Celebrities e politica – L’affaire Buttafuoco

Non faccio il retroscenista, quindi non ho la minima idea dell’intricato groviglio di giochi di potere, conflitti fra istituzioni, pressioni economiche, beghe personali, antipatie e rivalità di ogni tipo che, verosimilmente, stanno dietro le tormentate vicende della Biennale di Venezia. Né ho un’opinione personale sui meriti e (eventuali) demeriti dei due protagonisti della saga, il ministro della cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Insomma non faccio il tifo per l’uno o per l’altro.

Però la vicenda mi interessa per il valore universale del problema che solleva: ci sono ambiti della vita culturale che dovrebbero essere considerati zone protette, da cui la politica e le sue passioni hanno il dovere di tenersi alla larga?

Io penso di sì, e lo penso non solo riguardo all’arte in generale (musica, pittura, scultura, letteratura…), ma anche riguardo allo sport e alla scienza in senso proprio (matematica, fisica, chimica, ecc.). Per questo, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, mi è capitato di criticare l’esclusione degli atleti paralimpici russi e bielorussi dalle paralimpiadi del 2022, e al contrario di rallegrarmi del fatto che – nonostante quel conflitto – astronauti americani (NASA) e cosmonauti russi (Roscosmos) continuino a cooperare strettamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). E ovviamente ho a suo tempo trovato assurdo che il Teatro La Scala annullasse ogni collaborazione con il maestro Valerij Gergiev , e ancor più che l’Università Bicocca di Milano  cancellasse un corso su Dostoevskij dello scrittore Paolo Nori.

Per me arte-sport-scienza dovrebbero restare enclave protette, in cui le persone si incontrano e si parlano nel completo rispetto reciproco. Questo lo penso per due ragioni distinte. La prima, indubbiamente un po’ romantica o idealista, è che ritengo che la causa della pace abbia tutto da guadagnare dall’esistenza di uno spazio sottratto all’odio. Ma c’è anche una ragione razionale, o realistica, che mi fa inclinare per le enclave protette, ed è che – non appena si pretende di stabilire chi può entrare e chi deve restare fuori – si va incontro a un problema insolubile: che decide che le ragioni di un paese sono valide e quelle di un altro non lo sono?

Il caso della Biennale di Venezia illustra il problema nel modo più chiaro possibile: c’è chi avrebbe voluto escludere i russi, ma non gli israeliani; c’è chi avrebbe voluto escludere gli israeliani, ma non i russi; c’è chi avrebbe voluto escluderli entrambi (la Giuria Internazionale); e c’è chi avrebbe volto ammetterli entrambi (Buttafuoco). Il punto essenziale è che ognuna di queste quattro posizioni ha robuste (ancorché discutibili) ragioni dalla propria parte. E il bello è che questa indeterminazione e polarizzazione dei giudizi affligge anche coloro che, in generale, la pensano allo stesso modo. Ne abbiamo avuto due riprove in questi giorni, che hanno visto – nel campo dei liberali – affrontarsi a singolar tenzone su Israele e Russia due studiosi come Corrado Ocone e Dino Cofrancesco, e due giornalisti come Claudio Cerasa (direttore del Foglio) e Nicola Porro (conduttore di Quarta Repubblica).

La ragione profonda di tutto ciò risiede in una circostanza tanto ovvia quanto ignorata dai più: nella maggior parte delle tragedie dell’umanità, prime fra tutte le guerre, quasi mai le ragioni stanno tutte da una parte, ma la maggior parte di noi si comporta come se invece fosse sempre possibile individuare una vittima (sostanzialmente innocente) e un colpevole (del tutto inescusabile). Ma questa operazione, di fissazione dei ruoli di vittima e colpevole, è possibile solo se chi pretende di compierla cancella o deforma una porzione rilevante dei fatti storici pertinenti, e lo fa con un’attitudine moralistico-ideologica, anziché con umiltà e spirito di ricerca della verità.

