Fuga dalla mediocrità

Galline

Abbiamo, noi esseri umani, una capacità sorprendente e invidiabile di trovarci delle vie di fuga, qualora l’aria si faccia, per un motivo o per l’altro, irrespirabile. Siamo sublimemente capaci di distrarci, svicolare, schivare, spostarci. Andare altrove. Lasciare la strada principale e addentrarci in certi viottoli seminascosti dai rovi o sederci sul ciglio, mentre gli altri vanno. Lasciar che gli altri vadano e trovar per noi un angolo riparato, tana o nascondiglio. Fermarci o deviare, l’importante è dedicarci ad altro, permettere che qualcosa, anche di piccolo e marginale, ci distolga e ci porti in altri universi. È la nostra salvezza. È anche la nostra migliore virtù, secondo me. Non credo infatti che sia sempre il caso di immergersi nel pieno delle cose, nel vortice, soprattutto se le cose sprofondano in zone putride e malsane, in una specie di melma buia e fangosa. Ben vengano le ali che ci spostano, i voli di cui siamo capaci.

Per esempio, alleviamo galline.

È da poco uscito il libro di Isabella Rossellini Le mie galline e io, per Jaca Book, dove lei racconta di quando le arrivò lo scatolone con trentotto pulcini, e di come la sua vita sia da allora cambiata, vivendo con le galline, e studiando e ammirando il loro comportamento.

Quanto condivido… Inutile che io taccia il mio amore per le galline. Seppur molto meno tecnico e molto più metaforico, è stato il mio inizio, matrimoniale e letterario: quando mi sposai, andai a vivere in un posto campestre dove il vicino aveva mucche, galline, conigli; e quattordici anni dopo pubblicai un libro dove si racconta di un’insegnante che alleva galline coltivando il sogno di farne volare almeno una, un giorno.

Erano però, lo ripeto, galline del tutto metaforiche. La vita poi, in modo inaspettato, mi portò davvero ad avere un pollaio, seppur per via indiretta. Il vero possessore era mio figlio, che a diciotto anni ricevette in dono dagli amici un gallo, al quale poi lui regalò alcune galline… Ricordo che dava lui i nomi, a codeste galline, stranamente a coppie: Galla e Placidia, Paola e Francesca, Thelma e Louise. Fu allora che maturò in me la vera conoscenza delle galline, mi avvidi di cos’erano realmente, e qui concordo con Isabella Rossellini: persone! Esseri infinitamente intelligenti e affettuosi, amiche, compagne di vita, ognuna col suo carattere e coi suoi tratti distintivi; c’era la gallina timida e quella estroversa, la gallina rissosa e la gallina sempre sorridente. Mi avvidi però, altresì, di quanto la vita delle galline sia sottoposta a pericoli e conduca perlopiù a esiti veramente tragici: di notte si aggirano faine e volpi e, per quanto uno protegga il suo pollaio, le reti possono non tenere a sufficienza, ahimè.

Fine del pollaio reale, letterale. Le metafore, la letteratura in generale, di solito tengono di più.

La magia del nuoto

Oppure nuotiamo negli abissi.

È appena uscito, per Bompiani, un libro che vorrei accompagnasse la nostra estate: La cerimonia del nuoto, di Valentina Fortichiari.

Nuotare è un mistero, per quanto ci sforziamo non si può dire cosa sia. È, di colpo, appartenere a un altro elemento. Tuffarsi, provare il brivido di lasciare un mondo per entrare in un altro, sperimentare ogni volta questo confine. E poi, farsi portare. Lasciarsi andare, affidarsi. Dunque, anche, avere fede. Galleggiare, avere questo coraggio di permettere al nostro corpo, al nostro io, di galleggiare: vuol dire rinunciare alle difese, ai luoghi comuni, alle appartenenze, a tutto ciò che ci supporta e ci sostiene, abbandonare ogni sorta di rigidità, partiti presi, velleitarismi. E allenare il respiro. Vivere ritmicamente di quel respiro. Sprofondare e riemergere. Fondersi. Ma anche fendere come ferire, e nello stesso tempo umilmente obbedire.

Ma soprattutto nuotare è sentire il tempo in un altro modo, sperimentare un altro scorrere, o non scorrere. Dimenticare l’ancoraggio del presente e affondare in tutti i propri “momenti di essere”, anche passati e futuri. Non so dire altro. È disciplina, è rito, è cerimonia, come dice Fortichiari. È anche solitudine, e sospensione: “Appena s’immerge, il nuotatore resta solo con se stesso, sospeso nell’elemento liquido come nei sogni”. Difficile dire cosa sia nuotare. “Sentire l’acqua, dominarla, e fare di questo dominio un’arte è la magia dei nuotatori”.

Nuotare è innanzi tutto il mare, provare questa sorta di amore sacro per il mare, tornare a sentirci, proprio grazie all’abbraccio del mare, un tutt’uno con l’universo: “C’è silenzio, e il mare è intatto e immobile ad aspettarmi. È necessario guardare lungamente il mare. Una forma di meditazione che aiuta a staccarsi da sé: una dimensione senza corpo, senza tempo, fatta solo di sensi. Il respiro comincia a farsi profondo, le narici annusano, e i rumori del mare fanno rallentare il sangue”. Sì, nuotare in mare è pensiero puro.

Ma il libro di Valentina Fortichiari non parla solo di nuoto: scopre e rivela, come un’onda, i racconti del mare. Racconta tutte le storie affondate e profondissime che il mare conserva in sé, che tiene strette nel cuore dei suoi abissi. È quindi anche un libro di racconti, perfetti, misteriosi, rapiti all’insondabile profondità dell’essere: il racconto del tonno di corsa, del pesce volante, del narvalo unicorno degli oceani, della foca artica, del cavalluccio marino… In realtà, sono racconti che parlano di noi, della nostra vita: gli amori, le amicizie, i pericoli, i tradimenti, il dolore… Il dolore di un figlio che vede morire sua madre, e poco importa se la madre è una donna o una balena, uccisa e squartata da marinai: negli occhi di suo figlio, il piccolo capodoglio solitario, lei è la “madre legata con funi, trainata, mentre le acque al suo passaggio si tingevano di rosso” e lui la segue perché non può far altro: “Confuso, disperato, incapace di aiutarla mentre la balena a pancia in su fissava il sole, non gli riusciva, irragionevole, affamato, di abbandonarla”.

Fino al racconto finale, che s’intitola Mio padre, nuotando, e che sonda ben altri misteri, bel altri confini: il tempo misterioso in cui un padre sta per lasciare il mondo, e una figlia che nuotando ancora un’ultima volta col vecchio padre “sente”, così come sente l’acqua, l’inesorabile avvicinarsi della sua perdita.

