Il Monologo del secolo – Talleyrand, Pollyanna, Barbra Streisand e la censura del compitino di Scurati

La difesa pavloviana dal fascismo immaginario ha raggiunto l’apice con il caso del bestsellerista cui si negano milleottocento euro per una comparsata tv. Sabato di resistenza di neostaffette partigiane, e un glorioso cinque per cento di telespettatori (con risposta tombale di Meloni)

Non ricordo qual è stata la prima o la centesima volta che l’ho pensato, in questo lungo weekend in cui i retweet venivano spacciati come lotta partigiana sulle montagne, in cui il senso del ridicolo era più stramorto del solito, in cui è stato chiaro che la curva d’apprendimento è vieppiù piatta. Non ricordo quand’è che ho pensato per la prima o centesima volta: io a vedere la sinistra schiantarsi sempre negli stessi modi non ce la faccio.

I fatti, se beati voi vivete nella capanna di Unabomber e domenica mattina non avete cliccato sulla app di Repubblica trovandoci in apertura quindici tra pezzi, video, ritratti, editoriali, retroscena, su Scurati, di Scurati, per Scurati, tra Scurati. (Il Corriere più moderato solo perché Scurati non è più editorialista suo. Non che nessuno si fosse in questi mesi accorto che era passato dal Corriere a Repubblica, ma non divaghiamo).

Serena Bortone, conduttrice d’un programma da quattro per cento del sabato sera su Rai 3, chiede ad Antonio Scurati – premio Strega, bestsellerista, professionista dell’antifascismo – un monologo da declamare in trasmissione. Lui scrive una paginetta di compitino su Matteotti, e qualcosa va storto.

C’entrano Calboni e Talleyrand? Luca Bizzarri, comico, ha detto che questa è una di quelle occasioni in cui il funzionario Rai smanioso di compiacere il potere eccede in prudenze. Andrea Malaguti, direttore della Stampa, ha ricordato che Talleyrand raccomandava: surtout, pas trop de zèle. Che anche a me pare un buon motto per sintetizzare queste due giornate di resistenza immaginaria, temo per ragioni diverse da quelle per cui lo evoca Malaguti.

Fatto sta che all’autrice e conduttrice di “Chesarà…” viene comunicato l’annullamento della prevista ospitata scuratiana, e lei fa ciò che hanno fatto tutti i Santoro del mondo in questi venticinque anni del format «Censura, puntesclamativo»: invece di risolvere la questione, arma un casino garantendosi un posto fisso nel martirologio (posto già prenotato mesi fa, quando percependosi eroica disse in trasmissione d’essere fiera d’essere antifascista, e il Twitter di Pavlov la acclamò come fosse stata una staffetta partigiana e non una conduttrice fin lì invisibile che aveva trovato il modo di diventare, scusate la parola, virale).

Naturalmente, poiché siamo bravissime a lamentare che ci siano poche donne di potere, ma sia mai che una donna di potere sia disposta a posizionarsi come donna di potere e non come Pollyanna che sbatte le ciglia travolta da una realtà più grande di lei, Serena Bortone – oltretutto protetta dall’essere una giornalista assunta dalla Rai a tempo indeterminato, non un Santoro collaboratore in balìa dei rinnovi contrattuali – scrive su Instagram che lei ha «appreso con sgomento, e per puro caso, che il contratto di Scurati era stato annullato».

Non è quello il momento in cui penso che non ce la faccio; lo so per certo, perché ricordo bene che quello è il momento in cui penso a Corrado Guzzanti che fa Rutelli («a’ Sere’, me fai ammazza’ dalle risate»), e in cui penso: ah, quindi la Bortone ora prende atto di venir trattata come il due di coppe quando briscola è a danari, e dice beh, se neanche mi dicono quando saltano gli ospiti e devo scoprirlo per caso, il programma ve lo fate voi e io torno dignitosamente a lavorare in redazione. Lo so: sono tenerissima.

Bortone, che è più sveglia di me, fa il suo apparentemente sprovveduto post dopo aver scartato l’alternativa che non avrebbe portato gloria a nessuno: far andare Scurati a Roma, insistere coi funzionari Rai, o convincere lui a fare ciò che ha poi fatto lo stesso (rinunciare a fatturare) e, nel caso assai improbabile che venisse messo il veto sulla sua presenza in studio a titolo gratuito, solo a quel punto piantare un casino – mica dodici ore prima, rendendo chiaro che è al casino che miri e non alla soluzione.

Breve inciso. Domenica Il manifesto riportava come non fosse la prima volta che la Bortone fa scrivere un monologo e la Rai le risponde «col cazzo»: sarebbe già accaduto mesi fa con Nadia Terranova, che aveva scritto un monologo mai andato in onda sugli studenti manganellati dalla polizia. Non ricordo, all’epoca, stuporoni pubblici della Bortone e conseguente indignazione dei social e dei giornali. Sarà perché Terranova è meno Strega e meno bestsellerista, o perché la puntata era meno adiacente al 25 aprile e all’antifascismo di Pavlov. Sarà che quel giorno a Bortone non funzionava Instagram. Surtout, sapere in quali casi vale la pena giocarsi la carta dell’indignazione per raccogliere il maggior consenso possibile.

