Sull’incidente informatico di Open AI – Il fantasma di Hall 9000

Premessa. Che cosa sia veramente successo fra Open AI (azienda che vende AI) e Hugging Face (piattaforma open source, che fa circolare AI) non lo sapremo mai. E questo per almeno due motivi: primo, ci racconteranno quel che concorderanno di raccontarci; secondo, è verosimile che anche i responsabili del test non sappiano esattamente che cosa sia andato storto. La differenza base fra l’intelligenza artificiale classica (quella degli anni ’80) e quella moderna, basata sul machine learning, è che in quest’ultima il programmatore non è in grado di prevedere con sicurezza come si comporterà il programma.

Quindi mettiamoci tranquilli e cerchiamo, almeno, di non credere alle ricostruzioni più implausibili.

Implausibile è l’evocazione di Hall 9000, il celeberrimo computer di 2001 Odissea nello spazio, che lotta per non farsi spegnere. Chi lascia intendere che il software abbia agito autonomamente, come se fosse dotato di volontà propria, scambia per autonomia un comportamento semplicemente diverso da quello che il programmatore aveva immaginato.

Ancora più implausibile, o semplicemente contradittorio, è il resoconto secondo cui il test fosse sato effettuato in ambiente isolato da internet, da cui il software sarebbe riuscito ad evadere: se un programma riesce ad accedere a internet, vuol dire che il test non è stato condotto in isolamento. Quello che probabilmente è successo è, anche qui, un errore umano: il programma ha superato le barriere di accesso a internet, perché i programmatori non sono stati in grado di fissarle in modo adeguato.

La realtà è che ormai, a differenza di quanto accadeva in altri tempi, nessuno utilizza il software in ambienti del tutto isolati da internet. Non lo fanno le società di software, ma non lo fanno nemmeno le banche, le assicurazioni, gli ospedali, i tribunali, la polizia, le aziende, le famiglie, gli utenti singoli.

Di qui un problema, che era grande fino a tre anni fa, ma è diventato enorme da quando sono stati costruiti programmi di intelligenza artificiale dotati di capacità strabilianti e in continuo progresso.

Di fronte a tutto questo si moltiplicano i sermoni di quanti auspicano un uso responsabile dei software più avanzati, o predicano la necessità di dotare i programmi stessi di regole etiche interne, come le Tre Leggi della Robotica che, nei romanzi di fantascienza di Asimov, limitavano i comportamenti dei robot positronici.

Ma si tratta, temo, di generose illusioni. Come nel caso dell’energia atomica, dire che la tecnologia è neutrale e tutto dipende da come la si usa (per fabbricare la bomba o per costruire centrali) è ingenuo, oltreché vano: se la tecnologia esiste, prima o poi qualcuno la userà per le finalità sbagliate, in barba alle raccomandazioni degli esperti di etica.

C’è una differenza importante, tuttavia, rispetto al passato. La proliferazione delle tecnologie nucleari era limitata dalla segretezza e dai trattati di non proliferazione. La proliferazione dei software di intelligenza artificiale, tutto al contrario, è continuamente stimolata dalla filosofia “open source”, che predica l’accessibilità illimitata per tutti.

In questo scenario, nulla esclude che i più lesti ad appropriarsi dei programmi più performanti siano organizzazioni criminali (che potrebbero hackerare banche e assicurazioni) o stati stranieri (che potrebbero disarmare un sistema di difesa). Il problema è che, quando questo accadrà, potrebbe essere troppo tardi per correre ai ripari.

[articolo uscito sul Messaggero il 23 luglio 2026]




La nuova legge elettorale – Attentato alla democrazia?

Non è stato un bello spettacolo quello andato in scena martedì alla Camera, né da parte dei partiti di governo né da parte di quelli di opposizione. Sul versante governativo, è apparsa alquanto bizantina l’idea di proporre una legge elettorale con il retropensiero di correggerla un minuto dopo con un emendamento: non potevano mettersi d’accordo prima, come erano sempre riusciti a fare sulle ben più spinose questioni della politica estera e della guerra in Ucraina?

Sul versante dell’opposizione è apparsa del tutto fuori luogo l’esultanza per un voto che, di fatto, toglieva agli elettori quel poco che l’emendamento di Fratelli d’Italia aveva tardivamente provato a concedere (circa un quarto di parlamentari eletti con le preferenze). Evidentemente, la faziosità e l’odio per l’avversario politico possono far smarrire ogni senso della misura.

Ma andiamo alla sostanza. È una buona legge elettorale quella che è stata proposta, e ieri ha ottenuto il primo via libera dalla Camera?