Le stelle

Il mare, le galline… Cosa cambia? Vale tutto parimenti come via di fuga. Anzi, direi che in genere è proprio così: o fuggiamo attraverso l’infinitamente piccolo (studiamo insetti al microscopio, fotografiamo fiori, fili d’erba e gocce d’acqua col macro obiettivo, alleviamo api, galline…) o fuggiamo nell’immensità. Del mare, dello spazio…

Ricordo qui un altro libro bellissimo, che mi accompagna sempre: Il grande racconto delle stelle, di Piero Boitani (Il Mulino, 2012). Questo libro siamo noi, che di fronte agli astri interroghiamo noi stessi, noi che di fronte alla bellezza e al mistero indaghiamo il senso del nostro esistere, attraverso la storia, la filosofia, la poesia, la musica, i miti del cosmo… Siamo noi, ancora una volta capaci di fuggire, e di inventarci mondi. E anche di superare quel che impropriamente chiamiamo tempo, se riusciamo a contemplare stelle che da centinaia di anni hanno smesso di esistere…

Il Principe Azzurro e le felpe della politica

Insomma, in molti modi sappiamo di-vagare. Perderci nei viottoli, trovare angoli, stanze tutte per noi, anfratti che diventano universi. Il nuoto, le api, le galline, le stelle… La letteratura, i libri. Le storie. Le favole…

Le cose molto piccole o le cose molto grandi. Evitando quel che sta in mezzo, e che solo a volte, nei casi fortunati, è aurea mediocritas: il più delle volte è mediocrità e basta.

Per questo forse ci attraggono fortemente i matrimoni delle famiglie reali, amiamo così tanto seguire le dirette tivù, leggere notizie, guardare video e foto: perché ci porta via dalla mediocrità che vediamo dilagare intorno, soprattutto in questi ultimi mesi, qui in Italia, costretti come siamo stati finora, a guardare l’inguardabile spettacolo di una politica mediocre, e spesso volgare.

Il matrimonio di Harry e Megan ci conquista. Ci rilassa, ci distrae. Forse anche ci innalza. Non credo sia perché amiamo da sempre la favola del Principe che sposa Cenerentola. Sebbene ci siano davvero tutti gli elementi, non solo il giovane Principe barbuto e rosseggiante e la bellissima fanciulla che viene più o meno dal nulla, ma anche tutto il corredo di cavalli, carrozze, pennacchi e… cappelli. Grande lode ai cappelli inverosimili, esorbitanti e surreali delle dame inglesi!

Certamente la favola ci attrae, credo stia in qualche parte recondita di noi da millenni. Ci attrare benché sappiamo quanto sia, oggi, fuori tempo, ingenuo e scontato credere ancora al Principe Azzurro. Ce lo siamo raccontato in tutte le salse quanto tutto ciò sia politicamente scorretto. Eppure, in quella parte recondita di noi proviamo un godimento, un’ebbrezza, davanti alle immagini televisive che ci mostrano il matrimonio di Megan e Harry, è innegabile.

Ma credo sia soprattutto un punto ad attrarci: la bellezza, lo spettacolo sempre commovente della bellezza. Abbiamo un inconfessabile bisogno di bellezza. Non tanto lo sfarzo e il lusso di una nobiltà perduta, quanto l’eleganza, la bellezza che è fatta, anche, di rito e cerimonia, di regole e di forme. Qualcosa di sacrale, che ancora regga.

Non ne possiamo più di felpe e maniche di camicia. Ci sentiamo oppressi, schiacciati, abbattuti, mortificati e depressi dalla bruttezza che da mesi la politica ci impone. Vorremmo uscirne. Per questo ci troviamo i viottoli dove scappare.

La vera bruttezza, la vera mediocrità, naturalmente, non solo (soltanto) le felpe. Ho riflettuto un po’, in questi mesi, in questo prolungarsi dell’agonia del vuoto di governo. Ho ascoltato e visto di tutto: dichiarazioni, commenti, talk show (per quel furore masochistico che mi prende, a volte, di affondarci in pieno, nella melma…). E sono arrivata a pensare che l’aspetto peggiore, più mortificante, è che questa politica si sia finora più che mai fondata su cose e non su idee. Cose soltanto concrete, che si toccano, si quantificano, si spendono. La promessa di “cose”: più soldi, meno tasse, bonus, agevolazioni, sussidi… Nomi di cose e basta. Un profluvio di offerte da supermercato: è questo che ci offende. Vorremmo votare un politico che ci mostri una visione del mondo, non uno che ci offre una scatola di pelati in più.

Lo so che potrebbe sembrare un bene: finalmente una politica concreta e non fumosa. E questo è stato fino a un certo punto anche il mio modo di vederla. Ma oggi non saprei…. Troppa concretezza bieca, pesante, fine a se stessa. Manca un volo, un’impennata. Era meglio non dico il fumo, ma una onesta genericità, e una altrettanto onesta ma dispiegata al massimo, esibita, ampiamente e narrativamente esposta, idea generale del mondo. Una politica di idee. Ideale, appunto.

Utopie e velieri

Ci manca molto il pensiero. Soffriamo a causa di una dolorosa… défaite de la pensée (è il bellissimo titolo di un libro di Alain Finkielkraut, del 1987). L’energia pensante. La capacità che ha l’umano pensiero di inventare e costruire universi.

In realtà, non capisco quasi niente di politica e dovrei tacere. In realtà, sono la prima a stupirmi di quel che dico, perché quel che dico mi conduce inesorabilmente a un punto che mi lascia perplessa: il rimpianto delle ideologie. C’è da ridere, io che rimpiango ciò che da sempre definisco come il peggiore dei mali, ciò che ci ha tolto la libertà: la dittatura delle ideologie! Inaudito. Eppure…

Eppure c’era un lato buono. E oggi mi ritrovo a elogiare il lato buono delle ideologie perdute. Criticabili quanto si vuole, per alcuni versi detestabili. Ma oggi non siamo nelle condizioni di permetterci una critica, possiamo solo, e forse dobbiamo, concederci un sano e doveroso rimpianto, oggi che siamo subissati solo di slogan e promesse, frasi fatte, annunci iperbolici, discorsini imparati a memoria e mandati in onda a ripetizione.

