Fuga dalla mediocrità

Galline

Abbiamo, noi esseri umani, una capacità sorprendente e invidiabile di trovarci delle vie di fuga, qualora l’aria si faccia, per un motivo o per l’altro, irrespirabile. Siamo sublimemente capaci di distrarci, svicolare, schivare, spostarci. Andare altrove. Lasciare la strada principale e addentrarci in certi viottoli seminascosti dai rovi o sederci sul ciglio, mentre gli altri vanno. Lasciar che gli altri vadano e trovar per noi un angolo riparato, tana o nascondiglio. Fermarci o deviare, l’importante è dedicarci ad altro, permettere che qualcosa, anche di piccolo e marginale, ci distolga e ci porti in altri universi. È la nostra salvezza. È anche la nostra migliore virtù, secondo me. Non credo infatti che sia sempre il caso di immergersi nel pieno delle cose, nel vortice, soprattutto se le cose sprofondano in zone putride e malsane, in una specie di melma buia e fangosa. Ben vengano le ali che ci spostano, i voli di cui siamo capaci.

Per esempio, alleviamo galline.

È da poco uscito il libro di Isabella Rossellini Le mie galline e io, per Jaca Book, dove lei racconta di quando le arrivò lo scatolone con trentotto pulcini, e di come la sua vita sia da allora cambiata, vivendo con le galline, e studiando e ammirando il loro comportamento.

Quanto condivido… Inutile che io taccia il mio amore per le galline. Seppur molto meno tecnico e molto più metaforico, è stato il mio inizio, matrimoniale e letterario: quando mi sposai, andai a vivere in un posto campestre dove il vicino aveva mucche, galline, conigli; e quattordici anni dopo pubblicai un libro dove si racconta di un’insegnante che alleva galline coltivando il sogno di farne volare almeno una, un giorno.

Erano però, lo ripeto, galline del tutto metaforiche. La vita poi, in modo inaspettato, mi portò davvero ad avere un pollaio, seppur per via indiretta. Il vero possessore era mio figlio, che a diciotto anni ricevette in dono dagli amici un gallo, al quale poi lui regalò alcune galline… Ricordo che dava lui i nomi, a codeste galline, stranamente a coppie: Galla e Placidia, Paola e Francesca, Thelma e Louise. Fu allora che maturò in me la vera conoscenza delle galline, mi avvidi di cos’erano realmente, e qui concordo con Isabella Rossellini: persone! Esseri infinitamente intelligenti e affettuosi, amiche, compagne di vita, ognuna col suo carattere e coi suoi tratti distintivi; c’era la gallina timida e quella estroversa, la gallina rissosa e la gallina sempre sorridente. Mi avvidi però, altresì, di quanto la vita delle galline sia sottoposta a pericoli e conduca perlopiù a esiti veramente tragici: di notte si aggirano faine e volpi e, per quanto uno protegga il suo pollaio, le reti possono non tenere a sufficienza, ahimè.

Fine del pollaio reale, letterale. Le metafore, la letteratura in generale, di solito tengono di più.

La magia del nuoto

Oppure nuotiamo negli abissi.

È appena uscito, per Bompiani, un libro che vorrei accompagnasse la nostra estate: La cerimonia del nuoto, di Valentina Fortichiari.

Nuotare è un mistero, per quanto ci sforziamo non si può dire cosa sia. È, di colpo, appartenere a un altro elemento. Tuffarsi, provare il brivido di lasciare un mondo per entrare in un altro, sperimentare ogni volta questo confine. E poi, farsi portare. Lasciarsi andare, affidarsi. Dunque, anche, avere fede. Galleggiare, avere questo coraggio di permettere al nostro corpo, al nostro io, di galleggiare: vuol dire rinunciare alle difese, ai luoghi comuni, alle appartenenze, a tutto ciò che ci supporta e ci sostiene, abbandonare ogni sorta di rigidità, partiti presi, velleitarismi. E allenare il respiro. Vivere ritmicamente di quel respiro. Sprofondare e riemergere. Fondersi. Ma anche fendere come ferire, e nello stesso tempo umilmente obbedire.

Ma soprattutto nuotare è sentire il tempo in un altro modo, sperimentare un altro scorrere, o non scorrere. Dimenticare l’ancoraggio del presente e affondare in tutti i propri “momenti di essere”, anche passati e futuri. Non so dire altro. È disciplina, è rito, è cerimonia, come dice Fortichiari. È anche solitudine, e sospensione: “Appena s’immerge, il nuotatore resta solo con se stesso, sospeso nell’elemento liquido come nei sogni”. Difficile dire cosa sia nuotare. “Sentire l’acqua, dominarla, e fare di questo dominio un’arte è la magia dei nuotatori”.

