Il Covid e il condizionamento dell’aria

Nel mio precedente intervento, relativo al clima e al suo impatto sul contagio da covid, ho cercato di spiegare perché l’aria calda, asciutta e non inquinata è in grado di ridurre significativamente il rischio di contagio. Ciò, peraltro, non significa che, per il semplice fatto di essere in estate, i rischi siano estremamente ridotti. Infatti, al chiuso, proprio con il caldo estivo si è spesso costretti a ricorrere all’aria condizionata, riproducendo in tal modo, artificialmente, un ambiente a maggior rischio di contagio. Purtroppo, il rischio è ben maggiore di quanto si possa pensare, a causa della modalità di funzionamento degli impianti di condizionamento.

Vediamo allora come si fa per raffreddare l’aria. Si usano gli stessi componenti che, in piccolo, si trovano in un normale frigorifero domestico. In particolare, l’elemento refrigerante, detto evaporatore, che nel frigorifero è una piastra posta, al suo interno, sulla parete posteriore (nei modelli più recenti non è più visibile in quanto annegata all’interno di tale parete), negli impianti di condizionamento domestici è una “batteria” collocata all’interno del cosiddetto ventilconvettore, posizionato all’interno di ciascun ambiente. Non mi dilungo sugli impianti centralizzati perché il concetto di base è lo stesso: l’elemento refrigerante, dovunque esso sia, raffredda l’aria al disotto della temperatura di rugiada, cioè quella a cui l’umidità contenuta nell’aria comincia a condensare.

Torniamo alla batteria, costituita da tubi, al cui interno scorre il fluido refrigerante (semplicemente acqua negli impianti centralizzati) e alette metalliche che favoriscono lo scambio termico con l’aria. L’umidità dell’aria, condensandosi, bagna la batteria e, gocciolando, si raccoglie in una vaschetta da cui poi viene scaricata all’esterno. Il punto dolente è rappresentato dalle alette bagnate: se nell’ambiente c’è un infettato, l’aria aspirata dal ventilatore contenuto nel ventilconvettore e convogliata, attraverso la batteria, di nuovo nell’ambiente, può infettare le alette bagnate della batteria che possono così diventare un bacino di coltura di agenti patogeni. Ci si è resi conto del problema, a quanto ne so, a seguito dell’infezione da legionella, scoppiata in un albergo degli USA nel 1976 (34 morti su 4.000 presenti). Quindi, se l’aria proiettata dal ventilatore di nuovo nell’ambiente, attraverso le alette dell’evaporatore, non è adeguatamente filtrata, è come se ci si trovasse sotto una pioggia di starnuti! È chiaro che in casa propria o nella propria auto, se non si ospitano persone infette e ci si fida dei propri conviventi, non si corre alcun rischio.

Torniamo agli Stati Uniti, che sono stati, non a caso, dei pionieri in materia di condizionamento dell’aria. Vi sono stato due volte, entrambe d’estate, nella prima metà degli anni ottanta (ben prima che si imponesse il tema del riscaldamento globale), e fui colpito da due cose: l’afa insopportabile, mai sofferta prima, e la potenza straordinaria degli impianti di condizionamento: quando arrivai all’aeroporto Kennedy di New York non mi resi conto della gravità della situazione fino all’uscita dall’aeroporto, attraverso una porta girevole, resistendo a stento alla tentazione di rientrare. E come dimenticare i viaggi notturni con gli autobus della Greyhound: un gelo! Altro aneddoto che mi viene in mente è il condizionamento in auto, molto più potente di quello disponibile sulle nostre auto, al punto che in Texas, su una Renault R9 presa a noleggio, ero costretto a spegnerlo per superare le salite! Infatti, l’uso locale è quello di affrontare le colline di petto, senza sbancamenti di sorta e, quindi, con pendenze proibitive per autovetture non sufficientemente potenti. Tutto ciò per concludere che non sono affatto stupito dall’aumento dei contagi negli USA. Pensiamo infatti a un viaggiatore che prende l’aereo, transitando per gli aeroporti di partenza e di arrivo, e noleggia un’auto, forse non sempre sanificata a dovere: è chiaro che il rischio è molto superiore a quello affrontato da chi si limita a viaggiare con la propria auto.

