I ragazzi selvaggi e il tramonto dell’educazione

Siamo arrivati alla società dei «diseredati»: giovani a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, senza radici e senza capacità di immaginare e di costruire il futuro

Dopo l’ennesima spedizione punitiva di genitori contro un insegnante reo di fare soltanto il proprio lavoro, dopo i tristi casi di cronaca di professori sbeffeggiati, derisi e postati su Facebook, dopo l’inarrestabile escalation di bullismo presente ormai ad ogni livello nella vita scolastica e, soprattutto, dopo una lunga ed estenuante campagna elettorale, in cui nessuno dei contendenti ha messo non dico al primo ma neppure agli ultimi posti la catastrofe educativa, occorre forse fermarsi e cercare di stabilire un punto fermo.

Che cos’è l’educazione?

Che cos’è l’educazione? E qual è la relazione tra l’educazione e il nostro essere pienamente umani? Le grandi scimmie antropomorfe, etologicamente i nostri parenti più stretti, permettono ai loro «adolescenti» di compiere atti che a un adulto non verrebbero mai concessi. Ma entro certi limiti. Non appena la soglia viene superata, l’adulto più alto in grado prende le misure necessarie per interrompere un comportamento destinato a diventare nocivo per la comunità stessa. Uno scimpanzé, un gorilla, un bonobo, per quanto complessi essi siano, hanno una caratteristica che li accomuna alle altre specie animali: vivono nell’immediatezza delle situazioni e la loro esistenza si svolge quietamente lungo i binari della genetica, dell’ambiente e dell’evoluzione. Seguendo la legge della sua specie, un piccolo scimpanzé diventerà sempre un grande scimpanzé ma un bambino lasciato a se stesso, senza alcun accompagnamento, senza sostegno, senza limiti né contrasti, che cosa mai potrà diventare? Quello che ormai troppo spesso abbiamo sotto i nostri occhi: un adolescente infelice, rabbioso, totalmente privo di empatia, succube dei sempre più folli capricci del suo ego.

La tesi di Rousseau

D’altronde, come stupirsi? Quando io studiavo alle magistrali nei primi anni Settanta, il caposaldo della nostra formazione era l’Émile di J.J. Rousseau. Nella visione del filosofo svizzero, infatti, il bambino, per poter sviluppare al massimo le sue potenzialità, doveva essere lasciato il più possibile allo stato di natura, rinunciando ad ogni autorità educativa. «Non comandategli mai nulla, per nessuna ragione al mondo: assolutamente nulla» scrive nel suo romanzo pedagogico del 1762. «Non lasciategli neppure immaginare che pretendete di avere su di lui qualche autorità». Inoltre, per proteggerlo dall’influsso nefasto della società — indi della civiltà e dalla nebulosità della cultura — Rousseau consiglia di ridurre quanto più possibile anche il suo vocabolario. «È un inconveniente gravissimo che abbia più parole che idee, che sappia dire più cose di quante sappia pensarne».

Il libro di Bellamy

Queste memorie scolastiche mi sono tornate in mente leggendo lo splendido libro del filosofo François-Xavier Bellamy, I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere (Itaca, 2016), uno dei saggi più lucidamente appassionati sulla crisi educativa degli ultimi anni. Proprio nel libro di Bellamy si ricorda una vicenda accaduta una ventina d’anni dopo la morte di Rousseau, quando nel Sud della Francia venne trovato in una zona impervia un ragazzo selvaggio. Stando alle teorie rousseauiane, questo bambino avrebbe dovuto essere il non plus ultra della saggezza e dell’equilibrio. Invece, secondo la testimonianze del medico che lo seguì nei primi tempi «si agitava continuamente senza scopo, mordendo e graffiando tutti quelli che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto e a nulla prestando attenzione». Questo ritrovamento scosse temporaneamente le salde certezze dei seguaci di Rousseau, ma il turbamento fu presto accantonato sostenendo che il ragazzo era stato abbandonato proprio in quanto indomabile.