Nuotare è innanzi tutto il mare, provare questa sorta di amore sacro per il mare, tornare a sentirci, proprio grazie all’abbraccio del mare, un tutt’uno con l’universo: “C’è silenzio, e il mare è intatto e immobile ad aspettarmi. È necessario guardare lungamente il mare. Una forma di meditazione che aiuta a staccarsi da sé: una dimensione senza corpo, senza tempo, fatta solo di sensi. Il respiro comincia a farsi profondo, le narici annusano, e i rumori del mare fanno rallentare il sangue”. Sì, nuotare in mare è pensiero puro.

Ma il libro di Valentina Fortichiari non parla solo di nuoto: scopre e rivela, come un’onda, i racconti del mare. Racconta tutte le storie affondate e profondissime che il mare conserva in sé, che tiene strette nel cuore dei suoi abissi. È quindi anche un libro di racconti, perfetti, misteriosi, rapiti all’insondabile profondità dell’essere: il racconto del tonno di corsa, del pesce volante, del narvalo unicorno degli oceani, della foca artica, del cavalluccio marino… In realtà, sono racconti che parlano di noi, della nostra vita: gli amori, le amicizie, i pericoli, i tradimenti, il dolore… Il dolore di un figlio che vede morire sua madre, e poco importa se la madre è una donna o una balena, uccisa e squartata da marinai: negli occhi di suo figlio, il piccolo capodoglio solitario, lei è la “madre legata con funi, trainata, mentre le acque al suo passaggio si tingevano di rosso” e lui la segue perché non può far altro: “Confuso, disperato, incapace di aiutarla mentre la balena a pancia in su fissava il sole, non gli riusciva, irragionevole, affamato, di abbandonarla”.

Fino al racconto finale, che s’intitola Mio padre, nuotando, e che sonda ben altri misteri, bel altri confini: il tempo misterioso in cui un padre sta per lasciare il mondo, e una figlia che nuotando ancora un’ultima volta col vecchio padre “sente”, così come sente l’acqua, l’inesorabile avvicinarsi della sua perdita.

Le stelle

Il mare, le galline… Cosa cambia? Vale tutto parimenti come via di fuga. Anzi, direi che in genere è proprio così: o fuggiamo attraverso l’infinitamente piccolo (studiamo insetti al microscopio, fotografiamo fiori, fili d’erba e gocce d’acqua col macro obiettivo, alleviamo api, galline…) o fuggiamo nell’immensità. Del mare, dello spazio…

Ricordo qui un altro libro bellissimo, che mi accompagna sempre: Il grande racconto delle stelle, di Piero Boitani (Il Mulino, 2012). Questo libro siamo noi, che di fronte agli astri interroghiamo noi stessi, noi che di fronte alla bellezza e al mistero indaghiamo il senso del nostro esistere, attraverso la storia, la filosofia, la poesia, la musica, i miti del cosmo… Siamo noi, ancora una volta capaci di fuggire, e di inventarci mondi. E anche di superare quel che impropriamente chiamiamo tempo, se riusciamo a contemplare stelle che da centinaia di anni hanno smesso di esistere…

Il Principe Azzurro e le felpe della politica

Insomma, in molti modi sappiamo di-vagare. Perderci nei viottoli, trovare angoli, stanze tutte per noi, anfratti che diventano universi. Il nuoto, le api, le galline, le stelle… La letteratura, i libri. Le storie. Le favole…

Le cose molto piccole o le cose molto grandi. Evitando quel che sta in mezzo, e che solo a volte, nei casi fortunati, è aurea mediocritas: il più delle volte è mediocrità e basta.

Per questo forse ci attraggono fortemente i matrimoni delle famiglie reali, amiamo così tanto seguire le dirette tivù, leggere notizie, guardare video e foto: perché ci porta via dalla mediocrità che vediamo dilagare intorno, soprattutto in questi ultimi mesi, qui in Italia, costretti come siamo stati finora, a guardare l’inguardabile spettacolo di una politica mediocre, e spesso volgare.

Il matrimonio di Harry e Megan ci conquista. Ci rilassa, ci distrae. Forse anche ci innalza. Non credo sia perché amiamo da sempre la favola del Principe che sposa Cenerentola. Sebbene ci siano davvero tutti gli elementi, non solo il giovane Principe barbuto e rosseggiante e la bellissima fanciulla che viene più o meno dal nulla, ma anche tutto il corredo di cavalli, carrozze, pennacchi e… cappelli. Grande lode ai cappelli inverosimili, esorbitanti e surreali delle dame inglesi!

Certamente la favola ci attrae, credo stia in qualche parte recondita di noi da millenni. Ci attrare benché sappiamo quanto sia, oggi, fuori tempo, ingenuo e scontato credere ancora al Principe Azzurro. Ce lo siamo raccontato in tutte le salse quanto tutto ciò sia politicamente scorretto. Eppure, in quella parte recondita di noi proviamo un godimento, un’ebbrezza, davanti alle immagini televisive che ci mostrano il matrimonio di Megan e Harry, è innegabile.

Ma credo sia soprattutto un punto ad attrarci: la bellezza, lo spettacolo sempre commovente della bellezza. Abbiamo un inconfessabile bisogno di bellezza. Non tanto lo sfarzo e il lusso di una nobiltà perduta, quanto l’eleganza, la bellezza che è fatta, anche, di rito e cerimonia, di regole e di forme. Qualcosa di sacrale, che ancora regga.

