Gli orfani del 68 e il loro strano mentore

Se si dialoga con un reduce del 68 e delle lotte studentesche degli ‘anni formidabili’, raccontati da Mario Capanna, una sensazione di profondo sconforto s’impadronisce dell’animo. Il pensiero va alla scena finale del film del 1954 Un americano a Roma del grande Steno dove si vede il padre di Nando Mericoni (interpretato da uno straordinario Alberto Sordi) che,chino sul figlio bendato sul letto d’ospedale, alludendo alle manie che lo hanno quasi ridotto in fin di vita, sospira “Speriamo che ora sia guarito!”. Il film si chiude con la voce fuori campo di Sordi:”ma guarito de che?”.

  Al nostro interlocutore antagonista, neppure la caduta del Muro di Berlino ha portato la guarigione. Se gli si chiede di pronunciarsi sui regimi comunisti al di là della cortina di ferro, lo fa con fastidio e insofferenza. Quei regimi, per lui, appartengono ormai al passato e furono risposte sicuramente inadeguate a problemi che continuano ad essere più irrisolti che mai nel nostro tempo. I partiti comunisti crearono rigide burocrazie che realizzarono alcune importanti riforme, nel segno dell’eguaglianza e della giustizia sociale, ma crearono pure democrazie popolari incapaci di garantire la partecipazione e la libera discussione sulle scelte dei governi. Di qui le repressioni del dissenso, giustificate anche da un accerchiamento internazionale che costringeva a serrare le file e a vigilare sulle quinte colonne e i loro (spesso inconsapevoli) alleati.

Non si parli, però, di totalitarismo, categoria della guerra fredda con la quale si volle accreditare l’idea che le ‘democrazie totalitarie’—rosse o nere—avessero un’unica matrice ideologica e culturale.

E quanto alle esaltazioni di spietati dittatori come Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Castro che inducevano i ‘contestatori’ non solo a ripetere gli slogan dei loro libretti rossi ma anche, talora, ad adottarne modi di vestire e hobbies (ad es., la pipa ,la divisa, gli scacchi), si tratta di cose da rimuovere, illusioni generose di gioventù giustificate, peraltro, dall’imperialismo americano, dal Vietnam, dal crollo della democrazia in Cile, con il colpo di Stato di Augusto Pinochet del 1973. Le repressioni di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968, al confronto, furono episodi tutto sommato secondari, da attribuirsi ai” compagni che sbagliavano”. In ogni caso, rievocarli significa fare del bieco, strumentale, anticomunismo, inteso a riattizzare una guerra civile utile solo a far dimenticare le vere tragedie del presente.

  L’orfano del 68, che non vuol sentir parlare del comunismo, ritiene, in linea puramente teorica, che anche il fascismo appartenga ormai alla storia ed è portato a snobbare quanti se ne occupano ancora.

Curiosamente, però, se il fascismo non è attuale, l’antifascismo, per lui, continua ad esserlo giacché oggi non ci sono più i moschettieri del duce ma qualcosa di ben più inquietante e di più nero delle camicie nere: la globalizzazione capitalistica e finanziaria che a Washington ha la sua centrale operativa e i cui tentacoli planetari rappresentano una minaccia di estinzione per i popoli e le culture non occidentali. Davanti al Moloch statunitense e ai suoi alleati, che massacrano a Gaza decine di migliaia di palestinesi, il richiamo all’antifascismo è una sana e fisiologica reazione naturale.

