Pacchetto sicurezza – Una goccia nel mare?

Sia il decreto legge sia il disegno di legge varati ieri dal Consiglio dei Ministri sono due testi estremamente articolati, con misure che riguardano anche temi apparentemente laterali, come l’organizzazione delle Forze dell’ordine o il disagio giovanile. Le misure principali del Decreto sicurezza sono tre: il fermo preventivo fino a 12 ore, nell’imminenza di una manifestazione, dei sospettati di preparare disordini; la non iscrizione automatica nel registro degli indagati di chi in modo evidente ha esercitato il legittimo diritto di difesa; varie restrizioni e sanzioni, per minori e genitori,  riguardo a possesso e acquisto di coltelli. Niente di spettacolare, niente di inquietante (pare anche per l’intervento moderatore del Presidente della Repubblica).

Ma il decreto sicurezza è solo un assaggio di quel che potranno riservarci i prossimi mesi non solo con il disegno di legge sicurezza, ma anche con l’arrivo di un più ampio pacchetto di norme sull’immigrazione e gli sbarchi (giornalisticamente evocate come “blocco navale”). È lì che troveranno posto le misure più complesse e controverse, che prima di entrare in vigore dovranno misurarsi con gli emendamenti e superare lo scoglio del voto finale in Parlamento.

Mentre a livello politico imperversa il dibattito sulla giustezza di queste misure (Stato di polizia o difesa del cittadino?), quello che l’opinione pubblica si domanda è, piuttosto, se saranno efficaci. Io temo che la risposta a questa domanda possa essere più negativa che positiva. E questo non perché le misure di cui si parla siano in sé sbagliate o inefficaci, ma per due ragioni molto più ampie e generali.

La prima ragione è che l’efficacia non dipende solo dalle leggi che il Parlamento voterà, ma anche da come si comporteranno le due opposizioni, ovvero le forze politiche di sinistra e i magistrati. La violenza nelle piazze è facilmente debellabile se tutte le forze politiche concorrono all’isolamento dei violenti, ma è inestirpabile se la sinistra si balocca con i distinguo e il compito viene scaricato su forze dell’ordine e servizi segreti. Quanto alla criminalità comune, responsabile di aggressioni, stupri, rapine,  furti, è impensabile contenerne l’avanzata finché tanti magistrati non attenuano la propensione  a minimizzare le sanzioni.

Ma supponiamo per un momento che le due opposizioni collaborino, che una grande manifestazione nazionale di tutti i partiti contro la violenza di piazza isoli e neutralizzi definitivamente i cosiddetti antagonisti, e che i magistrati comincino ad applicare la legge in un modo meno sbilanciato. Ebbene, avremmo risolto – o almeno mitigato – i nostri problemi di sicurezza?

Io penso di no, e qui veniamo alla mia seconda ragione di pessimismo. Ci sono problemi che né una maggiore “concordia anti-violenza” fra le forze politiche,  né una magistratura più equilibrata sono in grado di risolvere. Due su tutti, tra loro strettamente connessi: gli ingressi irregolari via mare e via terra, e il sovraffollamento delle carceri. Anzi, paradossalmente, proprio l’auspicabile maggiore rigore da parte dei magistrati avrebbe l’effetto perverso di aggravare la drammatica situazione delle carceri (che verosimilmente è fra le ragioni dell’indulgenza dei magistrati).

Ma andiamo avanti con le congetture, e immaginiamo che – nel giro di 5 anni – un piano di edilizia carceraria renda possibile ciò che buona parte dell’opinione pubblica auspica, e cioè che i colpevoli di gravi reati e i recidivi scontino le loro pene in carcere (la cosiddetta incapacitazione). Anche in quel caso avemmo un problema, anzi due. Il primo è la norma della riforma Cartabia che impedisce di perseguire d’ufficio (senza querela di parte) numerosi reati, dalla violenza privata al furto. Il secondo è l’assenza, nell’ordinamento italiano, di norme che penalizzino in modo adeguato la recidiva. Senza norme di questo tipo, lo Stato si rassegna a tollerare che vi siano persone che, pur ripetutamente individuate, restano ibere di esercitare una o più professioni di tipo criminale.