Non ne possiamo più di felpe e maniche di camicia. Ci sentiamo oppressi, schiacciati, abbattuti, mortificati e depressi dalla bruttezza che da mesi la politica ci impone. Vorremmo uscirne. Per questo ci troviamo i viottoli dove scappare.

La vera bruttezza, la vera mediocrità, naturalmente, non solo (soltanto) le felpe. Ho riflettuto un po’, in questi mesi, in questo prolungarsi dell’agonia del vuoto di governo. Ho ascoltato e visto di tutto: dichiarazioni, commenti, talk show (per quel furore masochistico che mi prende, a volte, di affondarci in pieno, nella melma…). E sono arrivata a pensare che l’aspetto peggiore, più mortificante, è che questa politica si sia finora più che mai fondata su cose e non su idee. Cose soltanto concrete, che si toccano, si quantificano, si spendono. La promessa di “cose”: più soldi, meno tasse, bonus, agevolazioni, sussidi… Nomi di cose e basta. Un profluvio di offerte da supermercato: è questo che ci offende. Vorremmo votare un politico che ci mostri una visione del mondo, non uno che ci offre una scatola di pelati in più.

Lo so che potrebbe sembrare un bene: finalmente una politica concreta e non fumosa. E questo è stato fino a un certo punto anche il mio modo di vederla. Ma oggi non saprei…. Troppa concretezza bieca, pesante, fine a se stessa. Manca un volo, un’impennata. Era meglio non dico il fumo, ma una onesta genericità, e una altrettanto onesta ma dispiegata al massimo, esibita, ampiamente e narrativamente esposta, idea generale del mondo. Una politica di idee. Ideale, appunto.

Utopie e velieri

Ci manca molto il pensiero. Soffriamo a causa di una dolorosa… défaite de la pensée (è il bellissimo titolo di un libro di Alain Finkielkraut, del 1987). L’energia pensante. La capacità che ha l’umano pensiero di inventare e costruire universi.

In realtà, non capisco quasi niente di politica e dovrei tacere. In realtà, sono la prima a stupirmi di quel che dico, perché quel che dico mi conduce inesorabilmente a un punto che mi lascia perplessa: il rimpianto delle ideologie. C’è da ridere, io che rimpiango ciò che da sempre definisco come il peggiore dei mali, ciò che ci ha tolto la libertà: la dittatura delle ideologie! Inaudito. Eppure…

Eppure c’era un lato buono. E oggi mi ritrovo a elogiare il lato buono delle ideologie perdute. Criticabili quanto si vuole, per alcuni versi detestabili. Ma oggi non siamo nelle condizioni di permetterci una critica, possiamo solo, e forse dobbiamo, concederci un sano e doveroso rimpianto, oggi che siamo subissati solo di slogan e promesse, frasi fatte, annunci iperbolici, discorsini imparati a memoria e mandati in onda a ripetizione.

Le ideologie erano ben più che degli slogan. Erano organizzazioni mentali complesse, costruzioni dense di significato. Ogni volta la costruzione di un mondo nuovo e preferibile al vecchio. Ogni volta una sovversione, una rigenerazione. Ma erano prima di tutto costruzioni, edifici di cui si vedevano le fondamenta, le impalcature, i muri, le finestre, il tetto. Non importa se non erano concreti, “veri”. Erano utopia. Ma utopia non vuol dire promesse, è l’esatto contrario. L’utopia non promette, inventa, costruisce invenzioni. In questo senso è un po’ come la favola… Quindi poi alla fine tutto si tiene, torniamo al punto da cui siamo partiti: il matrimonio di Megan e Harry. Il nuoto, le galline… Se nessuno più costruisce mondi per noi, ognuno di noi si costruisca il suo mondo.

Torneremo a coltivare il famoso giardino di voltairiana memoria? Può darsi. Ma un giardino può essere un’isola, e un’isola il mondo intero. In miniatura. Forse l’isola che non c’è, ma che val la pena immaginare. Non sottovaluterei l’impresa. E nemmeno le miniature…

Finirei così, con l’elogio dei mondi miniaturizzati. Il veliero nella bottiglia, per esempio. Tanto per tornare al mare… Chi lo costruiva quel veliero? Chi introduceva nel collo della bottiglia con le pinze ogni volta un pezzettino di legno, un gancetto, un cordino? Chi tirava su quelle minuscole vele? Chi aveva quella pazienza, quella modestia, di fare qualcosa di così minuto e inessenziale, eppur così determinante, e imprescindibile direi, per la nostra vita mentale, per la fantasia, per la capacità immaginifica che (ancora) abita in noi e ci anima?

Un grazie, a tutti i costruttori di velieri.

Pubblicato su Il Sole24Ore del 27 maggio 2018



Il partito pigliatutto è morto, ma i grillini lo sanno?

