Le elezioni dell’incertezza

Non tutte le elezioni sono eguali. Ci sono elezioni in cui il voto è carico di tensioni, perché le alternative sembrano radicali e drammatiche. E ci sono elezioni di routine, in cui partiti e media amano drammatizzare, ma pochi elettori ci cascano. Rientrano nel primo gruppo le elezioni del 1948, ai tempi del Fronte popolare comunisti-socialisti; quelle del 1976, quando molti si attendevano il crollo della Dc e l’avanzata del partito comunista; o quelle del 1994, sotto il ciclone di Mani pulite. Mentre rientrano nel secondo gruppo, quello delle elezioni tranquille, molti appuntamenti degli anni ’50, ’60 e ’80, ma anche degli anni ’2000. E le prossime elezioni?

A mio parere le elezioni del 2018 sono un unicum nella storia elettorale del nostro Paese. Ma questo non perché lo scontro politico sia incendiato dalle passioni, bensì per la ragione opposta: scetticismo, disincanto, sfiducia nella politica e disistima dei suoi protagonisti hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Non è tutto, però. La vera cifra di questo appuntamento non è né la passione, né il suo contrario, ovvero l’apatia: la sua vera cifra è l’incertezza. Uno stato d’animo che ha due volti distinti.

Il primo volto dell’incertezza è il futuro governo del paese. Non solo non sappiamo da chi saremo governati (questo è normale), ma non sappiamo quali alleanze i partiti che siamo chiamati a votare potrebbero stringere in futuro. Certo anche in passato si poteva nutrire qualche dubbio, ma i dubbi riguardavano alternative tutto sommato simili (1963: la Dc governerà con i socialisti o con i liberali?). Oggi è diverso: nessuno può escludere con sicurezza un governo Pd-Forza Italia, né un governo Cinque Stelle-Lega, e neppure un governo Cinque Stelle-Pd (con un Pd de-renzizzato, naturalmente).

C’è anche un secondo volto dell’incertezza, però, e forse è il più importante. In passato, quando a contendersi la vittoria erano il centro-destra e il centro-sinistra, non era difficilissimo immaginare che cosa ciascuno di essi avrebbe fatto una volta al governo. Oggi, invece, esiste una forza politica, il partito di Grillo, che l’elettore non ha ancora messo alla prova a livello nazionale, e di cui non è facile immaginare che cosa effettivamente farebbe una volta al potere. E’ innanzitutto per questo che le dichiarazioni e le gaffe degli esponenti Cinque Stelle sono al centro dell’attenzione. Ci stiamo attenti perché cerchiamo di capire che cosa succederebbe nel caso dovessero vincere le elezioni (eventualità improbabile), o diventare il primo partito e ottenere l’incarico di provare a formare un governo (eventualità tutt’altro che esclusa).

In attesa di un vero programma, che per ora non esiste, possiamo solo basarci su frammenti: le proposte di legge (come quella sul reddito di cittadinanza), i testi pubblicati sul sito del movimento, le dichiarazioni degli esponenti politici.

Da questi frammenti, possiamo tentare di ridurre l’incertezza su ciò che potrebbe attenderci.

Ma qual è il quadro che, per ora, emerge da questi frammenti?

Il primo elemento che salta agli occhi è uno strano cocktail di reticenza e di confusione. Nei giorni scorsi abbiamo sentito in tv una esponente del movimento dire che non saprebbe se votare no o sì in un referendum sull’euro, dichiarare che la Germania si permette un deficit del 9%, che i Cinque Stelle sono pronti a fare deficit pubblico al 3% se non oltre, nonché a spendere 150 miliardi di euro in 5 anni. Quanto al candidato premier lo abbiamo sentito parlare di 12 miliardi da recuperare tagliando le “pensioni d’oro”, salvo poi fare marcia indietro, qualche giorno dopo, e accontentarsi di colpire la componente retributiva degli assegni pensionistici, contrapponendo chi ha una pensione veramente elevata (8 mila euro, se ricordo bene) al povero pensionato a 300 euro al mese (una figura sociale inesistente, posto che sia la pensione minima sia l’assegno sociale superano ampiamente questa cifra).

