Covid-19: mortalità effettiva e mortalità ufficiale

All’inizio di aprile avevo formulato una duplice congettura: che il numero effettivo di morti per Covid potesse essere sensibilmente maggiore del numero ufficiale comunicato dalla Protezione Civile e certificato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), e che il vantaggio del sud (avere meno morti per Covid) potesse essere molto minore di come esso appare dalle statistiche ufficiali. La mia congettura era stata sollecitata dal rilascio da parte dell’Istat dei primi dati comunali sulla mortalità, purtroppo riferiti a un campione di comuni non rappresentativo, e molto sbilanciato verso i comuni in cui più forti erano gli indizi di un eccesso di mortalità (nel 2020) rispetto al passato (gli anni dal 2015 al 2019).

Ora nuovi dati, più numerosi e rappresentativi, prodotti congiuntamente dall’Istat e dall’Istituto Superiore di Sanità consentono di tornare sulle due domande fondamentali: qual è la mortalità effettiva da Covid? Qual è il differenziale di mortalità fra il centro-nord e il sud?

Ho provato a rifare i calcoli con i nuovi dati (fermi purtroppo al 31 marzo), ed ecco i risultati.

La mortalità effettiva da Covid nel mese di marzo è un po’ più del doppio (2.24) di quella ufficiale per l’Italia nel suo insieme. Se applichiamo questo risultato (che è relativo a marzo) all’ultimo dato sui decessi (oltre 32 mila), significa che ai 32 mila decessi ufficiali ne vanno aggiunti circa 40 mila. In breve: probabilmente abbiamo già superato i 70 mila morti.

Ma come stanno le cose nelle varie zone del Paese? Un confronto fra i tassi di mortalità ufficiali e quelli effettivi, stimati in base all’andamento della mortalità, mostra che il “numero” oscuro, ossia il numero di decessi occulti per ogni decesso ufficiale, ha una assai elevata variabilità territoriale. Il rapporto fra decessi effettivi e decessi ufficiali è minore di 2 in Emilia Romagna e Valle d’Aosta, è leggermente maggiore di 2 in Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, è prossimo a 3 o superiore a 3 in tutte le altre regioni, con valori decisamente alti (da 4 a 13) in buona parte delle regioni del sud, in particolare in Molise e in Basilicata.

Queste differenze non modificano il dato di fondo – nel Mezzogiorno l’epidemia è  meno diffusa che nel resto del paese – ma accorciano sensibilmente le distanze fra molte realtà territoriali che eravamo abituati a pensare come profondamente lontane una dall’altra.

Resta, naturalmente, il dato anomalo ed estremamente preoccupante della Lombardia. Lì la mortalità effettiva è circa il quadruplo della media nazionale secondo i dati ufficiali, e poco più del triplo secondo i dati corretti per tenere conto del numero oscuro. Ma nel resto del paese, ovvero nel centro-nord (senza la Lombardia) e nel Mezzogiorno le cose sono molto più sfumate. Le 6 regioni più colpite del centro-nord (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Marche) hanno un tasso di mortalità effettivo circa 10 volte superiore a quello delle 4 regioni più fortunate del sud (Calabria, Sicilia, Campania, Basilicata). Nelle restanti regioni, invece, i tassi di mortalità effettivi delineano una geografia assai meno nitida: tre regioni del sud, ossia Abruzzo, Molise e Puglia, a marzo mostravano tassi di mortalità di poco inferiori a quelli di Toscana e Veneto, e più alti di quelli del Friuli Venezia Giulia, dell’Umbria e del Lazio, tutte regioni del centro-nord. La Sardegna ha valori molto vicino a quelli di Friuli Venezia Giulia e Umbria.

La realtà è che, Lombardia a parte, sia il centro-nord sia il mezzogiorno sono per così dire partizionati: in entrambe le zone c’è un gruppo di regioni nettamente più colpito delle altre, e le due aree intermedie (la meno colpita del centro-nord e la più colpita del centro-sud) hanno valori paragonabili (16.1 contro 14.0).