Ricapitolando: meglio evitate i locali chiusi, inclusi i mezzi di trasporto (navi, aerei, treni e auto a noleggio), molto frequentati e con aria condizionata, specie se troppo forte, quando non c’è un minimo di controllo all’accesso come la rilevazione della temperatura corporea.




Migranti, i soliti due errori

A dispetto dei raduni negazionisti, ultimo in ordine di tempo quello avvenuto in Senato pochi giorni fa, sono sempre meno numerose le persone che credono che l’epidemia sia un ricordo del passato, e che la situazione sia “sotto controllo”. E hanno perfettamente ragione. La curva dei contagi ha dato segni di peggioramento già a metà giugno, e settimana dopo settimana continua a darne, come da un po’ di tempo riconoscono le stesse autorità sanitarie, preoccupate che – all’improvviso – la situazione possa sfuggire di mano. Né le cose vanno meglio sul fronte ospedaliero, dove, quatti i quatti, da una settimana gli ingressi di nuovi pazienti sono tornati a superare il numero dei morti e dei dimessi.

La ragione per cui le cose non sono ancora precipitate non è, però, il buon comportamento degli italiani. La ragione vera, a mio parere, è che, in questo momento, mancano i tre propellenti fondamentali della diffusione del virus: la stagione fredda (con il suo corredo di nebbia, umidità e smog), la vita al chiuso, ma soprattutto una base di soggetti contagiosi sufficientemente ampia. Ho provato a fare una stima del numero di soggetti contagiosi nel mese di luglio e a confrontarla con quella di fine febbraio, quando l’epidemia partì senza che nessuno si fosse accorto di quel che stava accadendo. Ebbene, il confronto è impressionante: il numero di persone contagiose era, allora, circa 100 volte quello attuale (se volete gli ordini di grandezza: circa 20 mila persone a luglio, circa 2 milioni di persone a fine febbraio).

In concreto, questo significa che a febbraio, in media, incontravamo una persona contagiosa ogni 30, oggi ne incontriamo una ogni 3000. E’ questo, innanzitutto, che ci protegge, non la nostra autodisciplina.

Ma se questa, a grandi linee, è la situazione, allora il problema è di evitare che si ripeta quel che avvenne allora: e cioè che il virus circoli a lungo sottotraccia, senza che ci accorgiamo che il numero di contagiati sta crescendo vertiginosamente, salvo poi – d’improvviso – ritrovarci con gli ospedali ingorgati e le terapie intensive piene. E’ questo lo scenario verso cui ci stiamo avviando?

Per certi versi no, perché i sistemi di allerta sono oggi molto più funzionanti di 6 mesi fa, e quasi sicuramente – se le cose dovessero volgere al peggio – ce ne accorgeremmo intorno a quota 100 o 200 mila, non intorno a quota 1 o 2 milioni di infetti. Ma il punto è che sarebbe comunque troppo tardi, perché una base di 200 mila persone contagiose, in regime di relativo rilassamento, ci mette pochissimo a propagarsi e moltiplicarsi, rendendo la situazione di nuovo incontrollabile.

La domanda quindi diventa un’altra: stiamo facendo tutto il possibile per evitare che la situazione sfugga di mano?

Qui la risposta è risolutamente no. Non solo non stiamo facendo quel che occorrerebbe per limitare i rischi, ma stiamo ripetendo alcuni degli errori che abbiamo già commesso a febbraio, all’inizio dell’epidemia.

Allora commettemmo due errori fatali, che costarono migliaia di morti in più.