C’è una questione di soldi, a margine della questione Scurati, che dovrebbe costituire come minimo un paio di capitoli nella nuova edizione del manuale delle malattie psichiatriche. Vediamo se riesco a riassumerla.

Il compenso per il compitino su Matteotti sarebbe stato di milleottocento euro. Pochi? Tanti? Medi, direi. La Rai li avrebbe ritenuti tanti e l’ufficio scritture avrebbe quindi bloccato il contratto. L’ufficio scritture della Rai, per capirci, è quello che venticinque anni fa offrì a un premio Nobel trecentomila lire a puntata per presentare Sanremo, giacché per l’ufficio scritture della Rai il Nobel non conta granché, se non hai «il precedente». Cioè un precedente contratto con la Rai che stabilisca il tuo valore monetario. Qual è il precedente di Scurati? Non lo sapremo mai, giacché come tutte le storie italiane anche questa è rapidamente diventata “Rashomon”.

Repubblica sabato pubblica una foto d’una schermata Rai in cui si dice che l’ospitata di Scurati è annullata per «motivi editoriali». Facciamo che ci fidiamo, e che quella è la vera comunicazione interna: servono, a voler fare una lettura non tifosa, i codici per decrittarla. Esiste la possibilità che in una comunicazione interna Rai qualcuno lasci scritto «è troppo esoso»? «Motivi editoriali» è una formula standard come «motivi di famiglia» nelle giustificazioni quando non ci andava di andare a scuola? Dipende da a chi chiedi, come in ogni rashomon.

Nel frattempo, però, sui social succede una cosa stupenda. Poiché il posizionamento antifascista richiede di stare con Scurati senza se e senza ma, il paese che strepita per il danaro altrui sempre e che normalmente non vede l’ora d’indignarsi se qualcuno è pagato coi-nostri-soldi, quel paese lì quei milleottocento euro per il compitino su Matteotti li difende come fossero il salario minimo d’un metallurgico. La gamma di zelanti motivazioni va da «il lavoro va pagato» a «non sono milleottocento per un minuto, sono milleottocento per una vita di studi per arrivare a quel minuto» (no, giuro: sono proprio milleottocento per un minuto, lo so che se lo ammettete vi si rivoltano contro i lavoratori culturali ai quali nessuno dà non dico milleottocento ma neanche centottanta euro al minuto come premio per una vita di dottorati, ma è una buona occasione educativa per ribadire che «quelli capaci la fila non la fanno»).

L’inevitabile protagonista del sabato pomeriggio è l’effetto Barbra Streisand di quando cerchi di occultare qualcosa e finisci per moltiplicare l’attenzione. Scurati dà il testo del suo monologo ai giornali, quelli ovviamente lo pubblicano, le autopercepite staffette partigiane twittano cose come «Linkiamolo tutti, facciamogli vedere che non si può silenziare l’antifascismo», sempre nei toni sobri che hanno generazioni che non hanno mai avuto a che fare con una dittatura e quindi si concedono il lusso di vederne di immaginarie ovunque.

A un certo punto mi appare persino un tweet di Giuliano Ferrara con scritto «La Rai ha pestato una cacca. Viva Scurati e il suo monologo», e piangendo mi viene da ridere. Qual è la differenza tra quando Santoro non doveva rompere i coglioni perché un editore aveva diritto di fare l’editore – cioè di dire: questo va in onda, questo no – e questa bega del 2024? Che la Meloni è meno simpatica a Ferrara di quanto lo fosse Berlusconi e la Bortone gli è meno antipatica di quanto lo fosse Santoro, d’accordo: ma può essere l’unico criterio, superata la quinta ginnasio?

Comunque. Il risultato barbrastreisandizzato è che il monologo è ovunque. Il compitino riassumibile in «Matteotti ucciso, Meloni fascista» – compitino che sarebbe scomparso, morto d’irrilevanza, in un programma televisivo di cui normalmente non s’accorge nessuno – viene diffuso come fosse un gol dei mondiali; finché succedono due cose.

La seconda è che la sera, come fosse appunto un gol dei mondiali, il compitino va a reti unificate, tutti a leggere quel passaggio sulla parola «antifascismo» che «palpiterà sulle labbra riconoscenti», giacché non c’è più differenza di lessico tra vibranti monologhi politici e “50 sfumature” (d’altra parte, se il registro abituale degli intellettuali all’opposizione è «bastardi» e «mentecatta», «palpiterà» è in effetti retorica sofisticata). Gramellini e Vecchioni lo leggono su La7 (almeno così mi dicono: far funzionare la app di La7 è impossibile a me come a chiunque); Serena Bortone lo legge su Rai 3.

Ribadendosi ingenua ragazza senza potere («Ho scoperto del tutto casualmente», «pur avendo passato tutta la sera a telefonare, mandare messaggi, mandare mail, non sono riuscita a ottenere alcuna spiegazione»); non presentando però di conseguenza le proprie dimissioni; ma soprattutto premettendo che «ho letto ricostruzioni fantasiose e offensive, qualche giornale ha scritto addirittura che ci sarebbe stata una questione di soldi, preciso che la reazione di Scurati è stata di regalarmi il testo».