Le ideologie erano ben più che degli slogan. Erano organizzazioni mentali complesse, costruzioni dense di significato. Ogni volta la costruzione di un mondo nuovo e preferibile al vecchio. Ogni volta una sovversione, una rigenerazione. Ma erano prima di tutto costruzioni, edifici di cui si vedevano le fondamenta, le impalcature, i muri, le finestre, il tetto. Non importa se non erano concreti, “veri”. Erano utopia. Ma utopia non vuol dire promesse, è l’esatto contrario. L’utopia non promette, inventa, costruisce invenzioni. In questo senso è un po’ come la favola… Quindi poi alla fine tutto si tiene, torniamo al punto da cui siamo partiti: il matrimonio di Megan e Harry. Il nuoto, le galline… Se nessuno più costruisce mondi per noi, ognuno di noi si costruisca il suo mondo.

Torneremo a coltivare il famoso giardino di voltairiana memoria? Può darsi. Ma un giardino può essere un’isola, e un’isola il mondo intero. In miniatura. Forse l’isola che non c’è, ma che val la pena immaginare. Non sottovaluterei l’impresa. E nemmeno le miniature…

Finirei così, con l’elogio dei mondi miniaturizzati. Il veliero nella bottiglia, per esempio. Tanto per tornare al mare… Chi lo costruiva quel veliero? Chi introduceva nel collo della bottiglia con le pinze ogni volta un pezzettino di legno, un gancetto, un cordino? Chi tirava su quelle minuscole vele? Chi aveva quella pazienza, quella modestia, di fare qualcosa di così minuto e inessenziale, eppur così determinante, e imprescindibile direi, per la nostra vita mentale, per la fantasia, per la capacità immaginifica che (ancora) abita in noi e ci anima?

Un grazie, a tutti i costruttori di velieri.

Pubblicato su Il Sole24Ore del 27 maggio 2018



L’alibi dei vincoli europei

Finora, in Europa occidentale, si era visto un solo governo populista puro, quello greco rosso-nero guidato da Tsipras, un governo di coalizione fra il principale partito di sinistra (Syriza) e un piccolo partito nazionalista e conservatore (Anel). Ora anche l’Italia ci prova: salvo imprevisti, nei prossimi giorni si insedierà un governo populista giallo-verde che, come primi “assaggi” di sé stesso, ha già dato segnali del proprio convinto anti-europeismo.

In buona sostanza: in Italia facciamo quel che ci pare, e dei vincoli europei su debito e deficit ben poco ci importa. C’è stata l’austerità fino ad oggi, i risultati sono sotto gli occhi di tutti, è giunto il momento di cambiare rotta. Salvini si è spinto a dire, in polemica con il ministro francese dell’economia che aveva richiamato l’Italia al rispetto degli impegni assunti, che il nuovo governo avrebbe fatto semplicemente il contrario dei governi precedenti.

Sul rapporto con l’Europa la si può pensare in tanti modi, però – comunque la si pensi – forse una domanda dovremmo farcela: il rispetto dei vincoli europei, giusti o sbagliati che siano, è davvero il macigno che impedisce all’Italia di ripartire?

Oggi la polemica anti-europea sta diventando il biglietto da visita del nuovo governo, il cui unico vero colore politico è di non essere di sinistra, però non possiamo dimenticare alcuni fatti storici. Il 17 ottobre 2002, stiamo quindi parlando di sedici anni fa, fu lo stesso Prodi – allora presidente della Commissione europea – a definire “stupido” il patto di stabilità, un parere ribadito nel 2014, poche settimane dopo la nascita del governo Renzi. Quanto a quest’ultimo, ci ricordiamo tutti che i suoi tre anni di governo sono stati spesi a battagliare contro le regole europee, e a deridere i burocrati europei e le loro fissazioni sui decimali (del rapporto deficit-Pil). Né possiamo dimenticare che la critica delle politiche di austerità, e l’invocazione continua di investimenti pubblici anche in deroga ai vincoli di bilancio, è il leitmotiv dell’estrema sinistra in tutta Europa.

Quindi la prima cosa che vorrei dire, a chi è sbigottito di fronte all’assalto dell’ircocervo populista contro le regole europee, che se Salvini e Di Maio si muovono agevolmente sul terreno dell’antieuropeismo è perché quel terreno è stato a lungo dissodato, concimato e innaffiato dalla sinistra stessa. Ciò detto, tuttavia, la domanda resta: sono le regole europee che ci impediscono di uscire dal pantano?

Per certi versi senz’altro. Se sull’immigrazione un paese geograficamente esposto non può fare molto è anche a causa delle regole europee, peraltro liberamente sottoscritte, e qualche volta anche caldeggiate. Se il mercato europeo è troppo regolamentato all’interno, con conseguente lievitazione dei costi per le imprese, e troppo aperto verso l’esterno, senza validi strumenti di difesa nei confronti delle importazioni (e delle merci contraffatte) dalla Cina e dai paesi emergenti, sicuramente una notevole responsabilità ce l’ha l’Europa.

Per altri versi, però, no. L’Europa c’entra poco. Chi racconta che abbiamo avuto 10 anni di austerità, e che è ora di cambiare strada, non sa di che cosa parla. Se avessimo davvero avuto 10 anni di austerità, saremmo riusciti a ridurre non dico l’ammontare del debito, ma almeno il rapporto debito-Pil. Il fatto è che si continua a confondere due cose nettamente distinte: la capacità di un paese di risanare i conti pubblici, con politiche che possono essere di austerità “buona” (meno spesa pubblica) o di austerità “cattiva” (più tasse), e il cambiamento delle condizioni di vita dei suoi cittadini, che quando peggiorano fanno gridare all’austerità, ma che sono tutt’altra cosa.

Il fatto è che, nei sette anni della crisi (da 2007 al 2014), l’Italia è riuscita nella duplice impresa di non risanare i conti pubblici, e al tempo stesso non far recuperare ai cittadini il tenore di vita pre-crisi. Di qui il cortocircuito logico: dato che stiamo peggio, ci raccontiamo che sono stati anni di austerità.

La realtà, purtroppo, è che le regole europee spiegano forse perché i paesi dell’Eurozona crescono un po’ meno degli altri paesi dell’Unione, o perché l’Europa nel suo insieme cresce meno del resto del mondo, o cresce meno degli Stati Uniti, ma non possono spiegare – proprio perché sono regole comuni – come mai certi paesi europei crescono a ritmi accettabili e altri, come l’Italia, la Grecia o la Finlandia, invece ristagnano. Soprattutto non spiegano perché l’Italia, in questi gloriosi anni renziani, sia scivolata all’ultimo posto come tasso di crescita del Pil, e al penultimo come tasso di occupazione.

Perciò, è vero: con altre regole potremmo (forse) crescere un po’ di più, ma non raccontiamoci che il vero ostacolo alla crescita dell’economia italiana è l’Europa. No, sfortunatamente se l’Italia cresce di meno degli altri paesi europei è solo perché ha fatto ben poco di quel che avrebbe dovuto fare per ridare fiato all’economia e risanare il bilancio pubblico, non certo perché la cattiva Europa non le ha permesso di spendere in deficit quanto le sarebbe piaciuto.