Resta infine la annosa questione degli sbarchi e dei rimpatri. È un problema che chiama in causa un po’ tutti – ministeri, forze di polizia, giudici – ma è aggravato dai pronunciamenti della corte di Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) avversi ai trasferimenti in Albania, e soprattutto dalla lentezza con cui procede l’entrata in vigore del nuovo Patto di Migrazione e Asilo.

Ecco perché sono pessimista. Il governo fa benissimo a mettere qualche toppa, ma mi pare che manchi, in molti, la consapevolezza che quello della sicurezza è un problema come quello del dissesto idrogeologico: la sua soluzione richiede anni di interventi, ed è impossibile senza la collaborazione di tutti.

[Articolo uscito sul Messaggero il 6 febbraio 2026]




Perché la gente non va a votare

“Se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno—ha scritto Marcello Veneziani–dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano”. Rispetto al resto del mondo,”la vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio”. La sfiducia di cui parla Veneziani si riferisce all’astensio-nismo elettorale cresciuto, specie in Italia, a ritmi preoccupanti. Sennonché, ci si chiede, può la partecipazione al voto essere assunta come una riprova della crisi irreversibile in cui versano le istituzioni democratiche? Gaetano Mosca, nel periodo in cui veniva considerato un liberale antidemocratico, in un’intervista al ‘Regno’ del 1904, ammoniva: ”Dobbiamo alla democrazia almeno in parte, il regime di discus-sione in cui viviamo; le dobbiamo le principali libertà moderne: quella di pensiero, di stampa, di associazione. Ora il regime di libera discussione è, il solo che permetta alla classe politica di rinnovarsi, che la tenga a freno, che la elimini quasi automatica-mente quando essa non corrisponda più agli interessi del paese”. E’ questo il punto: al di fuori dell’Europa occidentale, delle sue proiezioni oceaniche e di una fascia ristretta di paesi asiatici occidentalizzati, non solo non c’è libertà politica (i popoli non vanno a votare se non per plebiscitare i despoti che li governano) ma non c’è neppure libertà di critica, di discussione, di manifestazione contro i detentori del potere. E’ per queste ragioni che ha senso la domanda–oggetto dell’ironia di Veneziani– :”Tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia?’ .”No, non ci andrei non (solo) perché non potrei votare per l’opposizione, ma (soprattutto) perché non potrei dire liberamente quel che penso di chi comanda e delle leggi che fa”. Se la gente non va a votare non è solo per ”mancanza di fiducia” ma anche per “mancanza di paura”: pensa (a ragione o a torto) che il suo voto non cambi niente e che, col nuo-vo governo, non starà né peggio né meglio di prima. Non ci sono oggi ‘poste in gioco alte’—il pericolo di una dittatura di destra o di una vera rivoluzione sociale—che possano portare al seggio un gran numero di cittadini. Quando ci sono state, al tempo della DC di Alcide De Gasperi, l’affluenza alle urne è stata altissima.

[ Dal Il Giornale del Piemonte e della Liguria – Martedì 27 gennaio 2026]




Dopo gli scontri di Torino – Sinistra al bivio

1. La sinistra non riesce a fare i conti con la sicurezza, che pure è sempre in testa tra le priorità degli elettori. Perché? Da cosa deriva questo bias?

Non sarei così drastico, per due ragioni. Innanzitutto, a non saper fare i conti con la sicurezza non è la sinistra come tale, ma la sinistra massimalista. La sinistra riformista talora ha saputo farli, quei conti (con i governi Renzi-Gentiloni, grazie al ministro Minniti), talora non ne è stata capace, anzi ha fatto disastri (ai tempi del primo governo Prodi, con l’indulto).