Di qui il triste destino delle manifestazioni culturali, anche di quelle in linea di principio meno esposte ai veleni della politica. Un destino di ingiustificate esclusioni, che penalizza artisti, sportivi, letterati, scienziati, di volta in volta messi alla porta per le loro appartenenze nazionali.

Si potrebbe pensare, sulla base di questa analisi, che in questa triste storia le uniche vittime siano, appunto, artisti, sportivi, letterati, scienziati, arbitrariamente vessati dagli arbitrî della politica. Ma anche questa conclusione sarebbe assai parziale. Non possiamo dimenticare che, da decenni, manifestazioni pubbliche di ogni tipo – dai festival del Cinema a quello di Sanremo – sono utilizzati come palchi per promuovere concezioni politiche, per posizionarsi in una battaglia culturale, per testimoniare a favore di cause più o meno giuste ma che nulla hanno a che fare con arte, scienza, sport. E che a questa folle corsa all’autopromozione spesso partecipano le stesse celebrities, non solo ospiti, conduttori, sponsor vari. Se oggi è tanto difficile proteggere le star dalle indebite ingerenze della politica, è anche perché – per troppo tempo – sono state loro stesse usare la politica come mezzo per brillare di più.

[articolo uscito sulla Ragione il 12 maggio 2026]




Trump, l’Europa e il problema dei confini

Suppongo che verrà preso molto male, in Europa, il documento (ma forse andrebbe chiamato manifesto) con cui l’Amministrazione Trump ha ridefinito la strategia antiterrorismo della maggiore potenza mondiale (United States Counterterrorism Strategy 2026). In buona sostanza, il documento denuncia la permeabilità dell’Europa all’immigrazione, vista come veicolo di minacce di ogni genere: terrorismo, narcotraffico, estremismi vari. E rafforza ulteriormente un’idea che non nasce certo con Trump, ma con lui diviene quasi un’ossessione: l’idea che in nome della “sicurezza internazionale” si possa fare di tutto.

È in nome della sicurezza che sono state condotte le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, è in nome della sicurezza che è stato deposto il leader venezuelano  Nicolás Maduro, è in nome della sicurezza che sono stati sferrati gli ultimi attacchi all’Iran, è in nome della sicurezza che a Israele viene concesso di spadroneggiare in Libano, a Gaza, in Cisgiordania. Ed è, di nuovo, in nome della sicurezza che Trump minaccia di strappare la Groenlandia alla Danimarca.

Ma non si tratta solo delle guerre. In nome della sicurezza stanno sempre più diventando normali, ben accette o quantomeno tollerate operazioni un tempo impensabili, o considerate eccezionali, se non del tutto inaccettabili: eliminazioni mirate, deportazioni, tortura, hackeraggio di Stato, spericolate operazioni sotto copertura. E sempre in nome della sicurezza diventano nemici da eliminare senza pietà non solo i terroristi veri e propri ma ogni sorta di potenziali nemici dell’ordine trumpiano: “jihadisti, estremisti violenti di sinistra, assassini transgender, non binari” (così Sebastian Gorka, estensore del manifesto).

È facile osservare (e infatti è stato immediatamente osservato) che dalla lista mancano neonazisti, suprematisti bianchi, estremisti di destra in genere. E che l’impianto generale del discorso è fortemente ideologico, e non poco inquietante per la cultura liberale e garantista che ancora sopravvive in Europa. E tuttavia l’errore più grande che faremmo, noi europei, è di lasciarci sopraffare dall’indignazione e ignorare del tutto la parte razionale e realistica del documento. Che è solo una parte, certo, ma esiste.