Né le cose vanno meglio se, dalle dichiarazioni in tv, si passa a esaminare il piatto forte dei Cinque Stelle, il reddito minimo (erroneamente chiamato “reddito di cittadinanza”, nonostante non sia affatto destinato a tutti i cittadini). Qui sono almeno tre le cose che mi colpiscono. La prima è la sua profonda iniquità: essendo basato sul reddito nominale anziché sul potere di acquisto, esso è destinato a favorire i poveri che abitano nel Sud e/o in realtà rurali (dove i prezzi sono bassi), a danno dei poveri che abitano al Nord e/o in realtà urbane (dove i prezzi sono alti). La seconda è la sua totale incapacità di affrontare il problema che, in tutta Europa, affligge le misure di sostegno al reddito: come evitare che esso si trasformi in un disincentivo al lavoro, ossia in una misura puramente assistenziale. La terza è la scelta delle cosiddette coperture: se si analizzano attentamente, si scopre che la maggior parte di esse sono nuove tasse.

E qui veniamo al succo della visione politica dei Cinque Stelle. Nonostante qualche sparata contro gli sprechi della Pubblica Amministrazione, a me pare che il vero tratto distintivo dei Cinque Stelle rispetto alla maggior parte delle altre forze politiche (eccetto il neonato partito di Grasso), è la loro disponibilità ad aumentare sia il deficit e il debito pubblico sia le tasse, naturalmente specificando che i colpiti saranno i soliti pochi, ricchi e cattivi: finanzieri, banchieri, speculatori, corrotti, grandi evasori. Del resto non è una peculiarità dei Cinque Stelle, né in Italia né in Europa: se il populismo è, innanzitutto, domanda di protezione, non stupisce che esso si accompagni a una forte rivalutazione del ruolo dello Stato, come ombrello protettivo rispetto alle ingiustizie, alle diseguaglianze, alle ingerenze delle autorità sovranazionali (si pensi alle reiterate promesse di rinegoziare i trattati, a partire dall’odiato Fiscal compact).

Questa visione dell’economia e della società italiana, fortemente impregnata di dirigismo e di assistenzialismo, non è necessariamente catastrofica, ma non per questo è meno preoccupante.

Ci sono due scenari principali, infatti. Il primo è che, con l’esaurirsi del quantitative easing e la fine del mandato di Draghi, e in presenza di un governo che pratica con una certa disinvoltura la spesa in deficit, l’Italia torni nel mirino della speculazione internazionale come nel 2011. In questo caso, effettivamente, la finanza allegra dei Cinque Stelle potrebbe rivelarsi catastrofica.

C’è anche un secondo scenario, tuttavia, non catastrofico ma non per questo rassicurante. Una politica fatta di più tasse e, soprattutto, di più spese, potrebbe, molto semplicemente, sospingere più risolutamente l’Italia sul sentiero di declino che ha imboccato un quarto di secolo fa, all’inizio degli anni ’90. È da allora, infatti, che la nostra posizione relativa in Europa, e più in generale fra i paesi sviluppati, non ha fatto che deteriorarsi, in termini di crescita del Pil, tasso di occupazione, produttività del lavoro. E lo ha fatto per una ragione di fondo: sia prima sia dopo la crisi nessun governo è riuscito a invertire stabilmente la corsa delle tasse e delle spese correnti. Un’incapacità che, alla lunga, ha finito per soffocare l’economia, e relegare l’Italia agli ultimi posti in Europa. Non è certo un caso che, dopo la grande recessione del 2009, il ritorno alla crescita abbia interessato innanzitutto i paesi che, come Germania, Regno Unito, Irlanda, sono stati in grado di ridurre l’interposizione pubblica.