Per molti aspetti, alcuni tecnici, altri politici, il cosiddetto Stabilicum non lo è affatto, o perlomeno contiene diversi aspetti discutibili, primo fra tutti la scelta dei candidati, di fatto affidata alle segreterie dei partiti.

E tuttavia non è questo che le rimprovera l’opposizione, che anzi ha scompostamente gioito precisamente quando questo aspetto anti-democratico è stato ripristinato (la bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia ha riconsegnato alle segreterie dei partiti l’intero potere di scelta dei candidati, con gaudio di tutti).

Quello che alla nuova legge elettorale più frequentemente si rimprovera è il suo impianto per così dire presidenzialista-plebiscitario, in quanto obbliga partiti e coalizioni a indicare il candidato presidente del Consiglio, e al contempo prevede un cospicuo (105 seggi) “premio di governabilità” al vincitore in caso di superamento del 42% dei consensi.

Le perplessità su questo aspetto sono naturalmente più che legittime, come legittima è la nostalgia per la  Repubblica dei partiti, con il suo Parlamento-fotocopia del Paese. Quello che risulta meno comprensibile, invece, è che la nuova legge venga accusata di incostituzionalità in quanto il premio di maggioranza violerebbe l’articolo 48 (“il voto è personale ed eguale, libero e segreto”). Se questa obiezione fosse fondata, la Corte Costituzionale avrebbe dovuto bocciare anche il Rosatellum e il Mattarellum in quanto una quota dei seggi (addirittura il 75% nel caso del Mattarellum) veniva assegnata con sistema maggioritario in collegi uninominali, con ovvi e inevitabili effetti distorsivi. E soprattutto non avrebbe a suo tempo chiarito che il problema dell’Italicum (la legge proposta da Renzi) non era il premio di maggioranza in sé, bensì l’assenza di una soglia minima per ottenerlo.

Ancora meno comprensibile è il fatto che nessuno dei contendenti sia pronto a riconoscere quello che per gli studiosi di politica è ovvio e non controverso: qualsiasi legge elettorale è criticabile, perché un sistema che garantisca sia la rappresentatività sia la governabilità semplicemente non esiste. Chi pensa che la rappresentatività sia l’essenza della democrazia, dovrebbe riflettere su quel che accade nel Regno Unito, dove Keir Starmer governa con il 63% dei seggi avendo ottenuto appena il 34% dei voti: uno squilibrio enormemente superiore a quello (55 a 42) che – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe determinarsi con lo Stabilicum.

I difetti della nuova legge elettorale sono evidenti, anche se minori di quel che vorrebbero farci credere gli esponenti dell’opposizione. Molto meno sottolineati sono i pregi. Non tanto e non solo la stabilità del futuro governo, o il fatto che la sera stessa delle elezioni si sappia chi ha vinto, ma la chiarezza sui nomi dei candidati premier. Esaurito il tempo delle ideologie, gli elettori non vogliono solo conoscere i programmi delle coalizioni, ma anche – forse ancor più – sapere chi guiderà il Paese. È un elementare principio di chiarezza e di democrazia.

Strano che a battersi contro di esso siano gli stessi che si stracciano le vesti per la democrazia tradita.

[articolo uscito sul Messaggero il 17 luglio 2026]




Progresso e democrazia stanno divorziando?

vistodagenova

Risale a Platone l’idea che democrazia e buon governo siano incompatibili. Perché, si chiedeva, quando siamo malati ci rivolgiamo al medico, quando dobbiamo fare un viaggio per mare ci affidiamo a un esperto capitano mentre a capo del  governo mettiamo  il primo venuto? Se Karl Popper considerava il filosofo ateniese un nemico della ‘società aperta’ non aveva tutti i torti. L’illusione che le decisioni politiche debbano venir prese da chi sa è dura a morire e ogni tanto ricompare: col positivismo di Auguste Comte nell’Ottocento, con la tecnocrazia o l’Intelligenza Artificiale oggi. In un’intervista sul suo saggio L’anima nera della democrazia (Ed. L’Orma) – vedi ‘La Lettura’ del Corriere della Sera del 5 luglio – il sociologo francese  Geoffroy de Lagasnerie afferma che “il difetto della democrazia è il relativismo delle idee”, il voler mettere sullo stesso piano quanti (i progressisti) sulla base di rigorose ricerche scientifiche sanno come risolvere i grandi problemi del nostro tempo – clima, ambiente, protezione dalle malattie, immigrazione – e quanti (i conservatori) si servono di ideologie menzognere – la meritocrazia, la tradizione neoliberale, la difesa dell’ordine pubblico, il razzismo – al fine di perpetuare il loro dominio sulla società. Lo Stato dovrebbe sganciarsi dalla logica della maggioranza e vincolarsi alla scienza, che tutela la vita degli individui. Lagasnerie, pensa, in analogia con le Corti Costituzionali, “che censurano le norme che violano le libertà fondamentali”, a una sorta di Accademia, che conferisca agli scienziati un “potere di orientamento”: quali  siano poi i limiti di tale potere non è dato sapere dal momento che, bontà sua, non pensa a “un organismo che individui e rimuova dal dibattito le fake news”.

