Palestina, due popoli in ostaggio

Quando si discute di Israele, degli attacchi del 7 ottobre e della conseguente invasione di Gaza, ci troviamo – quasi automaticamente – di fronte a due racconti standard. Secondo il racconto israeliano, l’origine del dramma è il rifiuto da parte palestinese della soluzione dei due Stati, patrocinata dall’ONU fin dal 1947; un rifiuto protratto e iterato per almeno mezzo secolo, man mano che le varie offerte israeliane venivano bruciate l’una dopo l’altra dai più o meno legittimi rappresentanti del popolo palestinese.

Secondo il racconto palestinese, l’origine del dramma è la nakba (la catastrofe) del 1948, ovvero l’espulsione violenta, per opera di forze israeliane, di 700 mila palestinesi dai loro villaggi e dalle loro terre; una espulsione che, sotto forme diverse, si è ripetuta innumerevoli volte nei decenni successivi.

Questi due racconti non sono falsi, o uno vero e l’altro falso. A modo loro, sono sostanzialmente veri entrambi, sia pure da angolature diverse. Il problema è che sono omissivi, gravemente omissivi. E lo sono sul medesimo punto e per la medesima ragione, e cioè perché rimuovono il ruolo realmente svolto dalle rispettive classi dirigenti.

Sul versante palestinese, e più in generale nel mondo arabo, manca qualsiasi riflessione sia sulla catastrofica e strumentale gestione della questione palestinese da parte degli stati arabi “amici” (a partire da Giordania e Egitto), sia sulla qualità delle leadership che – lungo 75 anni – hanno condotto le guerre e le trattative con Israele. Promuovere o tollerare la via del terrorismo, convogliare la maggior parte degli aiuti internazionali in armamenti, usare sistematicamente i civili come scudi umani, hanno inflitto al popolo palestinese sofferenze indicibili, di cui nessun leader è mai stato chiamato a rispondere. In questo senso, hanno perfettamente ragione quanti sostengono che il primo nemico del popolo palestinese sono i suoi capi e dirigenti, cui si deve l’impressionante sequenza di scelte autolesionistiche attuate dal 1948 a oggi.

Ma sul versante israeliano le cose non sono andate molto meglio, soprattutto negli ultimi decenni. Quel che i difensori di Israele sistematicamente dimenticano è che la costante di (quasi) tutte le politiche che si sono avvicendate dal 1948 in poi è stata la progressiva annessione, con l’occupazione militare e con gli insediamenti dei coloni, di terre originariamente assegnate dalle Nazioni Unite ai palestinesi. Certo, ci sono anche stati dei momenti in cui i governi israeliani hanno fatto passi indietro – come la restituzione del Sinai all’Egitto, o la cessione di porzioni della Cisgiordania, o la rinuncia alla striscia di Gaza – ma basta un’occhiata alla successione delle cartine che rappresentano i confini di Israele e la mappa degli insediamenti dei coloni per rendersi conto di due circostanze.

Primo, la tendenza di fondo è al restringimento della porzione di Palestina controllata dai palestinesi, che già era inferiore al 50% nelle intenzioni dell’ONU, ed è ridotta al 10% oggi (e a circa il 5% se escludiamo l’area B della Cisgiordania, a controllo misto israelo-palestinese).

Secondo, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono così numerosi, diffusi e puntiformi da rendere praticamente inconcepibile la formazione di un vero Stato palestinese, dotato di continuità territoriale, a meno di espellere centinaia di migliaia di coloni israeliani: la politica degli insediamenti, poco per volta, ha determinato una sorta di fatto compiuto irreversibile, che ipoteca il futuro di entrambi i popoli. Da questo punto di vista non saprei dire se fa più ribrezzo il cinismo con cui Netanyahu rifiuta la soluzione dei due Stati che lui stesso ha reso impraticabile, o l’ipocrisia di Biden, che finge che quella alternativa sia ancora sul tavolo.

Possiamo sentirci più vicini al popolo palestinese o a quello israeliano, ma è difficile non prendere atto che, entrambi, sono anche ostaggi e vittime (quanto innocenti?) di classi dirigenti che non sono state all’altezza.