Il fatto che preoccuparsi dei “non binari” e degli “assassini transgender” sia semplicemente ridicolo, non implica che sia altrettanto ridicolo preoccuparci – come peraltro da anni stiamo facendo, senza bisogno che Trump ci inviti a farlo – del problema dei confini e dei flussi migratori irregolari, ivi compresi i movimenti di terroristi e trafficanti di armi, droga, esseri umani. Tanto è vero che, da anni, l’Unione Europea sta cercando di mettere a punto un nuovo “Patto di migrazione e asilo”, con una revisione radicale (in senso restrittivo) delle regole di ingresso e uscita dai confini dell’Unione.

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli del nuovo patto, se non per segnalare che da esso potrebbero derivare una lista condivisa di “paesi sicuri”, la possibilità di esternalizzare le frontiere (modello Albania), procedure più efficaci di espulsione di chi commette reati, e persino la possibilità di esternalizzare le carceri (come sta facendo la Danimarca, a guida socialdemocratica).

Quello che vorrei far notare è che la necessità di tornare a far valere i confini, pur essendo talora osteggiata dal mondo progressista in nome del sogno di un mondo aperto, non è univocamente connotata sul piano politico. Certo, di primo acchito ristabilire i confini pare un’istanza di destra, perché è legata all’idea che gli immigrati diano un apporto alla criminalità maggiore di quello dei nativi (cosa confermata dalle statistiche in quasi tutti i paesi europei). E sicuramente di ispirazione conservatrice è la più accorata e sistematica difesa dei confini prodotta dalle scienze sociali (Frank Furedi, I confini contano, Meltemi 2021).

Ma si dimentica che il fenomeno che più preoccupa il mondo progressista, ovvero l’ascesa di movimenti populisti di destra negli anni Dieci di questo secolo, è strettamente legato al fallimento delle politiche di controllo dell’immigrazione irregolare e alle paure suscitate dalla stagione degli attentati in Europa (2011-2014). Detto in altre parole: se teme così tanto l’avanzata delle destre populiste, la prima cosa che una sinistra lungimirante dovrebbe fare è cooperare con i governi (non solo conservatori: vedi Regno Unito e Danimarca) che si stanno adoperando per disinnescare la bomba migratoria.

[articolo inviato uscito sul Messaggero il 9 maggio 2026]




Spostamenti elettorali e prospettive di governo – Qualcosa è cambiato

Una delle caratteristiche salienti di questa legislatura, la XIX della Repubblica, è l’invarianza del consenso. Per quasi 4 anni i rapporti di forza fra i partiti sono rimasti congelati, punto più punto meno, alla fotografia consegnata dalle urne il 25 settembre 2022. L’unico, debole, trend è stato il consolidamento del centro-destra, che con poco meno del 44% dei consensi aveva sbaragliato una sinistra litigiosa e divisa.

Poi è arrivato il referendum sulla giustizia, che nel giro di pochissime settimane – almeno stando ai sondaggi – ha bruciato un consenso che sembrava acquisito. Il partito della premier, Fratelli d’Italia, che per anni aveva veleggiato vicino al 30% dei consensi, pare retrocesso in prossimità del risultato del 2022 (26%). La Lega, che per tutta la legislatura aveva conteso a Forza Italia il 3° posto fra i partiti, ora si trova a gareggiare con Avs (Bonelli e Fratoianni) per il 4° posto (e qualche sondaggio la dà addirittura sotto il 6%, superata da Avs). Il nuovo partito di Vannacci, dopo un esordio sotto il 3%, viene accreditato del 4% se non di più. Pd e Cinque Stelle tengono, i partitini centristi pure, con la piccola novità dell’esordio (in alcuni sondaggi) del partito liberaldemocratico (dato appena al di sopra dell’1%). Diversi sondaggisti proclamano che il campo largo ha superato il centro-destra e che, anche allargando i confini di quest’ultimo per includere il partito di Vannacci, il campo largo resterebbe in vantaggio.   