  Ha scritto Franco Cardini—in Neofascismo e neo-antifascismo, Ed. La Vela 2018—che, con tutti i crimini che il totalitarismo– nelle due forme classiche nazista e comunista–possa aver commesso, “non riesce a eguagliare quelli commessi dal capitalismo liberal-liberista: che è peggiore di entrambi messi insieme e che–se essi hanno insanguinato una parte del mondo, senza dubbio con spaventosa intensità, per pochi decenni—ha invece infierito sulla totalità del pianeta per lunghi secoli predicando libertà, giustizia e diritti umani ma seminando intanto ingiustizia e violenza e mietendo sofferenze e massacri pur di realizzare il suo spietato progetto di oppressione finalizzata alla rapina di materie prime e di forza-lavoro. Quel che sul serio, e profondamente, i liberal-liberisti non sanno, non possono e non vogliono perdonare al totalitarismo è di avere introiettato nella vita europea quei metodi dei quali il capitalismo colonialista si è per secoli servito fuori dal nostro continente mentre mostrava entro i confini di esso, una maschera civile e ben educata”.

Non riesco a capacitarmi del fatto che uno storico serio e prestigioso come Franco Cardini porti al Tribunale della Storia–e sottoponga a giudizio universale–, da una parte, due ‘individui’ con nomi e cognomi—fascismo e comunismo—e, dall’altra, vicende di popoli diversi in tanti secoli diversi, come se fossero imputabili ad un unico Soggetto–tanto cinico quanto consapevole– che, nel tempo, assume varie e impreviste forme. E’come portare davanti ai magistrati, da un lato, Jack lo squartatore e, dall’altro, il dio Proteo al quale si imputano tutte le nefandezze del capitalismo liberal-liberista, per saecula saeculorum.“Vuoi mettere le decine di donne londinesi ammazzate e sfigurate dal mostro con i milioni di vittime immolate da Proteo sull’altare del bieco denaro?” È uno stile argomentativo che lascia sinceramente perplessi.. Costruzioni della mente e categorie ideali diventano vere e proprie Persone,” individui cosmico-storici”, per dirla con Hegel, più reali degli uomini in carne ed ossa.

Forse andrebbe ricordato Max Weber quando scriveva che ”i tipi ideali hanno sempre, e necessariamente solo una validità molto relativa e problematica, se vogliono essere considerate come una rappresentazione storica. di ciò che esiste empiricamente” anche se poi sono indispensabili “ mezzi concettuali per la comparazione e per la misurazione della realtà”. Nello stile di pensiero olistico (che caratterizza anche se non esaurisce il pensiero totalitario) il metro diventa la ‘cosa’ e la cosa un transeunte fantasma storico.

Sennonché, ci si chiede, perché  dovrebbe esserci un nesso forte tra i massacri coloniali di stati dediti alla “rapina di materie prime e di forza-lavoro” e le loro istituzioni–democratiche, conservatrici o liberali che siano? Non è forse vero, ad es., che in nome degli ideali dell’89—v. Georges Clemenceau– come in nome di una ideologia tradizionalista—v. Charles Maurras–, non pochi cittadini, partiti, movimenti politici si opposero alle conquiste coloniali? E perché queste ultime dovrebbero indurre a mettere nello stesso calderone gli stati e i regimi politici più opposti e lontani nel tempo? La violenza coloniale, in realtà, negli scritti dei nemici implacabili del modello occidentale, fa scendere sulla Terra la classica notte nera in cui tutte le vacche diventano nere.

Quando Cardini dismette l’abito severo dello storico medievista e impugna la penna del polemista– dell’intellettuale impegnato e indignato,”cattolico, europeista, socialista”(sic!)–, diventa suo malgrado, l’ideologo del più superficiale reducismo sessantottesco. Con una differenza fondamentale: che al liberal-liberismo Cardini non perdona la distruzione della Tradizione, delle culture diverse da quelle occidentali, delle religioni che l’albagia dell’uomo bianco considera mere superstizioni, laddove il reduce degli ‘anni formidabili’, vede nell’area euro-atlantica l’ostinata resistenza del ‘mondo di ieri’ a non lasciarsi travolgere dalle forze della modernità e del progresso sociale. Certo è che l’uno e l’atro non lavorano per la  convivenza pacifica  ma foggiano armi concettuali per la guerra civile.

[articolo uscito su Paradoxa-Forum il 2 febbraio 2025]




A proposito del piano Nordio – Più o meno carcere?