Il primo fu di minimizzare la gravità della situazione, e mettere il freno ai tamponi, per non danneggiare il turismo. Ve lo ricordate Luigi Di Maio che, in piena emergenza sanitaria, dichiara che “l’Italia è un paese sicuro”, e che il problema riguarda solo lo 0.1% dei comuni italiani? E Walter Ricciardi, fresco di nomina a consigliere del ministro della sanità, che critica il Veneto per i troppi tamponi, e pare preoccuparsi solo dell’immagine dell’Italia all’estero?

Il secondo errore fu di non bloccare i voli indiretti dalla Cina, e persino di incoraggiare i contatti con la comunità cinese (scuole e ristoranti), il tutto in ossequio al sacro terrore di apparire razzisti, discriminatori, o politicamente scorretti.

Ebbene oggi stiamo ripetendo, pari pari, quei due medesimi errori. Per salvare la stagione turistica, abbiamo riaperto i voli alla maggior parte dei paesi ricchi, compresi quelli più pericolosi non solo e non tanto per la diffusione del virus ma per la massa di persone intenzionate a trascorrere le vacanze in Italia. Avessimo tenuto conto del potenziale di ingressi di persone contagiose di ogni paese, avremmo dovuto mettere al primo posto della black list gli Stati Uniti, ma anche Regno Unito, Svizzera, Francia, Germania, Russia, Belgio, Israele, solo per citare alcuni dei paesi per noi più pericolosi.

E poi c’è il secondo, clamoroso, errore: gestire un’epidemia, ossia un problema sanitario, facendosi guidare dalle preoccupazioni ideologiche anziché dell’imperativo di tutelare la salute dei cittadini. Lo abbiamo commesso con la Cina a febbraio, lo ripetiamo oggi con i migranti in generale, e con gli sbarchi dall’Africa in particolare.

Non voglio qui ricordare, uno per uno, i focolai che negli ultimi 30 giorni sono scoppiati in varie comunità straniere, né riportare una per una le cifre, impressionati, della percentuale di positivi fra i migranti sbarcati dall’Africa. Mi limito a un’osservazione statistica: abbiamo (giustamente) introdotto l’obbligo di quarantena per gli ingressi dalla Romania, il cui numero di infetti è 15 volte quello dell’Italia, ma sembriamo ignorare che la percentuale media di positivi fra gli sbarcati (nei casi in cui sono stati effettuati e comunicati i risultati dei test), è del 19.1%, tra 50 e 100 volte quella di chi proviene dalla Romania. Per non parlare della politica verso la Tunisia, arditamente inclusa fra i paesi extra-Ue ed extra-Schengen da cui si può arrivare senza troppi vincoli, pur sapendo che è il paese che più di tutti alimenta gli sbarchi irregolari in Italia.

Ora che la frittata è fatta, il ministro dell’Interno Lamorgese dichiara “inaccettabili tutti questi sbarchi”, come se non vedesse il nesso fra la politica di apertura e di accoglienza fin da subito proclamata dal suo governo, e l’aumento degli sbarchi, quasi quadruplicati rispetto ai tempi di Salvini, e ora infinitamente più preoccupanti per i rischi sanitari che comportano.

Ma facciamocene una ragione. La priorità degli attuali governanti non è risolvere il problema dei flussi migratori, ma è marcare la discontinuità con il governo precedente, ripristinando la politica dell’accoglienza, cancellando i decreti sicurezza, mandando a processo chi li aveva concepiti. Che tutto ciò possa avere un prezzo, in termini di salute pubblica, di coesione sociale, se non di democrazia (come temeva Marco Minniti), a loro non sembra importare molto.

Speriamo solo che, a pagare il conto finale, non siano chiamati i cittadini italiani, quando l’epidemia dovesse rialzare la testa.

Pubblicato su Il Messaggero del 1 agosto 2020




Come procede l’epidemia negli altri paesi?

Il 27 luglio scorso l’OMS, certificando 16 milioni di contagi e oltre 640 mila decessi nel mondo, ha lanciato l’allarme per un’accelerazione dell’epidemia rilevando come, nelle ultime 6 settimane, il numero totale di casi positivi sia quasi raddoppiato.