È possibile che una parte delle cifre che girano in questi giorni siano drogate dal bisogno di novità dei sondaggisti e dalle aspettative di alcuni committenti dei sondaggi. Va detto però che sarebbe strano che la vittoria dei no al referendum non avesse spostato nulla. Più plausibile è pensare che l’appuntamento referendario abbia fornito agli elettori una prima occasione di riflessione in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo. E che l’esito della riflessione non sia stato esaltante per il centro-destra, che al momento non può vantare alcun provvedimento-bandiera da difendere e consolidare nella prossima legislatura.

Viene da chiedersi se, dopo questo riequilibrio, il centro-destra avrà ancora la volontà e la forza di imporre una legge elettorale che premierebbe la coalizione che avesse conquistato anche solo un voto in più della coalizione rivale. Se davvero centro-destra (allargato a Vannacci) e campo largo sono più o meno pari, la nuova legge elettorale potrebbe rivelarsi un masochistico regalo che il governo fa all’opposizione.

Ecco perché, da qualche settimana, si torna a ragionare di pareggio e governissimo, ossia di un esito che finora quasi nessuno aveva seriamente preso in considerazione. La legge elettorale potrebbe essere lasciata com’è, o modificata marginalmente, per lasciare al centro-destra margini di manovra dopo un pareggio o una vittoria risicata della sinistra. Il problema è che questa operazione non è politicamente simmetrica. In caso di pareggio e difficoltà di formare un governo è concepibile che un partito di destra possa correre in soccorso del vincitore di sinistra, ma è molto improbabile che accada il contrario. Forza Italia già ora guarda a sinistra, ma non c’è nessuna forza politica a sinistra che guardi a destra.

Voglio dire che mentre è possibile immaginare una maggioranza di sinistra che includa Forza Italia (e magari escluda Avs), è estremamente difficile immaginare una maggioranza di destra che includa il Pd. Se la destra vince le elezioni ma non ha i numeri in Parlamento, l’unico aiuto che (del tutto in teoria) può ricevere è dalle disperse e litigiose forze minori progressiste, guidate dagli irrequieti Calenda (Azione), Renzi (Italia Viva), Magi (+Europa). Uno scenario che si scontrerebbe con il problema Vannacci: se è già difficile immaginare che i partitini progressisti moderati concedano il loro consenso a un governo di Giorgia Meloni, è fantascienza pensare che possano farlo se quel governo si reggesse anche sul sostegno del Generale.

[articolo uscito sulla Ragione il 5 maggio 2026]




AI, un rischio rimosso

Quanti posti distruggerà? Quante nuove professioni nasceranno? Quante professionalità dovranno ristrutturarsi? Quanto drastiche saranno le riorganizzazioni aziendali?

Queste, grosso modo, sono le macro-domande che ci facciamo quando proviamo a immaginare come sarà il mondo allorché l’intelligenza artificiale lo avrà completamente riplasmato.

C’è però una conseguenza dell’AI, e più in generale della iper-connessione, di cui si parla pochissimo: la potenziale distruzione della fiducia. Della fiducia si parla pochissimo perché – per un sistema sociale – è un po’ come l’aria per un individuo: non te ne accorgi perché è una condizione minima di sussistenza. Nessun individuo può sopravvivere se smette di respirare, nessun sistema sociale può sopravvivere se viene meno la fiducia fra i suoi membri.

Naturalmente per fiducia non intendo la benevolenza, l’empatia, la solidarietà, bensì una condizione più asettica e fredda, ampiamente studiata dai sociologi e dagli economisti: la convinzione che gli accordi saranno rispettati e le transazioni non saranno inquinate da inganni, sotterfugi, informazioni false, frodi, truffe.