Surtout, ribadire che il denaro è lo sterco del demonio e noialtri lavoriamo per la sola vocazione democratica. Surtout, omettere che milleottocento euro Scurati li incassa con seicento copie di “M.”, e insomma ecco è un sacrificio minore, considerato quante centinaia di migliaia di copie ha venduto quella trilogia (e l’anno prossimo arriva la serie Sky e altro che milleottocento). Ma scusate, non vorrei far sempre la parte della volgare capitalista, mentre scrittori e attori e sindaci e antifascisti tutti declamano in ogni dove il compitino su Matteotti sentendosi parte della resistenza – a titolo gratuito.

Io non ce la posso fare con una sinistra per cui le questioni di soldi sono «offensive», ma questo è un problema mio. Il problema di logica è invece: prerequisito per l’antifascismo è dunque lodare la generosità di Scurati per non essersi fatto pagare dalla Rai un testo che nel frattempo aveva lasciato pubblicare gratuitamente ai cani, ai porci, alle VongolaPartigiana75? (Testo e polemica non sono comunque riusciti a far arrivare Bortone al cinque per cento, d’altra parte era la milionesima replica dello stesso compitino).

La prima cosa che succede nel bel mezzo dell’effetto Barbra Streisand è che a un certo punto del sabato pomeriggio Giorgia Meloni pensa: vi faccio vedere come la gestisce una che ci sa fare con la comunicazione (mi scuso per tutte le volte in cui ho scritto che Meloni era una Ferragni della politica: è evidente che Ferragni ha moltissimo da imparare da lei nella gestione degli inciampi, è evidente che è Ferragni a essere una Meloni d’insuccesso).

Il suo «vi faccio vedere come posta un’italiana» comincia dalla sinistra che monta un caso invece di pensare ai veri problemi del paese, passa per una spruzzata di populismo sui milleottocento euro che un dipendente prende in un mese, plana su lei ostracizzata per una vita che mai chiederà «la censura di nessuno. Neanche di chi pensa che si debba pagare la propria propaganda contro il governo coi soldi dei cittadini».

Surtout, io non ce la posso fare a vedere la Meloni vincere per i prossimi trecento anni, e la sinistra incartarsi sempre negli stessi modi.

La domenica mattina Antonio Scurati le risponde su Repubblica, straparlando della violenza che gli sarebbe stata fatta con un post su Facebook (come sopra: a non avere mai un problema vero, se ne proiettano di immaginari ovunque; è una buona notizia: siamo satolli e sereni, e possiamo dedicarci a usare parole serie per questioni poco serie).

Nella sua risposta, parlando di sé stesso in terza persona, Scurati si definisce «un privato cittadino e scrittore suo connazionale tradotto e letto in tutto il mondo». Ora, non voglio accanirmi sulla costruzione in cui sembra voglia dire che lo scrittore è connazionale del privato cittadino invece che della Meloni; non voglio neanche soffermarmi sul dirsi da soli che ti leggono in tutto il mondo, ché poi si nota che sono invidiosa; voglio solo dire che io non ce la posso fare. È un limite mio, scusate.

[articolo uscito su Linkiesta il 22 Aprile 2024]

Link: https://www.linkiesta.it/

 




Il cambio di paradigma epocale dell’OMS nella trasmissione degli agenti patogeni respiratori.

Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo, vengono ridicolizzate. Secondo, vengono violentemente contestate. Terzo, vengono accettate dandole come evidenti. (Arthur Schopenhauer)