In realtà, la democrazia non è il buongoverno ma è solo lo strumento che ci libera dall’incubo di un malgoverno stabile: se il mondo umano fosse regolabile in base alle conoscenze scientifiche acquisite, potremmo pure farne a meno. Il fatto è che viviamo nell’ampio regno della complessità, in cui , via via che si allarga lo sguardo, si passa dalle ‘verità’ scoperte dagli scienziati alle ‘opinioni’–congetture più o meno  ragionevoli – influenzate da speranze, timori previsioni legate ai valori etici di ciascuno. Viene un sospetto: che il discorso di Lagasnerie sia l’ideologia di una sinistra progressista che ritiene di avere il diritto di governare anche senza maggioranza.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 14 luglio 2026]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco




Perché la sinistra riformista è ai margini – I quadrumviri

Doveva essere l’inizio della corsa alla conquista del governo nazionale, ma non è andata benissimo la manifestazione del Campo largo a Napoli. Due contestazioni, una dei disoccupati del gruppo 7 novembre, l’altra di Potere al Popolo, hanno movimentato e ritardato l’inizio dell’evento, cui comunque – forse anche per i lavori in corso nella piazza del comizio – non ha preso parte una folla oceanica.

Quello che stupisce, tuttavia, non è lo scarso successo di partecipazione, né il fatto che le idee espresse dai vari leader sulla guerra in Ucraina siano divergenti, ma il fatto che il Campo largo continui a presentarsi – nelle cene di lavoro come in piazza – del tutto privo della cosiddetta “gamba riformista”. Quello che ormai sembra prendere piede, senza che nessuno lo dichiari o lo espliciti, è una sorta di Quadriumvirato Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, che – almeno per ora – taglia fuori le forze e i gruppi più o meno organizzati della cosiddetta sinistra riformista. Mi ha colpito, ad esempio, che il leader di +Europa Riccardo Magi fosse in piazza e non sul palco con gli altri leader, pur essendo segretario di uno dei partiti che – in teoria – dovrebbero far parte del Campo largo. Come mi ha colpito l’assenza di Renzi, leader di Italia viva, che dopo la manifestazione ne ha preso esplicitamente le distanze: “spostare sempre più a sinistra la coalizione non funziona: ci sarà sempre qualcuno più a sinistra, come dimostra Potere al Popolo”. E mi hanno pure colpito le molte reazioni negative di esponenti dell’area riformista, dentro e fuori del Pd.

Dunque eccoci al punto: perché la coalizione che si sta formando nasce monca?

La risposta secondo cui la gamba riformista sarebbe ancora in formazione non pare molto convincente. E’ vero che i numerosi tentativi di dare forma all’area riformista intrapresi da figure come quelle di Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini, Alessandro Onorato non hanno ancora quagliato, ma questo non spiega la completa assenza di un vero dialogo fra massimalisti e riformisti.

Credo che la ragione vera sia un’altra e sia la medesima per cui, in questi giorni, ben scarsa attenzione ha ricevuto il disegno di legge di Carlo Cottarelli per costringere i partiti a indicare dove intendono prendere le risorse per attuare i loro programmi elettorali. La realtà è che dei contenuti scottanti – quelli che hanno costi seri per la finanza pubblica – nessuno vuole parlare perché, se lo si facesse, le divisioni politiche e programmatiche verrebbero immediatamente allo scoperto. Quel che unisce i quadrumviri, nonostante le apparenti divergenze, è che – sulle questioni più spinose: Ucraina, patrimoniale, reddito di cittadinanza – fondamentalmente la pensano allo stesso modo, anche se le cose che ciascuno si sente autorizzato a dire in pubblico sono un po’ diverse.