Se provassimo a mettere tutti questi dati su una cartina dell’Italia, ci accorgeremmo che, oltre al gradiente nord-sud, esiste anche un curioso (forse casuale) gradiente est-ovest, o Adriatico-Tirreno: a parità di latitudine, le regioni della penisola che affacciano sul mare tirreno hanno tassi di mortalità più bassi di quelle che affacciano sul mare adriatico. La Toscana va meglio delle Marche, il Lazio meglio dell’Abruzzo e del Molise, la Calabria e la Campania meglio della Puglia.

La mappa della mortalità effettiva, per quanto imperfetta e relativa all’unico mese (marzo) per cui è possibile azzardare delle stime, ci restituisce dunque un’immagine dell’epidemia parzialmente inedita. Ci sono regioni del nord, Veneto e Friuli Venezia Giulia, in cui l’epidemia non è dilagata come nel resto del centro-nord. E ci sono regioni del sud, come la Puglia, l’Abruzzo e il Molise, in cui il numero oscuro dei decessi non diagnosticati pare molto alto, e l’epidemia appare più diffusa di quanto suggeriscano i dati ufficiali sui decessi da Covid-19.

Forse, in una fase di tentata riapertura, in cui ogni Regione si chiede che cosa può permettersi di fare e cosa no, i dati sulla mortalità effettiva – specie se Istat e Iss ci consentissero di aggiornarli ad aprile – meriterebbero qualche attenzione in più.

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Nota tecnica

Per stimare il numero oscuro abbiamo utilizzato i dati del documento “Impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente – Primo trimestre 2020”, prodotto congiuntamente dall’Istat e dall’Istituto superiore di sanità (Iss).

La stima è avvenuta in 3 passi:

  1. determinazione dei morti ufficiali per Covid-19 a marzo mediante sottrazione dal dato Istat-Iss dei morti di febbraio;
  2. determinazione della mortalità baseline, o “normale”, per il mese di marzo 2020 a partire dalla media 2015-2019, corretta per tenere conto della specificità dell’inverno 2019-2020, decisamente più mite di quelli precedenti (la correzione è stata effettuata confrontando la mortalità dei primi 10 giorni del mese di gennaio 2020 con i corrispondenti giorni del quinquennio 2015-2019).
  3. determinazione della mortalità in eccesso mediante sottrazione della mortalità baseline stimata per marzo 2020 alla mortalità effettiva osservata a marzo 2020.
  4. sottrazione dei decessi Covid ufficiali ai morti in eccesso di cui al punto precedente.

Il dato riportato nei grafici è la media fra le stime che si ottengono usando come periodo di riferimento il 2015-2018 o il 2015-2019.

Una versione ridotta di questo testo è stata pubblicata su il Messaggero del 18 maggio 2020




Il fantasma dei morti di troppo

Un fantasma si aggira per l’Occidente: il fantasma dei morti di troppo. Dopo due mesi di Covid, con oltre 250 mila morti accertate (e almeno altrettante occulte), qualcuno si comincia a domandare: potevano essere di meno, molte di meno? chi doveva gestire l’emergenza sanitaria ha fatto il possibile per contenere il numero delle vittime? quante morti sono una conseguenza di “errori umani” evitabili?

Queste domande aleggiano un po’ dappertutto, ma risuonano con particolare angoscia nei paesi in cui il costo umano dell’epidemia ha raggiunto proporzioni apocalittiche.

Negli Stati Uniti, ad esempio, chi passa per Times Square (la piazza principale di New York), può apprendere quanto è costato agli americani il ritardo con cui Trump si è deciso a proclamare il lockdown: 45 mila morti su 75 mila. E’ una stima, naturalmente, ma non campata per aria, perché si basa su studi epidemiologici.

Nel Regno Unito, un paio di settimane fa, Stephen Buranyi, un coraggioso giornalista scientifico free lance, ha pubblicato su Prospect Magazine un’approfondita inchiesta sulle differenze fra le risposte sanitarie al Covid-19 di Regno Unito e Germania. La domanda è: quante vite umane si sarebbero potute salvare adottando fin da principio l’approccio della Germania? L’autore non si sbilancia fornendo un numero, ma lascia intendere che il numero di vittime dovute a clamorosi errori politici ed organizzativi del governo britannico sia molto grande.