All’inizio del turbolento 2020, l’umanità si è trovata a fronteggiare un nemico nuovo, un virus sconosciuto che ha scatenato il panico globale. Nelle prime fasi della pandemia da SARS-CoV-2, ci si è concentrati sui metodi tradizionali di igiene personale e disinfezione delle superfici, nell’illusione che queste pratiche potessero arrestare la diffusione del virus. Eppure, il vero veicolo di contagio si nascondeva nell’aria che respiravamo. La comunità scientifica, guidata da un gruppo di 36 scienziati, ha impiegato mesi per avere dall’OMS una timida apertura sull’importanza cruciale della trasmissione per via aerea nell’epidemiologia del COVID-19. Ma da noi in Italia, le nostre autorità sanitarie hanno continuato inutilmente per oltre due anni (nonostante qualche avvertimento dell’OMS) a sanificare superfici, ad imporre con ritardo l’uso delle mascherine (senza distinzione tra filtri facciali e mascherine chirurgiche), ad applicare unicamente il distanziamento ed il famoso Green Pass come misura preventiva negli ambienti chiusi. La risultante di tutti questi interventi era (ed è) di gran lunga inferiore agli interventi ingegneristici da attuare se avessero accettato la via aerea di trasmissione del COVID-19. Il nostro Comitato Tecnico Scientifico irresponsabilmente non ha applicato il principio di precauzione (che impone misure protettive anche nella semplice ipotesi – non prova – di rischi per la popolazione o l’ambiente) causando decine di migliaia di casi, ricoveri e morti in più, con un sovraccosto economico enorme nella gestione della pandemia. La recente pubblicazione dell’OMS dal titolo “Global technical consultation report on a proposed descriptive framework for the approach to pathogens that transmit through the air” sancisce un cambio di paradigma epocale all’interno della comunità medica: sotto la guida di una ventina di esperti mondiali con competenze multidisciplinari (quelle negate nei tre anni del CTS che ha visto la partecipazione di membri appartenenti alla sola comunità medica e addirittura sbeffeggiate dai nostri virologi) è stata sancita la trasmissione aerea (il famoso vecchio aerosol) come via primaria di trasmissione per tutti gli agenti patogeni respiratori, dal SARS-CoV-2 all’influenza, dal morbillo alla varicella. Questa revisione ha portato alla accettazione da parte dell’OMS del concetto di particelle infettive respiratorie (IRPs), eliminando la vecchia distinzione tra “aerosol” e “droplets” e mettendo in luce l’importanza della ventilazione degli ambienti chiusi nella prevenzione delle malattie respiratorie. Per aiutare questa nuova comprensione della trasmissione virale, l’OMS ha inoltre pubblicato ARIA (Indoor Airborne Risk Assessment), una web app basata su un tool pubblicato dall’Università di Cassino nel 2020 (AIRC, Airborne Infection Risk Calculator), che consente di valutare il rischio di contagio da COVID-19 in base a diversi fattori ambientali e comportamentali. Grazie alla collaborazione interdisciplinare tra esperti di diversa provenienza, è stato possibile integrare i fattori fisiologici, virali ed ambientali ed ogni responsabile di spazi pubblici potrà quantificare il rischio di infezione e identificare le misure ingegneristiche preventive più efficaci per garantire una effettiva protezione dal contagio.  Il riconoscimento dell’OMS della trasmissione aerea come modalità principale di contagio rappresenta un importante progresso nella lotta contro le malattie respiratorie, anche se è fondamentale comprendere che non tutti gli agenti patogeni si trasmettono allo stesso modo e che le misure preventive devono essere adattate di conseguenza. Purtroppo, nonostante ci fosse consapevolezza nella comunità scientifica, poco è stato fatto per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi. La maggior parte delle persone continua a trascorrere gran parte del tempo in ambienti con ventilazione insufficiente, esponendosi così a rischi per la salute non solo legati al COVID-19, ma anche ad altre patologie respiratorie e al degrado delle capacità cognitive. Per affrontare questa sfida, è necessario un impegno politico e finanziario, oltre a normative internazionali e nazionali per garantire standard minimi di qualità dell’aria negli ambienti chiusi. Così come abbiamo ottenuto progressi significativi nella sicurezza dell’acqua e nella riduzione dell’inquinamento atmosferico all’aperto, dobbiamo ora concentrarci sul miglioramento della qualità dell’aria negli ambienti chiusi, riconoscendo che questa è una delle sfide più urgenti per la salute pubblica del nostro tempo. La scienza è stata soffocata fin troppo da un dogma delle nostre autorità sanitarie cristallizzato dalla fine dell’800 (i famosi droplets). E nel nome di questo dogma non abbiamo affrontato i rischi degli ambienti chiusi, il vero tallone d’Achille delle nostre società, là dove trascorriamo il 90% del nostro tempo ed avviene la quasi totalità delle infezioni. Ma con l’ostinazione e le motivazioni di chi si sente supportato dal sapere scientifico e dall’esempio di chi ci ha preceduto, la nostra comunità scientifica non ha mai interrotto il tentativo di diffondere e condividere il sapere riuscendo in un risultato fondamentale per affrontare le future pandemie.

[Prof. Giorgio Buonanno Università di Cassino e del Lazio Meridionale Queensland University of Technology, Brisbane, Australia]




Generazione Z: fuga dallo smartphone?

Non è un momento felice per gli smartphone e per i social: da un anno a questa parte le voci che ne sottolineano ogni sorta di pericoli sono sempre più numerose. Fra le più recenti il possente studio di Jonathan Haidt sulla Generazione ansiosa, uscito poche settimane fa negli Stati Uniti, e il recente manifesto del professor Juan Carlos De Martin (Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica).

Per certi versi, questo allarme improvviso mi stupisce un po’, visto che le prove della dannosità del telefonino e della “vita online” c’erano già una quindicina di anni fa, grazie al lavoro di tanti scienziati, medici, psicologi e sociologi. È del 2012 l’uscita in tedesco di Digitale Demenz (Demenza digitale), di Manfred Spitzer. Nello stesso anno, in Italia, il linguista Raffaele Simone, uno dei più acuti osservatori dei cambiamenti cognitivi connessi alla tecnologia, pubblicava Presi nella rete. La mente ai tempi del web, lucida descrizione dei danni cognitivi delle nuove tecnologie. E l’elenco delle analisi critiche tempestive potrebbe continuare.

Dunque – torniamo a chiederci – perché solo adesso ci si accorge di quel che si sapeva già 10-15 anni fa? Perché fino a pochi anni fa solo un’esigua minoranza di studiosi e cittadini era disposta a riconoscere gli inconvenienti delle tecnologie della comunicazione?