In secondo luogo c’è una parte della sinistra, ovvero i Cinque Stelle, che sulla sicurezza di aperture ne ha fatte e continua a farne spesso (con Chiara Appendino, ad esempio). Il loro giustizialismo, che in generale non mi piace, può anche condurre a scelte ragionevoli, come quella di ristabilire la procedibilità di ufficio per reati come violenza sessuale e furto, sciaguratamente abolita dalla riforma Cartabia.

Detto questo è vero, in generale, che un bias o tabù verso il tema della sicurezza fa parte della mentalità di sinistra. Ma le radici di questo tabù sono tanto ramificate quanto vaghe: buonismo, fiducia nella mitigazione del sistema penale,  garantismo a senso unico, giustificazionismo verso la criminalità comune (è sempre “colpa della società”).

E questo atteggiamento mentale, quasi un riflesso pavloviano, effettivamente riguarda la cultura di sinistra nel suo insieme, inclusa quella riformista. Non so se ricorda, ma nell’ultima campagna elettorale per le Politiche fu il moderato Enrico Letta a coniare, contro alcune ragionevoli idee di Giorgia Meloni, lo slogan “viva le devianze”.

2. Lei conosce bene Torino. Che cosa sta succedendo? Askatasuna è stato sottovalutato a lungo, ci sembra… 

Sottovalutato, dopo decenni di illegalità? No, fu valutato esattamente, ma accettato in nome di una precisa visione politica. Perfettamente incarnata dal sindaco Pd Stefano Lo Russo, che in nome dell’inclusione non ha esitato a legittimare gli attivisti di Askatasuna. Che sono stati violenti sempre, prima, durante, e dopo le aperture del sindaco.

Che non si tratti di sottovalutazione, ma di valutazione esatta, del resto si capisce dal fatto che – anche dopo le devastazioni di qualche giorno fa – le valutazioni a sinistra non sono cambiate. Dopo l’ovvia condanna delle violenze, riparte la prevedibile filastrocca delle giustificazioni, spiegazioni, precisazioni, distinzioni più o meno sottili.

3. Quale sarebbe, professor Ricolfi, la sua soluzione per i cortei violenti? L’idea dell’indennizzo la convince? Il fermo preventivo è praticabile?

Nessuna delle misure di cui si parla è decisiva, e alcune sono pure discutibili. Ma ci sarebbe una misura che, da sola, avrebbe un effetto dirompente, e ridurrebbe quasi completamente il potere dei violenti.

4. Quale misura?

È semplice: una grande manifestazione nazionale, indetta da tutti i partiti che hanno a cuore la democrazia e la legalità, contro l’uso della violenza e della sopraffazione come armi politiche. Perché la realtà è che nessuna rete, neanche la più fine e ampia, potrà mai intrappolare tutti i pesci-delinquenti, ma il togliere loro l’acqua in cui nuotano basterebbe a neutralizzarli.

5. Meloni ha aperto a un decreto condiviso, ha chiesto larghe intese sulle nuove misure. Il centrosinistra appare restio, sbaglia?

Il centro-sinistra farebbe benissimo a dare una mano, anche egoisticamente. Perché – se vogliono ottenere la fiducia degli italiani – Schlein e Conte hanno più che mai bisogno di apparire credibili, e questa è una formidabile occasione.

6. Ucraina, ddl antisemitismo, sicurezza. Le prove di maturità, il centrosinistra, le sta fallendo tutte?

Dipende da che cosa intendiamo per passare una prova. Se il metro è riuscire a diventare una sinistra moderna, direi che non ci siamo: incertezze sull’Ucraina (e su Maduro), timidezza verso l’antisemitismo montante, indulgenza verso gli episodi di censura e sopraffazione nella università, confusione totale sul tema della sicurezza, sono tutti segnali di una sinistra che continua ad avere un deficit di maturità democratica.