In Francia, fin da metà marzo in una drammatica intervista Agnès Buzyn, ex ministra della salute, ricostruiva la storia dei suoi avvertimenti inascoltati (fin da gennaio!) a Macron e al primo ministro francese, denunciava l’errore di aver ritardato il lockdown per salvare le elezioni comunali, e pronosticava migliaia di morti come conseguenza di questo errore fatale (la Francia, in effetti, si avvia verso le 30 mila vittime ufficiali, poche di meno dell’Italia). Negli stessi giorni 600 medici e operatori sanitari francesi denunciavano alla Corte di giustizia della Repubblica (l’unica abilitata a giudicare gli atti commessi da membri del governo) il primo ministro Edouard Philippe e la stessa Agnes Buzyn, che fino metà febbraio era rimasta al suo posto di ministra della sanità.

E in Italia?

In Italia l’opinione pubblica è estremamente mansueta, e il governo ha sempre respinto ogni responsabilità. Meno di 3 settimane fa (28 aprile), con i morti giornalieri che ancora fluttuavano intorno ai 400 al giorno, il premier dichiarava con invidiabile serenità: tornassi indietro, rifarei tutto eguale. Quanto al commissario Arcuri, il giorno dopo (29 aprile) trovava il coraggio di dichiarare: “Per evitare che anche questa diventi materia di dibattiti comunico che l’Italia è il primo paese al mondo per tamponi fatti per numero di abitanti” (notizia letteralmente falsa, e sostanzialmente erronea).

Negli ultimi giorni, tuttavia, grazie alle inchieste giornalistiche e agli studi scientifici, alcune verità stanno venendo a galla. Alcune sono ovvie, come il fatto che la scelta di ritardare il lockdown, a dispetto degli avvertimenti di tanti studiosi, è costato migliaia di morti, in Italia come altrove. Altre sono meno ovvie, o meglio diventeranno ovvie solo per gli storici di domani, quando le resistenze e gli interessi del momento presente non riusciranno più a farsi sentire. Fra queste verità la più importante è che la scelta di limitare il numero di tamponi e i ritardi nella organizzazione del tracciamento hanno avuto, e continuano ad avere, un costo umano enorme.

Da qualche giorno sembrano essersene accorte anche le autorità sanitarie. Le stesse autorità che all’inizio dell’epidemia “sgridavano” il Veneto, accusandolo di fare troppi tamponi, così deviando dalle sacre direttive dell’organizzazione Mondiale della Sanità, ora invitano a fare “come il Veneto” e improvvisamente si accorgono di aver trascurato l’essenziale, ossia l’approvvigionamento di reagenti, il coinvolgimento delle università, l’apertura agli operatori del settore privato.

Verso di loro serpeggiano le domande che, molto opportunamente, Franco Debenedetti e Natale D’Amico nei giorni scorsi hanno affidato al “Corriere della Sera”: “Lo dice perfino il direttore dell’Istituto Superiore di Sanità: sui tamponi bisogna cambiare strategia. Perché solo adesso? C’era l’esempio del Veneto: perché in Lombardia no? Perché Sala (sindaco di Milano) deve mandare i tamponi da esaminare in Francia?”

Già, perché?

Perché l’Italia, anche dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva riconosciuto il proprio errore, ha aspettato il 5 maggio per manifestare l’intenzione di cambiare linea?

Perché non ci si è mossi subito per garantire l’approvvigionamento di reagenti e allargare il numero di laboratori autorizzati a fare test? Perché questo monopolio pubblico dei tamponi? Perché non abbiamo fatto come la Germania, che ha invitato a testare e tracciare tutti i soggetti sintomatici?