Può anche darsi che questa sia la volta buona. Buona non già nel senso che entro uno o due giorni avremo un governo Lega-Cinque Stelle (esito sulla cui bontà le opinioni divergono), ma nel senso che non dovremo più assistere all’ennesima richiesta al Presidente della Repubblica di “ancora qualche ora”, “ancora qualche giorno”, “ancora una settimana”. Se le cose andranno come hanno promesso, lunedì Salvini e Di Maio, esauriti i riti delle consultazioni delle rispettive basi, si decideranno a dire al Capo dello Stato se intendono fare un governo insieme o se avevano scherzato.

Non vorrei essere nei panni di Mattarella. Egli si troverà infatti, di fronte a due anomalie. La prima è di dover nominare un presidente del Consiglio che, anziché scegliere i ministri e mettere a punto un programma di governo, si dovrà semplicemente limitare a recepire quello che hanno deciso due capi-partito; con quale autorevolezza un presidente del Consiglio così insignito possa guidare il Paese e difendere gli interessi italiani in Europa è facile immaginare. La seconda anomalia è che nel programma mancano del tutto indicazioni chiare sulle coperture dei molti e assai costosi provvedimenti annunciati, il che rende il programma semplicemente non giudicabile. Nessuno può essere ragionevolmente contrario alla riduzione delle tasse, o a dare un sussidio ai disoccupati, o a godere di più anni di pensione: la domanda, però, è a scapito di chi, visto che le risorse non piovono dal cielo.

C’è poi naturalmente il secondo scenario. Fra oggi e lunedì Salvini potrebbe convincersi che per la Lega è preferibile tornare al voto (i sondaggi danno il centro-destra al 40%, ovvero in grado di governare da solo). Oppure potrebbe succedere che programma, presidente del Consiglio e nomi dei ministri non passino il vaglio del Presidente della Repubblica, e che Mattarella decida di usare i poteri (e la crescente popolarità) di cui dispone per riportare il Paese alle urne.

Comunque vada, però, c’è almeno una cosa di cui, forse, dovremmo cominciare a prendere atto: in questi tre mesi il sistema politico italiano è cambiato profondamente, e per certi aspetti in modo irreversibile. Prima del voto si poteva ancora pensare che, fondamentalmente, il sistema politico fosse diventato tripolare: centro-destra, centro-sinistra, Cinque Stelle. I cinque Stelle erano riusciti, unico caso significativo in Europa, a mantenere una sorta di equidistanza fra destra e sinistra. Una equidistanza, o irriducibilità, che quasi tutti i partiti populisti rivendicano, ma che altrove non impedisce agli elettori di percepirli abbastanza chiaramente su uno dei due versanti politici fondamentali: i francesi pensano che il Front National di Marin Le Pen stia a destra, qualsiasi cosa ne pensi lei; spagnoli e greci pensano che Podemos e Syriza stiano a sinistra, per quanti sforzi leader come Iglesias e Tsipras facciano per sottolineare la loro assoluta novità e distanza dalla sinistra classica. In Italia no, in Italia Grillo è riuscito nel miracolo di costruire una formazione politica in cui potesse specchiarsi e identificarsi chiunque, quale che fosse la propria matrice ideologica o culturale.

Il movimento Cinque Stelle ha funzionato, finora, come il test di Rorschach. Così come, nelle macchie volutamente ambigue del test, ogni paziente può vedere cose diverse, e finisce per proiettare le proprie ansie e i propri sogni, così nel movimento di Grillo ogni elettore ha visto cose diverse, spesso proiettando i propri desideri. E’ così potuto accadere che in esso, oltre a qualunquisti, arrabbiati, idealisti, si siano identificate persone genuinamente di destra o di sinistra, semplicemente deluse (come dar loro torto?) dalla destra e dalla sinistra ufficiali, e speranzose che nel movimento di Grillo le proprie idee potessero, finalmente, trovare l’ascolto che meritavano.

Ora non più: dopo quel che è successo in questi 75 giorni, il Movimento Cinque Stelle non potrà mai più essere visto come prima, ovvero come un oggetto simbolico su cui chiunque può proiettare una buona parte di sé stesso. L’immagine di purezza e di neutralità si è dissolta quando Di Maio ha dichiarato esplicitamente di essere disposto sia a un governo con la Lega, sia a un governo con il Pd: da quel momento l’elettore sa che il voto ai Cinque Stelle potrà essere giocato su due tavoli che, in molti, continuiamo a percepire come alquanto diversi, se non opposti. L’immagine di sinistra si è dissolta quando, fallito l’accordo con il Pd (ed eventualmente con Leu), Di Maio si è rivolto risolutamente a Salvini e alla Lega, gettando nella costernazione quanti, intellettuali e comuni cittadini, avevano creduto (o voluto credere?) che, in fondo, i Cinque stelle altro non fossero che una sinistra più pura, meno compromessa con il potere, meno “serva di Berlusconi”.