Sono passati 13 anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condannò l’Italia per trattamenti “disumani e degradanti” a causa del sovraffollamento carcerario, ma le cose paiono tornate al punto di partenza. Oggi i detenuti sono circa 64 mila, circa 7500 in più di quanti erano alla fine del 2022, al momento dell’entrata in carica del governo Meloni. I posti effettivi in carcere sono circa 47 mila, con un tasso di sovraffollamento che supera il 135% (mediamente: 4 detenuti ogni 3 posti). In breve: mancano 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il “Piano carceri” (varato l’anno scorso) si ripropone di creare o attivare entro il 2027.

Inutile dire che, oggi come ieri, la situazione di molte carceri (per fortuna non di tutte) non è degna di un paese civile, come mostrano due indizi difficilmente equivocabili: l’alto numero di suicidi degli ultimi anni (80 nel 2025) e i risarcimenti dei detenuti cui il nostro paese è obbligato per violazione dell’articolo 3 della CEDU (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).

Ma non si tratta solo di questo. La mancanza di spazi detentivi restringe gravemente l’estensione delle aree dedicate ad attività lavorative, sportive, culturali, ricreative o di cura. Un deficit amplificato dalle carenze di personale specializzato – psicologi, medici, educatori, assistenti sociali, mediatori culturali – tutte figure senza le quali diventa difficile rispettare l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sotto questo profilo sono benemerite, e degne di ogni attenzione, le denunce che da oltre 30 anni provengono dall’Associazione Antigone con i suoi resoconti della situazione delle carceri. Meno convincente, invece, appare l’ostilità di esponenti di Antigone e di alcune forze politiche a ogni progetto di ampliamento degli spazi di detenzione (come il recente piano carceri del ministro Nordio). L’idea che il carcere sia una misura-limite, da adottare solo in casi eccezionali, e che la lotta alla criminalità possa essere condotta avvalendosi quasi esclusivamente di misure alternative al carcere si scontra con alcune obiezioni notevoli.

Prima obiezione: il carcere non ha solo funzioni di deterrenza, punizione e rieducazione, ma anche di protezione della società, ovvero dei cittadini potenzialmente vittime di chi ha già commesso uno o più reati gravi. È quella che tecnicamente viene chiamata funzione di “incapacitazione”, ovvero rendere materialmente impossibile la commissione di altri delitti. Contrariamente a quanto credono di sapere i difensori della linea anti-carcere, non esiste alcuna prova statistica che i danni dell’incarcerazione (più recidiva domani) siano maggiori dei vantaggi dell’incapacitazione (meno reati subito). Tanto più se il confronto non viene effettuato usando come base la situazione carceraria presente (non priva di effetti criminogeni) ma usando come termine di riferimento un sistema carcerario riformato secondo il dettato costituzionale, con più spazi e più personale volto alla rieducazione. Da questo punto di vista l’opposizione all’aumento dei posti in carcere appare ben poco attenta alle esigenze materiali dei reclusi, che del sovraffollamento sono le prime vittime.

Seconda obiezione: mentre è verissimo che nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti rispetto al numero di posti, non è vero che il numero di detenuti sia eccessivo in relazione alla popolazione. Il numero di detenuti ogni 100 mila abitanti dell’Italia (106) è sotto la media europea (116), e inferiore a quello di grandi paesi come Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia. Solo la Germania, fra i maggiori paesi europei, ha meno detenuti per abitante di noi. Quanto ai grandi paesi extraeuropei di cultura occidentale, come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, hanno tutti tassi di incarcerazione più elevati dei nostri.

Terza obiezione, forse la più importante: il confronto con i paesi europei più miti, in cui il tasso di incarcerazione è particolarmente basso. Se compariamo i tassi di criminalità dell’Italia con quelli dei 6 paesi europei a più bassa incarcerazione (Danimarca, Germania, Olanda, Norvegia, Finlandia, Islanda) invariabilmente osserviamo che in quel gruppo di paesi-modello furti, rapine, frodi, violenze sessuali, omicidi, femminicidi sono più e non meno diffusi che in Italia. Più in generale: nei paesi europei, tendenzialmente, il tasso medio di criminalità sale man mano che il tasso di incarcerazione scende.

