera.  Gli epigoni meno dotati di senso del ridicolo, da qualche tempo attivi anche in Italia, aggiungono regole di comunicazione scritta tipo usare come carattere finale l’asterisco * (cari collegh*), la vocale u (gentilu ascoltatoru), o la cosiddetta schwa (ə) (benvenutə in Italia) per essere più “inclusivi”, ovvero non escludere o offendere nessuno.

La nascita di codici di scrittura “corretti” procede, anche in Italia, in modo del tutto anarchico, in una Babele di autoproclamati legislatori del linguaggio, che si arrogano il diritto di dirci come dovremmo cambiare il nostro modo di esprimerci, non solo riguardo ai generi ma su qualsiasi cosa che possa offendere o turbare. Università, istituzioni culturali, aziende, compagnie aeree, associazioni LGBT, spesso in disaccordo fra loro, fanno a gara e sfornare codici di parola cui tutti – se non vogliamo essere accusati di sessismo-razzismo-discriminazione – saremmo tenuti a adeguarci.

Fra i più deliranti di tali codici quelli emersi recentemente nell’industria delle comunicazioni audio e in ambito informatico. D’ora in poi un operaio, se non vuole essere accusato di sessimo, non potrà più parlare di jack maschio e jack femmina, e dovrà sostituire questi termini con spina e presa. Quanto agli informatici, guai parlare di architettura master-slave, che evocherebbe il dramma della schiavitù. E guai pure a parlare di quantum supremacy (supremazia dei calcolatori quantistici su quelli tradizionali): la parola supremacy è proibita, perché rischia di evocare il suprematismo bianco.

La terza mutazione (da cui la variante gamma) è la cosiddetta cancel culture, secondo cui tutta l’arte e la letteratura, compresa quella del passato, andrebbe giudicata con i nostri attuali parametri etici, e censurata o distrutta ogniqualvolta vi si trovano espressioni, immagini, o segni potenzialmente capaci di turbare la sensibilità di qualcuno. Le case editrici si dottano di sensitivity readers, che passano al setaccio i manoscritti non per valutare il loro valore artistico, ma per vedere se contengono anche la minima traccia di idee che potrebbero urtare qualcuno. Le statue dei grandi personaggi del passato vengono distrutte o imbrattate. I dipinti di Paul Gaugin vengono censurati perché il pittore aveva sposato una minorenne. Il finale della Carmen di Bizet viene capovolto, perché nel finale la protagonista viene uccisa da don Josè, e noi non ce la sentiamo di mettere in scena un femminicidio (ma un omicidio messo in atto da una donna sì).

La quarta mutazione (da cui la variante delta) è la discriminazione nei confronti dei non allineati. Professori, scrittori, attori, dipendenti di aziende, comuni cittadini perdono il lavoro, o vengono sospesi, o vengono sanzionati, non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante. Non solo: nella politica delle assunzioni, in particolare nelle facoltà umanistiche, vengono esclusi gli studiosi non allineati all’ortodossia politica dominante.

La quinta mutazione (da cui la variante epsilon) è forse la più preoccupante. E’ la cosiddetta identity politics. Un complesso di teorie, filosofie, rivendicazioni, secondo cui quel che conta veramente non è che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni. Da qui derivano le idee più strampalate, ad esempio che per tradurre un romanzo di una autrice nera tu debba essere nera (è successo). Che per parlare di donne tu debba essere donna; per parlare di omosessualità essere omosessuale; per parlare dell’Islam essere islamico; per palare dell’Africa essere africano. Se osi parlare di qualcosa senza essere la cosa stessa sei accusato di “appropriazione culturale”,

Ma da qui deriva, soprattutto, l’idea che nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità, l’esperienza, ma che cosa hanno fatto i tuoi antenati. Se sono maschi bianchi eterosessuali devi lasciare il passo a chi ha antenati più in linea con l’ideologia dominante. Perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati.

All’ideale dell’eguaglianza, generosamente perseguito da Martin Luther King, che pensava che tutte le differenze di razza, etnia, genere dovessero diventare irrilevanti, perché a contare dovevano essere solo le altre differenze (quelle che fanno di ogni individuo quel che è, con i suoi pregi e i suoi difetti), subentra l’idea opposta che solo le differenze di razza, etnia, genere contino. Lo scopo delle grandi istituzioni educative, a partire dalle università, non è più promuovere la conoscenza e ricercare la verità, ma combattere le ingiustizie sociali, riequilibrando le diseguaglianze con azioni positive, che privilegiano determinate minoranze e penalizzano maggioranza e minoranze non protette, prescindendo dai meriti e dalle capacità di ogni individuo.

Così la parabola della cultura liberal si compie. L’ideale di Martin Luther King e di tanti leader illuminati del passato (compreso Barack Obama), sconfiggere le discriminazioni con l’eguaglianza, si capovolge nel suo contrario: instaurare l’eguaglianza attraverso le discriminazioni.

Il risultato finale è il razzismo al contrario: la più reazionaria e aggressiva fra le ideologie contemporanee.

 

 Pubblicato su Repubblica del 1° novembre 2021


 

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Beatrice L.
2020   Arte è libertà?, Roma, Giubilei Regnani.

Bruckner P.,
2020   Un coupable presque pafait, Paris, Grasset (trad. it. Un colpevole quasi perfetto), Milano, Guanda 2021.

Siti W.
2021   Contro l’impegno, Milano, Rizzoli.

Soncini G.
2021   L’era della suscettibilità, Venezia, Marsilio.