Certo, a tutto ciò si può obiettare, come spesso si sente ripetere nel mondo che ruota intorno ai Cinque Stelle, che l’importante è la redistribuzione, che il consumismo si è spinto un po’ troppo in là, che dopotutto la frugalità è un valore, che la decrescita può essere “felice”, o “serena”, come non si stanca di ripetere l’economista Serge Latouche, ascoltato guru dei grillini. Temo però che questa saggia visione del mondo, oggi sponsorizzata anche da economisti e filosofi di valore come Robert e Edward Skidelski (“Quanto è abbastanza” è un bellissimo libro: Mondadori 2013), si adatti di più agli individui e ai paesi ricchi, i quali dall’alto del loro conquistato benessere possono pensare tranquillamente a tagliare qualche consumo superfluo, che non agli individui e ai paesi che sono ancora lontani dai traguardi di benessere raggiunti dai primi.

Pubblicato su Il Messaggero il 23 dicembre 2017



Il compleanno della Costituzione: le promesse tradite

La Costituzione italiana sta per compiere 70 anni. Li compirà esattamente il 22 dicembre, anniversario del 22 dicembre 1947, quando la Carta fondamentale fu approvata dall’Assemblea Costituente. Settanta anni non sono pochi, nella vita delle persone non meno come in quella delle istituzioni. E un compleanno a cifra tonda è un’ottima occasione per tentare un bilancio.

Una parte del bilancio, quella strutturale, o puramente descrittiva, è presto fatta. La Costituzione in parte è rimasta monca (non si è mai avuto il coraggio di specificare gli articoli 39 e 49, per non limitare lo strapotere di sindacati e partiti); in parte è stata completata da interventi successivi, come quello sulla Corte Costituzionale (1953), quelli su composizione e durata di Camera e Senato (1963), quello sulle Regioni (1970); in parte, infine, è stata manomessa con più o meno successo, come quando il centro-sinistra è intervenuto sul Titolo V introducendo il federalismo (2001), o quando il centro-destra ha tentato invano di cambiare la forma di governo (2006), o ancora quando, sotto la pressione della crisi e delle autorità europee, il Parlamento ha rafforzato l’articolo 81 rendendo più rigide le norme sui conti pubblici (2012).

Più difficile, molto più difficile, è fare un bilancio valutativo. Perché un vero bilancio dovrebbe rispondere ad almeno due domande strettamente intrecciate. La prima: in questi 70 anni la Costituzione è stata tradita? La seconda: la Costituzione, così com’è diventata, è ancora all’altezza dei tempi?

Sulla prima domanda personalmente non ho molti dubbi. Comunque la si pensi sulla bontà della Carta originaria (un punto su cui gli osservatori sono divisi), è difficile occultare che almeno una decina dei 54 articoli iniziali (“Princìpi fondamentali” e “Diritti e doveri dei cittadini”) sono stati largamente ignorati e talvolta sostanzialmente traditi. Fra di essi, i più calpestati sono probabilmente quelli concernenti il lavoro (1, 4, 36) e lo studio (34).

I primi stabiliscono il diritto ad avere un lavoro (1, 4) e una retribuzione adeguata (36), nonché l’impegno della Repubblica a rendere effettivo tale diritto. Basta una breve occhiata alla traiettoria storica dei tassi di occupazione e di disoccupazione per rendersi conto che questo diritto, solennemente enunciato all’articolo 1 (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”), non è mai stato garantito, e negli ultimi due decenni è stato addirittura umiliato: oggi l’Italia non solo non è in un regime di piena occupazione (come la Germania e alcuni paesi del Nord) ma ha il tasso di occupazione giovanile più basso d’Europa.