Visti da questa angolatura, i 75 giorni che ci separano dal voto non sono passati invano. In essi, infatti, sono naufragate due eventualità che, ancora poche settimane fa, erano perfettamente aperte. La prima è la nascita di una sinistra di tipo nuovo, egemonizzata dai Cinque Stelle, con il Pd in posizione subalterna. La seconda è la sopravvivenza del tripolarismo, grazie alla natura ambivalente del grillismo.

Oggi un’alleanza Cinque Stelle-Pd è resa inconcepibile dal peccato originale dell’alleanza con Salvini, che a sinistra si continua a concepire come il diavolo. Ma altrettanto problematica è la sopravvivenza del tripolarismo: alle prossime elezioni i Cinque Stelle, proprio perché si sono mostrati disponibili ad ogni alleanza pur di conquistare il governo, non potranno più sottrarsi alla domanda: ma se ti do il voto, come lo userai? il mio voto al Movimento è un voto regalato alla destra o alla sinistra?

Certo, per metabolizzare fino in fondo quel che è successo, ci vorrà un po’ di tempo. Ma tutto fa pensare che, in caso di elezioni, nulla potrà essere come prima. Il Movimento Cinque Stelle manterrà una sua forza, specie nel Mezzogiorno, ma non potrà più calamitare come in passato gli elettorati di destra e di sinistra. Chi si sente di destra non potrà fidarsi granché di una forza politica che mette sullo stesso piano la Lega e il Pd. Chi si sente di sinistra non potrà continuare a vedere il movimento Cinque Stelle come una sorta di sinistra più sanguigna e più popolare.

Di qui, a mio parere, una certa asimmetria fra i destini delle due forze più moderate e meno anti-europee, ovvero Forza Italia e Pd. Con una destra solidamente seduta sul 40% dei consensi, ma ben poco propensa a rinnovarsi, la quota di Forza Italia dipenderà essenzialmente da come andrà l’avventura di Salvini, i cui voti potrebbero aumentare in caso di successo, e rifluire parzialmente su Forza Italia in caso di insuccesso. Quanto al Pd, è difficile non pensare che una parte dell’elettorato che ha scommesso “da sinistra” sui Cinque Stelle finisca per ritornare all’ovile, o per rifugiarsi nel non voto. Sempre che, a sinistra, non nasca qualcosa di nuovo e di diverso, che non sia il solito cartello di vecchie glorie.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 19 maggio 2018



Senza nocchiero

Nessuno sa ancora con certezza chi, nei prossimi mesi (e tantomeno nei prossimi anni), sarà alla guida del governo. Non sappiamo se si tornerà al voto fra 2 mesi, fra 1 anno, fra 2 anni, o alla scadenza naturale della legislatura, ossia nel 2023. Alcune cose, però, le sappiamo.

La prima è che le due forze più populiste ed ostili all’Europa, ossia Cinque Stelle e Lega, hanno la maggioranza dei seggi in Parlamento, e circa il 50% dei consensi nel Paese. La seconda cosa che sappiamo è che le autorità europee stanno perdendo un po’ la pazienza con l’Italia; pochi giorni fa il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici ha fatto notare che l’Italia non sta facendo alcuno sforzo per ridurre il deficit, nonostante gli impegni più volte sottoscritti dai suoi governi.

Non è tutto. Il Documento di Economia e Finanza (Def) è sostanzialmente vuoto, in attesa che si insedi un governo. L’inflazione non accenna a ripartire, con gravi effetti sulle prospettive del nostro debito pubblico. Le previsioni di crescita dell’Italia, a dispetto dell’ottimismo euforico dei governi degli ultimi anni, ci collocano all’ultimo posto nella zona euro. Il rapporto debito/Pil è inchiodato al 132%, e non ne vuol sapere di scendere. E, come se non bastasse, le clausole di salvaguardia prevedono un aumento automatico dell’Iva, che nessuno ha ancora detto se e come potrà essere evitato. Sullo sfondo, poi, incombe la fine del Quantitative Easing della Banca Centrale Europea, che finora ci ha permesso di “comprare tempo”, ma non può certo durare in eterno.

In queste condizioni, non ci vuole molta fantasia per immaginare che la pazienza delle autorità europee possa esaurirsi molto presto, forse già il 23 maggio, quando partiranno le “raccomandazioni” ai paesi membri, che la Commissione potrebbe accompagnar con un rapporto sul debito eccessivo.

Qualcuno, fra gli autoproclamati vincitori di queste elezioni (Cinque Stelle e Lega), forse inclina a pensare che, nel caso l’Europa tiri le orecchie all’Italia e pretenda il varo di una manovra correttiva, basterà battere i pugni sul tavolo, e dire semplicemente “no”. Purtroppo non è così. Non tanto perché le autorità europee pazientano da anni, e il duo Renzi-Padoan ha già ottenuto (peraltro senza litigare) tutta la flessibilità possibile, quanto perché il vero problema dell’Italia non è l’Europa, ma sono i mercati finanziari. La grande crisi del 2011 proprio questo dovrebbe aver insegnato: le autorità europee non contano quasi nulla, l’umore dei mercati conta tantissimo. Nel 2011 le autorità europee passarono, nel giro di pochissime settimane, dalle lodi alla politica economica del duo Berlusconi-Tremonti agli ultimatum all’Italia (ricordate la lettera della Bce?).