Di ragioni, verosimilmente, ve ne sono più di una, ampiamente intrecciate fra loro. Ma la più importante credo sia che, per riconoscere i danni, abbiamo dovuto attendere che i danni stessi uscissero dal mondo ristretto dei laboratori, degli esperimenti scientifici e dei ragionamenti teorici, e si mostrassero – per così dire – in campo aperto. Il che significa: che potessimo vederli concretizzati, quei danni, sulla pelle, nei vissuti e nelle menti di un’intera generazione, quella che è entrata nell’adolescenza quando l’accesso ai social stava diventando di massa grazie allo smartphone. Come hanno ampiamente documentato gli psicologi americani Jonathan Haidt e Jean Tewnge, il punto di svolta è il triennio 2010-2012, allorché esce il primo vero smartphone (iPhone 4) e l’accesso ai social si sposta dal computer fisso allo smartphone stesso. Le cavie di questo colossale esperimento di psicologia sociale sono le ragazze e i ragazzi delle ultime due generazioni (Z e alpha) nate dopo la fine degli anni ’90, e di cui solo ultimamente abbiamo cominciato a percepire la fragilità, i limiti e le sofferenze.

Quel che è successo è che, a un certo punto, il disagio è divenuto troppo tangibile perché si potesse continuare a negarlo, sottovalutarlo, o non riconoscerne le cause. A renderlo percepibile ha indubbiamente contributo la mera osservazione dei comportamenti giovanili, sempre più intrappolati nella morsa fra autolesionismo e aggressività, ansia e depressione, iperconnessione e ritiro sociale. Ma l’apporto decisivo lo hanno dato e lo stanno dando le statistiche che, specie nel mondo di lingua inglese e nei paesi nord-europei, documentano non solo l’estensione del disagio, ma la rapidità con cui si è diffuso dopo il 2012 e la selettività con cui ha colpito le ultime generazioni, lasciando sostanzialmente indenni le generazioni più anziane. È solo negli ultimissimi anni che è divenuta schiacciante l’evidenza statistica su precocità dell’uso dello smartphone, tempo medio di connessione, ubiquità della pornografia, diffusione dei più svariati sintomi di disagio, particolarmente gravi fra le ragazze.

Soprattutto, è solo grazie agli studi più recenti (di Twenge e Haidt, in particolare) che, una dopo l’altra, sono cadute tutte le spiegazioni di comodo dell’esplosione del disagio giovanile: alla prova dell’analisi statistica, l’unica spiegazione che regge è quella che fa risalire il disastro al cocktail smartphone + social media.

Non si sottolineerà mai troppo l’importanza di questo risultato. Fino a ieri, dare uno smartphone a una ragazzina di 12 anni senza imporre anche drastiche limitazioni d’uso, poteva apparire una scelta imprudente o coraggiosa, a seconda dei punti di vista. Oggi, alla luce di quel che sappiamo, è solo un imperdonabile azzardo.

Un azzardo di cui – anche qui a giudicare dalle statistiche – sembrerebbero via via più avvertiti i giovani delle ultime generazioni. Le più recenti indagini sulla generazione Z rivelano segnali di allontanamento dai social e sempre più frequenti ritorni ai telefonini tradizionali (i cosiddetti flip phone, economici e senza connessione internet), quasi si sentisse il bisogno di una pausa di disintossicazione dai veleni della rete. Segno che, alle volte, i giovani sono più saggi dei loro genitori.

(uscito sul Messaggero il 19 aprile 2024)




Lobby trans e crisi del politicamente corretto

A giudicare da come ne parlano i suoi critici, parrebbe che quella del politicamente corretto sia un’ascesa irresistibile. Sorto negli Stati Uniti durante gli anni ’70 del Novecento, da allora non avrebbe fatto altro che espandersi, colonizzando l’intero mondo occidentale.

Anch’io, che non lo amo affatto, ho spesso avuto questa sensazione di ineluttabilità e inarrestabilità. Però, da un po’ di tempo, mi sto convincendo che le cose siano più sfumate. Molto più sfumate. Forse non ci siamo ancora resi conto pienamente del fatto che proprio la sua aggressività e la sua pretesa di avere il monopolio del Bene e del Giusto stanno, poco per volta, producendo anticorpi che ne contrastano la diffusione e ne minano il prestigio. Non mi riferisco tanto ad alcune clamorose iniziative di qualche anno fa, come le prese di posizione critiche sul Me Too (lettera-appello di Cathèrine Deneuve e altre donne illustri), la denuncia dei pericoli della cancel culture da parte di Chomsky e altri intellettuali e scrittori, la severa autocritica verso i propri eccessi woke da parte del New York Times, l’allarme dell’Economist sui rischi che correrebbe la libertà di espressione. Quello che ho in mente sono, piuttosto, alcune vere e proprie crisi di rigetto in atto da qualche tempo in Europa.

Al centro di tali crisi si trovano quasi sempre, direttamente o indirettamente, la lobby trans e i suoi attivisti. Rispettati e coccolati per anni dall’establishment, dall’industria culturale, dagli apparati governativi, da qualche tempo questi gruppi di pressione incontrano resistenze sempre più grandi.

