Idee e Istituzioni

Le grandi domande sul fondamento della nostra civiltà occidentale, che molti vedono sulla via del tramonto, sono destinate a non trovare mai una risposta convincente. I valori si vivono e non si motivano e quando si vivono non si sente il bisogno di giustificarli, come non si ragiona sull’amore per la propria madre. A questa idea, di cui sono sempre più convinto, è stato obiettato da un amico, uno dei pochi filosofi morali in circolazione che stimo: «Certamente anche i valori appartengono al mondo dei sentimenti, ma non si riducono a questo, tant’è che su di essi (religiosi, morali, civili, estetici) si discute da sempre e si sente il bisogno di giustificarli, anche perché coloro che hanno valori diversi dai nostri li contestano con argomenti intellettuali di vario genere. La religione e l’etica non si possono ridurre al puro emotivismo, come hanno tentato di fare alcuni filosofi neopositivisti». L’argomento è ineccepibile e ammetto che la metafora dell’amore materno poteva essere fuorviante. Rimane il fatto che i valori si possono argomentare, e ci sono diverse strategie per farlo, ma che nessuno riuscirà mai a dimostrare la superiorità o la maggiore validità dell’uno rispetto all’altro e, quindi, l’emotivismo cacciato dalla porta rispunta dalla finestra. Perché la Pace dovrebbe essere preferita alla Guerra? Perché il principio dell’Autorità varrebbe meno del principio della Libertà? Proprio perché ciascun individuo, ciascun gruppo, ciascuna agenzia politica, sociale e spirituale può avere credenze, ideali e progetti diversi si moltiplicano le sedi del confronto e della discussione, al fine di trovare una composizione (e una gerarchia ideale) che eviti la guerra di tutti contro tutti. Sennonché questi padiglioni etici e culturali, queste grandi impalcature in cui si dibatte, si argomenta, ci si scontra etc., stanno pur sempre nei giardini degli Stati, la versione moderna della comunità politica, che ne tiene sotto controllo la valenza esplosiva, anche fissando regole inique giacché è difficile porli tutti sullo stesso piano.

«Quando una civiltà, come sta accadendo alla nostra, non crede più nei suoi valori fondanti e cessa di difenderli con argomenti razionali (o pseudo tali, ma questo è secondario), anche le istituzioni collassano», scrive l’amico filosofo. E qui non sono più d’accordo. È il collasso delle istituzioni, che non è lo stesso in tutti i paesi delle due rive dell’Atlantico, ma presenta gradazioni e crepature diverse, a rendere i “valori fondanti” incomprensibili e irrilevanti come i duelli sulla Grazia e sul libero arbitrio tra il gesuita e il giansenista nel film di Luis Bunuel La via lattea(1969). Il nostro scetticismo, il nostro relativismo, il nostro empirismo non sono la causa dell’indebolimento delle nostre “radici” e tale indebolimento non è la malattia mortale che ha colpito le istituzioni politiche. Al contrario, è la morte delle istituzioni, che sarebbe riduttivo ridurre alla morte della patria, che ne è l’aspetto sentimentale e coscienziale che, proiettandosi nel passato, ci fa avvertire i paesaggi spirituali in cui siamo vissuti come irreali: fantasmi  che si allontanano sempre di più sull’orizzonte della vita vissuta, portandosi dietro Platone e Aristotele, Pagani e Cristiani, Agostino e Tommaso, Bossuet e Voltaire, Montaigne e Leibniz, aristocrazia e clero, Kant ed Hegel, Marx e Spencer, Illuministi e Romantici, borghesi e proletari. Cosa rappresentano più tutti questi “momenti dello spirito europeo” e che cosa hanno più a che fare con una società incerta sulla propria sopravvivenza e prosperità economica, come la nostra, che ha il problema della difesa dalle nuove grandi trasmigrazioni dei popoli e della protezione delle vittime della inarrestabile globalizzazione? È come se, una volta chiuso o reso progressivamente inagibile il campo sportivo in cui si svolgevano le partite di calcio, non avessero più senso né le partite, né i giocatori, né le classifiche, né i trofei sportivi: un fatto esterno vanifica il senso interno della convivenza civile. A mio padre, giovane fascista ”avanguardista”, non sarebbe mai venuto in mente di pensare: «ma perché dovrei ritenere l’Italia un valore appena al di sotto di Dio e appena al di sopra della famiglia?». Cominciò a porsi domande, a chiedersi «ma che cos’è poi questa nazione per la quale si dovrebbe essere disposti a rischiare la vita?», quando crollarono le istituzioni sotto i bombardamenti degli Alleati.

«Ma perché la fede resti viva e operante −prosegue il mio stimato interlocutore− occorre, come ci insegnano le religioni, che venga sostenuta da un’apologetica. Non basta la parola di Cristo, occorrono anche Agostino, Tommaso e l’opera oscura di mille parroci che spiegano ogni domenica al popolo i “misteri” della fede. Dove sono oggi, nella nostra società del disincanto spinto fino al cinismo, i teologi e i parroci della religione della libertà? Chi si incarica di tenere viva questa fede? Al più c’è qualcuno che, con argomenti più o meno discutibili, fa l’apologia della libertà economica». Sono d’accordo, ma la fuga degli dèi, la diaspora dei loro sacerdoti non ha nessun rapporto con la corrosione interna del potere politico che sosteneva quel mondo e ne teneva in equilibrio (sempre precario) le varie componenti? Non è casuale che “l’apologia della libertà economica” (che, a scanso di equivoci, è anche per me una componente fondamentale della libertà liberale) sia rimasta l’unica vexata quaestio, all’ordine del giorno del dibattito pubblico e che non si avverta affatto il parlarne come un innocuo dispersivo?