Infanzia in totale solitudine

Chi ha visto il bel film di Truffaut, Il ragazzo selvaggio, ispirato proprio a Victor, si ricorderà degli sforzi che uno studente di medicina, Jean Itard — convinto dell’ipotesi contraria, cioè che il ragazzo fosse così proprio in quanto abbandonato —, fece per restituirgli la sua umanità e per non farlo rinchiudere in manicomio, come avrebbero voluto i rousseauiani. Per cinque anni Itard si dedicò a Victor con immensa pazienza e, pur non riuscendo a rimediare ai gravi danni psicologici causati da un’infanzia vissuta in totale solitudine, riuscì comunque a placarlo, a fargli esprimere le proprie sensazioni ed emozioni per comunicarle agli altri. Diversamente dallo scimpanzé, l’uomo che cresce allo stato brado, senza alcun condizionamento né guida, è destinato a diventare un essere infelice, rabbioso e selvatico, perché la misteriosa complessità dell’essere umano si sviluppa soltanto attraverso la relazione e la trasmissione del sapere. Sapere che non è condizionamento, ma via prioritaria per la libertà e la stabilità della persona.

Società di «diseredati»

Abolito il ruolo educativo della scuola — ridotta nel migliore dei casi a luogo dove si apprendono tecniche — cancellata la stabilità e l’autorevolezza del nucleo familiare, scomparsi storicamente i partiti, eclissata la chiesa, quali realtà educative permangono nella collettività? Soltanto il narcisismo anarchico della Rete che esalta sopra ogni cosa la felicità individuale, creando una monocultura della mente e una totale anestesia del cuore. Di questo passo, siamo arrivati così alla società dei «diseredati», appunto: giovani generazioni a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, giovani senza radici e senza alcuna capacità — e possibilità — di immaginare e di costruire il futuro. Che cittadini saranno i nuovi ragazzi selvaggi? Non si può poi negare che quarant’anni di questa pedagogia così affabilmente democratica abbiano creato una società sempre più drammaticamente classista. Mai come ora, infatti la forbice tra i ragazzi privilegiati, su cui la famiglia ha potuto e ha voluto investire, e i novelli Victor, figli di famiglie disgregate, assenti o prive di risorse, è stata così ampia.

Senza autorevolezza

Pensando all’apatia educativa contemporanea, mi è tornato in mente un episodio raccontatomi qualche anno fa da una giornalista tedesca. Nata alla fine degli anni Quaranta, la sua infanzia era stata segnata dalla drammatica divisione del suo Paese. Un giorno, quando era ancora alle elementari, aveva raccontato a tavola che tutta la sua classe era stata invitata alla festa di compleanno di una loro compagna fuggita dall’Est ma che nessuno di loro sarebbe andato perché la bambina era povera e puzzava. La nonna, a quel punto, le aveva dato un sonoro schiaffo, il primo e l’ultimo della sua vita. «Tu invece ci vai!» le aveva intimato. «E ci vai con il miglior vestito, portandole anche un bellissimo regalo». E così era accaduto. Era stata l’unica della classe ad andarci. «Senza quello schiaffo la mia vita sarebbe stata completamente diversa», mi confidò. «Mi ha fatto aprire gli occhi e da allora non mi sono mai più lasciata tentare dalla crudele banalità della maggioranza».

Il kyôsaku

Lungi da me l’idea di inneggiare alla violenza fisica, ma non è proprio colpendo con un bastone, il kyôsaku, che i maestri zen risvegliano la coscienza degli allievi assopiti o distratti durante il tempo della meditazione? Non è forse di un bastone di questo tipo che anche la nostra società avrebbe bisogno per svegliarsi dal torpore, aprire finalmente gli occhi e chiamare le cose con il loro nome? Senza ritorno dell’autorevolezza, senza un generoso e appassionato ripristino della cultura – come realizzazione più profonda dell’umano e della sua trasmissione, che è fatta di imprescindibili priorità – il nostro mondo sarà sempre più popolato da infelicissimi e ingestibili Victor. E non è necessario avere grandi doti divinatorie per immaginare che sarà un mondo purtroppo drammaticamente diverso dall’aulico Eden di cui avrebbe voluto essere artefice l’Émile immaginato da J.J. Rousseau.