Non so se queste domande meritino la costituzione di “un’alta commissione  indipendente” (come suggerisce Franco Debenedetti), o l’avvio di nuove inchieste giudiziarie dopo quelle sulle residenze per anziani (come altri auspicano). So solo che le stime più prudenti del costo di aver scoraggiato i tamponi sono scioccanti (le pubblicherà a giorni la Fondazione Hume), che il numero di morti effettivi è almeno il doppio del numero ufficiale, e che continuare così costerà altre vittime, oltre a quelle che la riapertura inevitabilmente comporta.

Aver avviato la Fase 2 senza aver costruito le sue precondizioni fondamentali (mascherine, tamponi, tracciamento, indagine nazionale sulla diffusione) è stato certamente un errore, che ci sta già costando caro. Lo ha rilevato con preoccupazione il prof. Massimo Galli (ospedale Sacco di Milano) che, intervistato pochi giorni fa da Selvaggia Lucarelli, ha sconsolatamente osservato: “Possiamo solo affidarci a Santa Mascherina (…) Non è mai stato fatto un esperimento analogo nel mondo. E’ la prima volta che si tenta di arginare un’epidemia dicendo: esci con la mascherina e osserva il distanziamento. Io le dico che non esiste un lavoro scientifico che provi l’efficacia di questa strada”.

Ora che l’errore è stato fatto, e che il rischio ce lo siamo preso, possiamo solo augurarci una cosa: che il timore di dover riconoscere che si è sbagliato, non induca la classe politica, nazionale e locale, a perseverare nell’errore.

Pubblicato su Il Messaggero del 17 maggio 2020




Liberalismi tra libertà civili e politiche E lo Stato fa da braccio armato del diritto

A mio avviso, il fatto nuovo del nostro tempo è il grande scisma che ha investito il mondo liberale. Negli anni ’70 un assistente universitario che aveva chiesto di poter insegnare Storia delle dottrine politiche in una facoltà letteraria del Nord, aveva incontrato il veto di un noto antichista che aveva obiettato al suo sponsor: «Ma è un liberale!». Il veto rientrò dietro assicurazione che il candidato era, sì, liberale, ma vicino a Norberto Bobbio. Se fosse stato un simpatizzante di Giovanni Malagodi rien à faire. In seguito, siamo diventati tutti liberali al punto che, tranne forse il Manifesto non c’è quotidiano o schieramento politico che non si dichiari ligio a Locke, a Montesquieu, a Constant.

Oggi, però, grazie soprattutto ai dibattiti su populismo, nazionalismo, sovranismo, l’unanimità si va dissolvendo come i nostri bellissimi ghiacciai e ci si va rendendo conto che l’etichetta liberale copre due bottiglie diverse.

Una bottiglia contiene il liberalismo storicista, l’altra il liberalismo universalista. L’uno nasce nell’età romantica con Edmund Burke, con M.me de Stael, con Benjamin Constant come critica al razionalismo rivoluzionario in guerra con la tradizione, la storia, la comunità politica etc.. L’altro nasce nel ’700 come critica delle istituzioni secolari – gli Stati d’ancien régime – che non riconoscono i diritti degli individui. Il liberalismo universalista appartiene alla famiglia per così dire mercatista (o liberista) dell’illuminismo e, pertanto, è decisamente ostile al ramo giacobino e poi socialista. Ad accomunare i due fratelli coltelli, tuttavia, è il fatto che, per entrambi, i diritti individuali sono al centro della legittimazione politica: lo Stato è unicamente al servizio dei cittadini al di sopra dei quali ci sono soltanto ‘astrazioni’, fantasmi inquietanti, divinità esigenti che possono imporre perfino il sacrificio della vita. La differenza rinvia alla  diversa estensione dei diritti che debbono venir tutelati: per i liberisti, vanno assicurati l’ordine pubblico, il rispetto dei contratti, le libertà civili e quelle politiche; per i loro avversari, queste ultime non hanno senso se non vengono garantiti dallo Stato i diritti sociali: alla salute, alla casa, al lavoro etc. Ivan Krastev e Stephen Holmes, autori de La rivolta antiliberale. Come l’Occidente sta perdendo la battaglia per la democrazia (Ed. Rizzoli) scrivono, quasi con rimpianto, che il periodo della guerra fredda ha visto lo scontro «di due ideologie universalistiche – liberalismo occidentale e comunismo sovietico – entrambe nate dalla tradizione dell’illuminismo europeo» e che la mancanza di alternative ideologiche è un problema con cui dovremo confrontarci a lungo. Ma siamo poi sicuri che i ’fratelli germani’, con la ‘fine della Storia’, non stiano per riconciliarsi?