Non sono un determinista ma penso che non siano le idee a mettere in crisi le istituzioni ma la qualità scadente delle istituzioni (la loro scarsa tenuta, la loro debolezza) a “far venire certe idee” e spesso a farci ripiegare in un pessimismo antropologico che proiettiamo poi sull’universo intero. Non è questione di giovinezza e di vecchiaia, è il sospetto che nasce in questi casi quando è superata la soglia dei settant’anni, ma se le nostre concezioni del mondo, le nostre idee (e chiamiamole pure “ideologie”) di mezzo secolo fa  erano diverse da quelle attuali  lo si deve forse al fatto che  il sistema istituzionale reggeva ancora, almeno un poco, grazie anche alla centralità della DC, garante e fattore di stabilità, comunque si vogliano giudicare oggi i suoi uomini, i suoi programmi, i suoi stili di governo. Il nostro piccolo mondo antico, almeno fino alla svolta cruciale del ’68, era un mondo ordinato in cui ideologie e partiti ben definiti trovavano uno spazio e una funzione inequivocabili. È la ragione che spiega come una sinistra che finalmente è diventata forza di governo possa, in incaute dichiarazioni dei suoi esponenti ma, soprattutto, in tanti “discorsi a tavola”, rimpiangere gli anni che la vedevano all’opposizione e, quindi, lontana dalla nenniana stanza dei bottoni. È proprio il caso di dire: “si stava meglio quando si stava peggio”, giacché allora la casa era in ordine, l’ordine non piaceva ma era pur sempre un ordine. Ci si batteva per una migliore ridistribuzione delle carte (anche radicale) ma non si pensava di rovesciare il tavolo di gioco. Oggi che l’edificio (istituzionale) è andato in pezzi meraviglia che tutto si confonda nella mente, che ci si chieda, sempre più spesso: cos’è lo stato nazionale? Cosa sono destra e sinistra? Quali sono i valori e gli interessi che tengono unito quello che, prima del 1861, appariva al grande Alessandro Manzoni “un volgo disperso che nome non ha”?

«Ma perché le istituzioni sono franate?», mi chiederà l’amico filosofo, per richiamarmi all’importanza strutturale dei fatti sovrastrutturali (le idee, i valori, le visioni del mondo). Rispondere in termini realistici significa aprire un nuovo capitolo, far riferimento all’ordine internazionale, alle sfide della guerra fredda, all’incapacità delle istituzioni di venir incontro ai bisogni dei tempi nuovi, alla stessa political culture di un paese, che nel caso italiano ha fatto spesso registrare una crescente alienazione dei cittadini nei confronti delle istituzioni, spesso tradotta in populismi più o meno totalitari, alle difficili relazioni le due grandi potestà ereditate dal Medio Evo: l’Ecclesia e l’Imperium.

Mi rendo conto, però, che queste considerazioni sono destinate a cadere nel vuoto e, soprattutto, a deludere profondamente il lettore giacché non prefigurano, neppure in modo vago, quale potrebbe essere il nuovo sistema politico che, riportando l’ordine nei rapporti sociali e la stabilità nelle menti, potrebbe ricostruire i padiglioni dello Spirito che l’abbandono dei giardinieri ha lasciato nella desolazione e nell’insignificanza. L’Europa che, ristrutturando se stessa e dotandosi di una vera autorità federale democratica, potrebbe riassettare la vecchia casa continentale e in tal modo contribuire validamente all’ordine planetario? È difficile crederlo anche perché, come capita in tutte le stagioni di decadenza (vera o presunta), l’esperienza del passato sembra non insegnare nulla. E, d’altra parte, da tempo sono portato a credere che tra i segni inequivocabili della crisi, che stiamo attraversando da quarant’anni, il più inquietante sia proprio la perdita di quel realismo che era l’anima più vera dello storicismo. La storia è ormai il faldone di pratiche accumulate sui tavoli dei GIP e dei PM educati alla scuola del politically correct e dell’universalismo buonista. Il loro compito è stabilire quante condanne e quante assoluzioni vanno riservate ai protagonisti dei grandi eventi del passato prossimo ma anche remoto (se non remotissimo), dove sono moltissimi i casi meritevoli di damnatio memoriae e davvero pochi i casi riguardanti gli individui da riabilitare. (Bontà loro!).




Più tardi in pensione, meno posti per i giovani?

La domanda aleggia ormai da una decina d’anni, ovvero da quando ci si è resi conto che, alla lunga, il nostro sistema pensionistico non sarebbe stato in grado di erogare pensioni decenti, o perlomeno pari a quelle attuali, alla totalità dei futuri pensionati. La domanda è: siamo sicuri che mandare in pensione sempre più tardi i lavoratori anziani ancora occupati non finisca per penalizzare i giovani, che un’occupazione la cercano ma non la trovano, o la trovano solo a tempo determinato?

Il dubbio è stato sollevato più volte, specie in occasione delle riforme che hanno progressivamente spostato in avanti l’età della pensione, e l’anno agganciata in modo pressoché automatico alla speranza di vita. Un percorso che ha inciso soprattutto sulle donne lavoratrici, che hanno progressivamente perso il diritto di andare in pensione prima dei lavoratori maschi.