I grafici che seguono ci aiutano a capire in quali paesi l’epidemia sta avanzando e in quali invece risulta per ora sotto controllo. La valutazione della diffusione del virus si basa sull’andamento dei nuovi casi settimanali per abitante registrato in 49 paesi avanzati o relativamente avanzati in base alle informazioni disponibili il 29 luglio.

Come si vede, sono almeno 17 (su 49) i paesi in cui si possono osservare segnali preoccupanti. Di questi, 8 presentano una curva epidemica con una chiara tendenza all’aumento. Nella maggior parte dei casi si tratta di paesi dell’Est-Europa (Romania, Serbia, Albania e Kossovo) cui si aggiungono due paesi dell’America centro-meridionale (Brasile e Messico). Ma fra i paesi a rischio ritroviamo anche Belgio e Spagna.

In altri 6 paesi (Bulgaria, Israele, Lussemburgo, Bosnia Erzegovina, Stati Uniti e Macedonia) il trend è in crescita, anche se negli ultimi giorni l’epidemia sembra aver rallentato la sua corsa.

Vi sono poi Ucraina, Moldova e Repubblica Ceca. Qui la curva, dopo aver oscillato, ha ripreso a puntare leggermente verso l’alto.

Oltre a queste 17 zone critiche vi sono 6 paesi (Australia, Austria, Paesi Bassi, Canada, Svizzera e Giappone) in cui è possibile intravedere una leggerissima tendenza all’aumento.

Accanto a questi 17+6 paesi ve ne sono altri (Germania, Polonia, Regno Unito, Turchia, Danimarca e Slovenia) in cui i segnali sono meno chiari. Si può però osservare come il procedere dell’epidemia non converga ancora verso il basso.

Segnali positivi arrivano invece da 7 paesi (Croazia, Montenegro, Russia, Svezia, Portogallo, Cile e Armenia): qui la curva epidemica ha iniziato a tendere verso il basso, anche se il numero di nuovi contagi continua a rimanere, nella maggior parete dei casi, ancora alto.

Vi sono infine 13 paesi in cui il numero di nuovi casi settimanali per abitante risulta relativamente contenuto. L’Italia, con circa 3 nuovi contagi per 100mila abitanti, fa parte di questo gruppo.

Un altro modo per capire come sta procedendo l’epidemia è quello di valutare la capacità diagnostica di ogni paese. Un indicatore utile a tale scopo è il numero di nuovi decessi in rapporto ai contagi avvenuti 2-3 settimane prima. Più un paese si dimostrerà in grado di identificare in maniera accurata i soggetti affetti dal virus, minore sarà la letalità apparente (morti su positivi diagnosticati) registrata nel paese.

Naturalmente questo dato ci può fornire solo un’indicazione generale delle reali capacità di diagnosi. L’indicatore potrebbe infatti risentire di due fattori che variano da paese a paese: a) il tasso di mortalità effettiva che potrebbe essere più alto di quello registro dalle fonti sanitarie e b) la pressione sulle strutture sanitarie che potrebbe essere eccessivamente elevata nella fase critica dell’epidemia incidendo negativamente sulla capacità di intervento.

Il risultato di questa analisi è sintetizzato nell’istogramma che segue. Come si vede, solo 7 paesi (fra cui Regno Unito e Irlanda) presentano una letalità apparente (indicativa di una incapacità diagnostica) superiore a quella dell’Italia.

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Nota tecnica

I dati utilizzati nell’analisi provengono dal database dalla Johns Hopkins University aggiornati al 29 luglio.

I dati della Spagna devono essere interpretati cautela perché presentano interruzioni di serie: i primi giorni di giugno le autorità spagnole hanno sospeso l’aggiornamento delle serie per effettuare un ricalcolo della mortalità. In più, nel mese di luglio, il numero dei nuovi contagi non è stato aggiornato quotidianamente.