Ebbene, questo presupposto minimo della vita sociale sta progressivamente venendo meno perché le possibilità di inserirsi subdolamente nel flusso comunicativo in cui ormai quasi tutti viviamo sono enormemente cresciute, e si stanno ulteriormente espandendo e affinando. Le cronache ne riferiscono raramente, ma ogni giorno migliaia di persone vengono manipolate (per indurle a fare un versamento o cambiare un contratto) o  subiscono assalti alla propria identità, alla propria privacy, ai propri dati, al proprio conto corrente. Grazie all’intelligenza artificiale e all’iper-connessione, oggi è facilissimo simulare di essere una banca, un’assicurazione, un assessorato, un’azienda erogatrice di servizi, un’autorità di regolazione, un ufficio di polizia, persino – con l’imitazione della voce – una determinata persona che si conosce personalmente e di cui ci si fida. E questo avviene per una ragione ben precisa: negli ultimi anni – grazie a internet, all’informatica e all’AI – si è enormemente abbassato il costo di produzione di segnali al tempo stesso credibili e falsi, ma è rimasta sostanzialmente intatta la fiducia del pubblico verso interlocutori sconosciuti. Fingersi un funzionario di banca attraverso una videata ben costruita, o facendo apparire sul nostro telefonino il numero telefonico della banca custodito in rubrica, è enormemente più facile di 10 anni fa. A dispetto di ciò la maggior parte di noi si comporta sostanzialmente come 10 anni fa, ossia continua a concedere fiducia ai propri interlocutori, come se il rischio di essere ingannati fosse trascurabile.

Ma quel rischio, contrariamente a quanto ci piacerebbe credere, è in vertiginosa ascesa (più della chirurgia estetica, che è una delle industrie leader del nostro tempo). Un buon indicatore del rischio di essere ingannati è l’aumento delle truffe on line e delle frodi informatiche, che secondo una recente indagine FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani) stanno crescendo a un ritmo annuo dell’ordine del 30%, e sottraggono centinaia di milioni di euro ai cittadini (un trend favorito dal crollo delle transazioni in contanti). Quanto ai dati più generali della delittuosità, colpisce il fatto che la voce “truffe e delitti informatici” stia al secondo posto (dopo i furti) come numero assoluto di delitti segnalati (oltre 300 mila nel 2024), e in fatto di velocità di crescita  contenda il primato alle violenze sessuali (la classe di delitti maggiormente cresciuta fra il 2019 e il 2024). Né le cose vanno meglio nel confronto internazionale dove – in materia di truffe e frodi – siamo al 9° posto su 41 società avanzate (paesi Oecd o UE), ed “eccelliamo” precisamente in questo tipo di delitti.

La fase in cui siamo è ancora quella dell’euforia, in cui prevale l’entusiasmo per il progresso tecnologico e i suoi indubbi vantaggi. Ma rischia di essere solo una fase. Nell’istante in cui il sistema informatico di una grande banca  venisse violato, e migliaia di correntisti perdessero i loro risparmi, quella fase finirebbe e si passerebbe istantaneamente da un regime di (prevalente) fiducia a un regime di sfiducia generalizzata, con conseguente caos (se non paralisi) delle transazioni on line.

Fantascienza?

Tanto poco fantascienza che quell’istante ha già ricevuto un nome: si chiama Q-day, ossia giorno in cui un computer quantistico riuscirà a violare i codici di sicurezza di qualche grande istituzione. Nessuno sa quanto vicino sia quel giorno (qualcuno ritiene che possa essere già nel 2029), ma sappiamo che da tempo gli esperti di crittografia stanno lavorando ad algoritmi capaci di scongiurare quella catastrofe, proteggendo le basi di dati dall’imminente assalto dei quasi-onnipotenti computer quantistici.

Nel frattempo si naviga a vista. Il grosso del pubblico si muove sulla rete come in un immenso luna park, con scarsa consapevolezza dei pericoli. Una frazione più istruita, più esperta, più informata o semplicemente più diffidente, già ora adotta precauzioni e sistemi di auto-protezione come le VPN (Virtual Private Network). Con la conseguenza di aggiungere una nuova fonte di diseguaglianza alla già lunga lista dei fattori che creano marginalità, esclusione, vulnerabilità.

Un bel paradosso per chi credeva e crede che internet sia una sorta di paradiso egualitario.