E’ questo, purtroppo, l’equivoco su cui il nascente governo giallo-verde sembra intenzionato a puntare molte delle sue carte.

Articolo pubblicato da Panorama il 24 maggio 2018



Il partito pigliatutto è morto, ma i grillini lo sanno?

Può anche darsi che questa sia la volta buona. Buona non già nel senso che entro uno o due giorni avremo un governo Lega-Cinque Stelle (esito sulla cui bontà le opinioni divergono), ma nel senso che non dovremo più assistere all’ennesima richiesta al Presidente della Repubblica di “ancora qualche ora”, “ancora qualche giorno”, “ancora una settimana”. Se le cose andranno come hanno promesso, lunedì Salvini e Di Maio, esauriti i riti delle consultazioni delle rispettive basi, si decideranno a dire al Capo dello Stato se intendono fare un governo insieme o se avevano scherzato.

Non vorrei essere nei panni di Mattarella. Egli si troverà infatti, di fronte a due anomalie. La prima è di dover nominare un presidente del Consiglio che, anziché scegliere i ministri e mettere a punto un programma di governo, si dovrà semplicemente limitare a recepire quello che hanno deciso due capi-partito; con quale autorevolezza un presidente del Consiglio così insignito possa guidare il Paese e difendere gli interessi italiani in Europa è facile immaginare. La seconda anomalia è che nel programma mancano del tutto indicazioni chiare sulle coperture dei molti e assai costosi provvedimenti annunciati, il che rende il programma semplicemente non giudicabile. Nessuno può essere ragionevolmente contrario alla riduzione delle tasse, o a dare un sussidio ai disoccupati, o a godere di più anni di pensione: la domanda, però, è a scapito di chi, visto che le risorse non piovono dal cielo.

C’è poi naturalmente il secondo scenario. Fra oggi e lunedì Salvini potrebbe convincersi che per la Lega è preferibile tornare al voto (i sondaggi danno il centro-destra al 40%, ovvero in grado di governare da solo). Oppure potrebbe succedere che programma, presidente del Consiglio e nomi dei ministri non passino il vaglio del Presidente della Repubblica, e che Mattarella decida di usare i poteri (e la crescente popolarità) di cui dispone per riportare il Paese alle urne.

Comunque vada, però, c’è almeno una cosa di cui, forse, dovremmo cominciare a prendere atto: in questi tre mesi il sistema politico italiano è cambiato profondamente, e per certi aspetti in modo irreversibile. Prima del voto si poteva ancora pensare che, fondamentalmente, il sistema politico fosse diventato tripolare: centro-destra, centro-sinistra, Cinque Stelle. I cinque Stelle erano riusciti, unico caso significativo in Europa, a mantenere una sorta di equidistanza fra destra e sinistra. Una equidistanza, o irriducibilità, che quasi tutti i partiti populisti rivendicano, ma che altrove non impedisce agli elettori di percepirli abbastanza chiaramente su uno dei due versanti politici fondamentali: i francesi pensano che il Front National di Marin Le Pen stia a destra, qualsiasi cosa ne pensi lei; spagnoli e greci pensano che Podemos e Syriza stiano a sinistra, per quanti sforzi leader come Iglesias e Tsipras facciano per sottolineare la loro assoluta novità e distanza dalla sinistra classica. In Italia no, in Italia Grillo è riuscito nel miracolo di costruire una formazione politica in cui potesse specchiarsi e identificarsi chiunque, quale che fosse la propria matrice ideologica o culturale.

Il movimento Cinque Stelle ha funzionato, finora, come il test di Rorschach. Così come, nelle macchie volutamente ambigue del test, ogni paziente può vedere cose diverse, e finisce per proiettare le proprie ansie e i propri sogni, così nel movimento di Grillo ogni elettore ha visto cose diverse, spesso proiettando i propri desideri. E’ così potuto accadere che in esso, oltre a qualunquisti, arrabbiati, idealisti, si siano identificate persone genuinamente di destra o di sinistra, semplicemente deluse (come dar loro torto?) dalla destra e dalla sinistra ufficiali, e speranzose che nel movimento di Grillo le proprie idee potessero, finalmente, trovare l’ascolto che meritavano.

Ora non più: dopo quel che è successo in questi 75 giorni, il Movimento Cinque Stelle non potrà mai più essere visto come prima, ovvero come un oggetto simbolico su cui chiunque può proiettare una buona parte di sé stesso. L’immagine di purezza e di neutralità si è dissolta quando Di Maio ha dichiarato esplicitamente di essere disposto sia a un governo con la Lega, sia a un governo con il Pd: da quel momento l’elettore sa che il voto ai Cinque Stelle potrà essere giocato su due tavoli che, in molti, continuiamo a percepire come alquanto diversi, se non opposti. L’immagine di sinistra si è dissolta quando, fallito l’accordo con il Pd (ed eventualmente con Leu), Di Maio si è rivolto risolutamente a Salvini e alla Lega, gettando nella costernazione quanti, intellettuali e comuni cittadini, avevano creduto (o voluto credere?) che, in fondo, i Cinque stelle altro non fossero che una sinistra più pura, meno compromessa con il potere, meno “serva di Berlusconi”.

Visti da questa angolatura, i 75 giorni che ci separano dal voto non sono passati invano. In essi, infatti, sono naufragate due eventualità che, ancora poche settimane fa, erano perfettamente aperte. La prima è la nascita di una sinistra di tipo nuovo, egemonizzata dai Cinque Stelle, con il Pd in posizione subalterna. La seconda è la sopravvivenza del tripolarismo, grazie alla natura ambivalente del grillismo.

Oggi un’alleanza Cinque Stelle-Pd è resa inconcepibile dal peccato originale dell’alleanza con Salvini, che a sinistra si continua a concepire come il diavolo. Ma altrettanto problematica è la sopravvivenza del tripolarismo: alle prossime elezioni i Cinque Stelle, proprio perché si sono mostrati disponibili ad ogni alleanza pur di conquistare il governo, non potranno più sottrarsi alla domanda: ma se ti do il voto, come lo userai? il mio voto al Movimento è un voto regalato alla destra o alla sinistra?