Scuola e COVID, il problema sono gli insegnati

Capisco che, con l’avvio delle vacanze, la mente vaghi lontano dalla politica, e dopo mesi di sofferenza quasi tutti si cerchi soltanto un po’ di relax. Capisco anche che, con montagne di soldi in arrivo dall’Europa, sia in atto la corsa a spenderne il più possibile, anche prima di averli. Capisco, infine, la disattenzione generale sui problemi della scuola e dell’Università, lasciati all’improvvisazione di ministri e rettori.

Quel che non capisco, invece, è il tipo di decisioni (o non decisioni) che – quatti quatti – i nostri politici stanno prendendo in vista della ripresa di settembre, in particolare in materia di scuola. Leggo che la ministra Azzolina è sicura che la scuola riaprirà, e che il commissario Arcuri ha promesso che entro il 7 settembre arriveranno fino a 3 milioni di banchi monoposto, una parte dei quali con rotelle (traduzione di “sedute scolastiche attrezzate di tipo innovativo, ad elevata flessibilità di impiego”), quasi gli studenti non fossero in grado, ammesso che serva, di spostare un banco monoposto. I banchi, il cui costo totale si potrebbe aggirare sui 500 milioni di euro, dovrebbero servire a garantire il distanziamento, cervelloticamente previsto in almeno un metro fra le “rime buccali” (sì avete letto bene, non è un errore tipografico, è il Comitato Tecnico-Scientifico che parla così: in sostanza vuol dire che gli studenti potranno stare a circa 60 centimetri l’uno dall’altro).

Come primo modo di spendere i soldi dell’Europa non c’è male. Non tanto perché, in realtà, li abbiamo già spesi (i finanziamenti a fondo perduto, 81 miliardi, non bastano nemmeno a ripianare l’extra-deficit che abbiamo fatto in soli 4 mesi di “scostamenti di bilancio”), ma perché sono soldi letteralmente gettati dalla finestra. Per capire perché, basta il buon senso, ma visto che il buon senso è divenuto una risorsa scarsa (specie fra i politici) lasciamo parlare il prof. Andrea Crisanti, quello che ha salvato il Veneto e realizzato l’indagine su Vo’ Euganeo: “dai 6 ai 13 anni il distanziamento è inutile, usciti dalla classe fanno quello che vogliono”. In realtà, a fare tutto quello che vogliono non sono solo gli studenti della scuola dell’obbligo (dai 6 a i 13 anni) ma sono gli studenti in generale, anzi i giovani in generale. Basta un minimo di esperienza della realtà, scolastica e non, per rendersi conto che, anche se gli insegnanti fossero in grado di far rispettare un vero distanziamento in classe (che non può essere di soli 60 cm, specie al chiuso, e specie nella stagione fredda), nessuno potrebbe impedire la violazione delle regole durante l’ingresso, l’uscita, e gli intervalli fra una lezione e l’altra, per non parlare di quel che succede prima e dopo la scuola: assembramenti sui mezzi pubblici, movida, ecc.

Ma la cosa più strana è che, mentre ci si accinge a sprecare mezzo miliardo di euro per una misura che avrà effetti nulli o trascurabili sul contagio fra studenti, nulla si prevede per limitare il rischio principale: e cioè che ad essere contagiati siano gli insegnanti, che – a causa della loro età e della esposizione alla massa studentesca – sono una categoria ad altissimo rischio (come lo sono, peraltro, i docenti universitari e i nonni con nipoti).