Ma il massimo della tensione e del dubbio si è toccato nelle ultime settimane, quando l’Istat, che l’anno scorso aveva annunciato una (lieve) riduzione della speranza di vita (registrata nel 2015), ha invece confermato la tendenza all’aumento, e che il picco, o l’anomalia, del 2015 era stata riassorbita, dando così il via libera ad uno spostamento in avanti dell’età della pensione. Dal 2019, ha annunciato il governo, fatte salve alcune eccezioni (lavori usuranti), si andrà in pensione tutti quanti, uomini e donne, all’età di  67 anni, ovvero qualche mese dopo il limite attuale. Peccato che nei medesimi giorni l’ultima rilevazione Istat sulle forze di lavoro, relativa al mese di settembre, annunciasse un calo dell’occupazione giovanile, un dato che non faceva che allungare l’elenco delle cattive notizie degli ultimi anni: l’occupazione giovanile ristagna, i nuovi posti di lavoro occupati dai giovani sono quasi sempre a termine, l’emigrazione dei giovani verso l’estero pare un fiume inarrestabile.

Ecco perché, sempre più insistentemente, ci si chiede: ma siamo sicuri che a forza di trattenere al lavoro i vecchi, non stiamo creando un “tappo” che impedisce ai giovani di entrare sul mercato del lavoro? Non sarebbe meglio lasciare andare in pensione i vecchi e fare spazio ai giovani?

Messa così, l’obiezione pare convincente. Molti economisti, tuttavia, pensano che sia un’obiezione sbagliata. In estrema sintesi, le contro-obiezioni sono tre.

Primo, nei paesi in cui si va in pensione più tardi il tasso di occupazione dei giovani non è affatto più basso che negli altri, anzi mediamente è un po’ più alto.

Secondo, se si ritarda l’innalzamento dell’età pensionabile diventerà inevitabile alzare i contributi sociali, una misura che potrebbe costare assai cara ai giovani stessi sotto forma di minore occupazione e buste paga più leggere.

Terzo, spesso i posti di lavoro lasciati liberi dagli anziani potrebbero semplicemente sparire (quante aziende hanno tutt’ora forza di lavoro in eccesso!), o non essere facilmente ricopribili da lavoratori giovani, cui spesso mancano le conoscenze e l’esperienza dei lavoratori più anziani.

La prima obiezione è molto debole, perché dimostra solo che, da qualche parte, è stato possibile dare un lavoro a tutti, vecchi e giovani. La seconda è molto forte, perché nessuno sa come tamponare la voragine che il mancato adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita aprirebbe nei conti pubblici.

Ma l’obiezione veramente interessante è la terza, secondo cui anziani e giovani non sarebbero intercambiabili, in quanto dotati di competenze troppo diverse. Qui, per sapere come stanno veramente le cose, occorrerebbe una ricerca, molto approfondita e inevitabilmente più costosa delle poche indagini che finora si sono avvicinate a questa delicata questione. E’ scontato che una parte dei posti occupati da anziani in prossimità della pensione non sono occupabili da giovani, o lo sarebbero solo dopo un più o meno lungo tirocinio, ma la questione cruciale non è “se” questo sia vero, ma “quanto” lo sia. Nessuno sa se i posti di questo tipo siano, poniamo, il 20% o l’80%. Il che fa una differenza enorme.

Io tendo a pensare che siano parecchi, ma non siano la stragrande maggioranza, e che quindi un po’ di vero ci sia nell’idea che – in qualche misura – i vecchi sottraggano posti di lavoro ai giovani. E’ possibile, in altre parole, che gli economisti sopravvalutino un po’ il grado di segmentazione del mercato del lavoro, o i costi di strategie volte a rendere più comunicanti i vasi del sistema.

E’ questa, del resto, un’abitudine mentale contratta in anni e anni di battaglie per negare che gli immigrati portino via il posto di lavoro agli italiani. Anche in quel caso, nessuno sa con precisione in che misura i posti di lavoro occupati da stranieri riguardino lavori che gli italiani rifiuterebbero, o non accetterebbero alle medesime condizioni. E tuttavia colpisce quanto stereotipati siano gli esempi addotti per sostenere la tesi che i due mercati del lavoro non comunichino: muratori, braccianti impegnati nella raccolta del pomodoro, badanti, facchini, colf. Raramente si pensa, ad esempio, all’esercito dei commessi, spesso alle dipendenze di medie e grandi aziende, ai dipendenti pubblici, ai portieri di albergo, agli addetti delle pompe di benzina, ai fattorini, per non parlare dell’arcipelago delle partite Iva. Tutte posizioni abbondantemente occupate, e spesso più che meritoriamente conquistate, da lavoratori stranieri, ma non certo invise ai lavoratori italiani, specie nel Mezzogiorno.

Insomma: certe affermazioni, un po’ perentorie, sulla segmentazione del mercato del lavoro forse meriterebbero qualche analisi empirica in più. Quando si parla di vecchi e di giovani, ma anche quando si parla di italiani e di stranieri.