Certo, per metabolizzare fino in fondo quel che è successo, ci vorrà un po’ di tempo. Ma tutto fa pensare che, in caso di elezioni, nulla potrà essere come prima. Il Movimento Cinque Stelle manterrà una sua forza, specie nel Mezzogiorno, ma non potrà più calamitare come in passato gli elettorati di destra e di sinistra. Chi si sente di destra non potrà fidarsi granché di una forza politica che mette sullo stesso piano la Lega e il Pd. Chi si sente di sinistra non potrà continuare a vedere il movimento Cinque Stelle come una sorta di sinistra più sanguigna e più popolare.

Di qui, a mio parere, una certa asimmetria fra i destini delle due forze più moderate e meno anti-europee, ovvero Forza Italia e Pd. Con una destra solidamente seduta sul 40% dei consensi, ma ben poco propensa a rinnovarsi, la quota di Forza Italia dipenderà essenzialmente da come andrà l’avventura di Salvini, i cui voti potrebbero aumentare in caso di successo, e rifluire parzialmente su Forza Italia in caso di insuccesso. Quanto al Pd, è difficile non pensare che una parte dell’elettorato che ha scommesso “da sinistra” sui Cinque Stelle finisca per ritornare all’ovile, o per rifugiarsi nel non voto. Sempre che, a sinistra, non nasca qualcosa di nuovo e di diverso, che non sia il solito cartello di vecchie glorie.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 19 maggio 2018



Sul populismo penale

Vi è un tema che ha perso la centralità degli anni scorsi nel dibattitto pubblico, tanto da non essere strumentalizzato nella recente campagna elettorale: la riforma della giustizia.

La scorsa legislatura si è conclusa con un bilancio negativo in materia: poche riforme, non certo ispirate da principi garantisti e liberali.

L’eccezione sembra essere la riforma dell’ordinamento penitenziario che, dopo un lungo e travagliato iter, rischia di non entrare in vigore.

La prima tappa dell’iter della riforma è stata l’istituzione, da parte del Ministro della Giustizia Orlando, degli Stati generali dell’esecuzione penale (D.M. 8 maggio 2015).

I lavori degli Stati generali sono stati, in parte, alla base dell’approvazione della legge delega al Governo (legge n. 103 del 23 giugno 2017) per riformare l’ordinamento penitenziario secondo alcuni criteri direttivi.

Il Ministro (D.M. 19 luglio 2017) ha poi istituito tre commissioni per l’elaborazione degli schemi di decreto legislativo della riforma: una competente circa le modifiche alla disciplina delle misure di sicurezza e di assistenza sanitaria; un’altra per la riforma dell’ordinamento penitenziario minorile; la terza per la riforma dell’ordinamento penitenziario nel suo complesso.

Precedenza è stata accordata allo schema di decreto legislativo riguardante la riforma dell’ordinamento penitenziario, privato però delle parti riguardanti l’affettività ed il lavoro (quest’ultima per mancanza di copertura finanziaria), approvato da parte del Consiglio dei ministri e trasmesso per il parere alle Commissioni Giustizia di Camera e Senato in febbraio.

Le Commissioni, pur approvando il decreto, hanno inviato dei pareri critici su alcuni punti della riforma, in particolare la Commissione del Senato ha sollevato dei dubbi circa un punto fondamentale della riforma (il superamento degli automatismi che impediscono l’individualizzazione del trattamento penitenziario).

Questo passaggio ha fortemente rallentato, e forse compromesso, l’iter approvativo della riforma. Il Governo, infatti, non potendo recepire le indicazioni provenienti dalla Commissione Giustizia del Senato, che avrebbero snaturato la riforma, ha approvato il decreto di riforma discostandosi da esse ma per questo motivo ha dovuto trasmetterlo alle Commissioni per un nuovo parere.

La grave colpa del Governo è stata quella di aver temporeggiato eccessivamente, approvando il decreto di riforma soltanto il 16 marzo, dopo le elezioni politiche, per paura che un’approvazione in piena campagna elettorale fosse strumentalizzata dalle forze politiche ostili alla riforma. Ciò nonostante le forti sollecitazioni ad accelerare i tempi ricevute da parte dell’Avvocatura, della Magistratura, della Dottrina, degli operatori del pianeta carcere e nonostante il Satyagraha indetto da Rita Bernardini del Partito Radicale e da oltre dieci mila detenuti.

Il risultato paradossale è stato che proprio quelle forze politiche (Lega e Movimento 5 stelle) hanno vinto le elezioni con conseguenze prevedibili sul futuro della riforma.

Il decreto di riforma, infatti, è stato trasmesso al nuovo Parlamento ma non è stato inserito nell’ordine del giorno della Commissione speciale, per decisione di centrodestra e Movimento 5 Stelle, in quanto ritenuta materia non urgente. Atteggiamento ostruzionistico che rischia di vedere sospesa la riforma fintanto che non si formeranno le Commissioni Giustizia di Camera e Senato.

Per scongiurare questa impasse sono due le strade percorribili: o la Commissione speciale esprime un parere sulla riforma o il Governo procede ugualmente all’approvazione della stessa.

La prima via è stata sollecitata dal Presidente della Camera Roberto Fico, che ha chiesto ai gruppi parlamentari una “riflessione” circa il parere della Commissione speciale di Montecitorio sul decreto di riforma, senza finora ottenere alcun risultato.

In quest’ottica si inserisce anche l’iniziativa dell’Unione delle Camere Penali Italiane che, per i giorni 2 e 3 maggio, ha indetto l’astensione dalle udienze ed una manifestazione nazionale, proprio per sollecitare l’inserimento dei Decreti Legislativi approvati dal Consiglio dei Ministri nell’ordine del giorno delle Commissioni speciali.

La seconda ipotesi è stata caldeggiata dal Guardasigilli Orlando, secondo il quale il Governo, in caso di prolungato ostruzionismo del Parlamento, sarebbe legittimato ad approvare definitivamente il decreto. Ciò in forza dell’art. 1, comma 83, della legge 103 secondo cui “i pareri definitivi delle Commissioni competenti per materia (…) sono espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione” e “decorso tale termine, i decreti possono essere comunque emanati”. Poiché il decreto è stato trasmesso lo scorso 20 marzo e sono trascorsi anche i dieci giorni dall’insediamento delle Commissioni speciali, il Governo può procedere all’approvazione definitiva del decreto.

Al momento la situazione resta però sospesa, bloccata da polemiche politiche.

La riforma è fortemente contestata da Lega e Movimento 5 Stelle che la definiscono “svuota-carceri” e “salva ladri”. Ma è davvero tale? No, basta esaminarne il contenuto.

La finalità della riforma è quella di dare compiuta attuazione all’art. 27 della Costituzione, in base al quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per questo si incentivano le misure alternative alla detenzione, superando alcuni automatismi e presunzioni che limitano l’accesso ad esse.

