Equivoci sullo “stato forte”

Nei suoi numerosi articoli e saggi Danilo Breschi, ha esplorato in lungo e in largo le complesse vicende dell’Italia contemporanea nell’ottica della storia delle dottrine politiche, insegnamento tenuto all’Università degli Studi Internazionali di Roma. Quale democrazia per la Repubblica? Culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946 (Ed. Luni) è il frutto maturo di lunghi anni di ricerca e del confronto con gli studiosi che più si sono occupati della nostra political culture e del suo impatto sulla società civile, da Roberto Pertici a Roberto Chiarini, da Paolo Pombeni a Ernesto Galli della Loggia. Perché in Italia non abbiamo avuto una democrazia liberale “a norma”? Perché da noi partiti, governi, istituzioni non sono stati l’alveo sicuro entro il quale il corso della modernizzazione è potuto fluire senza troppi sconvolgimenti sociali e politici? Breschi ne attribuisce la causa alla posizione di minoranza nella quale si trovarono uomini come Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Alcide De Gasperi, dinanzi alle tre grandi famiglie ideologiche – azionismo, social-comunismo, cattolicesimo sociale – che, sconfitte alle urne nel 1948, furono decisive nella redazione della Costituzione repubblicana e nell’interpretazione del passato come praefatio ad ducem. Ad accomunare quelle famiglie, nel triennio preso in considerazione da libro, è l’idea della “sostanziale marginalità del liberalismo di ascendenza risorgimentale e primonovecentesca. “Si tratta della convinzione che la democrazia liberale sia priva di contenuti etici e ideologici” che “non possieda un’idea direttrice, una dotazione di sen­so generale e collettivo” che sia incapace di “prendersi cura della formazione della coscienza individuale |…|. Sono il mercato, ossia gli interessi materiali, e la coscienza individuale, mantenuta tale, rigorosamente autonoma nelle proprie scel­te a determinare il suo corso, che resta costantemente instabile e al tempo stesso perennemente riequilibrantesi grazie all’omeostasi garantita dal primato della legge (rule of law), ovvero dalla solidità di istituzioni di governo fondate sul principio della separazione dei pubblici poteri che mutuamente si controllano”. L’individualismo, la democrazia liberale rappresentativa, il mercato vengono percepiti come agenti patogeni o comunque come istituzioni incapaci di mantenere unite le società. La borghesia, classe in declino, in quella che Renzo De Felice chiamava la vulgata antifascista, diventa il maggiore responsabile della conquista dello Stato da parte delle camicie nere. “La democrazia – ci si chiede – va intesa come mezzo, strumento per altri fini, oppure come fine in se stesso?”. La repubblica è un mezzo e non un fine” aveva detto Pietro Nenni al Teatro Brancaccio il 5 maggio del 1946.
Sono molte le ragioni che spiegano la persistente tendenza dell’”ideologia italiana” a considerare la democrazia liberale una forma vuota, da riempire con ardite riforme politiche o sociali ma, all’origine di tutte si trova “la rimozione del senso dello Stato e della cosa pubblica, la Repubblica appunto”. Per le nostre familles spirituelles – l’importante sono le squadre in campo e le strategie che hanno in mente: il campo da gioco, la comunità politica in quanto tale, non occupa le menti e non riscalda i cuori e le forme che essa può assumere interessano soltanto nella misura in cui consentono o meno l’entrata nella stanza dei bottoni. Regioni e corte costituzionale, per fare un esempio significativo, in un certo periodo vengono avversate, mentre in un altro, sono fortemente volute: tutto dipende dagli utili che se ne possono ricavare mentre nessuna considerazione viene riservata alla salus Rei publicae, alla forza ordinatrice dello Stato. E’ sempre vivo l’equivoco – condiviso dai panglossiani dell’ultraliberismo mercatista – che fa dello “Stato forte” l’incubatore del fascismo e del comunismo: un equivoco che distorce la realtà giacché fu proprio lo “Stato debole”, con la sua incapacità a mantenere l’ordine, a far rispettare le leggi, a punirne i trasgressori – fossero estremisti di destra o di sinistra – a spianare la strada ai regimi totalitari. Perdura, a ben vedere, la pericolosa illusione che le istituzioni sono in definitiva “sovrastrutture”, macchine ad uso dei guidatori più diversi, sicché non si concepisce neppure il dovere di battersi per una manutenzione della ‘casa comune’ che avvantaggerà non solo noi ma anche i nostri concorrenti politici. Da noi lo “spazio pubblico” non importa a nessuno perché è di tutti.




Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Oggi (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 28 gennaio) la temperatura dell’epidemia è rimasta sostanzialmente invariata (la diminuzione è stata inferiore al decino di grado), confermando una fase di stagnazione che perdura ormai da quattro giorni.  Il termometro di oggi segna 92.7 gradi pseudo-Kelvin (-0.1).