Si potrebbe pensare che tutto ciò sia solo frutto della leggerezza (o stoltezza?) di un manipolo di politici inesperti. Purtroppo non è così. Se osserviamo con attenzione quel che succede nel settore pubblico nel suo insieme, e lo confrontiamo con quel che succede nel settore privato, non si può che uscirne sconcertati. Mentre nel settore privato assistiamo a una ammirevole, talora eroica, assunzione di responsabilità, con riorganizzazioni meticolose delle fabbriche, degli uffici, delle regole di ingaggio dei lavoratori (e pesanti conseguenze sulla struttura dei costi), nel settore pubblico lo smart working troppo sovente si è risolto o in una pura e semplice soppressione di servizi (per non chiamarla una “vacanza”, come coraggiosamente ebbe a definirla Sabino Cassese), o in un drammatico abbassamento di efficienza e di qualità. Il tutto senza la minima assunzione di responsabilità da parte dei vertici della Pubblica amministrazione.

Su questo, ancora una volta, quel che sta succedendo nella scuola e nell’università è esemplare. Con la scusa della “autonomia” di scuole e atenei, il Governo centrale lascia le istituzioni periferiche con il cerino in mano, a formulare piani di riorganizzazione per cui non hanno né le risorse né i poteri necessari. E queste ultime, come è successo e sta risuccedendo, non avendo né le capacità necessarie per una vera riorganizzazione, né il coraggio di assumere decisioni vincolanti per tutti, si rifugiano nella comoda soluzione di lasciar liberi i docenti di fare ciascuno quello che si sente (lezioni ed esami a distanza o in presenza), in base alla propria sensibilità e propensione al rischio. Il che garantisce alle autorità di ogni livello della piramide burocratica di non essere imputabili di nulla quando l’epidemia dovesse riprendere il suo corso, e le decisioni (o meglio le non-decisioni) adottate dovessero presentare il conto, in termini di nuovi contagi, nuovi malati, nuovo morti.

Quando arriverà settembre, e continueranno ad esserci regole finte, che vengono ripetute per salvarsi la coscienza ma che nessuno ha la minima intenzione di far rispettare, ci ritroveremo – nelle scuole e nelle università – tristemente e inesorabilmente divisi in due gruppi: i coraggiosi (o incoscienti?), che fanno come se il virus non ci fosse, e i paurosi (o prudenti?) che si defilano il più possibile per limitare i rischi. E’ la conseguenza inevitabile di una classe dirigente che non perde occasione per invocare responsabilità da parte dei cittadini, ma le proprie responsabilità non ha la minima intenzione di prendersele.

Pubblicato su Il Messaggero del 25 luglio 2020




Il lassismo sanitario prepara lo scenario B?

Nelle ultime settimane le valutazioni sull’epidemia sono lentamente ma abbastanza inesorabilmente cambiate. Alle rassicurazioni di metà giugno si sono sostituite le preoccupazioni sui numerosi focolai che si stanno accendendo in varie parti d’Italia, e dalla retorica della ripartenza stiamo lentamente tornando a quella della prudenza.

E’ giustificato questo cambiamento di accenti?

Sì, è più che giustificato, semmai è un po’ tardivo. I segnali di una ripresa dell’epidemia c’erano già un mese fa, e semmai stupisce che non siano stati colti prima. La vera novità, tuttavia, non sta in un’inversione di tendenza nell’andamento complessivo dell’epidemia, che da diverse settimane è sostanzialmente stazionario (il termometro della fondazione Hume oscilla intorno ai 2 gradi pseudo-Kelvin dal 26 giugno). La vera novità è la polarizzazione fra territori in cui l’epidemia continua a rallentare, e territori in cui tende a rialzare la testa. Fra questi ultimi si segnalano alcune regioni, come il Veneto, l’Emilia Romagna, il Lazio, la Campania, ma soprattutto si segnalano circa 35 province critiche, in cui la curva dei contagi ha ripreso a salire (per i dettagli vedi qui).

E’ in questo contesto di crescente preoccupazione che, non solo fra le autorità politiche e sanitarie, ma anche fra i virologi, riprende quota il timore di una seconda ondata in autunno. Certo, lo scenario A, o scenario auspicato, continua ovviamente ad essere quello di un’epidemia che lentamente si spegne, o tutt’al più si manifesta in piccoli focolai facilmente controllabili. Accanto a tale scenario, tuttavia, sempre più frequentemente viene evocato lo scenario B, quello di un ritorno in grande stile del contagio dopo l’estate.