Articolo pubblicato su il Corriere della Sera del 12 aprile 2018



La vita è un palcoscenico

Sono andata a teatro, qualche giorno fa. Dovrei dire sono tornata a teatro, dopo anni. È stato un vero shock: il teatro esiste ancora. Attori sul palco, scenografia, costumi, musiche. E attori che non si limitano a raccontare una storia o a leggere: recitano una parte, entrano in un personaggio e dicono le parole che il personaggio deve dire, in tempo reale, in consonanza alla situazione in cui è immerso in quel preciso momento. In una parola, rappresentano![…]

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Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 marzo 2018



Addio Ostellino. Ha fatto del liberalismo una bandiera

Il grande giornalista contribuì a fondare il Centro Luigi Einaudi. Ha esercitato lo spirito critico su tutto, dall’economia alla Costituzione

Piero Ostellino sarà ricordato non solo come un grande giornalista – della razza di Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Enzo Bettiza, Alberto Ronchey – ma, altresì, come una delle figure più eminenti del liberalismo italiano dell’ultimo Novecento. Non a caso nel 2009, a Santa Margherita Ligure, gli fu assegnato dal Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova, il Premio Isaiah Berlin che era stato conferito a prestigiose personalità della cultura come Amartya Sen, Giuseppe Galasso, Ralf Dahrendorf, Benedetta Craveri, Mario Vargas Llosa.

Ad assicurare a Ostellino un capitolo importante nella storia dei difensori della società aperta non sono soltanto i suoi libri, dai reportage sulla Russia e sulla Cina, dove era stato corrispondente del Corriere della Sera dal ’73 all’80 – vedi soprattutto Vivere in Russia, del ’77, e Vivere in Cina, dell’81, entrambi editi da Rizzoli, che nulla hanno da invidiare alle analisi classiche di Michel Tatu, di Arrigo Levi, di Hélène Carrère d’Encausse – ai due ultimi, Il dubbio. Politica e società in Italia nelle riflessioni di un liberale scomodo (Rizzoli, 2003) e Lo Stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia (Rizzoli, 2009) – ma, soprattutto, una particolare cifra pubblicistica che potrebbe definirsi «liberalismo quotidiano».

Con tale espressione mi riferisco alla vocazione più autentica di Piero che era quella di mostrare come i liberali classici – da Montesquieu all’amatissimo David Hume, da Luigi Einaudi a Friedrich von Hayek – fossero, anche nella società tecnologica di massa, delle guide imprescindibili per comprendere i vizi e le virtù non degli uomini, ma dei sistemi politici e degli assetti economici che condizionano, in positivo o in negativo, la loro vita. In questo era davvero figlio del vecchio Piemonte. Ricordo con quanto compiacimento mi diceva che, passando da Torino, si era fermato al Ristorante del Cambio, a Piazza Carignano, quello preferito dal Gran Conte. Quel luogo era il simbolo dei suoi grandi amori, il Risorgimento – nel quale, a differenza di tanti suoi amici liberisti, trovava le sue radici – e l’Italia liberale, appunto, quella che ci aveva ricongiunto, per dirla con Carlo Cattaneo, all’Europa vivente. Einaudi aveva spiegato che cos’è il liberalismo in economia in articoli, esemplari per la loro chiarezza, che partivano dal mercatino di Dogliani per illustrare la complessità dello scambio di beni e di servizi in una società complessa. Ostellino è andato oltre, ha insegnato a vedere, in una prospettiva liberale, le più diverse esperienze del vissuto quotidiano.

Non c’è campo, dalla politica al diritto, dall’economia all’etica sociale, dallo sport al mondo dello spettacolo, dalla religione alla scienza, che non abbia attivato la sua attenzione e la sua inesausta curiosità e voglia di capire e di far capire. Col risultato di iscriversi d’autorità tra gli implacabili dissacratori dei costumi di casa degli italiani, del senso comune costruito ad arte dagli ingegneri delle anime, dei miti che hanno segnato la political culture della Repubblica nata dalla Resistenza e dall’antifascismo. Ostellino non è mai stato tenero con la Costituzione più bella del mondo. Soprattutto ne Lo Stato canaglia, l’ha definita un «papocchio» nato da un compromesso tra le due Resistenze, quella democratica e quella comunista. «Una Costituzione che riconosce i diritti individuali ma li subordina all’utilità sociale, al benessere collettivo, cioè a una serie di astrazioni ideologiche che non sono nemmeno affermazioni di carattere giuridico». Si tratta di rilievi non nuovi, ma Ostellino, sempre controcorrente, ha accompagnato alla critica liberale della Costituzione la difesa intransigente di un liberalismo inteso come teorica delle libertà e non dei diritti, a cominciare dalla libertà d’impresa impensabile senza la proprietà privata.