Ad esempio, la misura dell’affidamento in prova al servizio sociale viene estesa a coloro che devono scontare fino a quattro anni di pena, rispetto ai tre previsti precedentemente (misura già anticipata da una decisione della Corte Costituzionale).

Inoltre, viene modificato l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario (che esclude dalla possibilità di accesso ai benefici di legge alcune categorie di detenuti individuate sulla base del reato commesso), superando gli automatismi esclusivi previsti per alcuni reati (con esclusione dei reati di mafia e terrorismo ed altri gravi reati associativi).

Non vi sarà, quindi, alcuna estensione automatica dei benefici bensì sarà la magistratura a valutare, caso per caso, la meritevolezza della concessione del beneficio.

Gli allarmi lanciati dai critici della riforma sono, pertanto, infondati ed immotivati, rispondenti a scarsa conoscenza del testo o a finalità politiche propagandistiche.

Nonostante il numero di reati sia in costante calo, infatti, molti politici e media fomentano un presunto allarme sociale, un’insicurezza diffusa, così da indurre una richiesta di misure securitarie e carcerocentriche. L’effetto di questo populismo penale, branca del populismo politico, che strumentalizza le paure legittime dei cittadini ed il dolore delle vittime dei reati, è la diffusione di istanze giustizialiste e forcaiole per cui il carcere è l’unico rimedio. Pertanto risultano mal digesti provvedimenti atti ad incentivare le misure alternative al carcere, in quanto considerate un vulnus al principio della certezza della pena.

In realtà, quello della certezza della pena è principio strumentalizzato: secondo la nostra Costituzione la pena deve tendere al reinserimento sociale del detenuto e per far ciò deve essere individualizzata.

A meno che per pena certa si intenda soltanto quella scontata in carcere.

Proprio questo sembra essere il sentimento comune diffuso in larga parte dell’opinione pubblica, motivo per cui il Governo ha temporeggiato e tergiversato nell’approvazione della riforma e per cui la discussione sulla riforma è stata quasi assente dal dibattito pubblico.

La riforma, inoltre, è nata come risposta al più vasto problema della condizione delle carceri. Il nostro sistema penitenziario continua ad essere afflitto dal sovraffollamento e da condizioni detentive che minano la dignità dei detenuti. Nel 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Torreggiani) per i trattamenti inumani e degradanti subiti dai detenuti. Il fallimento della riforma non farà che acuire tali problematiche.

Ma di questa riforma bisogna apprezzare soprattutto il metodo che si spera sia seguito in futuro. La stesura del testo ha visto il coinvolgimento di personalità dalla indiscussa competenza in materia, provenienti dall’Accademia, dall’Avvocatura e dalla Magistratura, tanto da essere sostenuta da CSM, ANM, UCPI, CNF, Magistratura di Sorveglianza.

Un rimprovero da muovere è quello di non aver osato di più, procedendo ad una riforma organica ed incisiva dell’ordinamento penitenziario, sempre più urgente e necessaria, nonostante le urla dei forcaioli di turno.




Mettiamoli in castigo

Scenetta n. 1

Siamo in un bar molto elegante, un caffè storico nel centro di una grande città. Divanetti e poltroncine di velluto, boiserie, quadri ottocenteschi, specchi, tappeti, e gran carrelli di dolci e salati. Camerieri in livrea. Le cinque del pomeriggio.

Entra una giovane coppia con bambino, sui quattro anni. Molto carino, riccioli biondi, camicia a quadri, jeans. Si siedono a un tavolino, sorridenti. Loro, si siedono, i genitori. Il bambino no. Il bambino si allunga, si sdraia, si divincola, si contorce, sul divanetto e poi per terra, dove comincia a strisciare, va sotto le sedie, ne esce, si mette a correre tra i carrelli, urla, saltella, sbraita. Mamma e papà si alzano a turno, cercando di riprenderlo, domarlo, acquietarlo. Alla fine, in due, lo riportano al tavolino, ma non riescono a farlo sedere. Il bambino ricomincia a sdraiarsi, strisciarsi, scivolarsi…

La scena è, per me, molto penosa. Credo anche per quei due ragazzi sulla trentina, divenuti (loro malgrado, verrebbe da dire!) genitori.

La pena sta nel constatare che non ce la fanno. I due giovani genitori non riescono proprio: pur tentando in ogni modo, tenero e violento, mettendocela tutta, impegnandosi, falliscono miseramente. Alla fine accettano. Subiscono. Sopportano. In una parola, perdono la battaglia. Il bambino non si siederà mai, e loro se lo terranno accanto alla bene e meglio, trattenendolo per un braccio in modo che almeno non vada a correre tra i tavoli.

La pena sta nel fatto che vorrei che non accettassero la situazione. Vorrei che vincessero loro, o almeno che non facessero questa patetica figura mista di imbarazzo, vergogna, impotenza, rabbia e rassegnazione.

Il problema è che a mia volta non saprei né cosa dire né cosa fare, come comportarmi. Mi sento nei loro panni e, nello stesso tempo, mi sento contro, avversa, contrariata. E infinitamente triste.

Scenetta n. 2

Questa non la vedo con i miei occhi, me la raccontano.

Me la racconta una ragazza rumena che fa la babysitter presso una famiglia e deve badare a due bambini, 2 e 5 anni. Siamo sul pullman. Non so come attacchiamo bottone e lei si sfoga. Mi dice che non ne può più. Sta coi bimbi otto ore al giorno, i genitori non ci sono mai perché lavorano entrambi. Lei fa tutto in casa, stira, pulisce, fa da mangiare e sta con i piccoli, gioca, li mette a dormire, dà loro da mangiare. Un inferno. Ma non per l’eccesso di lavoro. È che mi picchiano, dice. Mi prendono a calci, mi tirano addosso sassi e mi insultano. Me ne dicono di tutti i colori, il più grande soprattutto mi urla sempre contro e mi dice Va’ via, brutta… (ometto la parola, perché non riesco nemmeno a scriverla). Giocano, lo capisco. Ma io non ne posso più. E ho paura, perché non mi obbediscono mai e ho paura che gli succeda qualcosa e poi ci vado di mezzo io.

Le chiedo se ha informato della situazione i genitori. Mi dice che lo sanno come sono i loro figli e le chiedono di aver pazienza; se lei raccontasse loro cosa succede veramente ogni giorno in casa, potrebbero dire che non è in grado di tenerli, e magari la licenzierebbero. E io non posso perdere questo posto di otto ore, non posso proprio.