Pubblicato sul numero di Panorama del 9 novembre 2017



La società senza padre

Non so se è un caso, o solo una sensazione personale, ma io mi sento inondato. Anno dopo anno, mese dopo mese, e ultimamente giorno dopo giorno, sulla mia scrivania si accumulano i libri sul padre, la sua scomparsa, il suo tramonto, la sua evaporazione. Una febbre pare essersi impadronita di tutti i professionisti della scrittura: narratori, giornalisti, sociologi, psicologi, psicoanalisti, filosofi, giuristi. Da qualche anno, scrivere un libro sul declino dell’autorità e l’estinzione del ruolo paterno pare essere divenuto un bisogno incontenibile, quasi un’urgenza esistenziale. In Italia ne hanno scritto Massimo Recalcati e Gustavo Zagrebelsky, Michele Serra e Antonio Scurati, Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet. E, giusto per stare alle ultime settimane, hanno pubblicato un libro su paternità e dintorni Matteo Bussola (Sono puri i loro sogni, Einaudi), Aldo Cazzullo e figli (Metti via quel cellulare, Mondadori), Antonio Polito (Riprendiamoci i nostri figli, Marsilio). Per Polito (l’autore da cui ho imparato di più), è addirittura la seconda prova: cinque anni fa, nel 2012, aveva pubblicato Contro i papà, un libro denuncia sull’abdicazione dei padri al proprio ruolo di educatori.

Di questa letteratura, mi colpiscono due cose soprattutto. La prima è la convergenza delle descrizioni che vengono offerte. C’è chi insiste di più sulla crisi dell’insegnamento, chi sulla trasformazione dei genitori in amici o sindacalisti dei figli, chi sul ruolo diseducativo della televisione, chi sui danni psicologici e cognitivi dell’iper-connessione, chi sulla latitanza delle istituzioni (dalla Chiesa alla politica), chi sull’interruzione della trasmissione culturale, chi sulla scomparsa dei maestri, però si tratta di sfumature, di piccole differenze di sensibilità individuale: il quadro tracciato è sostanzialmente il medesimo, la preoccupazione per il futuro dei nostri figli (e di noi stessi) è palpabile e condivisa.

La seconda cosa che mi colpisce è il sentimento di stupore che sembra accompagnare quasi tutte queste descrizioni, come se ci trovassimo di fronte a un fenomeno emergente, a una novità con cui è venuto il momento di fare i conti. Con questo non voglio certo dire che non ci siano elementi specifici e relativamente recenti, è anzi un merito di alcuni di questi libri averli messi in evidenza. Ha perfettamente ragione, ad esempio, Matteo Bussola quando individua nella seconda metà degli anni ’90 il punto di frattura, in cui le famiglie rompono il patto educativo con gli insegnanti (ricordate il “diritto al successo formativo”? erano quegli anni lì…). E fa benissimo Antonio Polito a far notare che l’avvento di internet sta minando, per la prima volta nella storia dell’umanità, l’idea che la cultura sia un patrimonio da trasmettere, da radicare nelle menti delle persone, piuttosto che qualcosa che si limita a stare lì, accessibile a tutti perché risiede in rete.

E tuttavia, di fronte allo sconcerto per la scomparsa del padre, non posso non ricordare quanto tardivo sia questo prenderne atto. Che i nostri sistemi sociali fossero avviati “verso una società senza padre” le scienze sociali lo avevano perfettamente compreso già all’inizio degli anni ’60 (dunque ben prima del ’68). Nel 1963 Alexander Mitscherlich, sociologo e psicologo tedesco, pubblica “Verso una società senza padre”, un libro profetico, che nel 1970 uscirà anche in italiano. Lì i lineamenti generali, e i problemi psicologici, di una società senza padri erano già perfettamente delineati. E anche se, ovviamente, i nodi  di oggi sono molto più intricati di quelli di ieri, non posso non ricordare che già alla fine degli anni ’70, dunque 40 anni fa, le indagini sociologiche sulla cultura giovanile avevano registrato la fine del conflitto con i padri, e la sua sostituzione con un sentimento di separatezza, diversità, disincanto, distacco rispetto ai genitori e alla cultura stessa, uno stato d’animo che già allora ce li faceva descrivere come “senza padri né maestri” (fu questo, per inciso, il titolo che Loredana Sciolla ed io scegliemmo per il nostro primo libro, un’inchiesta sugli studenti medi di Torino condotta nel 1978).

Ecco perché, di fronte all’improvviso risorgere, mezzo secolo dopo, del tema della “società senza padri”, l’interrogativo che più mi sollecita è: perché? anzi perché ora, perché solo ora?

Per me la vera notizia non è che la nostra è diventata una società senza padri. Questo lo diceva già Mitscherlich nel 1963, lo ribadiva Christopher Lasch alla fine degli anni ’70 (La cultura del narcisismo è del 1979), e dopotutto altro non è che il compimento del progetto della modernità o, come pare suggerire Polito in una suggestiva ricostruzione storica che parte dall’Émile di Rousseau, è il modo in cui l’Occidente ha declinato le idee dell’illuminismo. La vera notizia è che, più o meno mezzo secolo dopo la diagnosi di Mitscherlich, si sta profilando un ripensamento, se non una vera a propria reazione, spesso guidata da padri in servizio permanente effettivo. Non tutti accettano la deriva cui le nostre società paiono soggette. Non tutti trovano liberatoria la caduta di ogni autorità. Non tutti disdegano le culture e i valori tradizionali. Non tutti, insomma, sono a loro agio in una “società senza padre”. La pioggia di libri sul padre sembra testimoniare proprio questo: il progressivo instaurarsi di una società iper-individualista, in cui la competizione fra pari sostituisce il rispetto per il padre e l’imperativo dell’emancipazione erode ogni valore tradizionale, incontra anche qualche resistenza.