Le cose vanno ancora peggio per quanto riguarda l’articolo 34, che nel secondo e terzo comma recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Anche questo diritto è negato e calpestato, come sa chiunque sia semplicemente “capace e meritevole”, senza essere anche povero. Oggi le pochissime borse di studio sopravvissute sono assegnate esclusivamente a coloro le cui famiglie, almeno sulla carta (attestazione Isee) versano in condizioni di disagio estremo. E uno dei drammi cui assisto all’università è che i pochi studenti davvero “capaci e meritevoli”, sono spesso costretti a lavorare per mantenersi agli studi, perché le loro famiglie sono modeste, ma non abbastanza povere da avere diritto alle limitatissime risorse disponibili. Così la concorrenza con i figli di papà diventa sleale, alla faccia dei principi egualitari e meritocratici proclamati in tanti articolo della Carta fondamentale.

Resterebbe la questione dell’attualità della Costituzione. Su questo, lo confesso, le mie sensazioni sono contrastanti. Da un lato ho molti dubbi sul fatto che il federalismo introdotto nel 2001, ma anche il regionalismo introdotto nel 1970, siano stati un progresso: il loro effetto è stato soprattutto di rendere più facile ad amministratori e politici dilapidare denaro pubblico. E ancora più dubbi ho sulla funzionalità del bicameralismo, che il referendum renziano del 2016 sciaguratamente non intendeva affatto eliminare, ma solo annacquare e imbastardire (con i senatori eletti dai consigli regionali). Dall’altro lato, però, mi assale anche un dubbio di segno opposto, e cioè che la maggior parte delle cose che non vanno, in Italia, non dipendano affatto dalla Costituzione, bensì dalla scarsa qualità degli uomini che dovrebbero rispettarla, attuarla, tradurla in norme e regolamenti: la lentezza del processo legislativo, ad esempio, dipende tantissimo dai regolamenti parlamentari e dalla irresponsabilità dei partiti, più che dal bicameralismo.

Sicché, alla fine, più che chiedermi se la Costituzione sia attuale oppure no, mi viene da farmi un’altra e più radicale domanda: e se il vero problema non fosse la Costituzione, ma fossimo noi stessi, cittadini italiani, con le nostre cattive abitudini, la nostra indifferenza, e in definitiva la nostra incapacità di sceglierci una classe politica decente?

Pubblicato su Panorama il 14 dicembre 2017

 




Intervento di Luca Ricolfi a Otto e Mezzo

La puntata del 16 Dicembre 2017




Mercato della politica/ Così i giovani pagheranno la caccia al voto degli anziani

Che gli anziani siano un segmento elettorale appetibile non è una novità. E tuttavia fa una certa impressione constatare quanto serrato sia il corteggiamento di cui oggi, a meno di tre mesi dal voto, sono fatti oggetto un po’ da tutte le forze politiche.

Berlusconi ha aggiornato la vecchia promessa di portare le pensioni minime a 1 milione di lire al mese (“Contratto con gli italiani”, 2001): ora l’impegno è ad alzare l’importo minimo a 1000 euro al mese. Pd e governo, a loro volta, molto hanno puntato sulla cosiddetta Ape social, ovvero sulla possibilità di andare in pensione anticipatamente senza perdite di reddito. Il movimento di Bersani e d’Alema (ora capeggiato da Pietro Grasso), ha appoggiato la posizione della Cgil, ostile alla legge Fornero e determinata ad impedire l’innalzamento dell’età pensionabile in funzione dell’aumento della speranza di vita. Quanto ai Cinque Stelle, a prima vista i più in sintonia con il mondo giovanile, la loro proposta di reddito minimo (erroneamente denominato “reddito di cittadinanza”) in realtà riguarda tutti, e dunque anche anziani e pensionati.