Scendo alla mia fermata. La lascio lì, seduta su quel pullman, con la sua grossa sporta di tela in braccio, le braccia robuste abbandonate in grembo, che scoppiano nella camicetta troppo stretta, gli occhi persi lontano, credo al suo paese rumeno dove ha lasciato marito e figlio per venire a lavorare qui da noi.

Scenetta n. 3.

In pizzeria una sera come tante. Tavolata di amici quarantenni con figli, dai due ai dieci anni più o meno. Figli che disturbano, urlano, si agitano, schiamazzano, si alzano, corrono fuori, tornano dentro, si aggrappano alle vesti per chiedere, per avere, per tormentare. Solita scena di una sera al ristorante. Poi, di colpo, tutti i genitori tacitamente e “naturalmente” concordi piazzano un tablet ai loro pargoli. E tutto miracolosamente tace e s’acquieta. Regna di colpo una grande pace. E un silenzio ristoratore regna finalmente sovrano intorno a noi.

Scenetta n. 4

Fine degli anni ’70. Avevo poco vent’anni, più o meno, e cominciavo a fare le prime supplenze, un po’ ovunque: scuole medie, licei, istituti tecnici, in centro, in periferia, in provincia. Arrivo in una scuola media e, prima di entrare in aula, mi avvicina una bidella avvertendomi, con gentilezza e spavento: Guardi che l’ultima supplente l’hanno picchiata. Non ci possono credere, e mi tremano le gambe. Faccio un giro in corridoio e nei bagni, prendo tempo. Non so che fare. Poi, entro. Entro come una furia sbattendo i libri sulla cattedra e cominciando la mia lezione. Invento una lezione, credo sul mio poeta preferito. Non importa chi e come, l’importante è parlare subito, ancor prima di sedermi, senza nemmeno salutarli, parlare, inondarli di parole, delle mie parole. In breve, dire chi sono facendo lezione: sono un insegnante, insegno letteratura italiana, voglio vedere chi osa aggredirmi, aggredisco io voi, a colpi di poesie, faccio la voce grossa, vi anniento a furia di versi e di bellezza…. Qualcosa del genere, che oggi mi fa sorridere. Avevo vent’anni. Non voglio dire che questo sia il modo, oggi: era l’unico modo che io, ieri, avevo trovato.

Solo per dire che il problema esisteva già. Era il contorno, che era diverso, il mondo attorno, le famiglie, le istituzioni, la società, la politica, le biblioteche, i libri, le penne stilo…. Tutto. Diverso. Intorno.

Scenetta n. 5

Mi è capitato anche di recente di incontrare la… “maleducazione scolastica” (o bullismo?), tre anni fa, dunque in tempi molto recenti. Era il mio ultimo anno insegnamento. Ero quindi, si può dire, un’insegnante quasi anziana, in ogni caso una signora di una certa età, non più così agile e scattante, ecco. Una professoressa un po’ polverosa e appesantita. Mi danno un’ora di supplenza. In una quarta liceo, una classe non mia. Le supplenze sono il martirio del nostro lavoro: ti sbattono in una classe sconosciuta davanti a ragazzi sconosciuti a supplire una materia sconosciuta. E tu non sai che fare. Hai parecchie opzioni: puoi inventarti una lezione tua, puoi dir loro di lavorare alle loro cose, puoi interrogarli, sederti con loro a parlare o startene seduta a leggerti un libro. Ognuno decide quel che vuole, basta che “tieni” la classe. Qual è il problema? È che appena entri nessuno ti vede. O meglio, tutti fanno finta di niente, manco ti considerano. Così tu hai la sensazione di non essere entrato, anzi, di non essere. Ti siedi. Parli. Saluti, fai l’appello, dici qualcosa, chi sei, cosa insegni. Nulla. Il nulla. Allora ti innervosisci. Ti sale una collera, Provi a fare la voce grossa, ti parte qualche ordine, qualche divieto. Niente. qualcuno si volta e ti fa cadere addosso uno sguardo tra il pietoso e l’indifferente. Mi è capitato così, tre anni fa. Allora mi è partito un discorso dei miei, edificante moraleggiante, sul rispetto, l’autorità, la gentilezza, il ruolo, l’educazione, il dovere…. Un disastro. Poi, l’ora è passata. Perché alla fine le ore passano. Ne sono uscita a pezzi.

Ma qui è chiaro: chi fa supplenza non ha potere. Chi non ha potere non viene rispettato, perché dovrebbe? Il rispetto in sé, gratuito, non esiste. Io ti rispetto per paura, per convenienza. Ti rispetto se sei il mio insegnante titolare, che alla fine dell’anno mi dà il voto. Se no niente perché tu non sei niente.

Scenetta n. 6

Fine anni ’60. Facevo terza media in una scuola di periferia. Era il 1969. Avevano il grembiulino nero noi bambine, e i compagni la giacca e i calzoni corti al ginocchio, calzettoni e scarpe marroni allacciate. C’è un’ora di supplenza. Entra un professore che non sappiamo chi sia e cosa insegni. Fa lezione. Ci parla di Konrad Lorenz e dei suoi esperimenti con le anatre, ci spiega che cos’è la scienza che si chiama etologia. Nessuno di noi ne sapeva niente. tutti siamo stati ad ascoltare per un’ora esatta, in totale silenzio.

Trentasei anni dopo, nel 2005, scrivo un libro su una piccola anatra che appena nata non sa chi è, e scambia una pantofola per sua madre.  Quella lezione me la sono ricordata tutta la vita e di sicuro, magari inconsciamente, deve aver ispirato quella mia storia. Ancora oggi provo gratitudine per quel professore, di cui ricordo che indossava un cappotto blu scuro.

Cosa voglio dire? Che i tempi sono cambiati? No. Volevo solo parlare della gratitudine.

Scenette n. 6, 7, 8, 9…….

E veniamo all’oggi. Al caso ormai noto del professore di Lucca. A cui se ne aggiungono infiniti altri: studente che minaccia la prof di scioglierla nell’acido, banchi scaraventati per aria, insulti, genitori che prendono a calci e pugni l’insegnante del figlio. E altro, non mi dilungo.

Ho inanellato questa serie di scenette, così diverse e lontane tra di loro, perché credo che siano invece straordinariamente legate, e unite da un parola cruciale: autorità. È questo che non tolleriamo più, da una sessantina d’anni. Per ragioni ideologiche (l’autorità non è democratica, discrimina, colloca qualcuno in basso e qualcuno in alto). Ma anche per ragioni più esterne che attengono a quel che chiamiamo progresso: perché viviamo immersi nei social, in questo universo della rete che ci attrae in modo esorbitante e morboso.