«La libertà individuale non può sopravvivere senza la proprietà protettiva, ma può sopravvivere senza la proprietà produttiva (capitalistica e di investimento). (…) E ai fini della libertà politica non occorre il benessere: si può essere liberi in povertà». Sono tesi di Giovanni Sartori che Ostellino non avrebbe mai potuto condividere. Così come non avrebbe mai potuto condividere la parola d’ordine «più Europa». La Costituzione proposta dagli europeisti che «auspicano una severa governance dell’Unione europea che rimetta in rigo i poco virtuosi stati membri», scriveva otto anni fa, «ripropone il modello delle Costituzioni programmatiche del Novecento, che non regolavano proceduralmente poteri e compiti dello Stato, ma si proponevano di cambiare gli uomini». E cambiare gli uomini era per lui, come per Croce, un «peccato contro lo Spirito».

Pubblicato da Il Giornale l’11 marzo 2018



Lo scivolamento a Sud delle Marche. Prima l’economia, adesso la politica

La mappa per regione dei risultati della recente consultazione elettorale divide l’Italia in due – fra centro-destra e movimento Cinque Stelle– sbiadendo o indebolendo l’idea di un’Italia divisa in tre: il nord-ovest, il nord-est centro e il mezzogiorno. Questa suddivisione era stata proposta nel 1977 dal sociologo Arnaldo Bagnasco, all’epoca all’Università di Firenze, in un libro che si intitolava appunto ‘Le tre Italie’. La tesi dello studio ribaltava l’idea, fino ad allora consolidata, di un’Italia divisa in due fra un nord sviluppato e un sud arretrato. Secondo Arnaldo Bagnasco, l’Italia era divisa in tre: da una parte il nord-ovest, area di prima industrializzazione dominata dalla grande impresa; dall’altra il sud, economicamente arretrato e con basso tasso di industrializzazione; in mezzo le regioni del nord-est e del centro. Che non erano semplicemente in una situazione intermedia fra le due ma erano caratterizzate da un peculiare modello economico, frutto di una più recente industrializzazione e basato su imprese di piccola e media dimensione.

L’idea non era del tutto nuova. Già nel 1974, in un convegno organizzato dalla Fondazione Aristide Merloni ad Ascoli Piceno si era parlato di ‘via Adriatica allo sviluppo’ notando le similitudini nell’organizzazione delle imprese e delle attività industriali nelle regioni che si affacciavano sull’Adriatico; a partire da quelle del Nord-est fino alle Marche. Queste prime intuizioni trovarono una più robusta sistemazione teorica nei primi anni ’80 con la stilizzazione del ‘modello NEC’ (Nord-est centro) da parte di Giorgio Fuà (fondatore della Facoltà di Economia ad Ancona) e con la riscoperta e rivitalizzazione della categoria del distretto industriale da parte di Giacomo Becattini (economista dell’Università di Firenze). In tutti questi autori era ben salda la convinzione che a caratterizzare la ‘terza Italia’ (come veniva definita nel libro di Bagnasco) non fosse solo l’economia, e in particolare la struttura industriale, ma anche l’organizzazione sociale e i valori fondanti le comunità locali. Non è un caso che tutti questi autori fanno risalire le peculiarità della terza Italia a caratteri strutturali di lungo periodo; in particolare l’organizzazione agricola preesistente all’espansione industriale, fondata sul sistema mezzadrile e sulla piccola proprietà coltivatrice. La famiglia colonica, diffusa in queste regioni, avrebbe fatto da incubatore del sistema di industrializzazione diffusa affermatosi nel secondo dopoguerra. Queste peculiarità dell’organizzazione economica e sociale si traducevano anche in specifici orientamenti politici, significativamente diversi nelle regioni della terza Italia rispetto a quelle delle altre due aree. Le differenze, come noto, erano particolarmente evidenti nelle regioni cosiddette ‘rosse’: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche.

Non mancavano e non mancano, ovviamente, le differenze fra le regioni della terza Italia, sia sul piano dello sviluppo industriale sia sul piano sociale. Tuttavia, gli elementi di similitudine sembravano prevalenti. Fra questi anche la rilevanza delle istituzioni ‘intermedie’, dai partiti alle associazioni e alle istituzioni locali, che hanno svolto un ruolo rilevante di indirizzo e rappresentanza soprattutto nelle regioni, come le Marche, dove lo sviluppo industriale è avvenuto in assenza di significativi interventi da parte dello stato centrale.