Perché ora, dunque?

Forse per una ragione tanto semplice quanto decisiva: se c’è una reazione è perché abbiamo passato il limite. E lo abbiamo passato così radicalmente che è divenuto piuttosto difficile non accorgersi degli effetti collaterali. Contrariamente a quel che pensano i cultori più acritici del progresso, il cammino dei modelli culturali non ha solo una componente di trend ma ha anche una componente ciclica, oscillatoria, come il movimento di un pendolo. E questo vale un po’ in tutti gli ambiti, compreso quello delle teorie, quello delle idee, quello dei costumi. Nel ‘700 il cammino delle idee illuministe sembrava inarrestabile, ma nella prima metà dell’800 quelle idee hanno incontrato l’onda contraria del romanticismo, e non solo nelle arti e in letteratura (la sociologia, ad esempio, nasce come reazione romantica alla filosofia dei lumi). In diversi paesi occidentali alla rivoluzione sessuale degli anni ’60 e ’70 sono seguite ondate neo-tradizionaliste. Quanto all’impegno pubblico, le analisi di Albert Hirshman, forse il più acuto scienziato sociale del ‘900, hanno chiarito definitivamente il suo carattere ciclico, con fasi di riflusso preparate dagli eccessi delle fasi di attivismo.

Ecco, forse la parola chiave è eccesso. La componente ciclica della vita sociale è fondamentalmente legata all’alternarsi di eccessi di segno opposto, come del resto succede nella vita economica, in cui al boom segue il crack, all’espansione delle bolle lo scoppio delle crisi. L’autoritarismo dei padri, nella famiglia come in politica, fu un eccesso della prima metà del ‘900, e il ’68 fu anche una reazione a quell’eccesso. Ma l’individualismo, il narcisismo, la cultura dell’io del cinquantennio post ’68 sono stati a loro volta un eccesso. Un eccesso che, 20 anni fa, con la metamorfosi dei genitori in amici e sindacalisti dei figli, e 10 anni fa, con l’avvento di internet e la progressiva marginalizzazione della cultura e della sua trasmissione, ha fatto un salto di qualità. Ora i danni collaterali della società senza padri sono sempre più pervasivi, nella psicologia individuale come nel funzionamento delle istituzioni, nell’educazione dei figli come nel mondo dei media. Insomma abbiamo esagerato. E abbiamo esagerato così tanto che qualcuno trova persino il coraggio di dirlo, nonostante sappia che da quel momento l’etichetta di nostalgico, fuori tempo, reazionario lo accompagnerà per sempre.

Articolo Pubblicato da Il Messaggero il 4 novembre 2017



Immigrazione: I dilemmi dell’asilo politico

Dal gennaio 2014 all’agosto 2017, l’Italia ha registrato l’arrivo di 605.147 immigrati giunti attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale (sul tema “sbarchi”, vedi anche la scheda a cura di Rossana Cima). Il marcato incremento degli arrivi ha portato, nello stesso periodo, ad un’impennata nel numero di richieste di asilo politico presentate in Italia. La figura 1 mostra il numero di richieste di asilo dal 1990 al 2016.

Figura 1. Richieste di asilo politico (persone, 1990 – 2016)
Fonte: Ministero dell’Interno

Gli ultimi tre anni, 2014-2016, hanno fatto registrare 271.026 richieste di asilo mentre il totale dei 24 anni precedenti è stato di 370.294 (il 2016, da solo, rappresenta un quarto delle richieste di asilo presentate in Italia dal 1990). L’apertura degli hot spot per l’identificazione degli immigrati e l’introduzione di stringenti controlli di frontiera da parte dei paesi europei confinanti, anche se membri dell’area Schengen, ha fatto sì che l’Italia sia sempre meno un paese di transito e sempre più un paese di destinazione. Il rapporto richiedenti asilo/migranti sbarcati era dello 0.37 nel 2014 per poi salire allo 0.55 nel 2015 e infine 0.68 nel 2016. E’ probabile che questo rapporto aumenti ulteriormente nel 2017. Quale è stato l’esito di queste richieste di asilo?

Tabella 1. Esiti domande di asilo politico, anni 2014-2016.
Fonte: Elaborazione su dati Ministero dell’Interno. Nota: (*) esaminati nell’anno indipendentemente dalla data di richiesta asilo.

La tabella mostra che solamente nel 6% dei casi viene effettivamente riconosciuto lo status di rifugiato. Una larga parte dei richiedenti riceve altre forme di protezione e con esse il permesso di risiedere in Italia: al 15,8% dei richiedenti è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e al 22,6% la protezione umanitaria. La protezione sussidiaria è uno status molto simile a quello di rifugiato e da’ diritto ad un permesso di soggiorno di durata quinquennale (rinnovabile), consente l’accesso allo studio e alla formazione, e allo svolgimento di una attività lavorativa. La protezione umanitaria offre le stesse possibilità, ma con un orizzonte temporale decisamente più ristretto: nei fatti, da sei mesi a due anni. Complessivamente, per ogni cento richiedenti asilo, solamente 44 ottengono il permesso di risiedere e lavorare in Italia (22 ricevono un permesso della durata di cinque anni, ossia l’orizzonte temporale più consono per favorire l’inserimento nella società italiana e una piena integrazione).