[articolo uscito sul Messaggero il 3 maggio 2026]




Cari antisovranisti dimenticatevi di Bobbio

Anche  studiosi  di cui condivido (quasi sempre) idee e posizioni politiche, hanno contratto la pessima abitudine di usare termini come sovranismo, nazionalismo, populismo in senso denigratorio, come infezioni della critica della ragion politica. Dire che una iniziativa, una proposta di legge, un’opinione è sovranista significa chiudere il discorso giacché, nel dibattito pubblico serio, possono entrare solo vedute e disegni che si ispirano alla democrazia liberale e ai suoi valori e tutto ciò che ne fuoriesce non è degno di rispetto. A mio avviso, siamo in presenza della versione civile di quello ‘stile di pensiero’, al quale si ispirano l’Anpi e gli epigoni dei quel gramsciazionismo, che procede a colpi di fascistizzazione dell’avversario.

A scanso di equivoci, non poche misure proposte da sovranisti e nazionalisti mi trovano in disaccordo ma il problema vero è un altro: si tratta di misure che si ispirano a interessi e ideali in contrasto con lo spirito della democrazia costituzionale e che, pertanto, perdono il diritto di ascolto o, più semplicemente, di programmi di azione che non condividiamo perché ‘apparteniamo a un’altra parrocchia’?

Norberto Bobbio, nel  Discorso sulla resistenza (1972) (ora in Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999), a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi, Torino 2015),davanti al ‘fascismo che avanza’ ammoniva:

«Che abbia il coraggio di chiamarsi ’destra nazionale’ un movimento che vuol mettere il nostro paese al seguito della Spagna dei generali e della Grecia dei colonnelli, cioè vuol degradarlo al piú basso livello civile e politico in cui si trovano alcuni Paesi europei, significa che la spudoratezza non ha limiti. Il vero nome che gli compete è quello di destra antinazionale. Non c’è nulla che meriti il nome di antinazionale piú di un movimento che si richiama come a propria ispirazione a quel regime che già una volta ha distrutto la nazione. Non c’inganni l’appello che risuona in quelle bocche alla legalità e all’ordine. Sappiamo che significano legalità e ordine per i fa-scisti: la loro legalità è lo strumento per soffocare ogni voce di dissenso, per stroncare le lotte operaie: il loro ordine è l’ordine delle caserme o peggio dei campi di concentramento e di sterminio».

Ma nello stesso tempo invitava a non perdersi d’animo:

«Ho ancora ferma fiducia che il popolo italiano respinga il fascismo democraticamente, cioè con un libero voto. Dipende anche da noi, da tutti noi, dal nostro atteggiamento di fermezza, d’intransigenza’ verso gli ideali della guerra di liberazione, che la prova dello scontro frontale col fascismo non avvenga mai piú, né oggi né domani. Ma sia ben chiaro che se saremo nuovamente chiamati non ci tireremo indietro».

Bobbio chiedeva fermamente il rispetto della Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista. In sostanza, a suo avviso, doveva vietarsi ai fascisti di disporre di un partito di ‘destra (anti)nazionale’ e, soprattutto, di apparire nei media. Occor-reva  prendere sul serio, una buona volta, la ‘XII Disposizione Transitoria e Finale’ della nostra Magna Carta ovvero la norma che vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. «Coi fascisti concludeva, non si discute. Non ci si scambiano parole piú o meno cortesi alla tele-visione. Coi fascisti si scende in campo e si combatte». Durante una sua lezione all’Università di Torino, del resto, avendo capito che uno studente , che gli rivolgeva una domanda era di destra, si era rifiutato di rispondere. ”Con voi, aveva detto, abbiamo fatto già i conti a Piazzale Loreto!”. (A raccontarmi l’episodio, è stato uno scienziato politico di grande prestigio che, come me, non nascondeva quanto dovesse, per la sua formazione intellettuale al Bobbio ‘professore‘ e fine commentatore dei classici del pensiero giuridico e politico e quanto, invece, fosse lontano dal Bobbio ministro di culto antifascista).