Naturalmente non è difficile indovinare le ragioni di tante premure verso gli anziani. La quota di popolazione over 64 sfiora il 27% dell’elettorato ed è in costante aumento, mentre la quota dei giovani dai 18 ai 34 anni è molto più bassa e in costante ritirata (oggi è appena sopra il 21%). A ciò si aggiunge il fatto che la partecipazione al voto tiene di più fra gli anziani che fra i giovani e, nel caso della sinistra, la circostanza che la base sociale delle forze di sinistra (e della Cgil) sia sbilanciata verso gli strati più anziani della popolazione.

Ma è giustificata tanta attenzione verso gli anziani?

In linea di principio certo che sì: non sono pochi gli anziani che vivono in condizioni di grave disagio economico, per non parlare dei mille guai (innanzitutto di salute) che tendono ad aggravarsi con il procedere dell’età. Se però ragioniamo in termini politici, ovvero di scelte che la politica è chiamata a fare, la diagnosi si capovolge completamente. In una situazione di risorse limitate, la domanda cruciale non è se un determinato gruppo sociale sia meritevole di attenzione oppure no, ma se lo sia più di altri. Detto altrimenti, l’interrogativo è se, dato un certo stock di risorse aggiuntive, sia ragionevole indirizzarle verso certi gruppi sociali piuttosto che verso altri. Viste da questa angolatura le cose cambiano completamente, per almeno due ragioni di fondo.

La prima è che, comparativamente, l’Italia è uno dei paesi che destinano la quota più alta di risorse alle pensioni, nonché uno dei paesi nei quali, di fatto, in si va in pensione più presto, a circa 62 anni gli uomini, a 61 le donne (fra i grandi paesi solo la Francia ha un sistema pensionistico più generosa del nostro: lì si va in pensione a 60 anni).

La seconda ragione ha a che fare con la crisi e l’evoluzione della diseguaglianza in questi ultimi anni. Nel periodo cruciale della crisi, ovvero dal 2007 al 2015, il reddito relativo (rispetto alla famiglia italiana tipo) delle varie fasce d’età ha seguito dinamiche diversissime, ma l’unica fascia di età che ha migliorato la propria posizione (+18.4%) è stata quella degli anziani, mentre quella che ha registrato il più drammatico arretramento è stata quella dei giovani (-10.4%). Una tendenza che è purtroppo confermata dalle indagini sulla povertà assoluta, che da anni registrano un deterioramento delle condizioni delle famiglie con capofamiglia giovane, e più in generale delle famiglie con minori a carico. Insomma, voglio dire che, se c’è una frattura che in questi anni ha reso la società italiana più diseguale, questa frattura è quella fra giovani e anziani. Un dramma, quello della condizione giovanile in Italia, che i dati più recenti sul mercato del lavoro purtroppo non fanno che ribadire: l’anno scorso, per la prima volta da quando esistono statistiche comparabili, l’Italia ha fatto registrare il tasso di occupazione giovanile più basso d’Europa, dietro Grecia e Turchia.

Ma c’è anche un altro senso, più sottile, nel quale i giovani sono penalizzati dalle forze politiche, da tutte le forze politiche. La stragrande maggioranza delle promesse che cominciano a circolare in vista delle elezioni dell’anno prossimo sono promesse di maggiori spese, ora a favore di una categoria ora a favore di un’altra. E nessuna forza politica prende veramente sul serio il nostro problema numero uno, che è il macigno del debito pubblico.

Ebbene, che cos’è l’incremento del debito pubblico? L’incremento del debito non è semplicemente un freno alla crescita, ovvero al tenore di vita futuro di tutti, ma è anche un prestito che gli adulti e gli anziani sottoscrivono oggi per poter consumare di più, e che i giovani di oggi, divenuti adulti domani, dovranno restituire comprimendo i loro consumi futuri. Alla faccia della solidarietà fra generazioni.