La sinistra che non segue Letta

Non ho idea di che cosa abbia spinto Enrico Letta e il suo partito a rifiutare, fin da prima dell’estate, ogni compromesso sul Ddl Zan. Errore di calcolo? Voglia di inasprire lo scontro con il centro-destra? Manovre sull’elezione del presidente della Repubblica?

Chissà.

Ora che la frittata è fatta, e che l’approvazione di una legge conto l’omotransfobia è rimandata alle calende greche, forse varrebbe la pena che il Pd – esaurita la raffica di contumelie contro la destra retrograda, razzista e omofobica – si fermasse un attimo a riflettere. Tema della riflessione: come mai i dubbi sul Ddl Zan, anziché essere esclusivi della destra, sono così diffusi anche dentro il campo progressista?

Già, perché al segretario del Pd forse è sfuggito, ma la realtà è che le perplessità sul Ddl Zan sono piuttosto diffuse in diversi settori della sinistra. E in molti casi non sono di tipo tattico, come quelle espresse da Renzi e dai suoi, per cui sarebbe meglio una legge imperfetta che nessuna legge.

No, ci sono movimenti, associazioni, politici, studiosi di area progressista che sono convinti che si possa fare una legge a tutela delle minoranze migliore e non peggiore del Ddl Zan. Chi sono?

Diverse associazioni femministe, tanto per cominciare. Non solo italiane (Udi, Se non ora quando, Radfem, Arcilesbica) ma oltre 300 gruppi in più di 100 paesi, riuniti sotto la sigla Whrc (Women’s Human Rights Campaign). La rappresentante italiana nella Whrc è Marina Terragni, da decenni impegnata nelle battaglie per i diritti delle donne, degli omosessuali e dei transessuali. A queste associazioni non piace che le donne, che sono la metà dell’umanità, siano trattate come una minoranza; ma soprattutto non piace che il mondo femminile, con i suoi spazi e i suoi diritti, sia arbitrariamente colonizzato da maschi che si autodefiniscono donne, come è già capitato – ad esempio – in ambiti come le carceri e le competizioni sportive; per non parlare dei dubbi sui rischi di indottrinamento (e di cambiamenti di sesso precoci) dei minori.

Poi ci sono gli studiosi, e specialmente i giuristi, che hanno analizzato l’impianto della legge, e ne hanno individuato almeno tre criticità: rischi per la libertà di espressione, difetto di specificità e tassatività dei reati perseguiti con il carcere, conflitto con l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 (“i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere d’istruzione da impartire ai loro figli”). Fra i giuristi che hanno sollevato obiezioni, oltre a diversi costituzionalisti, c’è anche Giovanni Maria Flick, ex ministro della giustizia del primo Governo Prodi.

Ma forse il caso più interessante, e clamoroso, di disallineamento con l’integralismo LGBT di Letta e del Pd è quello dell’estrema sinistra, in Europa ma anche in Italia. Forse non tutti sanno che, non da ieri, in una parte della sinistra radicale le battaglie LGBT, e più in generale le battaglie per i diritti civili, sono guardate con ostilità come “campagne di distrazione di massa”, che la sinistra riformista – irrimediabilmente compromessa con il capitalismo e con le logiche del mercato – utilizzerebbe per spostare l’attenzione dal vero problema, ossia l’arretramento dei diritti sociali. Su questa linea, ad esempio, troviamo filosofi come Jean Claude Michéa e, in Italia, Diego Fusaro. Ma anche uomini politici di sicura fede progressista, come Mario Capanna (assolutamente contrario, perché “la legge aggiunge reati, non diritti”) o il sempre comunista Marco Rizzo, forse la voce più severa sui diritti LGBT e sulle celebrities che di quei diritti si servono per autopromuovere sé stesse (ma, è il caso di notare, osservazioni del medesimo tenore senso sono talora venute anche da un riformista doc come Federico Rampini).

E poi ci sono i (pochi) politici progressisti fuori dal coro, che hanno il coraggio di dire la loro anche se il partito non è d’accordo. Penso ad esempio a Paola Concia (Pd, sposata con una donna), che nello scorso aprile sollevò varie e argomentate obiezioni, chiedendo di modificare il testo della legge. O Valeria Fedeli (Pd), che nello scorso maggio sollevò perplessità analoghe, pure lei convinta che le modifiche avrebbero potuto migliorare la legge.

Ma forse il caso più interessante di posizionamento politico è quello di Stefano Fassina, ex parlamentare Pd, poi transitato in Sinistra italiana e approdato a LEU. In una conversazione con Il Foglio, giusto il giorno prima dell’affossamento del Ddl Zan, Fassina non solo osserva che l’articolo 4 (sui limiti alla libertà di espressione) andrebbe eliminato per “il suo portato di arbitrio giurisdizionale”, ma afferma che “sarebbe gravissimo per il nostro stato di diritto non intervenire sull’articolo 1” (quello che definisce l’identità di genere come scelta soggettiva). Quell’articolo, infatti, introduce “norme che si configurano come visione antropologica – legittima ma di parte”. Una visione che “non è stata esplicitata, condivisa e discussa, e quindi non può stare nel disegno di legge e diventare progetto educativo universale”.

Che dire?

Forse una cosa soltanto: una parte del mondo progressista, Letta o non Letta, continua a ragionare con la propria testa. Ed è un bene, perché certe battaglie, come quelle sul pluralismo e sulla libertà di espressione e di educazione, hanno più probabilità di essere vinte se non diventano proprietà esclusiva di una sola parte politica.

 Pubblicato su Il Messaggero del 29 ottobre 2021