Visto che abbiamo in odio qualsiasi forma di autorità, e anche la parola stessa, abbiamo smesso di educare. Educazione e autorità mi sembrano piuttosto legate. Abbiamo smesso di educare quando abbiamo rifiutato, consapevolmente e deliberatamente, il concetto di autorità. Abbiamo fermamente voluto, deciso, e perseguito con grande determinazione, questa dismissione dell’autorità. A partire dagli auctores in senso letterale: via gli autori grandi del passato, i classici e ogni ipse dixit, conta l’ultimo libro pubblicato, l’ultimo messaggino su twitter. Parità. Uguaglianza. Democrazia.

Certo, nei casi di bullismo tra ragazzi emerge anche il non rispetto dell’altro, l’assenza di ogni limite, il narcisistico parossismo dell’apparire e dell’occupare la scena del mondo, ad ogni costo. Ma il bullismo verso gli insegnanti è altro. È oltraggio all’autorità.

C’è un verbo che ho sentito pronunciare da un ragazzo, intervistato a proposito dell’episodio di Lucca: Non bisognerebbe permettersi, io non mi sarei permesso. Un tempo dicevamo: Ma come ti permetti? Ecco. Noi abbiamo permesso.

Abbiamo permesso che i nostri figli non obbediscano. Che i nostri studenti non studino (anzi, abbiamo persino smesso di dare ordini e di imporre doveri, così non c’è problema).

Non solo non educhiamo. Abbiamo anche permesso che i media e i social dominino le nostre vite.

E tutto questo inizia dall’inizio, questo è il punto: inizia quando un bambino nasce. Il punto cruciale è la famiglia, siamo noi, che oggi siamo gli adulti. Siamo noi genitori che decidiamo, di fronte al figlio appena nato, se lasciarlo piangere o no, se dargli o no uno scapaccione, se ficcargli in mano a due anni un telefonino, se rabbonirlo e placarlo con un filmato, un cartone, un videogioco, per essere lasciati in pace. Siamo noi che decidiamo di rimproverare o lasciar correre, punire o premiare o non fare nessuna delle due cose. Siamo noi che permettiamo che i figli ci saltino in testa mentre ceniamo, parlino mentre stiamo parlando noi, urlino, distruggano oggetti, insultino la madre, il padre e la babysitter, non facciano i compiti, copino dai compagni, non aprano un libro, non si alzino per far sedere un anziano, non salutino il vicino di casa in ascensore. Siamo noi che li promuoviamo anche se non studiano, che permettiamo che facciano il chiasso più inverosimile in classe mentre stiamo facendo lezione. noi siamo i primi a non essere rispettosi di noi.

Perché abbiamo permesso tutto questo?

Credo che sia perché ci fa comodo. Per quieto vivere. Ma ancor di più per lieto vivere: goderci la vita, prenderci i nostri piaceri in santa pace. Edonismo. Troppa fatica educare, pretendere, rimproverare, punire. Poco gratificante e autolesionista. Meglio lasciar perdere. Va bene, abbiamo di conseguenza figli e allievi ormai ingestibili. Selvaggi senza regole, cavalli imbizzarriti (Susanna Tamaro ha scritto proprio pochi giorni fa un articolo stupendo su questo tema: “I ragazzi selvaggi e il tramonto dell’educazione”). Ma pazienza, gli somministriamo lo zuccherino: un video, un cartone, gli mettiamo in mano un tablet, uno smartphone, e tutto si risolve. Loro si placano, scende il silenzio e noi possiamo cenare, guardarci un film, parlare con gli amici, berci una birra, farci un aperitivo in piazza, chattare in rete.

Le conseguenze di tutto ciò le abbiamo chiamate “bullismo”. Non dovremmo stupirci se uno studente prende a testate con tanto di casco da moto indosso un prof. Quel che sta succedendo è molto semplice: quei ragazzi non educati ora rivolgono la loro non-educazione contro di noi. Siamo noi le vittime. Ma siamo stai noi i carnefici, noi che li abbiamo privati di regole e valori, di divieti e limiti.  E ora non possiamo che tacere. Il professore di Lucca che non dice, non denuncia, occulta il fatto di cui è è vittima, la dice lunga. Silenzio. E non è nemmeno il silenzio degli innocenti, perché noi non siamo innocenti.

Siamo noi che abbiamo creato il “bullismo”. E ora ci inventiamo i modi per combatterlo. Geniale. Corsi. Convegni. Petizioni. Piattaforme dove lanciamo s.o.s. Petizioni. Centri anti-bullismo, associazioni, portali. Parliamo, discutiamo nei talk show. Auspichiamo leggi, provvedimenti ministeriali (da una ministra che sta rendendo obbligatorio l’uso dei telefonini in classe come strumento didattico?).

E non basta, facciamo ancora di più: ne parliamo a iosa! Occupiamo i giornali e i telegiornali, i siti, twittiamo e condividiamo, moltiplicando così a dismisura la notizia, espandendola all’infinito. Per esempio, a ogni edizione e riedizione di un tg, mandiamo in onda il video del prof oltraggiato. Così, se per caso qualcuno si fosse perso il video sul cellulare, se per disgrazia non fosse stato raggiunto dal solerte popolo del web, ecco che ci pensano i giornalisti, gli opinionisti, i signori del talk show.

Allora, già che tutto è video, vorrei vedere non solo il video dei ragazzi che oltraggiano un professore, ma anche il video in cui si prendono le loro responsabilità, rendono conto e chiedono scusa. E pagano per quel che hanno commesso. Pubblicamente, davanti a tutti. Se ogni cosa dev’essere mediatica, lo sia anche la sanzione, non solo l’ingiuria. Non occhio per occhio, dente per dente. Ma video per video.

E poi, anche, vorrei questo: tacere. Fare un po’ di silenzio. Passare sotto silenzio, invece di amplificare. Se uno su cento oltraggia un prof, non facciamone il protagonista, l’eroe da imitare. Ci sono gli altri 99. Diamo visibilità a questa moltitudine di ragazzi che vive come può, nel mondo difficilissimo che abbiamo noi approntato per loro, e che comunque dimostra ancora di possedere qualche valore, magari latente, magari soffocato e offeso. Rendiamo virale la virtù. Oscuriamo il marcio. Raccontiamo le storie buone, anche inventandole, invece di videoregistrare l’esistente spacciandolo per documento. Il mondo s‘inventa, non solo si descrive. Si inventa come lo si vuole, non lo si descrive per quel che è e basta. Finiamola con i messaggini e i video, siamo capaci di meglio. Per esempio usiamo l’arte e la letteratura, che sono da sempre lo strumento più nobile e più alto che l’uomo abbia trovato, il più umano e il più divino insieme, per cercare di cambiare il mondo.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 29 aprile 2018