I confini di questa ‘terza Italia’ sembrano del tutto cancellati dalla distribuzione delle quote fra i principali schieramenti nelle ultime elezioni politiche; se si eccettua la tenuta del centro- sinistra in alcuni collegi della Toscana e della Romagna. Per il resto prevale una spaccatura del paese fra centro destra al centro-nord e movimento cinque stelle al sud. Il taglio, però, non è lungo la linea est-ovest poiché la prevalenza del Movimento Cinque Stelle risale lungo la linea adriatica fino a Pesaro. Nella generale prevalenza della volontà di cambiamento le Marche sono accomunate alle regioni del sud nell’espressione del disagio sociale ed economico piuttosto che alle istanze delle regioni più sviluppate del nord.

Negli scorsi mesi alcuni commentatori su questo giornale (‘Corriere Adriatico’ ndr) hanno evidenziato il rischio di un progressivo ‘scivolamento’ delle Marche verso le regioni del sud Italia, per effetto delle difficoltà indotte dalla lunga crisi. I risultati elettorali sembrano fornire conforto a questa tesi. Non del tutto fondata se si considerano i livelli dei principali indicatori economici e sociali, che rimangono ancora decisamente superiori rispetto alle regioni del mezzogiorno. I risultati elettorali dimostrano però che non sono tanto i livelli degli indicatori a contare quanto piuttosto la loro variazione, che negli ultimi anni è stata quasi sempre in negativo. È mia convinzione che la situazione di disagio, sociale ed economico, è accentuata non solo dall’andamento recente dell’economia ma anche dalla mancanza di prospettive per il futuro. Alla crisi del ‘modello marchigiano’ non si è ancora sostituita una visione delle nuove prospettive di sviluppo; e, di conseguenza, di una strategia capace di indicare obiettivi e mobilitare risorse. È la principale sfida che attende le nuove élite politiche, al governo come all’opposizione.

Articolo pubblicato sul Corriere Adriatico il 7 marzo 2018



Ricordo di Piero Ostellino

(Venezia, 9 ottobre 1935 – Milano, 10 marzo 2018)

Piero Ostellino, fondatore e Presidente della Fondazione David Hume, ci ha lasciati.

L’ho conosciuto personalmente tardi, troppo tardi, e quasi per caso, ma ha accompagnato e illuminato il mio lavoro da quando lo incontrai per la prima volta. Era il 2006, se ricordo bene, e avevo da poco pubblicato Perché siamo antipatici?, il mio libro più dissacrante contro l’ipocrisia della sinistra politicamente corretta e radical chic. Sull’onda di quel libro conobbi un gruppo di ragazzi che si sentivano estranei al conformismo imperante: Pier Luigi Diaco, Nicola Grigoletto, Raffaella Rancan. Cominciammo a frequentarci fra Roma, Torino e Milano. Uno di loro a un certo punto disse: dobbiamo assolutamente fondare qualcosa, e a quel punto si fece il nome di Piero Ostellino. Era indispensabile coinvolgerlo. Nessuno più di lui poteva aiutarci a capire il da farsi.

Fu così che, con l’entusiasmo di quei ragazzi e con l’aiuto di tante persone (le trovate tutte alla fine di questo scritto) nacque la Fondazione David Hume. Un centro di ricerche e un laboratorio di idee che si ispirava e si ispira a due principi: restituire un po’ di onestà intellettuale al discorso politico (la mia fissa), e tenere rigorosamente separati il piano dei fatti e quello dei valori (la fissa di Piero). Fu proprio Piero che, di fronte alle mie stravaganti proposte di un nome per la costituenda fondazione, mi disse: no, Luca, la chiamiamo Fondazione David Hume. Lo disse in un modo che non ammetteva repliche, e in effetti aveva ragione lui: nessun altro nome riuniva meglio tutto ciò che eravamo e in cui credevamo. Lui, come ha scritto Paolo Mieli in una bellissima rievocazione sul Corriere della Sera, era un “liberale puro”, ossia “uno dei pochissimi nel nostro Paese a poter declinare quella identità senza essere costretto ad aggiungere aggettivi”. Io e i miei giovani amici eravamo prima di tutto “empiristi”, nel senso di pronti a prendere sul serio i fatti, anche quando fossero stati poco conformi alle nostre speranze e ai nostri pregiudizi.

Ecco perché, nel Manifesto della Fondazione David Hume (lo trovate qui sotto), c’è il filosofo David Hume, liberale e vate dell’empirismo, ma c’è anche l’eretico Pasolini, pensatore dissacrante che in uno dei suoi ultimi scritti aveva affermato: “il coraggio intellettuale della verità e l’attività politica sono due cose incompatibili in Italia”.