Che cos’era successo?

Semplicemente che i mercati finanziari fino alla primavera del 2010 erano stati in sonno, mentre a partire dall’estate si erano improvvisamente risvegliati, e per di più di pessimo umore.

Ecco perché Di Maio e Salvini si illudono. Quando uno Stato membro dell’Unione vuol fare di testa sua, le autorità europee o abbozzano, o sono costrette a mostrare tutta la loro impotenza. Basta ricordare il penoso tentativo di punire l’Austria, che (nel 2000) aveva osato eleggere un governo nazional-liberale sostenuto dal partito (presunto) “fascista” di Joerg Haider, o i recenti infruttuosi tentativi di imporre la redistribuzione dei rifugiati fra i paesi membri. Ma quando a fare di testa propria sono i mercati finanziari, le autorità europee alzano bandiera bianca e si adeguano. L’unica occasione in cui questo non è avvenuto è stata nel luglio del 2012, allorché, essendo a rischio a sopravvivenza dell’euro e non la salute di un singolo paese, a Mario Draghi fu concesso di pronunciare il suo famoso “whatever it takes”, che riuscì rapidamente a spegnere la speculazione.

Il problema dell’Italia è precisamente questo: se nei prossimi mesi, e specialmente in autunno quando dovrà essere varata la manovra finanziaria, i mercati si risvegliassero, non ci sarà benevolenza delle autorità europee che potrà proteggerci.

Articolo pubblicato sul numero di Panorama del 9 maggio 2018



Gli elettori 5 stelle e le bufale sulle regionali

Si sono da poco consumate le prime consultazioni elettorali dopo il terremoto delle politiche. In Molise e in Friuli-Venezia Giulia, i verdetti delle elezioni regionali hanno ampiamente rispettato ciò che gli analisti politici più attenti avevano previsto alla vigilia, con in entrambi i casi una vittoria larga (in Friuli) e di misura (in Molise) della coalizione di centro-destra, ormai decisamente a trazione leghista.

Ma i media non hanno perso l’occasione per sprecare titoloni su risultati che, tutto sommato, erano sicuramente preventivabili. L’iniziale strillo da prima pagina, in attesa degli scrutini, riguardava l’ipotetico crollo dell’affluenza: “C’è un vincitore assoluto, l’astensione. Oltre venti punti in meno rispetto alle politiche!”. Una notizia ovviamente falsa, come tutte quelle che riguardano la partecipazione alle amministrative, perché in quel tipo di elezione sono conteggiati come elettori potenziali tutti, anche chi risiede all’estero, mentre alle politiche questi ultimi entrano a far parte dei votanti non considerati nel territorio italiano.

Per cui in Molise, ad esempio, dove hanno votato soltanto 10mila persone in meno rispetto al 4 marzo, il calo reale è limitato a 4 punti percentuali, concentrati nei paesetti e nelle valli. Un po’ poco per gridare alla disaffezione. Un calo più considerevole si è effettivamente registrato in Friuli, ma non certo della portata evidenziata (-26%), bensì di poco più del 16%, la stessa quota di votanti delle scorse regionali del 2013, quando si votava peraltro in due giornate.

Seconda piccola bufala: crollano i 5 stelle, che perdono nettamente la sfida con il centro-destra! Ora, il fatto che abbiano perso è senz’altro vero, ma è altamente opinabile che questo sia da collegare, come molti hanno fatto, con il comportamento ondivago di Di Maio, incerto sull’alleanza di governo tra il centro-destra ed il Partito Democratico, o con un improvviso calo di consensi del movimento. La realtà è che l’elettorato dei 5 stelle è molto particolare, e non può essere equiparato tout-court a quello delle altre forze politiche.

L’elettorato pentastellato modula infatti la propria partecipazione elettorale, nelle diverse occasioni di voto, in riferimento alla loro salienza: più le consultazioni vengono percepite come importanti, decisive dal punto di vista dell’assetto complessivo del paese, più la loro partecipazione tende a crescere; più invece ci troviamo in presenza di consultazioni di secondo livello (come le europee) o di terzo livello (come le amministrative, regionali o comunali), più cresce al contrario la defezione alle urne. Questa sorta di partecipazione intermittente, quanto meno di una parte significativa dei votanti 5 stelle, diviene quindi il tratto distintivo di un elettorato la cui mobilitazione selettiva influisce in maniera determinante sul risultato complessivo.

È parzialmente fuorviante quindi affrontare l’analisi del voto, confrontando tra loro elezioni di diverso ordine, attraverso il classico approccio dell’incremento o del decremento nei valori percentuali di ciascun partito come indicatori del mutamento dei consensi, dell’appeal delle diverse forze politiche in campo. Ciò che funziona (ancora) per i partiti più tradizionali non pare poter essere applicato al Movimento 5 stelle, per il quale è invece determinante –come si è detto- il giudizio di una parte del suo elettorato sull’importanza percepita della consultazione elettorale.