Se però il metro è la possibilità di vincere le prossime elezioni politiche, i giochi sono molto più aperti. Nella mente dell’elettore medio l’Ucraina è un tema secondario, e l’antisemitismo non è fonte di preoccupazioni (anzi: un recente sondaggio di Mannheimer ha rivelato l’ampiezza e la profondità dei sentimenti antisemiti). Per l’elettore medio i temi importanti sono solo sicurezza, salari, sanità. E su questi temi la partita è ancora tutta da giocare. Dopo Askatasuna, Schlein ha un’ottima occasione per scegliere fra l’autolegittimazione e il suicidio politico.

(intervista rilasciata al Riformista, 4 febbraio 2026)




Sugli scontri di Torino – Quell’inestirpabile PERÒ

“Siamo preoccupati dalle strumentalizzazioni di queste ore, per cui ho chiamato la presidente del Consiglio perché in questi momenti le istituzioni devono unire e non dividere”, ha dichiarato Elly Schlein dopo gli scontri di Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna, sgomberato poco prima di Natale.

Dello stesso tenore sono la stragrande maggioranza delle dichiarazioni degli esponenti del campo largo. Tutte basate sullo schema ossimorico:

“Condanniamo nel modo più assoluto, senza se e senza ma, le vergognose violenze di Torino, MA…”

Unica variante:

“Condanniamo nel modo più assoluto, senza se e senza ma, le vergognose violenze di Torino, PERÒ…”

E’ strano, si tenta di dire che non ci sono né giustificazioni né spiegazioni né attenuanti per la violenza, ma poi – come un disco rotto che gira senza fine – non si resiste alla tentazione del contrattacco: però il governo doveva prevenire e non l’ha fatto; però è il ministro Piantedosi che ha voluto lo scontro; però se non veniva sgomberato il centro Askatasuna non ci sarebbero state le violenze; però in piazza c’erano anche decine di migliaia di manifestanti pacifici; però non si deve strumentalizzare quel che è accaduto; però il governo sbaglia a usare gli incidenti di Torino per giustificare i decreti sicurezza.

Quel che colpisce è la ripetitività, l’automatismo, la prevedibilità dello schema, che si riproduce identico a sé stesso da decenni. Possibile che a sinistra non si riesca mai a partorire un’idea nuova?

E dire che sarebbe il momento giusto, anche politicamente. È da qualche mese che PD e Cinque Stelle accusano il governo di fare troppo poco per la sicurezza, non passa giorno senza che qualche esponente dell’opposizione accusi il governo di inerzia,  e proprio ora che il Governo pare intenzionato a muoversi varando un nuovo decreto sicurezza parte il fuoco di sbarramento. Non per discutere qualche provvedimento specifico e suggerirne altri più efficaci, ma per riproporre il solito mantra progressista: spendere di più, ma senza introdurre nuovi reati o dare maggiori poteri alle forze dell’ordine.

Soprattutto, senza vedere un problema grosso come una casa, che affligge la sinistra da troppo tempo: il suo rapporto ambiguo con la violenza e la sopraffazione. Un problema che solo la sinistra stessa può affrontare, perché è grazie alla sua indulgenza, alla sua ambiguità, e qualche volta persino sulla sua benevolenza che  violenza e sopraffazione continuano a prosperare.

Se ogni volta che si cerca di impedire un convegno, un dibattito, la presentazione di un libro, se ogni volta che “frange estremistiche” incitano all’odio, bruciano le immagini dei politici sgraditi, inneggiano alle organizzazioni terroristiche, se ogni volta che in nome dell’antifascismo si mette a ferro e fuoco una città, le forze di sinistra si mobilitassero in difesa della legalità, della democrazia, della libertà di tutti, oggi non ci sarebbe bisogno di decreti sicurezza, e nessuno parlerebbe di “strumentalizzazione” delle vicende di piazza. E assisteremmo precisamente a quello che Schlein auspica: istituzioni “capaci di unire e non dividere”.