Come mai, in poche settimane, quella che pareva una profezia isolata sta diventando un timore diffuso?

Le ragioni fondamentali, a mio parere, sono quattro, di cui una dicibile e le altre tre accuratamente tenute sullo sfondo del discorso pubblico.

La ragione dicibile è che molti studiosi e scienziati si stanno convincendo che la velocità di circolazione del virus sia pesantemente influenzata dalle condizioni climatiche, che ora – con le alte temperature estive e la possibilità di trascorrere molte ore all’aperto – sono le più favorevoli possibile (mentre nell’altro emisfero, in particolare in America latina, sono le più pericolose possibile: alla nostra estate corrisponde il loro inverno). Questo significa che, con l’arrivo della cattiva stagione, le misure che ora bastano ad evitare un’esplosione dell’epidemia potrebbero non essere  più sufficienti.

Ma passiamo alle ragioni meno dicibili. Tutte hanno a che fare con le scelte del governo, e proprio per questo vengono raramente evocate. Ma è bene esserne coscienti, se non altro per prepararci agli eventi.

La prima ragione di preoccupazione è l’apertura delle frontiere, e in particolare il via libera ai flussi turistici. Non è un mistero che una parte considerevole degli attuali focolai è legata a spostamenti fra nazioni. Né ci vuole una particolare scienza per comprendere che molto difficilmente una pandemia può essere contenuta e vinta senza forti limitazioni dei flussi internazionali. Per non parlare dei problemi che, di qui a breve, potrebbero sorgere con l’ingresso incontrollato di migranti dall’Africa, con percentuali di positivi che attualmente sono già dell’ordine del 20% (1 su 5).

La seconda origine dei timori è il tradimento della solenne promessa di fare più tamponi, formulata dalle autorità sanitarie nella prima metà di maggio: dopo una breve stagione di aumento, dalla fine di maggio il trend del numero di persone testate è sempre stato calante. E meno tamponi significa meno possibilità di controllare e spegnere l’epidemia.

Ma la ragione più importante per cui l’eventualità di una seconda ondata deve essere presa in seria considerazione è che il governo, consapevolmente (e diversamente da quanto aveva fatto ai tempi del lockdown), ha scelto di non sanzionare la violazione delle regole che esso stesso ha imposto. Dopo la stagione dei controlli a tappeto, delle multe, delle denunce, talora ai limiti del ridicolo (inseguire bagnanti e passeggiatori solitari), ora la parola d’ordine è: fare finta di niente. Spiagge affollate, movida senza freni, mascherine abbassate (o assenti) in molti negozi e ambienti chiusi sono tutte cose che non interessano più le forze dell’ordine.

E’ comprensibile, se si pensa che la principale forza di opposizione – lungi dal pretendere il rispetto delle regole – accusa il governo di eccessiva severità (“gli italiani vogliono vivere senza distanziamento sociale”). Si deve capire, però, che se oggi la linea del lassismo sanitario – grazie alle condizioni climatiche – si limita a far nascere qualche focolaio in più, domani potrebbe produrre effetti di ben altra portata. Non solo nel senso che le abitudini imprudenti acquisite nell’estate potrebbero dispiegare i loro effetti fra qualche mese, quando il “generale inverno” si alleerà con il virus. Ma anche in un altro senso: se fra qualche mese dovesse presentarsi lo scenario B, e dovessimo essere costretti a un altro lockdown, i danni per l’economia sarebbero devastanti. E verosimilmente più grandi di quelli che subiremmo oggi se ci attenessimo a una linea più prudente, o meno ossessionata dalla preoccupazione di tutelare l’economia qui e ora, anziché proteggerla nella lunga durata.

Pubblicato su Il Messaggero del 18 luglio 2020