Nel caso della Sicilia, ad esempio, nelle regionali di novembre 2017 il M5s ha ottenuto una quota di voti nettamente inferiore a quella delle successive politiche: a distanza di solo tre mesi, l’incremento dei consensi per i 5 stelle è stato di oltre 400mila voti, con un parallelo incremento del numero dei votanti (+350mila). Una situazione simile, seppur posposta, si registra per le due consultazioni regionali tenutesi meno di due mesi dopo il voto del 4 marzo. In Molise, il M5s perde dalle politiche quasi 13mila voti, con un decremento dei votanti di circa 8mila; in Friuli Venezia Giulia, il M5s perde 110mila voti, ed il decremento complessivo dei votanti si attesta a circa 150mila unità.

Difficile non leggere quei risultati partendo dal ricordato astensionismo selettivo che vede come principale protagonista l’elettore 5 stelle, motivato da stimoli di partecipazione fortemente influenzati non tanto dal clima di opinione prevalente, quanto dall’importanza da loro attribuita alla specifica elezione. Perché, tradizionalmente, le formazioni uscite vincenti da una consultazione elettorale, vivono nei mesi successivi una sorta di “euforia” della vittoria, che porta spesso nuovi adepti sulla scia del cosiddetto “effetto bandwagon”.

Nel caso dei 5 stelle, che pur registra un incremento di appeal nelle dichiarazioni di voto delle indagini demoscopiche, questo non si verifica al contrario nei veri appuntamenti di voto. Il motivo prevalente deve farsi necessariamente risalire a quanto argomentato più sopra: una sorta di disaffezione selettiva alle urne, che non intacca invece gli altri elettorati che, a sostanziale parità del numero dei propri elettori, o soltanto con un lieve incremento, ottengono percentuali nettamente superiori nelle amministrative rispetto alle politiche.

È dunque questo un elemento chiave che caratterizza l’elettorato più vicino ai 5 stelle: si tratta di cittadini che manifestano una elevata fedeltà di voto al proprio referente politico, con ridotti livello di “tradimento” a favore di altre formazioni politiche, ma con una tendenza molto accentuata alla defezione, a disertare cioè le urne nel caso di elezioni reputate non decisive. Come dire: quando decido di andare a votare, scelgo sicuramente i 5 stelle, ma il costo della mia mobilitazione deve valere la posta in gioco, altrimenti preferisco rimanere a casa.




Retoriche istituzionali

Ogni anno il 25 aprile, in Italia, diventa l’occasione per dare fiato alle trombe (ovvero ai tromboni) della Repubblica. Riti e atmosfere sono, sostanzialmente, quelli del vecchio sabato fascista: discorsi esaltanti conditi di speranze tradite ma non tramontate, appelli alle nuove generazioni perché «portino avanti» i valori di quanti contribuirono alla cacciata dello straniero e alla caduta della dittatura fascista, moniti agli amici dei tiranni, ‘mal seme d’Adamo’ che in settant’anni non s’è ancora trovato il modo di debellare. Alla rievocazione delle «giornate del nostro riscatto» seguono sempre regolarmente, passata la festa patriottica e resistenziale, le note dolenti su quanti non sembrano essere stati commossi dalla fusione comunitaria ma soprattutto sui giovani che non sanno nulla di fascismo e di antifascismo, di repubblichini e di partigiani e, quel che è peggio, sembrano ignorare la genesi e la natura della Costituzione italiana.

Alla culture of complaint non poteva non dare il suo contributo il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, che, da qualche tempo, non c’è giorno che non ci propini distillati di saggezza in articoli e in interviste. Liberissimo di farlo e certo nessuno può dolersi se esercita un diritto sacrosanto—e riconosciuto a tutti i cittadini—di consiglio e di predica. È un diritto, però, che hanno anche i lettori, talora francamente perplessi dinanzi ad affermazioni poco meditate—per non dire brutalmente, infarcite di equivoci e luoghi comuni. Ne è un esempio la breve intervista, È fondamentale Sbagliato non avere insegnanti ad hoc, rilasciata al ‘Corriere della Sera’ il 28 aprile u.s. «L’insegnante di educazione civica—esordisce il professore giurista—oggi potrebbe essere la chiave per aiutare i ragazzi a combattere la diffusione dell’ignoranza e l’orgoglio dell’ignoranza». Un tale insegnante dovrebbe spiegare agli allievi che cosa è stato il fascismo, come esso abbia soppresso le libertà politiche, che cosa abbia rappresentato la Resistenza, perché bisogna fare del 25 aprile il nostro 14 luglio, perché la nostra è la Costituzione più bella del mondo. «Tranne gli istituti tecnici», lamenta Cassese, «l’educazione civica nelle scuole non è stata quasi mai insegnata». Se ne deduce che sono i periti chimici e industriali nonché gli aspiranti ai diplomi di infermiere, ottico, odontoiatra etc. ad avere un alto senso delle idealità repubblicane mentre i liceali di una volta, in mancanza di docenti ad hoc, rischiano di non sapere nulla di Mussolini, Togliatti, De Gasperi etc.