I dati del periodo 2014-2016 mostrano, quindi, che la maggioranza dei richiedenti asilo (56 su cento) vede la propria domanda rifiutata, e con essa la possibilità di vivere e lavorare legalmente in Italia (le persone a cui la domanda di asilo è stata rifiutata vengono definite in gergo i “diniegati”). Questa quota è in aumento: nel 2016, sei domande su 10 sono state bocciate. E questo, a mio avviso, costituisce un serio problema che richiede una risposta politica in tempi brevi.

I “diniegati” perdono la possibilità di risiedere e lavorare legalmente in Italia, spesso dopo un iter di 1-2 anni. A questo punto – per definizione – le uniche opportunità di lavoro saranno di tipo informale o illegale. E questo, ovviamente, porta ad ulteriori problemi di ordine pubblico. Inoltre, per molti richiedenti asilo, lo stato italiano ha già speso risorse per la formazione, l’insegnamento della lingua italiana e, talvolta, l’inserimento in percorsi lavorativi in attesa della decisione finale sul loro status giuridico. Quale risposta adottare, quindi, per affrontare il problema dei 100,000+ “diniegati”? La decisione, ovviamente, spetta alla politica, ma vale la pena ricordare qui alcuni elementi utili.

Il primo: i dati presentati mostrano i limiti di una procedura largamente basata sull’asilo politico come strumento per la gestione dei flussi migratori. In una situazione come quella italiana, in cui le risorse sono estremamente scarse, mi pare che questo sistema porti ad una allocazione di tali risorse decisamente sub-ottimale (si pensi dal 60% di dinieghi registrati nel 2016 spesso dopo un lungo iter burocratico). Inoltre, anche nella situazione “ideal-tipica” in cui lo status di rifugiato viene conferito quasi di default – come nel caso dei profughi siriani in fuga dalla guerra – la procedura attuale comunque richiede che il profugo raggiunga una delle nazioni dell’Unione Europea per presentare la propria domanda. In questo modo si creano enormi opportunità per i gruppi criminali che organizzano i viaggi attraverso il Mediterraneo. Decisamente meglio sarebbe avere dei “corridoi umanitari” praticabili, sull’esempio di altri paesi come il Canada.  Il sistema attuale va ripensato al più presto.

Il secondo: i rimpatri forzati sono molto costosi, lenti e difficili da attuare dal punto di vista legale. Inoltre, provocano un impatto piuttosto radicale sulle vite delle persone se condotti dopo molto tempo dall’arrivo.

Il terzo: le operazioni di salvataggio in mare, che hanno fornito una risposta nobile e generosa all’emergenza sbarchi, stanno adesso dimostrando i loro limiti (tra cui la creazione di un massiccio e crescente numero di “diniegati”). L’idea europea di trasformare le operazioni Sofia e Triton in strumenti per combattere i cosiddetti “trafficanti” semplicemente non sta funzionando, e difficilmente funzionerà. La soluzione a questo riguardo è probabilmente da ricercare in politiche di terra e non navali. Un’estensione a tempo indeterminato di queste operazioni rischia di creare un sistema di incentivi perverso da cui diventa sempre più difficile uscire.

Credo che il punto tre sia la pre-condizione per attuare delle politiche che portino ad una soluzione al problema dei “diniegati” che sia, allo stesso tempo, umanitaria, efficiente dal punto di vista della risorse già impiegate e che minimizzi gli incentivi di tipo illegale. Un calo sostanziale degli arrivi può aprire la strada ad una legalizzazione di coloro che siano ancora presenti sul territorio italiano, che abbiamo seguito un percorso di formazione o inserimento lavorativo come richiedenti asilo, e che non abbiano commesso reati (ad eccezione, ovviamente, del reato di clandestinità). Una possibilità sarebbe di attuare questa legalizzazione nel contesto degli accordi di ricollocamento intra-UE: accordi che per il momento non stanno funzionando, ma che il Governo italiano potrebbe cercare di sbloccare in sede europea, anche nel contesto della discussione sulla revisione della Convenzione di Dublino sul diritto di asilo. Politicamente, questa potrebbe essere una strada molto difficile da percorrere. Ma il costo politico dell’inerzia potrebbe essere ugualmente elevato.




Ipotesi sulla disuguaglianza

A scuola vanno bene solo i figli di papà.  Studiano solo i ragazzi nelle cui case ci sono libri. Vanno al liceo e si laureano solo i figli di coloro che sono andati al liceo e si sono laureati. La scuola è classista, ben poco democratica, non fa da ascensore sociale, non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza, non fa che certificare e riprodurre privilegi e differenze. Il figlio del notaio fa il notaio, il figlio dell’idraulico fa l’idraulico.

Questa mi pare, in riassunto, la tesi di chi ritiene che la scuola debba essere democratica, includere tutti, e soprattutto dare a tutti pari opportunità azzerando la disparità delle condizioni di partenza. È un’idea che ha animato la scuola, e la politica, almeno da un cinquantennio, e mi pare debba essere più che mai perseguita. Con qualche precisazione e variante, però.

Intanto no, il figlio dell’idraulico non fa quasi mai l’idraulico. Si diploma e spesso va all’università. Ma spesso non la finisce (vedremo poi perché).