Nel Regno Unito, ad esempio, la principale lobby di questo tipo (Stonewall) ha perso l’appoggio delle principali istituzioni governative per l’intransigenza e il settarismo con cui ha provato a imporre i suoi codici etici e linguistici sui luoghi di lavoro, con gravi conseguenze (stigmatizzazioni e licenziamenti) su chiunque non ne condividesse l’ideologia. Sempre nel Regno Unito, non hanno certo contribuito alla popolarità della causa trans le accuse e le minacce a Joanne Rowling (l’inventrice di Harry Potter), colpevole di voler riservare la parola donna alle donne biologicamente tali. Così come non hanno giovato le intimidazioni verso la professoressa Kathleen Stock e altre donne più o meno in vista, anche loro colpevoli di non accettare l’ideologia trans. Più in generale, non è piaciuto il ricorso all’acronimo dispregiativo TERF (Trans Exclusionary Radical Feminist) nei confronti delle femministe che si rifiutano di sostituire la parola donna con termini come “menstruator” o “persona con l’utero”.

Un pessimo servizio al prestigio della causa trans ha fatto la pretesa dei maschi diventati femmine di gareggiare con le atlete donne, o di invadere gli spazio femminili nelle carceri (con relativi rischi di stupro per le detenute).

Un servizio ancora peggiore sta facendo, in Spagna, la “Ley Trans” (legge trans)  sull’autoidentificazione di genere, che permette a chiunque di cambiare genere con estrema facilità, e ai maschi transitati a femmine consente di accedere a centinaia di diritti riservati alle donne. Una mezza rivolta sta suscitando in Scozia la recentissima legge che, per proteggere le persone trans, finisce per introdurre arbitrari e inaccettabili limiti alla libertà di espressione.

Ma il colpo di grazia all’ideologia trans è venuto dalla scoperta di gravi omissioni e leggerezze nelle strutture ospedaliere che si occupano di disforia di genere e cui spetta autorizzare l’avvio dei percorsi di cambiamento di genere basati sui bloccanti della pubertà e la somministrazione di ormoni cross-sex. Nella bufera sono finite la clinica Tavistock di Londra, l’ospedale Careggi di Firenze, il colosso Wpath (associazione mondiale per la promozione della salute delle persone transessuali). Il cosiddetto “protocollo olandese”, alla base dei percorsi di transizione di genere, è ormai considerato inadeguato, se non pericoloso, visti i drammi vissuti da tanti detransitioner e pentiti della transizione.

Come se non bastasse, nei giorni scorsi – evento più unico che raro – il cambiamento di sesso è entrato simultaneamente nel mirino della religione e in quello della scienza. Il Papa lo ha condannato senza mezzi termini, e dichiarato ammissibile “solo in caso di anomalie”. Alcune audizioni parlamentari hanno documentato, sulla base di revisioni sistematiche della letteratura scientifica, la fragilità dei presupposti su cui, per anni, si sono fondate le pratiche di “affermazione del genere”. Infine, giusto l’altro ieri nel Regno Unito sono stati resi pubblici i risultati del rapporto Cass (una indagine commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico), anch’essi estremamente negativi sull’uso dei bloccanti e degli ormoni.

Insomma, l’esito finale della tenzone sul politicamente corretto è incerto. Ma le battaglie più recenti sono quasi tutte a favore dei critici.

(uscito sul Messaggero il 12 aprile 2024)




L’Università di Zurigo si ribella alla dittatura degli “indicatori”

Il 13 marzo scorso l’Università di Zurigo ha annunciato ufficialmente la sua decisione di abbandonare il sistema internazionale di valutazione delle università, usualmente chiamato THE perché pubblicato dalla rivista inglese Times Higher Education.

Ne parlo solo adesso perché solo adesso l’ho saputo, grazie alla segnalazione di un collega, che a sua volta ha ripreso un post pubblicato sulla pagina Facebook di un amico, che a sua volta riprendeva un trafiletto apparso sul sito svizzero swissinfo.ch, che a sua volta riprendeva il breve comunicato apparso sul sito dell’Università (https://www.news.uzh.ch/en/articles/news/2024/rankings.html). Un percorso quasi clandestino per una notizia che è stata quasi totalmente ignorata dai media (l’unica notizia in italiano che ho trovato su Internet è apparsa su Ticinonline ed era una semplice traduzione del trafiletto suddetto).

A prima vista tale disinteresse potrebbe apparire giustificato: perché infatti questa notizia dovrebbe importarci, in un momento in cui ben altri e ben più gravi sembrano essere i problemi?

La risposta è: esattamente perché così sembra, ma così non è. La decisione presa dall’Ateneo svizzero è potenzialmente rivoluzionaria, non solo rispetto al problema (comunque gravissimo) che affronta, ma soprattutto per la visione del mondo che vi sta dietro, che è diametralmente opposta a quella che sta alla radice di molti dei suddetti problemi apparentemente più gravi e più importanti.

Anzitutto, a scanso di equivoci, va detto che l’Università di Zurigo non ha preso questa decisione perché oggetto di una valutazione negativa: nell’ultima classifica si trovava infatti all’80° posto, che è un’ottima posizione, considerando che nel mondo esistono oltre 7000 università.

La ragione è che, come dice seccamente il comunicato, «la classifica non è in grado di riflettere l’ampio spettro di attività di insegnamento e ricerca intraprese dalle università». E questo perché «le classifiche generalmente si focalizzano su risultati misurabili, che possono avere conseguenze indesiderate, ad esempio portando le università a concentrarsi sull’aumento del numero di pubblicazioni invece che sul miglioramento della qualità dei loro contenuti».