I testi di educazione civica non mancano, rileva Cassese, (esemplare quello di Norberto Bobbio e Franco Pierandrei, Introduzione alla Costituzione), mancano le materie, mancano i professori. «Le persone debbono sapere da dove arriviamo, com’è nata e in quale momento la Costituzione, devono conoscere le tappe principali dell’Italia». Si capisce poco, per la verità, perché questo compito non possa venire affidato ai professori di storia (obbligandoli, semmai, nel corso dei loro studi universitari, a sostenere l’esame di ‘Istituzioni di diritto costituzionale’) e tanto meno perché debbano essere i laureati in Giurisprudenza a illustrare «le tappe principali dell’Italia», dal momento che, nel loro piano di studi, non c’è un solo insegnamento di storia moderna e contemporanea. (Come si vede da certe affermazioni di PM e giudici ordinari, in dichiarazioni alla stampa o in frenetiche interviste). «Non basta spiegare le norme, bisogna immergerle nella vita concreta |…| bisogna far capire come funziona un partito, cosa sono i sindacati, le formazioni sociali come le Ong. E lo si deve fare con i dati statistici». Giustissimo ma non sono questi i ‘saperi’ dei sociologi e degli scienziati politici assenti, come si sa, nelle scuole medie superiori tradizionali?

Un insegnante di ‘educazione civica’ che sia insieme giurista, storico, sociologo, politologo, statistico, conoscitore profondo della ‘vita concreta’ poteva solo essere un parto dell’ideologia italiana da sempre nemica dei settori di studio specifici, richiedenti competenze specifiche. Cassese, indica al suo professore il corretto cammino didattico: «Nella prima lezione li porterei ad assistere a una seduta in Parlamento. Poi li porterei dentro la Corte costituzionale». E fin qui niente da dire purché si trovino insegnanti in grado di far capire alle scolaresche, in visita alle istituzioni, gli arcana del linguaggio giuridico della Consulta e le reali poste in gioco nei dibattiti tra i politici di diverso orientamento alla Camera o al Senato. È la terza stazione di pedagogia civica, invece, a destare qualche perplessità. «Quindi inviterei un sindacalista. Affronterei con loro temi cruciali come l’immigrazione, cercando di far capire perché lo straniero che vive legalmente qui ha diritto all’assistenza, ma non può votare». (Ho cercato di spiegare, in realtà, la ratio di questa presunta contraddizione ma non credo di poter convincere chi scambia i suoi valori per principi iscritti, giusnaturalisticamente, nell’ordinamento del cosmo).

Restiamo sempre, come si vede, nel campo dei ‘massimi problemi’ e di una filosofia dell’educazione all’insegna del saper tutto, che affida al docente la missione di risvegliare le menti, in vista della formazione non del ricercatore cauto, circospetto, tormentato dal que sais je? di Montaigne e dal dubbio scettico di Hume ma del cittadino attivo, ‘impegnato nel sociale’, bene intenzionato, dopo aver conosciuto il mondo—grazie semmai a quattro filmati televisivi—, a cambiarlo.

Siamo sempre lì, la demonizzazione della weberiana Wertfreiheit e dell’illusione di una conoscenza neutrale prelude a una scienza posta al servizio dell’etica, giusta uno stile di pensiero che, dal cristianesimo all’illuminismo, dal fascismo al comunismo impronta tutto il canone occidentale. Che la musica sia questa lo prova l’invito rivolto al sindacalista. Perché solo al sindacalista e non anche all’imprenditore? Non sono entrambi ‘parti sociali’ e la Repubblica non è fondata sul ‘lavoro’—sia manuale che intellettuale—e non sui lavoratori come avrebbe voluto (subdolamente) il PCI? Il sindacalista potrà ben esporre i problemi del lavoro che rientrano nella sua sfera di competenza ma l’imprenditore non potrà fare opera analoga, mostrando di che lagrime grondi e di che sangue fondare e dirigere una fabbrica oggi, con gli enormi condizionamenti costituiti dalle pubbliche amministrazioni, dalle banche, dalle politiche fiscali dei governi? Il fatto è che, per Cassese, le parti sociali non stanno sullo stesso piano giacché i sindacati rappresentano l’interesse generale mentre gli industriali perseguono soltanto il loro utile privato. Se è così, niente da eccepire: ognuno la pensi come vuole. Purché non si finga che lo ‘stile di pensiero’ di una parte politica—quella di Cassese, di Gustavo Zagrebelsky, del compianto Stefano Rodotà e degli odierni teorici dei ‘diritti sociali’— sia quello che deve ispirare le scuole di ogni ordine e grado della Repubblica e formare i cittadini del domani.