È sufficiente a dimostrare che il carcere serve?

Ovviamente no, perché in questo campo non possono esistere prove assolute e definitive. Però ce n’è abbastanza per dubitare che quella della de-carcerazione possa  essere una strategia efficace.

Intervenire fin da subito sulla condizione dei detenuti, aumentando il personale addetto alla salute e alla rieducazione e favorendo i momenti di socialità interni al carcere, è urgente e doveroso (articolo 27 della Costituzione; sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale), tanto più se si considera che il sollievo che potrà derivare da spazi meno angusti dovrà inevitabilmente attendere anni. Ma opporsi a un piano di edilizia carceraria volto a eliminare il sovraffollamento e garantire l’effettività delle pene è miope, perché la mancanza di posti finirebbe per danneggiare sia i detenuti  (che hanno diritto a più spazi) sia i comuni cittadini (che hanno diritto a maggiore sicurezza).

[articolo uscito sul Messaggero il 1° febbraio 2026]




La frattura tra ragione e realtà 12 / (Dis)connessi da morire

C’è una cosa nella tragedia di Crans Montana che mi ha colpito in modo particolare: vedere che diversi ragazzi all’interno del locale quando è iniziato l’incendio, anziché correre subito fuori, si sono messi a filmarlo con i cellulari mentre continuavano a ballare, come se si trattasse di un effetto speciale o di una curiosità da mostrare agli amici.

Il fatto è stato così impressionante che stavolta l’hanno notato anche molti opinionisti, solitamente troppo persi nelle loro sofisticate teorie per guardare la volgare realtà. Nessuno però ha voluto approfondire, per paura di “colpevolizzare” i ragazzi morti o comunque di “profanarne” in qualche modo la memoria. Eppure, è un discorso che va fatto.

Questo, infatti, non è solo l’ennesimo caso in cui la disconnessione dal mondo reale causata dall’eccesso di connessione col mondo virtuale produce gravi danni o addirittura la morte. Stavolta c’è di più, perché fuggire davanti al fuoco è un istinto primordiale, profondamente radicato nella natura di tutti gli esseri senzienti.

Che molti ragazzi oggi rimangano apatici davanti agli stimoli esterni, che rinuncino a socializzare, che non capiscano l’importanza di studiare anziché farsi fare i compiti da ChatGPT, che fatichino a distinguere tra finzione e realtà per quel che riguarda il sesso, la violenza, il bullismo o la disonestà – tutto ciò è indubbiamente grave, ma ci si può ancora illudere che si possa rimediare insegnando loro a “usare bene” la tecnologia digitale.

Ma quando la disconnessione dalla realtà arriva al punto di anestetizzare addirittura l’atavica paura del fuoco e l’istinto di conservazione, fattori così basilari per la sopravvivenza che li condividiamo perfino con gli animali, significa che l’alienazione da smartphone sta cominciando a modificare la nostra stessa biologia. E questa non è più una cosa che si possa risolvere solo a parole: non certo con i predicozzi o i “corsi di educazione a…” che infestano la scuola (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/), ma nemmeno con una autentica educazione, che pure è necessaria, ma non basta.

Come ha detto lo psicologo Alberto Pellai in un’intervista che gli ho fatto un anno fa a margine di una tavola rotonda tanto bella quanto inquietante (Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescere smart, https://www.youtube.com/watch?v=Pt89jIehTCE): «Si può educare a gestire bene una dipendenza? La risposta è no: la dipendenza va curata, non può essere educata» (https://www.ilsussidiario.net/news/scienzscuola-non-cosi-smart-tutti-i-danni-dellinternet-precoce/2833991/). E per curare una dipendenza il primo passo è sempre l’astinenza da ciò che la causa: in questo caso, lo smartphone.