Alla base di questa stagnazione vi sono due fattori: da un lato vi è stato un leggero aumento dei nuovi contagi, dall’altro si è registrata una leggera diminuzione dei decessi. Gli ingressi ospedalieri stimati sono rimasti sostanzialmente stabili.

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -7.5 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

La temperatura dell’epidemia è stata calcolata considerando i soli casi identificati mediante test molecolare.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.




Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Anche oggi (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 27 gennaio) la temperatura dell’epidemia è scesa di poco meno di un grado. Il termometro di oggi segna 92.8 gradi pseudo-Kelvin (-0.7).

Questo risultato si deve alla stessa dinamica osservata ieri: sono lievemente calati i nuovi contagi e i decessi, mentre gli ingressi ospedalieri sono rimasti sostanzialmente stabili.

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -10.2 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

La temperatura dell’epidemia è stata calcolata considerando i soli casi identificati mediante test molecolare.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.




Ringraziamo l’avversario intelligente

Un texano bianco di una grassezza oscena che ostenta una sgargiante t-shirt raffigurante il volto di Donald Trump e un berretto da baseball con i colori della bandiera americana e che attribuisce la vittoria di Biden ad una colossale manipolazione delle macchine per la registrazione dei voti ad opera di George Soros; un salviniano dall’accento greve che esprime con frasi truci e sgrammaticate il suo rifiuto ad accogliere nuovi migranti; una giovane donna proletaria del nord dell’Inghilterra, scollacciata e sbracciata a mostrare un panorama ininterrotto di tatuaggi, che, sigaretta in una mano e hamburger nell’altra, dichiara di aver votato per la Brexit perché stufa di sentir parlare polacco nelle strade del suo quartiere.

Queste sono fra le tante immagini caricaturali che numerosi articoli di stampa, programmi televisivi, siti web, nonché un numero consistente di politici, si ostina a proporre al pubblico, con il sottinteso messaggio “ecco, sono gli imbecilli come questi ad opporsi al radioso avvenire che noi, i buoni, gli istruiti, vi promettiamo”. Il personaggio ignorante e volgare che viene mostrato come tipico di una certa tendenza non rappresenta solo l’avversario politico da combattere sul piano delle idee: è il Nemico, l’incarnazione stessa del male, e come tale dev’essere esposto al pubblico ludibrio. Intervistare trumpiani vestiti sobriamente e in grado di giustificare razionalmente la propria scelta elettorale, salviniani dai toni sommessi e portatori di almeno alcune istanze convincenti, Brexiteers che presentano discorsi lucidi e ben formulati … tutto ciò significherebbe venir meno al proprio dovere di crociati ed insinuare nel lettore/spettatore il dubbio che tutto sommato queste persone abbiano qualcosa di non del tutto inaccettabile da dire.

Certo i canali di informazione di proprietà privata e pertanto non soggetti agli stessi obblighi di imparzialità imposti alle emittenti pubbliche (va detto comunque che tali obblighi vengono assai spesso aggirati con metodi più o meno sottili) sono liberissimi, se vogliono,  di presentare macchiette anziché esseri umani  – anche se, così facendo, non dimostrano certo né una grande professionalità né il rispetto dovuto al pubblico, che deve essere informato e non manipolato. E fa comunque sorridere che non di rado il ricorso alle macchiette sia opera proprio di quei politici e giornalisti che normalmente si sgolano a cantare le lodi della diversità e a condannare senza quartiere ogni forma di odio, pregiudizio, stereotipo, e chi più ne ha più ne metta.

I problemi però non finiscono qui. Presentando l’avversario politico in forma deformata e parziale, politici e giornalisti fanno torto non solo al pubblico, ma anche, alla lunga, a se stessi, mettendo a forte rischio la propria credibilità. La gente non è così stupida: alla maggior parte di coloro che vivono nel mondo reale capita prima o poi di incontrare persone che risultano non conformi al cliché presentato, e a forza di vederle, di parlare con loro, si comincia a mettere in dubbio la caricatura. Senza contare che i tempi cambiano: con l’emergere di nuove problematiche sociali e politiche l’eccentrico, l’estremista, il paria di ieri possono facilmente diventare i protagonisti accettati, e talvolta riveriti, del presente. Pensiamo per esempio agli anni Sessanta e a come l’immagine di certi gruppi è radicalmente cambiata nella sua rappresentazione pubblica. Le femministe erano bollate da gran parte della stampa borghese come lesbiche isteriche; oggi molti degli stessi giornali ospitano regolarmente rubriche di denuncia del sessismo in tutte le sue forme. Gli omosessuali erano dipinti come, al meglio, malati, e al peggio, pervertiti i cui ambienti venivano regolarmente qualificati di “squallidi”; oggi chi non approva il matrimonio gay è considerato un cavernicolo di estrema destra. I giovani, e in particolare gli studenti, erano capelloni scansafatiche che acchiappavano al volo ogni scusa per non studiare; oggi gli stessi organi si distinguono per un acritico, patetico giovanilismo mirato chiaramente a non perdere lettori tra le nuove generazioni. Gli ecologisti erano derisi per le loro rivendicazioni, per il loro stile di vita e financo per le loro usanze alimentari; oggi si parla in continuazione di lotta ai cambiamenti climatici, di buoni-bicicletta, di città verdi, e vengono portati alle stelle i locali che offrono cucina vegana.