[articolo uscito sulla Ragione il 3 febbraio]




Gli orfani del 68 e il loro strano mentore

Se si dialoga con un reduce del 68 e delle lotte studentesche degli ‘anni formidabili’, raccontati da Mario Capanna, una sensazione di profondo sconforto s’impadronisce dell’animo. Il pensiero va alla scena finale del film del 1954 Un americano a Roma del grande Steno dove si vede il padre di Nando Mericoni (interpretato da uno straordinario Alberto Sordi) che,chino sul figlio bendato sul letto d’ospedale, alludendo alle manie che lo hanno quasi ridotto in fin di vita, sospira “Speriamo che ora sia guarito!”. Il film si chiude con la voce fuori campo di Sordi:”ma guarito de che?”.

  Al nostro interlocutore antagonista, neppure la caduta del Muro di Berlino ha portato la guarigione. Se gli si chiede di pronunciarsi sui regimi comunisti al di là della cortina di ferro, lo fa con fastidio e insofferenza. Quei regimi, per lui, appartengono ormai al passato e furono risposte sicuramente inadeguate a problemi che continuano ad essere più irrisolti che mai nel nostro tempo. I partiti comunisti crearono rigide burocrazie che realizzarono alcune importanti riforme, nel segno dell’eguaglianza e della giustizia sociale, ma crearono pure democrazie popolari incapaci di garantire la partecipazione e la libera discussione sulle scelte dei governi. Di qui le repressioni del dissenso, giustificate anche da un accerchiamento internazionale che costringeva a serrare le file e a vigilare sulle quinte colonne e i loro (spesso inconsapevoli) alleati.

Non si parli, però, di totalitarismo, categoria della guerra fredda con la quale si volle accreditare l’idea che le ‘democrazie totalitarie’—rosse o nere—avessero un’unica matrice ideologica e culturale.

E quanto alle esaltazioni di spietati dittatori come Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Castro che inducevano i ‘contestatori’ non solo a ripetere gli slogan dei loro libretti rossi ma anche, talora, ad adottarne modi di vestire e hobbies (ad es., la pipa ,la divisa, gli scacchi), si tratta di cose da rimuovere, illusioni generose di gioventù giustificate, peraltro, dall’imperialismo americano, dal Vietnam, dal crollo della democrazia in Cile, con il colpo di Stato di Augusto Pinochet del 1973. Le repressioni di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968, al confronto, furono episodi tutto sommato secondari, da attribuirsi ai” compagni che sbagliavano”. In ogni caso, rievocarli significa fare del bieco, strumentale, anticomunismo, inteso a riattizzare una guerra civile utile solo a far dimenticare le vere tragedie del presente.

  L’orfano del 68, che non vuol sentir parlare del comunismo, ritiene, in linea puramente teorica, che anche il fascismo appartenga ormai alla storia ed è portato a snobbare quanti se ne occupano ancora.

Curiosamente, però, se il fascismo non è attuale, l’antifascismo, per lui, continua ad esserlo giacché oggi non ci sono più i moschettieri del duce ma qualcosa di ben più inquietante e di più nero delle camicie nere: la globalizzazione capitalistica e finanziaria che a Washington ha la sua centrale operativa e i cui tentacoli planetari rappresentano una minaccia di estinzione per i popoli e le culture non occidentali. Davanti al Moloch statunitense e ai suoi alleati, che massacrano a Gaza decine di migliaia di palestinesi, il richiamo all’antifascismo è una sana e fisiologica reazione naturale.