Ciò però non significa affatto colpevolizzare i nostri ragazzi perché lo usano troppo. Infatti, per dirla con una delle più grandi pensatrici del Novecento, Jessica Rabbit, “loro non sono cattivi, è che li disegnano così”. O meglio: è che li disegniamo così, perché questo è il mondo che noi gli abbiamo costruito.

Se vogliamo renderlo migliore, per loro e anche per noi, dobbiamo quindi innanzitutto capire che non sempre basta “usare bene” la tecnologia.

O, se preferite, che in certi casi usarla bene significa non usarla affatto.




La mina vagante Vannacci

È da qualche mese che, periodicamente, Renzi tira fuori le elezioni del 2027 e il generale Vannacci. La sua idea è che il Generale sia la migliore carta nelle mani del campo largo. Evaporata l’idea di unire politicamente il centro-sinistra, l’ex premier sembra puntare sull’idea speculare e contraria: dividere il centro-destra. Il cavallo di Troia perfetto di questa operazione sarebbe Vannacci, uno che si sente di destra-destra ma potrebbe – uscendo dalla Lega e fondando un nuovo partito – consegnare la vittoria alla sinistra. Un po’ come, a parti in commedia invertite, ha fatto più volte Bertinotti.

Secondo Renzi, “la destra o si estremizza o si divide”. In entrambi i casi il deus ex machina è sempre lui, il Generale del “mondo al contrario”. Se resta nella Lega ne accentua il profilo estremistico, e questo indebolisce l’offerta politica del centro-destra, che in questi anni Giorgia Meloni era faticosamente riuscita a sospingere verso il centro. Se esce dalla Lega e fonda un suo partito, non alleato con gli altri partiti conservatori, sottrae voti alla Lega stessa e a Fratelli d’Italia, rendendo più ardua la strada di un ritorno di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Naturalmente quest’ultima eventualità presuppone che Vannacci sia in grado di raccogliere un consenso non trascurabile. Qualche sondaggio ha ipotizzato, molto avventurosamente, un potenziale dell’ordine del 10%, per la maggior parte a spese della Lega. Personalmente penso invece che il potenziale di Vannacci stia nella forchetta 2-5%, e che nella più favorevole delle circostanze un suo partito potrebbe sottrarre 1 punto a Fratelli d’Italia, 3 punti alla Lega e 1 punto agli altri segmenti elettorali.

Ma che cosa succederebbe se un tale partito nascesse, e fosse in grado di attirare il 5% dei voti?

Allo stato attuale non si possono fare previsioni quantitative in termini di seggi, perché non sappiamo ancora con che legge elettorale si voterà. Però un ragionamento in termini di voti sul proporzionale si può azzardare. Se Vannacci corresse da solo e prendesse il 5%, dei consensi, al momento si potrebbe ipotizzare una Lega al 5-6%, Forza Italia al 9%, Fratelli d’Italia tra il 28 e il 29%, Noi moderati come sempre vicino all’1%. In tutto, il centro-destra arriverebbe al 45%, se va male al 43%.

E la sinistra?

Qui viene il lato interessante. Il campo largo, con Renzi ma senza Calenda,  attualmente è al 42.5%, appena sotto il 43-45% di cui possiamo accreditare il centro-destra dopo il salasso cui lo potrebbe sottoporre la fuoruscita di Vannacci. In breve: i due schieramenti sono quasi pari, con un lieve vantaggio del centro-destra.

Conclusione?

È molto semplice: l’arbitro sarebbe Calenda o, meno verosimilmente, Calenda + la galassia di partitini liberaldemocratici che da qualche tempo gli ronzano intorno.  Se Calenda si schiera con il centro-sinistra (e porta con sé buona parte dei voti di Azione), lo schieramento progressista va in lieve vantaggio rispetto a quello conservatore. Se Calenda si allea con il centro-destra, quest’ultimo incrementa il lieve vantaggio che già possiede sullo schieramento opposto. Se Calenda corre da solo, e riesce a eleggere un manipolo di deputati e senatori (cosa improbabile con questa legge elettorale, e forse anche con quella che verrà), gli potrebbe anche succedere di diventare l’ago della bilancia (molto difficile, non impossibile).