Forse a molti responsabili dei media questa perdita di credibilità importa ben poco: quel che conta (molto più della coerenza) sono le tirature, sono gli indici d’ascolto attuali, e ciò che è stato detto in passato per superficialità, ignoranza, conformismo può essere comodamente ribaltato senza patemi d’animo. Diverso è però il discorso per i politici: ingannarsi sul merito di certe argomentazioni dell’avversario (anzi, come si è detto, del Nemico) può costare molto in termini di consensi e talvolta portare ad un declino difficilmente recuperabile. E’ insomma pericoloso credere alla propria propaganda: eppure è tangibile, un po’ ovunque nel mondo occidentale, questa ostinazione a sottovalutare le ragioni chi non la pensa come noi, a crederlo nulla più che un cretino o una canaglia e ad illudersi che basti martellare il proprio messaggio perché ad un certo punto esca dalla scena con la coda tra le gambe.

Non è tutto. Anche chi comprende che l’opposizione non è da sottovalutare si riterrebbe comunque fortunato se, al posto dell’avversario agguerrito e capace, a fronteggiarlo ci fosse sempre un imbecille incapace di argomentazioni serie. Errore! In un confronto politico democratico, l’ultima cosa da augurarsi sono proprio i rivali di questo genere. Certo, all’inizio questi ultimi verrebbero sbaragliati senza grossi sforzi, si canterebbe vittoria… ma poi? A poco a poco, a forza di ricevere consensi si finirebbe per adagiarsi sugli allori, si perderebbe la capacità di valutare seriamente e spassionatamente il proprio operato, si rinuncerebbe a prendere atto delle nuove realtà sociali. E a questo punto, prima o poi, si perderebbe e ci si vedrebbe costretti a ricominciare da capo, con in più lo svantaggio di essere ormai disabituati a fare autocritica.

Si diventerebbe cioè come gli scolari ai quali il maestro dà sempre dieci anche quando meritano l’insufficienza, che in tal modo non riusciranno mai ad imparare seriamente. In politica, come nella vita, come a scuola, occorre trovarsi di fronte a sfide abbastanza impegnative da costringere a fare uso della propria intelligenza, evitare di impigrirsi, attrezzarsi per il confronto. Qui è forse utile un paragone con gli sport di squadra. Capita ogni tanto che per vari e imprevisti motivi una formazione calcistica trovi il campo sgombro da ogni rivale minimamente credibile e che continui così a vincere una partita dopo l’altra, conquistare coppe e scudetti a ripetizione. Tifosi contenti, finanziatori pure … senonché ad un certo punto, a forza di vittorie facili, la motivazione si fa sempre più fiacca, la concentrazione pure, l’allenamento viene preso un po’ sottogamba, la grinta si attenua, e così fino a quando i rivali rientrano in scena abbastanza ringalluzziti da dover essere presi veramente sul serio. Da questo momento è facile che comincino le sconfitte, e la stagione d’oro sarà ormai soltanto un bel ricordo.

Conclusione: un’opposizione che dà filo da torcere, un campo seminato di ostacoli, una serie di sfide impegnative e vissute come tali, sono non una sfortuna, bensì una benedizione. Solo in situazioni che impediscono l’autocompiacimento e la pigrizia mentale è possibile realizzare i progetti che ci stanno a cuore. Ringraziamo l’avversario intelligente. Per favore.




Il termometro dell’epidemia (release 1.0)

Dopo la battuta d’arresto di ieri, la temperatura dell’epidemia è scesa lievemente. Il termometro di oggi (ultimo dato disponibile, ore 18.00 del 26 gennaio) segna 93.5 gradi pseudo-Kelvin (-0.6).

Questo risultato si deve all’andamento dei nuovi contagi e dei decessi, in leggero calo rispetto alla scorsa settimana. Sono invece lievemente aumentati gli ingressi ospedalieri stimati.

La riduzione settimanale della temperatura è pari a -11.4 gradi.

Va ricordato, come sempre, che l’andamento della temperatura non riflette quello dei contagi attuali, ma quello dei contagi avvenuti 2-3 settimane fa.

La temperatura dell’epidemia è stata calcolata considerando i soli casi identificati mediante test molecolare.

Per maggiori dettagli si rimanda alla Nota tecnica.