Il partito impossibile

Presi da questioni di capitale importanza come la legittimità del saluto romano, le gesta del pistolero di Capodanno, o gli spot benefici di Chiara Ferragni, non stiamo forse dedicando la dovuta attenzione a un evento che avrà luogo a Berlino domani, sabato 27 gennaio: il primo congresso nazionale del nuovo partito BSW.

Di che cosa si tratta? E perché dovrebbe interessarci?

BSW sono le iniziali della parola tedesca Bündnis, che significa alleanza, e del nome della fondatrice, Sahra Wagenknecht. Nato pochi mesi fa da una scissione della Linke (il partito di estrema sinistra con forti radici nella Germania dell’Est), il nuovo partito è per certi versi un unicum, almeno in Europa. È infatti la prima volta in cui una nuova formazione politica si costituisce intorno alla questione migratoria, ma lo fa esplicitamente e inequivocabilmente da sinistra. Anzi, lo fa con un’analisi che si richiama a Marx, di cui peraltro Sahra Wagenknecht è stata una studiosa.

In estrema sintesi, l’idea centrale di Wagenknecht è che gli immigrati funzionino come “esercito industriale di riserva”, e quindi costituiscano una grave minaccia al benessere (ma anche alla sicurezza) dei lavoratori nativi. Di qui la necessità di limitare l’immigrazione irregolare, come misura di protezione dei ceti popolari.

Non è ovviamente l’unica idea che guida il nuovo partito. In politica estera, la BSW punta sulla ricerca di un compromesso economico-politico con la Russia. Sul versante europeo considera le politiche ambientaliste, fortemente sponsorizzate dai Verdi (al governo in Germania), come una grave minaccia agli interessi materiali dei ceti popolari, e innanzitutto degli agricoltori (da qualche giorno in rivolta in diversi paesi europei). Ma il nucleo ideologico centrale è quello lì: per difendere davvero i ceti popolari, non si può non cambiare rotta in tema di immigrazione.

Beninteso, l’idea non è nuova, né a livello filosofico né a livello politico.

In questo registro si esprimono o si sono espressi in passato filosofi di matrice marxista e forze politiche progressiste grandi, piccole e piccolissime. Fra i filosofi, Jean Claude Michéa, Slavoj Žižek, Costanzo Preve (e in Italia il suo allievo Diego Fusaro). Fra le forze politiche progressiste: nel Regno Unito, il nuovo Labour guidato da Keir Starmer; in Francia il movimento La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon; in Danimarca i socialdemocratici della premier Mette Frederiksen; in Italia il partito comunista di Marco Rizzo e, in parte, il Pd nella breve stagione securitaria di Marco Minniti, sotto il governo Gentiloni.

Ma sono casi diversi da quello di Sahra Wagenknecht. Perché un conto è un partito di sinistra che, per fronteggiare un’emorragia di voti, prende le distanze dal proprio passato, ripudia le politiche di accoglienza, e avanza proposte più o meno radicali di contenimento dei flussi migratori (dalla chiusura delle frontiere alla deportazione in Ruanda). E un altro conto è fondare un nuovo partito che, sull’ostilità all’immigrazione irregolare. fonda la propria ragion d’essere, e lo fa in nome dei ceti i cui interessi la sinistra storica aveva sempre inteso difendere.

Possono sembrare faccende che non ci riguardano. Ma basta un’occhiata agli ultimi sondaggi in Germania per capire che non è così. Il “partito impossibile”, annunciato da pochi mesi, già vola nei sondaggi (il più favorevole lo dà già al 14%). E a farne le spese sono un po’ tutti i partiti, di governo e di opposizione. Più esattamente, il voto per BSW consente di canalizzare sia la protesta contro il partito socialdemocratico del Cancelliere Scholz (troppo debole con gli immigrati, troppo punitivo con gli agricoltori), sia i voti di quanti scelgono l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) solo per disperazione, senza essere né razzisti, né convintamente di destra. In breve: la nascita di un partito securitario di sinistra, vicino ai colletti blu ma severo con l’immigrazione irregolare, ha la capacità di terremotare il quadro politico, togliendo voti alla destra estrema e riportando a sinistra elettori finora rifugiati a destra o nell’astensione.

E in Italia?

Il fatto che di un simile partito non vi sia traccia spiega perché il vento continua a soffiare nelle vele di Giorgia Meloni, mentre il vascello di Elly Schlein stenta a prendere il largo: il rifiuto di prendere sul serio il problema dell’immigrazione irregolare tiene irrimediabilmente lontani dalla sinistra gli strati medio-bassi.