La comune opposizione al ‘sovranismo’ in realtà, sembra ricongiungere l’illuminismo occidentale e l’illuminismo postcomunista in una sorta di union sacreé contro il neo-comunitarismo, visto come reincarnazione del fascismo: il vecchio vizio illuministico di far di tutta l’erba un solo fascio (littorio). Sennonché come l’illuminismo anche il Romanticismo ha avuto un parto gemellare, lo storicismo liberale e il tribalismo ideologico. Entrambi hanno valorizzato le ‘radici’, le ‘eredità’, le affinità profonde ma mentre il primo ne ha fatto il terreno concreto su cui costruire le istituzioni della libertà, il secondo lo ha eretto a Moloch a cui tutto sacrificare. Gli eventi tragici sfociati nelle due guerre mondiali hanno portato gran parte del pensiero politico contemporaneo a una demonizzazione insuperabile dello ‘Stato nazionale’ su cui si è riversata la stessa fatwa che gli illuministi avevano emesso contro le monarchie assolute. E’ una condanna che ha finito per investire lo Stato in quanto tale, tollerato ormai solo in quanto braccio armato del Diritto. Nel suo commento a Montesquieu, Condorcet aveva scritto: «Non si vede perché tutte le province di uno Stato o anche tutti gli Stati non debbono avere le stesse leggi criminali, le stesse leggi civili, le stesse leggi che regolano il commercio. Una buona legge deve essere buona per tutti gli uomini, come una proposizione vera è vera per tutti». Per i liberali illuministi, grazie all’Europa (primo passo verso gli Stati Uniti del Mondo), grazie alle istituzioni internazionali e agli accordi finanziari sempre più vincolanti tra gli stati, la verità enunciata da Condorcet seppellirà le differenze artificiali mantenute in vita dagli Stati nazionali.

Cosa ci riserva il futuro non è dato sapere. Va rilevato, comunque, che la filosofia universalista non garantisce la pace perpetua. A ragione o a torto, uomini e donne rivendicano la diversità come un valore e chiedono all’autorità politica di proteggerla, anche a costo di limitare i diritti. Come ha scritto Umberto Vincenti in un saggio magistrale, La religione dei diritti umani (in Giuseppe Valditara, a cura di, Sovranità democrazia e libertà, Ed. Aracne): «I diritti nati per liberare gli uomini dai vincoli della cetualità medievale e delle religioni di Stato hanno finito con il promuovere la libertà di azione del singolo in ogni dove, spesso in danno di altri e dell’interesse generale o diffuso». Ma possono esistere, si chiede il giurista, “sovranità popolare e democrazia se al popolo” è “interdetto di decidere, almeno oltre una certa misura, sulla libertà d’azione dei singoli individui”? Quello di Vincenti è il liberalismo storicistico che dall’800 arriva fino a Benedetto Croce, Rosario Romeo, Renzo De Felice. Forse i libertarian genere Alberto Mingardi non hanno ancora vinto la partita.

Pubblicato su Il Dubbio del 9 maggio 2020




A che punto siamo? Bollettino Hume sul Covid-19 (5°)

Il Bollettino di oggi (martedì 12 maggio), torna ad occuparsi dell’andamento dell’epidemia in Italia per capire a che punto sono le diverse regioni nel percorso che dovrebbe condurle alla meta di “zero contagi”.

Fatto 100 il numero giornaliero dei morti e quello dei nuovi casi registrati nel giorno peggiore dall’inizio dell’emergenza, l’Italia nel suo complesso deve ancora percorrere circa un quinto del cammino per arrivare all’azzeramento dei contagi.