Il figlio del notaio invece sì, è quasi certo che farà il notaio (sempre che abbia voglia di studiare, se no si fermerà a fare solo l’avvocato). Ahimè, questo è drammaticamente vero. Ho detto in più luoghi che mi piacerebbe un mondo in cui il figlio dell’idraulico possa diventare notaio, se vuole. Ma anche un mondo in cui il figlio del notaio diventi idraulico, se non ha voglia di studiare o non ne ha le capacità. Non ci siamo ancora. Succede, spesso, la prima. Non succede mai (tranne rarissime eccezioni che io non ho il bene di conoscere) la seconda.

Perché?

Qui si gioca la questione. La stragrande maggioranza, direi la totalità dei sostenitori della “scuola democratica” (ma chi mai potrebbe essere per una scuola non-democratica…?) è convinta, oggi come ieri, che a bloccare gli studi dei ragazzi svantaggiati economicamente e socialmente sia proprio la loro condizione di partenza: impossibile studiare e raggiungere la meta (diploma, laurea e quindi professione adeguata) se si è nati in una famiglia poco abbiente.

Credo sia così. E i dati lo confermano.

Credo altresì che la controprova sia vera: chi nasce bene va avanti. Chi appartiene a una famiglia medio-alta e ha le risorse (economiche, culturali e relazionali) arriva comunque, quasi sempre, a fare il liceo e a laurearsi. E ci arriva, questo ragazzo-bene, anche qualora non abbia mai avuto la minima voglia di studiare, non abbia quasi mai aperto un libro, abbia raccolto una serie infinita di insufficienze, debiti, giudizi sospesi e anche bocciature: va avanti lo stesso, sicuramente con qualche fastidio e intoppo, ma va avanti.

Uno dei più potenti, scandalosi e immorali motori del suo avanzamento sono le lezioni private. Quel cumulo sterminato e inenarrabile di ore alla settimana che per anni (per anni!) i suoi genitori lo hanno costretto a fare, presso insegnanti che al mattino insegnano normalmente in scuole statali e al pomeriggio danno tranquillamente lezioni private in nero, fornendo ai loro allievi clandestini e abbienti, svogliati e apatici, tutto l’aiuto assistenziale e personalizzato che serve loro per “passare” l’anno.

Aiuto che arriva sempre a buon fine. Eh sì. Chi prende selvaggiamente lezioni private dalla prima liceo fino alla laurea ce la fa: si laurea, spesso anche bene! Pur essendo stato un pessimo studente, che non ha mai aperto un libro, mai ascoltato una lezione, mai preso la sufficienza in certe materie (quelle difficili), non importa: al pomeriggio c’è qualcuno che lo guida, lo tallona, gli sta dietro, gli tiene la manina per fare i compiti, per passare interrogazioni, esami. Alla fine ce la fa, certo che ce la fa. Sto elogiando le capacità degli insegnanti double face, statali al mattino e privati al pomeriggio? No, non è (solo) il loro talento e la loro pervicace pazienza. È la palese dimostrazione che l’unico vero metodo didattico che funzioni è stare alle calcagna tutto il giorno tutti i giorni a ogni singolo ragazzo. È il trionfo dell’istitutore privato. La scuola sarà mai in grado di emularlo, con i suoi 30 ragazzi per classe…? (Certo, detto tra parentesi, un primo passo potrebbe essere che l’insegnante, al pomeriggio, invece di ricevere a casa propria i signorini in nero, rimanga a scuola, non a sbrigare burocratiche faccende o partecipare a inutili commissioni, ma dedicandosi a un serrato coaching face to face con i propri allievi del mattino, quelli più in difficoltà, aiutandoli gratis… ).

All’università, sembra incredibile, stessa cosa! I ragazzi prendono lezioni private anche durante gli anni d’università! È un fenomeno piuttosto recente, e agghiacciante. Ragazzi ventenni che non riuscirebbero a passare gli esami, soprattutto quelli più difficili, in corsi di laurea duri, vanno a lezione privata come imberbi adolescenti! Lezioni pagate dai genitori. Notai. Ingegneri. Avvocati. Che vogliono che i figli facciano i notai, gli avvocati, gli ingegneri. E ci riescono! I loro figli ce la fanno. Fotocopia dei padri. Un po’ aiutati…

È questo lo scandalo.

L’ho visto con i miei occhi, insegnando per 35 anni. E l’ho denunciato sempre, ogni volta e in ogni luogo abbia potuto farlo. È la vergogna della scuola, e della società, italiana.

Va bene, la tesi “democratica” è dunque più che confermata: le origini e l’ambiente contano. Cose risapute. E ripetute fino alla nausea. Ma la loro tesi si ferma qui. Non mi basta, mi sembra ne manchi un pezzo molto importante. Un aspetto che viene sempre trascurato. Un “piccolo dettaglio” che da anni cerco di mettere in evidenza. E che è anche la ragione per cui, nonostante queste mie idee vadano inequivocabilmente verso l’idea di una scuola molto democratica (mi vien da dire iper-democratica!), io non sia così d’accordo con i sostenitori standard, tradizionali e istituzionali, della scuola democratica.

Questo aspetto trascurato, questo minuscolo dettaglio, è… la preparazione. Il livello di studio. La qualità e quantità delle “cose” insegnate-imparate.

Torno al figlio dell’idraulico (perché di lui ci importa, no?) e formulo la mia ipotesi: se spesso non arriva a laurearsi, forse non è soltanto perché è figlio dell’idraulico (ipotesi vecchia, datata, fortemente ideologica: insomma, troppo facile!); forse non fa il liceo e non arriva a laurearsi… perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato abbastanza.