È una verità amara, ma sarebbe saggio che la sinistra ne prendesse atto. Almeno si risparmierebbe la domanda che, da un paio di decenni, ne funesta i sogni: come mai i ceti popolari non ci votano più?




Saluto romano e giudici onniscienti

Dove finisce la libertà di manifestazione del pensiero?

Su questo non si raggiungerà mai un accordo, non solo perché abbiamo idee diverse, ma perché le leggi in materia lasciano ai giudici larghi (eccessivi?), margini di interpretazione delle norme. Apparentemente, l’articolo 21 della Costituzione garantisce la più ampia libertà di manifestazione del pensiero, perché fissa un solo limite: sono proibite le manifestazioni del pensiero “contrarie al buon costume”.

In realtà, di limiti ve ne sono tantissimi, ma non hanno quasi mai a che fare con il buon costume, nozione che l’evoluzione libertaria dei costumi stessi ha reso evanescente. I veri limiti alla libertà di manifestazione del pensiero derivano, innanzitutto, dalla necessità di bilanciare tale diritto con altri diritti o beni costituzionalmente protetti, come l’ordine pubblico, l’onore, l’integrità e la dignità della persona. Ma derivano anche da un altro fattore: sono le leggi stesse, a partire dalla legge Scelba (1952) e dalla legge Mancino (1993), che lasciano un enorme margine di discrezionalità al singolo giudice, le cui decisioni possono benissimo essere – e spesso sono – diverse da quelle di un altro giudice.

È quel che è accaduto, in particolare, con il saluto romano, e più in generale con le manifestazioni di atteggiamenti, pensieri, convinzioni favorevoli al regime fascista. Comportamenti che per alcuni giudici rientrano nella libertà di riunione, associazione e manifestazione del pensiero, per altri configurano il reato di apologia di fascismo (legge Scelba), per altri ancora violano la legge Mancino contro la “discriminazione razziale, etnica e religiosa”.

Si potrebbe pensare che le diversità di interpretazioni della legge siano una conseguenza logica inevitabile del meccanismo giuridico del bilanciamento fra diritti tra loro conflittuali. Nel caso di un processo per diffamazione contro un giornalista, ad esempio, un giudice potrebbe assegnare più importanza al diritto di cronaca del giornalista, o al diritto ad essere informato del pubblico, mentre un altro giudice al rispetto della dignità della persona.

Ma non è sempre così. Nei casi come quello di Acca Larentia, così come in quelli analoghi accaduti in passato e su cui nei giorni scorsi si è pronunciata la Corte di Cassazione, la vera fonte dell’ambiguità non è la mera competizione fra due diritti costituzionalmente protetti, ma – più fondamentalmente – la circostanza che la legge usa dei concetti che, per loro natura, si prestano a letture soggettive. Al giudice non si chiede di accertare se gli imputati abbiano o non abbiano commesso determinati atti, ma se il loro modo di commetterli abbia determinato il concreto pericolo di esiti sovversivi o violenti: ricostituzione del partito nazionale fascista, violenza e discriminazione nei confronti di membri di minoranze protette.

È un doppio salto mortale epistemologico, perché al giudice viene attribuita la facoltà di stabilire nessi causali, e di farlo non fra due fatti entrambi accaduti, ma fra un fatto accaduto (il comportamento incriminato) e un evento ipotetico che potrebbe derivarne come conseguenza. Ma il giudice, di norma, non possiede gli strumenti per stabilire nessi causali ipotetici, come peraltro – nella maggior parte dei casi non banali – non li possiede il miglior scienziato sociale.

Visto in questa prospettiva, forse è più chiaro il senso della recente sentenza della Corte di Cassazione sul saluto romano. Contrariamente a quanto è capitato di leggere, la Corte non ha sdoganato il saluto romano, ma ha fatto una cosa molto più importante, perché più generale. In sostanza ha detto: se volete perseguire le adunate e le manifestazioni del pensiero, dovete dimostrare che il comportamento dei manifestanti è effettivamente (ossia con alta probabilità) in grado di condurre ad esiti come la ricostruzione del partito fascista, la commissione di atti violenti, l’attuazione di pratiche discriminatorie. In poche parole: la Corte ha dato una sacrosanta tirata d’orecchi ai giudici.