La  messa fuori legge, nell’attuazione del dettato costituzionale, della destra non è riuscita alla sinistra militante antifascista ma, in cambio, si è assistito a un fenomeno per certi aspetti ancora più inquietante: dal momento che i governi della Repubblica non osano sciogliere l’altro ieri l’ MSI-DN ,ieri AN e oggi FdI, tocca alla pars sanior della ‘società civile’ costituirsi in suprema autorità morale e tenere sempre accesa la fiaccola dell’antifascismo. E’ un antico ‘costume di casa’ che oppone all’Italia dei governi—il paese legale—l’Italia del popolo –il presunto paese reale–in cui i miti di fondazione—come la Resistenza– non si traducono in fredde cerimonie commemorative all’Altare della Patria ma richiamano alla vigilanza costante, alle antenne sempre alzate in grado di percepire il riemergere, sotto diverse forme, del nero mostro infernale. L’Anpi non è un’associazione di reduci (tra l’altro, in via di estinzione): è un sacerdozio laico che svolge funzioni pedagogiche e politiche che spetterebbero allo Stato ma che quest’ultimo–a cominciare dai primi ministeri democristiani–si rifiuta  o non è in grado di assolvere. Se, però, i governi non rendono illegale il partito neo-fascista, saranno i nuovi partigiani a scomunicarlo e a condannarlo alla Geenna: la chiesa anpista non può mettere in galera i peccatori ma può—e deve—additarli alla comunità politica come nemici mortali dello spirito democratico e resistenziale.

Non vorrei che i democratici liberali, diffidenti e per diverse buone ragioni, nei confronti della Trimurti post-fascista Nazionalismo/Populismo/Sovranismo, ripercorressero queste orme. E non solo per ragioni di opportunità (il centro-destra se vuol vincere deve tenere unite, quanto più è possibile, tutte le sue anime) ma per ragioni legate alla filosofia stessa della democrazia che vive della dialettica tra progresso e conservazione, tra destra e sinistra, tra difesa del passato e proiezione verso l’avve-nire. Se uno dei due contendenti viene squalificato e delegittimato, se con i sovranisti/nazionalisti/ populisti ‘non si parla’ vuol dire che ’c’è qualcosa che non va’ nel nostro modo di concepire il governo del popolo.

Criticare la Trimurti N/P/S, in nome del liberalismo, è ‘cosa buona e giusta’ ma bisogna sempre specificare come, quando, perché. In politica interna, come in politica estera, si possono avere posizioni molto diverse, tutte legittime sotto il profilo costituzionale ed è per questo che si ha il dovere di precisare, di volta in volta, quali sono e da quale punto di vista ci ritroviamo nelle une piuttosto che nelle altre. Le condotte, che non ci piacciono, violano il dettato costituzionale o semplicemente si rifanno a valori che non sentiamo o che non consideriamo prioritari? Le porte spalancate all’immigrazione, ad es., rientrano sicuramente nell’universalismo illuministico e cristiano (e, aggiungerei, mercatista) ma chi vi si oppone, in nome di altre idealità —la difesa dell’identità nazionale–, non ha diritto di dire la sua e di farla valere, se può contare su una maggioranza parlamentare? Una politica estera che guardi più all’interesse nazionale che a scelte di campo altruistiche che ci porterebbero alla rottura con dittature, che  ci ripugnano ma con cui si possono fare buoni affari–per quanto riguarda le materie prime vitali per il nostro apparato industriale–,va considerata contraria alla Costituzione e i suoi fautori bollati come sovranisti, se non come fascisti?

Forse le democrazie sono in crisi perché non tutti gli interessi e valori a confronto vengono tenuti in considerazione e quanti si sentono discriminati non vanno più a votare o, peggio, tornano alle urne solo se un leader populista riesce a mobilitarli.

 

[Articolo uscito su Paradoxa-Forum il 28 aprile]