Ecco. Per questo mi arrabbio da una ventina d’anni (una ventina d’anni, direi dalla riforma Belinguer in poi: governo progressista, incredibile!). Perché io questo ho visto, nella scuola. Ho visto ragazzi (non solo figli di idraulici, ma figli di quella classe media non così svantaggiata ma neanche così agiata) che arrivano in prima liceo totalmente digiuni delle nozioni basilari, di quel minimo di conoscenze dovute e, soprattutto, necessarie ad andare avanti negli studi.

È vero, sto parlando dei ceti medi e medio-bassi, e non dei veri svantaggiati delle vere zone disagiate, da Cinisello a Secondigliano, tanto per intenderci. Mah… intanto ognuno parla di quel che ha sotto gli occhi. Io non ho insegnato in periferia o in zone segnate da droga, camorra e povertà. Mea culpa? Ho insegnato in licei di provincia, medi. Ho visto e incontrato la medietà. La normalità, se volete. Che però è l’80% degli studenti di un liceo. Scusate se mi sono occupata solo di loro…

Questo non implica che io non riconosca l’enorme problema di portare istruzione e cultura là, soprattutto in quei luoghi. Ma quel che voglio denunciare è un’altra cosa (che riguarda, lo ripeto, almeno il 70-80% della popolazione scolastica, non mi par poco!): una scuola abbassata, facilitata, non aiuta le classi medio-basse. Abbassare il livello culturale dello studio non è democratico, anzi, è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista! Favorisce i ricchi e i privilegiati, che possono non studiare e, grazie a fenomeni quali le lezioni private a gogò, ce la faranno sempre.

Bisogna rendere in grado i “poveri” (gli umili, gli svantaggiati, i ceti meno abbienti) di fare le scuole migliori. Rendere in grado! Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per 8 anni (5 di elementari e 3 di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico…) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Siamo noi i colpevoli. Noi!

Ma non ho le prove.

Posso solo dire che questo ho visto, nella mia esperienza pluriennale di insegnante, soprattutto negli ultimi vent’anni, da inizio millennio a oggi.

Vorrei le prove. Vorrei che qualcuno mi dimostrasse, attraverso i dati, se ho ragione o no, se è vero che c’è anche questa componente a svantaggio degli svantaggiati, non solo l’estrazione sociale, l’handicap famigliare e ambientale, ma anche l’enorme buco di conoscenze e cultura di cui noi, come insegnanti e governanti, siamo drammaticamente responsabili.

 Vorrei che si riuscisse a mostrare che questa è una delle ragioni, se non la ragione principale, di quella che chiamiamo “dispersione scolastica”. Intanto, vorrei dire che i ragazzi “si disperdono” in vario modo: non solo abbandonando per sempre la scuola, ma anche cambiando scuola, essendo cioè obbligati a scegliere scuole degradate (i due anni in uno, le scuole online, o il professionale-tecnico invece del liceo). Ho visto, in questi anni, decine di ragazzi, miei allievi, che a metà anno erano costretti a lasciare la classe dove si trovavano benissimo, il liceo che avevano scelto, perché non ce la facevano, perché non avevano le basi: mai letto un libro, mai fatto grammatica, mai scritto un tema… Molti di loro avevano le lacrime agli occhi, lasciando i compagni e noi insegnanti. E tornavano poi ogni tanto a salutarci, negli anni successivi, con nostalgia, con un barlume di rimpianto.

Non è giusto. Non dovrebbe succedere. Dovremmo rendere tutti in grado di fare la scuola che vogliono. E invece cosa facciamo per questi ragazzi che noi abbiamo perduto? Corsi di orientamento e ri-orientamento! È questo il nostro ipocrita e fallace sostegno ai ragazzi che non ce la fanno, non troviamo altro modo di aiutarli se non depistandoli: ri-orientandoli!

E non è dispersione scolastica, questa? Tali ragazzi “si disperdono” altrove perché non hanno le basi per andare avanti, perché in prima liceo non sono in grado di capire un libro di testo, e non sanno niente di storia, geografia, matematica…. Eppure hanno fatto 8 anni di scuola. Non possiamo lasciarli uscire così impreparati dopo 8 anni di scuola! Allo stesso modo, all’università non sono in grado di affrontare gli esami (se non quelli più facili delle facoltà cosiddette deboli, la cui laurea però non li porterà purtroppo da nessuna parte), per cui s’iscrivono, arrancano un anno o due e poi mollano. Per questo mollano: per questa loro inadeguatezza cognitiva e culturale, che è il risultato delle scelte scriteriate che noi abbiamo compiuto nella scuola, soprattutto, lo ripeto, negli ultimi vent’anni. Mollano a causa della scuola che noi abbiamo deciso per loro, non è il colmo?

Sono solo mie impressioni, interpretazioni personali, illazioni? Può darsi. Volevo solo formulare un’ipotesi un po’ diversa sulla disuguaglianza, ecco.

Ma se mai ci fossero le prove che quel che dico è vero, sarebbe più che mai il caso di cambiare rotta e, affinché la scuola sia veramente per tutti, provare ad innalzare il livello degli studi, negli anni dell’obbligo scolastico, fin dalla prima elementare. Sarebbe nostro dovere, credo. Porgendo anche infinite scuse, ai ragazzi e alle loro famiglie.