Che tuttavia risulterebbe più convincente se il legislatore, a sua volta, la smettesse di scrivere norme che assumono l’onniscienza dei giudici.




Ma è proprio vero che le democrazie non si si fanno guerra?

Paradoxa—Forum

A commento di un post pubblicato qualche tempo fa su ‘Paradoxa-Forum’, avevo citato, peraltro senza alcun intento polemico, una pagina di Alexander Hamilton ben nota agli studiosi realisti delle relazioni internazionali.

È mai, in pratica, avvenuto che le repubbliche si siano dimostrate meno proclivi alla guerra delle monarchie? Non è forse vero che le nazioni sono influenzate dalle medesime avversioni predilezioni e rivalità che agiscono sui re? Non avviene forse che le assemblee popolari siano spesso soggette agli impulsi di rabbia, risentimento, gelosia, avidità e ad altre passioni irregolari e violente? Non avviene forse che le loro deliberazioni vengano spesso determinate da alcuni individui che godono della loro fiducia, e che esse siano pertanto soggette ad assumere l’impronta delle passioni e delle opinioni di tali individui? E il commercio non si è forse, fino ad ora, limitato a creare nuove cause di guerra? La brama di ricchezze non rappresenta, forse, una passione altrettanto tiranna e prepotente del desiderio di potenza o di gloria? Non è forse vero, dacché il commercio è divenuto il fulcro delle nazioni, che le ragioni commerciali hanno dato l’esca a un numero di conflitti armati pari a quello fornito dalla cupidigia di terre e di dominio? E lo spirito commerciale non ha forse, in molti casi, fornito nuovi incentivi all’uno e all’altro appetito?  Il Federalista, n.6

 Ritengo che la rimozione di questa saggezza antica sia dovuta alla sottovalutazione della dimensione nazionale della politica ovvero al primato conferito alle ‘forme di governo’ – o, ma sempre meno, agli assetti sociali di un popolo – su quelle che un tempo venivano dette le ‘ragioni degli Stat’. Tale sottovalutazione porta a ritenere di senso comune l’idea che tra regimi politici democratici sia pressoché impossibile venire alle mani, essendo le guerre causate solo dall’ambizione dei despoti –tiranni, dittatori totalitari – che, con la violenza, si impadroniscono del potere e infiammano i popoli oppressi proiettandone all’esterno l’aggressività.

In realtà, la storia è molto più complicata. Stati come l’Inghilterra e l’Olanda, che nel 600 e nel 700 erano, sotto il profilo culturale, istituzionale, religioso, gli avamposti della modernità, non dovettero  alle affinità elettive la fine delle loro ostilità ma alla vittoria delle armi britanniche, che nel corso di quattro guerre – dal 1652 al 1783 – imposero ai Paesi Bassi il dominio di Sua Maestà Britannica negli Oceani. “Rule, Britannia! rule the waves:/Britons never will be slaves”. Padroni dei mari, gli Inglesi estromisero i loro avversari dall’America del Nord – dove New Amsterdam divenne New York – e nell’Asia ridussero le aree da loro controllate. Nel 1812, poi, assistiamo alla guerra dei liberi Stati Uniti contro la parlamentare Inghilterra che si concluse non col richiamo ai Saggi sul governo civile di John Locke ma con la vittoria sul campo dei primi che misero fine a ogni ingerenza della seconda negli affari del continente americano, limitandone la presenza al Canada.

Si dirà che tra le due classiche rivali storiche, la Francia e la Gran Bretagna, a partire dal Congresso di Vienna (1815), venne meno ogni contenzioso di politica estera, specie con la caduta dei Borbone e l’instaurazione a Parigi di regimi politici più o meno liberali (ove si eccettui il Secondo  Impero divenuto anch’esso, però, liberale dagli anni sessanta). Sennonché alla base dell’entente cordiale vi era la sconfitta definitiva, a Waterloo, di ogni velleità francese di egemonia sul vecchio Continente (Napo-leone aveva ripreso, con la stessa sfortuna, il disegno imperiale di Luigi XIV). Fedele alla sua direttiva di politica estera, volta a impedire a qualsiasi stato di porre l’Europa sotto il suo controllo – v. il testo classico di Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia 1948 – Londra, col suo formidabile esercito di terra divenuto col tempo non meno temibile della sua Marina, riuscì a preservare un equilibrio geopolitico, indipendente dalle ‘forme di governo’. Tanto per fare un esempio, cosa aveva a che fare il suo rapporto privilegiato col Portogallo con le culture e gli assetti istituzionali lusitani?