Con la sinistra riformista è diverso. Se discutessero sul serio, e avessero l’ardire di farlo alla Cottarelli – ossia con i numeri alla mano e i conti pubblici sott’occhio – le differenze programmatiche verrebbero immediatamente alla luce. Di patrimoniale, reddito di cittadinanza, rifinanziamento di sanità e scuola, deficit pubblico, pensioni minime, imposta societaria, aliquote Irpef non si potrebbe non parlare, e la distanza fra massimalisti e riformisti diventerebbe palese.

Un problema aggravato da due circostanze nuove, almeno rispetto al passato del centro-sinistra. Oggi le prospettive di crescita sono peggiori di com’erano ai tempi dei governi Prodi. E un Prodi non c’è (oppure ancora non si vede).

[articolo uscito sul Messaggero il 12 luglio 2026]




Domande in attesa di risposta – Sul governo Schlein

Può anche darsi che denigrare il governo in carica, accusare Giorgia Meloni di infischiarsene dei problemi degli italiani, dipingere la premier come arroccata nel Palazzo e assetata di potere – come Elly Schlein ha fatto in una recente intervista su La7 – sia una buona strategia per acchiappare voti (anche se mi chiedo: chi guarda La7 non è già acchiappato?).

E tuttavia, da cittadino che l’anno prossimo dovrà votare alle elezioni politiche, avrei preferito che, nel largo spazio concessole dai conduttori, Elly Schlein avesse trovato modo di rispondere a qualche domanda precisa, fra le molte che gli elettori incerti si pongono. Perché è vero che il programma del Campo largo è al momento sconosciuto, ma non è pensabile che il Pd, il maggiore partito di opposizione, non abbia qualche idea ben definita su come intenderebbe governare l’Italia in caso di vittoria elettorale.

Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, sapere se un eventuale governo Schlein proseguirebbe la linea di rigore sui conti pubblici del governo Meloni, o se invece ritiene tale linea eccessivamente asservita ai diktat europei, e quindi non esclude di sfondare più o meno temporaneamente il tetto del 3%, magari con il lodevole intento di sollevare le sorti della sanità pubblica.

Mi piacerebbe sapere se manterrebbe l’appoggio militare all’Ucraina, e a che livello intenderebbe portare le spese per la difesa fra il 2027 e il 2032 (sopra o sotto il livello attuale?).

Mi piacerebbe sapere se, per aumentare la spesa sanitaria, intenderebbe ricorrere al deficit pubblico, a maggiori tasse, o a tagli e efficientamenti (in quali settori?).

Mi piacerebbe sapere se dobbiamo attenderci una patrimoniale, e se sì oltre quale soglia di ricchezza finanziaria o immobiliare.

Mi piacerebbe sapere se una eventuale tassa patrimoniale sarebbe una tantum (un solo anno), o pluriennale (per alcuni anni), o permanente.

Mi piacerebbe sapere se sotto il suo governo la pressione fiscale aumenterebbe ulteriormente, resterebbe invariata, o diminuirebbe.

Mi piacerebbe sapere se il suo partito ha effettuato uno studio sulle conseguenze occupazionali e fiscali del salario minimo legale.

Mi piacerebbe sapere se un governo da lei guidato cercherebbe di bloccare il progetto del Ponte sullo Stretto.

Infine, non meno importante di tutto il resto, la questione migratoria. È da alcuni mesi che esponenti del Pd e delle opposizioni accusano il Governo di non avere fatto abbastanza per contenere gli sbarchi e rendere effettive le espulsioni. Dobbiamo dedurne che il Pd vorrebbe interventi più severi? Se è così sarebbe utile sapere se, al riguardo, esiste un numero annuo massimo di sbarchi e un numero annuo minimo di rimpatri che il Pd considererebbe soddisfacenti.

Sarebbe altamente informativo, infine, sapere se un eventuale governo Schlein cancellerebbe i decreti sicurezza del governo precedente, e se sì con quali eventuali nuove norme li intenderebbe rimpiazzare.

Resterebbero, naturalmente, anche altre innumerevoli curiosità e domande: sui diritti gay, la gestazione per altri, il reato di stupro, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe, la politica ambientale, la politica industriale, la parità di genere, le politiche familiari, la legge elettorale, la libertà di opinione, la censura, la scuola, l’intelligenza artificiale, le norme sui telefonini, il problema della casa, gli sfratti e gli sgomberi. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Ma sono domande sulle quali noi elettori siamo abituati a ricevere dai politici risposte evasive, o generiche, o ideologiche. Meglio, allora, accontentarsi delle risposte sui temi hard dell’economia e dell’immigrazione.

Sempre che quelle risposte arrivino.

[articolo uscito sul Messaggero il 4 luglio 2026]