Confesso che la cosa mi ha stupito, perché non credevo che in Europa ci fosse ancora qualcuno capace di prendere una posizione così forte e di dire parole così chiare e così controcorrente. Eppure, la cosa davvero sorprendente non dovrebbe essere la decisione degli svizzeri, ma piuttosto che ci sia voluto così tanto per arrivarci: da molti anni, infatti, tutti gli addetti ai lavori sanno perfettamente che le cose stanno così, ma ciononostante accettano supinamente questo sistema demenziale.

Giusto per dare l’idea a quelli che addetti ai lavori non sono, farò solo un esempio tra i tanti possibili: quello delle citazioni, che è particolarmente significativo perché a prima vista può sembrare sensato.

Nell’attuale sistema di valutazione si ritiene infatti che un buon indicatore del valore di un articolo, almeno nel campo delle scienze sperimentali, che hanno un metodo estremamente efficace per verificare la bontà delle teorie proposte, sia il numero delle volte che tale articolo è stato citato in altre pubblicazioni. Come ho detto, ciò può sembrare sensato, ma in pratica non lo è affatto e porta ad effetti gravemente distorsivi.

Anzitutto, c’è il problema delle autocitazioni. Un autore, infatti, può citare in ciascuna sua pubblicazione anche le proprie pubblicazioni precedenti e non solo quelle dei colleghi. Tuttavia, siccome il sistema funziona in automatico, gestito da computer che non sono in grado di distinguere, anche le autocitazioni vengono considerate valide.

Si potrebbe pensare che per rimediare basterebbe creare programmi più sofisticati che possano riconoscere e non considerare le autocitazioni, ma non è così: l’autocitazione individuale sta infatti cedendo il passo a quella di gruppo, che è praticamente impossibile da contrastare.

La scienza moderna, infatti, soprattutto in certi campi, come emblematicamente la fisica, può ormai avanzare solo grazie a esperimenti di estrema complessità, che coinvolgono decine o perfino centinaia di persone. Di conseguenza, quando alla fine si pubblica l’articolo che rende conto di tale esperimento vengono (giustamente) considerati coautori tutti quelli che vi hanno preso parte e non solo chi materialmente l’ha scritto, perché costui non ha fatto altro che presentare il risultato che tutti hanno concorso a produrre.

Tuttavia, è chiaro che ciò dà ai ricercatori che partecipano a tali esperimenti un enorme e ingiustificato vantaggio rispetto ai loro colleghi che lavorano da soli o in gruppi più piccoli. Infatti, ogni volta che uno dei coautori citerà l’articolo in un lavoro successivo, tutti gli altri “guadagneranno” una citazione. Di conseguenza, quanto più grande è il gruppo, tanto maggiore sarà (in media) il numero di citazioni che l’articolo otterrà, senza che ciò abbia la minima relazione con il suo valore.

Di nuovo, si potrebbe pensare che il problema si possa risolvere non ritenendo valide neppure le citazioni dei propri coautori, ma in realtà ciò non è possibile, perché si scontra con un’altra difficoltà, stavolta insormontabile.

Perlopiù, infatti, i coautori del primo articolo non lo citeranno in una pubblicazione individuale, ma in un’altra pubblicazione di gruppo, insieme ad altri coautori che non facevano parte del gruppo che ha scritto il primo articolo, il che impedisce di considerarla un’autocitazione, benché molto spesso lo sia. È chiaro, infatti, che, se uno dei coautori insiste per citare un articolo precedente di cui era coautore, anche se non è molto pertinente, ben difficilmente gli altri si opporranno, perché a loro volta avranno qualche altro articolo poco pertinente di cui sono coautori da citare.

Ma dovrebbe essere ormai altrettanto chiaro che tale perversa dinamica non dipende di per sé dall’esistenza (peraltro inevitabile) degli articoli di gruppo, ma dall’usare il numero di citazioni come metodo di valutazione.

Ciò, infatti, in primo luogo dà una rilevanza ingiustificata agli articoli scritti da molte persone e favorisce ingiustamente chi ha l’unico “merito” di far parte di grandi gruppi di ricerca. Inoltre, spinge inevitabilmente i ricercatori a usare il trucco delle autocitazioni di gruppo sopra descritto, il che è sì scorretto, ma spesso indispensabile per “sopravvivere” accademicamente.

Ma c’è di più. Ciò spinge anche i ricercatori ad aumentare il più possibile il numero di coautori, a volte inserendo anche colleghi che non hanno realmente contribuito (i quali, ovviamente, ricambieranno il favore alla prima occasione), perché questo, come abbiamo appena visto, aumenta le possibilità di essere citati (inoltre, la presenza di coautori, specie se internazionali, vale per un altro degli indicatori del valore di un articolo, ancora una volta a prescindere dal suo contenuto).

Infine, il sistema induce a pubblicare il maggior numero possibile di articoli, spesso parlando di cose insignificanti o “spezzettando” in varie parti un articolo interessante ma lungo, perché, di nuovo, così aumenta sia la possibilità di autocitarsi che la probabilità di essere citati da altri (senza contare che anche il numero di articoli pubblicati, indipendentemente dal loro valore, vale per un altro indicatore e quindi spinge nella stessa direzione).