 In definitiva, gli Stati obbediscono alle logiche delle proprie ‘ragioni’, che prescindono da democrazia e dittatura, da liberalismo e conservatorismo. Né si dica che il primo conflitto mondiale dimostrerebbe il contrario. Nella propaganda dell’Intesa si sbandierava il conflitto delle democrazie contro quanto restava dell’Ancien Règime ma la realtà era ben diversa. Stati civilissimi come l’Austria-Ungheria – un laboratorio di culture raffinatissime, dalla psicanalisi alla filosofia del linguaggio, dalla musica all’architettura – o come la Germania – un paese all’avanguardia del progresso scientifico, intellet-tuale, industriale: Bertrand Russell, in fatto di libertà, ne trovava più nelle Università tedesche che in quelle inglesi – non potevano certo dirsi meno democratici dell’Italia, che solo nell’età giolittiana aveva cominciato a liberarsi parzialmente dalle condizioni di arretratezza civile ereditate dal Risorgimento. L’Impero asburgico non crollò per carenza di democrazia – le minoranze etniche vi venivano rappresentate come dimostra il caso di Alcide De Gasperi deputato del Trentino – ma per l’insurrezione delle nazionalità. A ragione o a torto si riteneva che solo il mazziniano principio di nazionalità – fatto valere senza successo dal Presidente Woodrow Wilson – potesse portare a una pacifica convivenza tra i popoli dell’Europa centro-orientale. Forse era un’illusione anche questa, specie considerando il groviglio etnico delle regioni elbane e danubiane, ma certo per quell’illusione i popoli erano disposti a morire e a far saltare i vecchi contenitori statali.

Sarebbe salutare, anche per i clercs del nostro tempo, rimeditare quella bellissima pagina di Benedetto Croce in cui il filosofo si chiedeva, nel novembre del 1918, che motivo ci fosse di fare festa per la fine della guerra.

“Grandi imperi che avevano per secoli adunato e disciplinato le genti di gran parte dell’Europa, e indirizzatele al lavoro del pensiero e della civiltà, al progresso, umano, sono caduti; grandi imperi ricchi di memorie e di glorie; e ogni animo gentile non può non essere compreso di riverenza dinanzi all’adempiersi inesorabile del destino storico, che infrange e dissipa gli Stati come gli individui per creare nuove forme di vita. Gli eroi di Shakespeare – modelli di umanità – non fanno festa quando hanno riportato il trionfo e atterrato i terribili nemici; ma si sentono penetrare di malinconia e le loro labbra si muovono quasi, soltanto, per commemorare ed elogiare l’uomo, che fu loro avversario e di cui procurarono, essi, la morte!”.

 D’altra parte come si poteva parlare del conflitto delle democrazie contro gli stati autoritari quando, dalla parte dell’Intesa, si trovava la Russia zarista? Quest’ultima, va ricordato, diede il pretesto a intellettuali nazionalisti come Max Weber di giustificare la guerra della Germania con il proposito di abbattere l’unico governo asiatico che era riuscito a trapiantarsi in Europa.

 No, la guerra del 1914/18 – guerra di spazi vitali, di ricomposizioni territoriali, guerra di ‘Leviatani dalle viscere di bronzo’ per dirla con Croce – non c’entrava nulla con le forme di governo, come   c’entrano poco le guerre in corso che dovrebbero essere affrontate ‘realisticamente’, valutando costi e benefici, perdite e ricavi, attenendosi alla weberiana ‘etica della responsabilità’ che guarda non a quello che passa nella mente delle anime belle ma alle conseguenze dell’agire e, soprattutto, alla salvaguardia delle vite umane. Non sono le ideologie a scatenare le guerre – la Francia di Francesco I non si era alleata con la Sublime Porta? – ma le costellazioni di potere, gli assetti internazionali prodotti dal tempo, le questioni legate alla sicurezza dei confini, alle necessità economiche, alle fonti di approvvigionamento e ai costi delle materie prime. Se due stati, che trovano conveniente allearsi, hanno le stesse istituzioni, tanto meglio ma se non le hanno cambia poco. “È una canaglia”, diceva Lyndon Johnson del dittatore filippino Ferdinand Marcos, “ma è la nostra canaglia!”. Lo stesso avrebbero potuto dire Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt di Iosif Stalin.