Ora che Piero non c’è più, non ci resta che proseguire il lavoro che iniziammo allora con il suo aiuto, con la sua spinta, con i suoi consigli. Ma ci resta anche un’immagine, che custodisco con Nicola, Raffaella e mia moglie Paola, anche lei nel drappello dei fondatori. L’immagine di Piero che, vestito con un abito rosa pastello, ci accoglie a Vidauban – il suo regno fatato in Provenza, pieno di libri, di amici e di alberi secolari – per festeggiare un lungo anniversario di matrimonio con Marisa e, con implacabile autoironia ci dice: “non vi sembro un fiore?”.

Così ci piace ricordarlo, sul prato di Vidauban, con l’amata Marisa e i figli Paola e Luca, cui va il mio e nostro abbraccio.

Luca Ricolfi – Nicola Grigoletto – Raffaella Rancan – Paola Mastrocola


MANIFESTO DELLA FONDAZIONE DAVID HUME

Il fine ultimo della nostra Fondazione è rendere inattuale questo giudizio di Pasolini:

Il coraggio intellettuale della verità e l’attività politica sono due cose incompatibili in Italia.

(Scritti corsari, 1975)

Pasolini era tutto tranne che un freddo osservatore della realtà. Pasolini guardava il mondo con un grande pathos, con un misto di pietas e di passione civile, di rimpianto e di speranza. E tuttavia in Pasolini il pathos non è mai disgiunto da una sincera, disinteressata, quasi ossessiva ricerca della verità. Una ricerca mai gregaria o settaria, una ricerca che non indulge mai al bisogno di riconoscimento, di appartenenza, o di legittimazione della propria parte politica. Una ricerca libera, disincantata, spietata, e dunque solitaria.

E oggi?

Oggi la figura di Pasolini è divenuta del tutto inattuale perché la passione e l’amore per la verità hanno preso due strade diverse. Se guardiamo alla politica, al giornalismo, e alle stesse scienze sociali è difficile non vedere che spesso, troppo spesso, l’impegno politico e il rispetto per la verità non vanno più d’accordo fra loro. Le passioni più accese si accompagnano ora con la più totale ignoranza dei fatti, ora con la più spudorata partigianeria: a quanto pare non esistono più fatti ma, come diceva Nietzsche, solo interpretazioni (tendenziose) dei fatti. La ricerca sincera della verità, d’altro canto, si scontra con la scarsità di filtri capaci di separare le fonti attendibili da quelle tendenziose, le informazioni genuine dalle pseudo-conoscenze e dalle pseudo-notizie: una sorta di omologante “internettizzazione” dell’informazione, che affligge innanzitutto i mass media ma non risparmia certo le scienze sociali, sempre più malate di irrilevanza e faziosità.

I politici mentono spudoratamente, i mass media più seri si limitano a non distorcere troppo le loro menzogne, mentre mancano del tutto media che si occupino credibilmente di giudicare della verità delle affermazioni degli uni e degli altri. Né si può dire che al compito provvedano le scienze sociali, di cui giustamente Raymond Boudon ha di recente denunciato la vocazione ideologica, la subalternità alle mode, la debolezza analitica.

E’ così che si produce la scissione fra passione e verità. Più cerca di “scaldare” i cuori, più la politica finisce per disprezzare le menti. E più la politica perde ogni rispetto per la verità, più la maggioranza dei cittadini perde ogni rispetto per la politica. Il risultato è che la passione politica tende a trasformarsi in cieca partigianeria, mentre la voglia di verità tende a mutarsi in amaro scetticismo. A una minoranza di cittadini certi che la propria parte politica sia l’incarnazione del bene (o che la parte avversa sia l’incarnazione del male), si contrappone una maggioranza ormai rassegnata a non sapere, a non scegliere, o a scegliere il meno peggio.

Ecco perché il problema di Pasolini, riconciliare passione e verità, è oggi più attuale che mai. La vera passione ha bisogno di verità, e il bisogno di verità è esso stesso la più fondamentale delle passioni.

Ma che cosa c’entra Hume con tutto ciò?