Non ci vuole un genio per capire che tutto ciò alla lunga non può che causare una progressiva diminuzione della qualità della ricerca, cioè l’esatto opposto di quel che si voleva ottenere. Eppure, il numero delle citazioni è uno degli indicatori più sensati: se dunque anch’esso produce effetti perversi di questa portata, figuriamoci gli altri! E in effetti è proprio così. Ma, anziché insistere sugli effetti (su cui potrei andare avanti per ore, senza però aggiungere nulla di concettualmente nuovo), vorrei ora mettere in luce le cause.

O meglio, “la” causa, giacché alla base di tutto ciò sta un’unica idea: la pretesa di ridurre il giudizio qualitativo a un giudizio quantitativo, nella sciocca convinzione che solo quest’ultimo possa essere “oggettivo”, fraintendendo così completamente il vero senso del metodo scientifico. Pretendere di misurare ciò che per sua natura non è misurabile non è infatti segno di rigore, ma di stupidità.

Come ciononostante (e nonostante i suoi palesi effetti perversi) questa idea abbia potuto diffondersi così tanto è una domanda a cui si può rispondere o con un discorso molto lungo o con uno molto breve. Riservandomi quello lungo per un’altra occasione, qui risponderò nella forma breve.

In estrema sintesi, si può dire che da molti anni è in corso in Occidente una pericolosissima svalutazione del giudizio personale, che sempre più persone considerano irrimediabilmente “soggettivo”, non solo nel senso di “fallibile”, ma anche e soprattutto nel senso di “fonte inevitabile di corruzione e di discriminazione”, le due parole che più ossessionano gli uomini (e le donne) del nostro tempo, facendogli progressivamente perdere ogni capacità di ragionare.

Ma, ancor più in profondità, dietro a tutto questo si ritrova ancora e sempre la malattia mortale della modernità, ovvero il rifiuto radicale del rischio, di cui ho parlato molte volte sia in questo sito che nelle mie pubblicazioni. Perché è chiaro che il giudizio personale è un rischio. Ma è un rischio che non si può eliminare. O meglio, si può, ma a prezzo di eliminare con esso anche la libertà e quindi la creatività umana. Come infatti sta accadendo.

Per questo, come accennavo all’inizio, la presa di posizione dell’Università di Zurigo ha una portata potenzialmente rivoluzionaria, che va ben al di là del pur grave problema che l’ha provocata. Basti dire che la pretesa di sostituire il qualitativo con il quantitativo sta, fra l’altro, alla base di sistemi inaffidabili e potenzialmente deleteri come ChatGPT e i suoi “fratelli” (cfr. Luca Ricolfi, https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-limpostore-autorevole/ e Paolo Musso, https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-io-e-chat-lo-studente-zuccone/), che sarebbe bene cominciare a chiamare col loro giusto nome, che non è Intelligenza, bensì Stupidità Artificiale (cfr. Paolo Musso, A.S. – Artificial Stupidity, in “Bioethics Update” n. 2/2023, pp. 90-102, https://www.bioethicsupdate.com/frame_eng.php?id=57).

In particolare, mi ha colpito il fatto che gli svizzeri nel loro comunicato affermino che, «sebbene le classifiche pretendano di misurare in modo completo» le attività umane come l’insegnamento e la ricerca, in realtà «non possono farlo» («they cannot do so») e non semplicemente che “non devono farlo”, secondo l’atteggiamento oggi imperante che io chiamo “riduzionismo etico”. Nel nostro tempo scettico e stanco, infatti, qualsiasi affermazione che avanzi una pur minima pretesa di essere oggettivamente vera è di solito molto male accolta, mentre l’etica, anche se non è molto simpatica, è almeno tollerata, perché qualche regola di convivenza dobbiamo pur darcela.

Non che l’etica non sia importante, beninteso, ma il problema è che affrontare le sfide che abbiamo davanti solo dal punto di vista etico finisce inevitabilmente per ridurne (appunto) la portata, anche dallo stesso punto di vista etico (“bad science, bad ethics”, come dicono gli americani – anzi, come dicevano, prima di essere travolti dallo tsunami del rincoglionimento woke). Per questo quel «they cannot do so» è come una ventata d’aria fresca di straordinaria importanza.

Ma ancor più importante è che il comunicato affermi esplicitamente che il fallimento delle classifiche si verifica «perchéesse si incentrano su criteri quantitativi» («as they focus on quantitative criteria»), il che, in un momento storico in cui tutti cercano di convincerci che invece proprio questa è la strada da seguire, è davvero una rivoluzione

Una rivoluzione in cui «si privilegia la qualità piuttosto che la quantità» («the emphasis is on quality over quantity») e che perciò rimette al centro l’essere umano, con la sua rischiosa ma insostituibile libertà.

Una rivoluzione di cui il nostro mondo ha un disperato bisogno e in cui tutti devono decidersi a fare la loro parte, piccola o grande che sia.

Un primo, importantissimo passo sarebbe che altre Università, soprattutto le meglio posizionate nel ranking, lo abbandonassero, come ha fatto Zurigo.

Mai come in questo caso si può dire che il complimento più sincero è l’imitazione.