Articolo pubblicato il 16 dicembre 2017 su Il Messaggero




Il Gerrymandering e le bufale pre-elettorali

Finiti gli scontri sulla definizione e le regole della nuova legge elettorale, l’ormai ben noto “Rosatellum bis”, il mondo politico e giornalistico ha trovato un altro tema di polemica, quello riguardante la conformazione che devono avere i nuovi collegi elettorali. Il ritorno ai collegi uninominali, sia detto per inciso, è forse una delle poche cose buone che questa norma di voto ci ha restituito: un aggancio con il territorio che, sebbene molto più timido rispetto all’antico “Mattarellum” (come lo definì Giovanni Sartori), ha comunque il pregio di affiancare di nuovo il nostro paese alle modalità di voto delle principali democrazie occidentali, con la riconoscibilità delle candidature e una scelta forse più consapevole da parte degli elettori.

Qual è dunque il tema di questa nuova polemica? Nasce in buona sostanza dalla paura che il ritaglio territoriale che viene attuato nel disegno dei collegi possa determinare una sorta di “Gerrymandering” all’italiana. Elbridge Gerry era un governatore americano del Massachusetts che, nei primi anni del lontano Ottocento, disegnò i collegi del suo distretto elettorale in modo tale da massimizzare i voti per la sua parte politica (l’esempio classico è mostrato nella figura allegata). Dal momento che i confini dei nuovi collegi assomigliavano ad una salamandra (“salamander”, in inglese), i giornali dell’epoca coniarono questa infida pratica con l’appellativo, appunto, di Gerry-mander. Da allora questo termine si riferisce ad una pessima abitudine di alcuni legislatori di costruirsi i collegi a proprio uso e consumo, cosa che fecero in particolare i laburisti inglesi negli anni cinquanta del secolo scorso.

Per giorni sui nostri quotidiani si è discusso sulla possibilità che anche in Italia l’attuale ridisegno dei collegi, da parte dei partiti di maggioranza ed in particolare del Pd, potesse essere effettuato secondo queste cattive modalità, alimentando nuove polemiche su Matteo Renzi. Il caso maggiormente evidenziato è stato quello di Rignano, paese natale del segretario Pd, che era stato in un primo momento assegnato al collegio di Livorno, benché il comune sia territorialmente contiguo a Firenze mentre, dopo il suo intervento, si era proceduto a riunirlo al capoluogo regionale toscano. Era questa la prova evidente, secondo i critici, della volontà del legislatore di costruirsi i confini a proprio vantaggio, per massimizzare i propri consensi.

Ma sarà poi vero? O è la consueta bolla di sapone? Ricapitoliamo. In tutte le occasioni in cui si è cercato la scorciatoia del Gerrymandering la situazione elettorale era abbastanza stabile, talmente stabile che chi percorreva questa strada era ben consapevole dei probabili comportamenti di voto degli elettori residenti in quelle aree. In Italia, se vogliamo, un’operazione di questo stampo sarebbe stata produttiva negli anni Cinquanta o Sessanta, quando la mobilità elettorale era ai minimi termini, e ogni elezione ribadiva sostanzialmente quello che era accaduto negli anni precedenti, con soltanto lievi cambiamenti. Oggi non è più così.

Soprattutto dopo l’avvento del Movimento 5 Stelle ed il parallelo smottamento della fedeltà elettorale dei principali partiti italiani, tutte le occasioni elettorali che abbiamo avuto recentemente sono state una vera incognita: i tassi di astensionismo e di incertezza delle scelte dei cittadini sono sotto gli occhi di tutti. Fare previsioni, oltretutto a livello locale, è diventato quasi un terno al lotto, come ben sanno gli istituti di ricerca demoscopici, che trovano difficoltà sempre maggiori a produrre sondaggi attendibili, non certo per loro incapacità, ma per una montante indecisione dell’elettorato stesso.

In una situazione di questo genere, la costruzione a tavolino dei collegi – al fine di massimizzare il proprio consenso – potrebbe risultare alla fine un vero e proprio boomerang. Meglio lasciar perdere, e sperare nello stellone italico.

Pubblicato il 15 dicembre 2017