  Ha scritto Franco Cardini—in Neofascismo e neo-antifascismo, Ed. La Vela 2018—che, con tutti i crimini che il totalitarismo– nelle due forme classiche nazista e comunista–possa aver commesso, “non riesce a eguagliare quelli commessi dal capitalismo liberal-liberista: che è peggiore di entrambi messi insieme e che–se essi hanno insanguinato una parte del mondo, senza dubbio con spaventosa intensità, per pochi decenni—ha invece infierito sulla totalità del pianeta per lunghi secoli predicando libertà, giustizia e diritti umani ma seminando intanto ingiustizia e violenza e mietendo sofferenze e massacri pur di realizzare il suo spietato progetto di oppressione finalizzata alla rapina di materie prime e di forza-lavoro. Quel che sul serio, e profondamente, i liberal-liberisti non sanno, non possono e non vogliono perdonare al totalitarismo è di avere introiettato nella vita europea quei metodi dei quali il capitalismo colonialista si è per secoli servito fuori dal nostro continente mentre mostrava entro i confini di esso, una maschera civile e ben educata”.

Non riesco a capacitarmi del fatto che uno storico serio e prestigioso come Franco Cardini porti al Tribunale della Storia–e sottoponga a giudizio universale–, da una parte, due ‘individui’ con nomi e cognomi—fascismo e comunismo—e, dall’altra, vicende di popoli diversi in tanti secoli diversi, come se fossero imputabili ad un unico Soggetto–tanto cinico quanto consapevole– che, nel tempo, assume varie e impreviste forme. E’come portare davanti ai magistrati, da un lato, Jack lo squartatore e, dall’altro, il dio Proteo al quale si imputano tutte le nefandezze del capitalismo liberal-liberista, per saecula saeculorum.“Vuoi mettere le decine di donne londinesi ammazzate e sfigurate dal mostro con i milioni di vittime immolate da Proteo sull’altare del bieco denaro?” È uno stile argomentativo che lascia sinceramente perplessi.. Costruzioni della mente e categorie ideali diventano vere e proprie Persone,” individui cosmico-storici”, per dirla con Hegel, più reali degli uomini in carne ed ossa.

Forse andrebbe ricordato Max Weber quando scriveva che ”i tipi ideali hanno sempre, e necessariamente solo una validità molto relativa e problematica, se vogliono essere considerate come una rappresentazione storica. di ciò che esiste empiricamente” anche se poi sono indispensabili “ mezzi concettuali per la comparazione e per la misurazione della realtà”. Nello stile di pensiero olistico (che caratterizza anche se non esaurisce il pensiero totalitario) il metro diventa la ‘cosa’ e la cosa un transeunte fantasma storico.

Sennonché, ci si chiede, perché  dovrebbe esserci un nesso forte tra i massacri coloniali di stati dediti alla “rapina di materie prime e di forza-lavoro” e le loro istituzioni–democratiche, conservatrici o liberali che siano? Non è forse vero, ad es., che in nome degli ideali dell’89—v. Georges Clemenceau– come in nome di una ideologia tradizionalista—v. Charles Maurras–, non pochi cittadini, partiti, movimenti politici si opposero alle conquiste coloniali? E perché queste ultime dovrebbero indurre a mettere nello stesso calderone gli stati e i regimi politici più opposti e lontani nel tempo? La violenza coloniale, in realtà, negli scritti dei nemici implacabili del modello occidentale, fa scendere sulla Terra la classica notte nera in cui tutte le vacche diventano nere.

Quando Cardini dismette l’abito severo dello storico medievista e impugna la penna del polemista– dell’intellettuale impegnato e indignato,”cattolico, europeista, socialista”(sic!)–, diventa suo malgrado, l’ideologo del più superficiale reducismo sessantottesco. Con una differenza fondamentale: che al liberal-liberismo Cardini non perdona la distruzione della Tradizione, delle culture diverse da quelle occidentali, delle religioni che l’albagia dell’uomo bianco considera mere superstizioni, laddove il reduce degli ‘anni formidabili’, vede nell’area euro-atlantica l’ostinata resistenza del ‘mondo di ieri’ a non lasciarsi travolgere dalle forze della modernità e del progresso sociale. Certo è che l’uno e l’atro non lavorano per la  convivenza pacifica  ma foggiano armi concettuali per la guerra civile.

[articolo uscito su Paradoxa-Forum il 2 febbraio 2025]