La situazione delle singole regioni appare ancora variegata sia dal punto di vista dei decessi che sul versante dei nuovi contagiati.

Come una settimana fa, Emilia Romagna, Liguria, Lazio, Piemonte, Toscana, Abruzzo e Veneto presentano una velocità di caduta dei decessi più bassa dell’Italia nel suo insieme.

Risulta ancora particolarmente preoccupante la situazione del Veneto, l’unica regione che registra un valore vicino al 50%. Come si vede nel grafico che segue, la velocità di caduta dei decessi risulta particolarmente lenta nella regione. Per tutto aprile è rimasta sostanzialmente piatta.

La situazione è relativamente più rassicurante ma in peggioramento (rispetto a sette giorni fa) per cinque regioni, quattro delle quali collocate al Sud: Abruzzo, Basilicata (come si è detto sopra), Calabria, Campania e Lombardia.

In queste regioni, la curva dei decessi, anziché muoversi verso il basso, torna a salire, allontanandosi dalla meta come mostrano i grafici seguenti.

Sul fronte dei nuovi contagi colpisce la situazione del Molise. Rispetto a martedì scorso si è allontanata dalla meta dei “contagi zero” (era quasi giunta all’obiettivo registrando un 5,6%). Lo scoppio del focolaio di Campobasso l’ha portata in coda alla graduatoria. Il Molise è preceduto da Piemonte, Liguria e Lazio che anche questa settimana si trovano in fondo alla classifica.

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Nota tecnica

Le serie storiche dei casi totali di Basilicata, Calabria, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia sono state ristimate per eliminare alcune incongruenze dei dati ufficiali forniti dalla protezione Civile.

 

Appendice

Riportiamo, di seguito, i grafici dell’evoluzione dei due indici considerati (calcolati in media mobile a 7 termini) nelle 21 Regioni e Province. Questo ci consente di individuare le regioni che presentano una caduta della curva più piatta (come il Friuli V.G., il Lazio, la Liguria, la Toscana o il Veneto).




L’Italia e gli altri. Bollettino Hume sul Covid-19 (4°)

Bollettino bisettimanale sull’andamento dell’epidemia

La Fondazione Hume pubblica oggi (8 maggio) il IV Bollettino sull’andamento dell’epidemia.

Dopo aver analizzato la situazione nelle regioni italiane (lunedì 4 maggio), oggi vogliamo valutare la velocità del contagio in Italia confrontandola con quella degli altri paesi.

Il grafico che segue rappresenta la quota di strada che ancora si deve percorrere per raggiungere l’obiettivo dei “contagi zero”. Il calcolo si basa sulla mortalità per abitante fatto 100 il numero giornaliero dei decessi registrati nel giorno di picco dell’epidemia.

Come si vede, l’Italia si colloca a metà classifica (come una settimana fa) registrando un 31.2.

Rispetto a venerdì scorso la sua situazione è migliorata (era al 40.5%).  Ci sono però paesi che hanno fatto meglio come ad esempio l’Austria, la Svizzera, la Slovenia, la Lituania, Israele o i Paesi Bassi che sette giorni fa ci seguivano in graduatoria e oggi ci precedono.

Vi è chi ha fatto peggio di noi. Hanno rallentato la caduta dei decessi il Belgio, il Lussemburgo, la Repubblica Ceca, la Finlandia e l’Ungheria. In lieve peggioramento anche la Danimarca.

Il lento progresso dell’Italia verso “zero contagi” emerge anche dal grafico seguente che rappresenta la velocità di discesa verso la meta. Il tasso di caduta dei contagi continua a rimanere ancorato al 3%. Siamo il quintultimo paese con il tasso di caduta della curva più lento.

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Nota tecnica

I paesi considerati sono tutti quelli in cui:

  1. l’epidemia ha varcato la soglia dei 10 morti per milione di abitanti;
  2. il picco è già stato superato da almeno 4 giorni.
  3. il picco è stato calcolato come variazione trigiornaliera

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