Ma che farebbe Calenda se Vannacci spaccasse la Lega, così indebolendo il centro-destra?

Qui non so se Renzi abbia fatto i conti con l’oste. Perché sì, effettivamente potrebbe succedere che il centro-sinistra, dopo averlo snobbato e dileggiato per anni, faccia a Calenda ponti d’oro per salvare la partita. Ma potrebbe anche succedere che, proprio grazie alla defezione di Vannacci, lo schieramento di centro-destra diventi più appetibile, molto più appetibile, per chi si colloca al centro.

Il problema da sempre posto da Carlo Calenda è la presenza di forze populiste, estremiste e antioccidentali in entrambi gli schieramenti: a destra la Lega, a sinistra i Cinque Stelle e Avs. Dacché Giorgia Meloni ha compiuto la sua scelta europeista, il peso di queste forze è sempre stato maggiore a sinistra che a destra (18% di 5Stelle + Avs, contro 8-9% della Lega), ma con la defezione di Vannacci la differenza di peso diventerebbe ancora maggiore (18% contro 4-5%). Con una Lega depurata da Vannacci e ridotta al 5%, sarebbe difficile – per Azione – scegliere di gettarsi fra le braccia di Conte-Bonelli-Fratoianni per evitare l’abbraccio di Salvini. Tanto più se, nel frattempo, Zaia e Fedriga – la componente riformista della Lega – dovessero ridurre Salvini stesso a più miti consigli.

[articolo uscito sulla Ragione il 27 gennaio 2026]




A proposito di violenza sessuale – Il lodo Bongiorno

Ha suscitato stupore (e in alcuni indignazione) la mossa con cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha proposto di modificare la legge sulla violenza sessuale approvata a novembre dalla Camera, una legge molto avanzata passata all’unanimità grazie a un accordo politico fra Giorgia Meloni e Elly Schlein. A me invece aveva suscitato stupore, a suo tempo, che la nuova legge (d’ora in poi, per brevità, “legge Boldrini”) fosse passata senza alcuna opposizione, astensione, distinguo, riserva da parte di qualche deputato. L’unanimità o quasi-unanimità, infatti, spesso altro non è che la conseguenza di un clima politico-mediatico-culturale pressante, per non dire intimidatorio, che rende politicamente costoso ogni distinguo e dissenso. È già successo ai tempi di Mani pulite, è capitato di nuovo ai tempi della riduzione del numero di parlamentari, si è ripetuto pochi mesi fa con la legge sul femminicidio e, appunto, con la legge sulla violenza sessuale, non a caso entrambe approvate a ridosso della giornata contro la violenza sulle donne.

Il mio stupore derivava e deriva da due considerazioni distinte. Primo, il testo approvato alla Camera era chiaramente mal formulato sul piano tecnico, come è stato ripetutamente fatto notare nelle audizioni seguite all’approvazione della legge. Secondo, la materia è incandescente e qualsiasi soluzione, anche quella giuridicamente più ben congegnata,  comporta un prezzo alto in termini di diritti sacrificati. Da questo punto di vista, ben venga il sasso nello stagno gettato dall’on. Bongiorno.

Ma veniamo al merito. Prima della legge Boldrini, ovvero vigente la vecchia legge del 1996, il nucleo del reato di violenza sessuale era l’articolo 609bis del Codice Penale, che puniva “chiunque, con violenza o minaccia o mediate abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali” (atti peraltro definiti in modo sempre più estensivo, fino alla pacca sul sedere e alla “mano morta”). Con la legge Boldrini, approvata due mesi fa, la formulazione dell’articolo 609bis cambia radicalmente: ora ad essere punibile è “chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima”. In sostanza: il reato di violenza sessuale non richiede più l’uso di forza, coercizione, abuso di autorità. Il concetto di “consenso libero e attuale” adotta in cosiddetto modello del consenso, tipico della legge spagnola («solo sí es sí»).