Il nostro richiamo a Hume è un modo per sottolineare l’importanza di un approccio analitico ed empirico ai fatti della vita sociale, e la conseguente rigorosa separazione fra fatti e valori, fra proposizioni descrittive e proposizioni prescrittive, secondo la celebre formulazione che verrà poi ricordata come “principio di Hume”:

In ogni sistema di morale con cui ho avuto finora a che fare, ho sempre notato che l’autore procede per un po’ nel modo ordinario di ragionare, e stabilisce l’esistenza di un bene, oppure fa delle osservazioni circa le faccende umane; quando all’improvviso mi sorprendo a scoprire che, invece di trovare le proposizioni rette di consueto dai verbi è e non è non incontra che proposizioni connesse con dovrebbe e non dovrebbe. Questo mutamento è impercettibile ma è della massima importanza. Poiché questi dovrebbe e non dovrebbe esprimono una relazione o affermazione nuova è necessario che […] si adduca una ragione […] del modo in cui questa nuova relazione può essere dedotta da altre, che sono totalmente diverse da essa” (Treatise of human nature, 1739-40 [corsivi aggiunti]).

Nelle sue attività la nostra Fondazione cercherà di immettere nella politica italiana soprattutto elementi di conoscenza non partigiani, e come tali disponibili per entrambi gli schieramenti politici nonché per chiunque abbia interesse alla comprensione della nostra società.

Stante la natura della sua mission impossible, la Fondazione in quanto tale non ha uno speciale rapporto con nessuna delle parti che competono sulla scena politica. Non sta con la destra contro la sinistra, né con la sinistra contro la destra. Non sta con i laici contro i cattolici, né con i cattolici contro i laici. L’unica opzione, codificata nel nostro statuto, è quella di immettere maggiori elementi di liberalismo nel circuito della politica e dell’informazione, nella cultura del nostro paese, attraverso analisi fattuali della realtà, secondo principi di rigore e di “imparzialità”. Ma non di neutralità: la Fondazione non è neutrale di fronte a tutto ciò che limita le libertà individuali intese, kantianamente, come diritto di ciascuno a perseguire il proprio ideale di vita a condizione di non impedire ad altri di fare altrettanto. La Fondazione pone al centro della propria indagine l’Individuo, la Persona, non le ideologie e le astrazioni collettive (come le classi, i ceti, le corporazioni), ispirata da una cultura liberale, non classista e non comunitaristica.

Ciò significa, in particolare, favorire il pensiero libero in tutte le sue manifestazioni, contribuire alla promozione del merito e delle pari opportunità, rimuovere le barriere che ostacolano il ricambio delle élite (con speciale attenzione ai giovani e alle donne).

Siamo pienamente consapevoli che quello della Fondazione David Hume è solo un sasso gettato nello stagno. Ma confidiamo che analoghi sassi possano essere gettati da altri, e che il movimento complessivo che ne potrà risultare possa prima o poi restituirci un’Italia meno stagnante. Un’Italia in cui il merito conti davvero, sicché anche chi non ha padri (ricchi) e padrini (potenti) possa avere una chance. Un’Italia in cui giornalisti e studiosi facciano il loro mestiere, senza dogmatismi e senza eccessive partigianerie. Un’Italia in cui si possa fare politica senza rinunciare alla verità, e cercare la verità senza doversi allontanare dalla politica.

Un’Italia, insomma, in cui forse a Pasolini non sarebbe dispiaciuto vivere.

[Piero Ostellino e Luca Ricolfi, 2011]

Soci fondatori della Fondazione David Hume:

Franco Amato
Giuseppe Bedeschi
Antonio Belloni
Alessandro Sergio Clementi
Dino Cofrancesco
Giovanni Cofrancesco
Raimondo Cubeddu
Jacopo Doveri
Bruno Ermolli
Giorgio Fedel
Stefano Firpo
Marcello Franco
Federica Grigoletto
Nicola Grigoletto
Lorenzo Infantino
Lamberto Lambertini
Giulio Malgara
Francesco Marchetti
Paola Mastrocola
Alberto Mingardi
Luca Ostellino
Piero Silvio Ostellino
Giuseppe Panissidi
Gabriele Pelissero
Maria Raffaella Rancan
Andrea Tobia Ricolfi
Luca Ostilio Ricolfi
Elisa Rosso
Giuseppe Rotelli
Enrico Salza
Benedetta Torino
Andrea Trotta
Guido Roberto Vitale
AIOP- Associazione Italiana Ospedaliera Privata
ANCE- Associazione Nazionale Costruttori Edili
Italconsult s.r.l.