Salvate il soldato Schlein

Quando, poco meno di un anno fa, Elly Schlein espugnò il Pd, una delle prime cose che disse fu che il male era anche dentro il Pd, che c’era molto da fare dentro il partito, e che non voleva più vedere né “stranezze nei tesseramenti”, né “cacicchi” né “capibastone”.

Non so se fosse consapevole di quanto antiche fossero quelle pratiche nel mondo post-comunista, o se ricordasse che a evocare per la prima volta l’espressione “cacicchi” per stigmatizzare le correnti del partito era stato – un quarto di secolo fa – nientemeno che Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, il partito erede del Partito Comunista, e secondo anello della catena Pci-Pds-Ds-Pd.

Né so se la neo-segretaria si rendesse conto che, ai membri del suo partito, quelle parole avrebbero potuto ricordare quelle pronunciate da Renzi pochi anni fa, dopo aver lasciato il Pd: “il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il Pd ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito”.

Soprattutto, non so se Elly Schlein, quando ebbe a pronunciare quelle parole di rinnovamento e di speranza, avesse contezza dell’enormità dell’impresa che si accingeva a compiere. Perché, dieci mesi dopo le fatidiche parole contro i cacicchi, l’impressione è che la guerra la stiano vincendo proprio loro, i signori delle tessere, i notabili locali, ma soprattutto i capi delle correnti.

E non sto pensando solo alle guerre sulle candidature, per le elezioni Regionali come per le Europee. O agli episodi che hanno visto i membri del Pd dividersi (cioè votare diverso) sia in Europa, sia nel Parlamento italiano: è successo nei giorni scorsi sulle armi all’Ucraina, ed è successo sull’abolizione del reato di abuso di ufficio.

Quello che più mi colpisce non è l’incapacità della segretaria di imporre a tutti la disciplina di partito, come accadeva ieri nel Pci e accade oggi nel centro-destra, ma è la sua incapacità di sciogliere i nodi politici di fondo. Hai un bel dire che è bello stare in un partito in cui si discute, o trastullarsi sulle pochissime cose su cui non c’è dissenso (salario minimo legale e più soldi alla sanità), il vero problema è tutto il resto. Sulle cose che contano, il Pd è diviso fra quanti la pensano come i Cinque Stelle, e quanti la pensano – se non come Renzi e Calenda – come il Pd prima del governo giallo-rosso.

Quali sono queste cose che contano?

Sono almeno cinque: l’atlantismo e la guerra; l’assistenzialismo e il reddito di cittadinanza; la riforma della giustizia; il mercato del lavoro; la patrimoniale e le tasse.

Su questi temi la segretaria, finora, non ha ancora saputo assumere una posizione chiara e netta. Detto in termini classici, non ha saputo scegliere fra massimalismo e riformismo. O forse sarebbe più esatto dire: in cuor suo ha scelto, ma non ha la forza di esplicitare e imporre la sua linea al partito.

È anche questo, a mio parere, il motivo per cui i cacicchi (e le cacicche) prosperano, e  della guerra contro le correnti non si scorge traccia. Se non scegli, se non dici per andare dove invochi il diritto di decidere, non fai che alimentare il brodo in cui prosperano le fazioni, le cordate, le piccole alleanze di potere.

È un peccato, soldato Schlein. Si può preferire la tua linea o quella di Bonaccini, ma era sano che chi – con le sue idee – era salito sul ponte di comando, poi quelle medesime idee avesse la forza, la volontà e la possibilità di farle vivere. Ed è insano che, chi la battaglia delle idee l’aveva vinta, debba restare intrappolato nella palude, vittima delle imboscate dei suoi stessi commilitoni.

Perché di una cosa si può stare sicuri: se non osa combattere la battaglia per le proprie idee, e rinuncia a debellare le correnti, alla prima difficoltà i cacicchi del suo partito faranno quello che hanno fatto con tutti i segretari. E non ci sarà nessun commando a salvare il soldato Elly (o la soldata Elly?).