Con la proposta-Bongiorno, infine, ci si attesta su una posizione intermedia: la nuova formulazione punisce “chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti”. La formulazione è intermedia perché – come nel caso della legge Boldrini – non richiede che vi sia violenza o coercizione, ma solo che gli atti sessuali siano contro la volontà di chi li subisce, con conseguente rinuncia al concetto di “consenso libero e attuale”. È il modello del dissenso, adottato dalla Germania una decina di anni fa.

A prima vista potrebbe sembrare che i due modelli siano equivalenti: vietare gli atti sessuali in presenza di un dissenso o vietarli in assenza di un consenso può sembrare la stessa cosa. E la distinzione può apparire di lana caprina. Ma non è così: come è stato autorevolmente osservato (ad esempio dal prof. Gian Luigi Gatta in audizione presso la Commissione Giustizia del Senato), il modello spagnolo e il modello tedesco sono alternativi, e dall’adozione di ciascuno di essi scaturiscono “significative implicazioni pratiche”, specie per le possibilità e le strategie di autodifesa dell’accusato.

Da tutto ciò possiamo trarre una prima conclusione: la difesa feticistica della lettera della legge Boldrini è infondata, perché comunque quel testo necessitava di correzioni tecnico-giuridiche, specie sulla modulazione delle pene. Al tempo stesso, però, le critiche di molte femministe e di vari esponenti politici colgono nel segno quando sottolineano che la nuova formulazione di fatto restringe il perimetro del reato di violenza sessuale.

Dunque la questione rimane: dopo la proposta-Bongiorno il Parlamento è chiamato a scegliere fra modello spagnolo e modello tedesco. Due modelli entrambi legittimi, che differiscono fra loro essenzialmente sul modo in cui bilanciano due beni giuridici entrambi tutelati dalla Costituzione: la libertà di disporre del proprio corpo (articolo 13) e la presunzione di non colpevolezza (articolo 27). Detto in modo un po’ crudo: il prezzo del modello spagnolo è un maggior numero di innocenti in carcere, quello del modello tedesco è un maggior numero di colpevoli a piede libero. È un dilemma inaggirabile, ben codificato in statistica quando si distingue fra errore di prima specie (credere che qualcosa sussista quando non c’è) e errore di seconda specie (pensare che qualcosa non sussista quando invece c’è): è impossibile ridurre il rischio di un tipo di errore senza aumentare il rischio dell’altro. Ed è l’eterno dilemma fra giustizialismo e garantismo. Il modello spagnolo è relativamente sbilanciato sul polo giustizialista (a favore delle vittime presunte), quello tedesco su quello garantista (a favore dei colpevoli presunti).

Proprio per questo, scaldarsi a favore di uno dei due modelli, proclamandolo come l’unico corretto, è del tutto fuori luogo. Personalmente trovo saggia la posizione dell’on, Bongiorno, ma questo fondamentalmente perché ho un’inclinazione garantista.

Al tempo stesso penso che chi difende il modello Boldrini abbia un argomento cruciale a proprio favore: il combinato disposto fra la legge sul femminicidio (laddove limita le possibilità di contro-interrogare) e la giurisprudenza della Cassazione (molto favorevole alla vittima presunta, fin dal 2012) è de facto già fortemente sbilanciata a favore delle istanze giustizialiste. In questo senso hanno ragione quanti osservano che il lodo Bongiorno sarebbe un passo indietro rispetto a ciò che già esiste. Il problema, in altre parole, non è la sua ragionevolezza o irragionevolezza, ma la sua compatibilità con i principi di fatto già applicati nel nostro ordinamento (vedi, ad esempio, la recente chiarissima sentenza 19599/2023 della Cassazione Penale). Che succede se tali principi vengono contraddetti o limitati da una nuova legge?

[articolo uscito sul Messaggero il 26 gennaio 2026]