Il non detto del referendum – Fra garantismo e giustizialismo

Vorrei provare a fare, in questo articolo, quello che quasi nessuno fa quando si parla del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ovvero: vedere le buone ragioni di chi non la pensa come me.

Premessa: io voterò sì. E trovo strumentali, quando non in malafede, la maggior parte degli argomenti addotti a difesa del no: ma non tutti, come proverò a spiegare fra poco.

Cominciamo dal perché voterò sì. La prima ragione è che la riforma infliggerà un colpo mortale al sistema delle correnti, che è un vero cancro della magistratura. Il sorteggio è un rimedio radicale e discutibile, ma è di gran lunga preferibile al mantenimento della situazione attuale.

La seconda ragione è che mi pare che lo strapotere dei PM abbia già rovinato troppe esistenze e distrutto troppe carriere: un riequilibrio del sistema in senso garantista mi sembra doveroso.

La terza ragione è che gli errori dei magistrati sono troppo raramente puniti, e che ciò avviene precisamente perché affidati al Consiglio Superiore della Magistratura, organismo corporativo e altamente politicizzato. Meglio puntare su un organismo che non sia espressione di coloro che debbono essere giudicati.

La quarta ragione è che la riforma non abolisce uno dei principali pregi del sistema attuale, l’articolo 358 del codice di procedura penale che obbliga il PM a ricercare anche le prove a discolpa dell’indagato.

Il fatto di propendere per il sì, tuttavia, non mi impedisce di fare qualche considerazione critica non tanto nei confronti della riforma in sé, quanto nei confronti dei suoi paladini più accaniti. A loro vorrei dire: smettiamola di illuderci, smettiamo di presentare la riforma come un rimedio miracoloso contro la mala giustizia, la politicizzazione dei magistrati, i calvari degli indagati. Tutti questi mali continueranno, ma – noi almeno lo speriamo – in forma più attenuata. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra un male attuale certo e un male futuro verosimilmente minore, se mai la riforma passerà.

C’è però anche un’altra considerazione che mi rende scettico: il garantismo  ha un costo, e di questo costo dobbiamo essere consapevoli innanzitutto noi difensori del sì. Meno innocenti in carcere può significare anche più colpevoli in libertà. È questo che molti difensori del no temono. Nella lotta contro i reati dei colletti bianchi e dei politici (truffe finanziarie, corruzione, concussione, abuso d’ufficio, traffico di influenze) il garantismo è al tempo stesso un grave ostacolo, e un irrinunciabile principio di civiltà. Il classico motto “meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in carcere”, tanto caro al compianto iper-liberale Piero Ostellino, non può essere portato al punto da paralizzare la lotta contro il crimine. Di questo noi liberali o garantisti dovremmo sempre essere consapevoli.

E non è tutto. Se guardiamo le cose da un punto di vista sociologico, la vera anomalia del fronte del sì – specie nelle sue componenti più politicizzate – è che in esso convivono due impulsi diversi, anzi opposti. Da un lato un impulso garantista, che tutela soprattutto i colletti bianchi ingiustamente perseguiti, dall’altro uno speculare impulso giustizialista contro l’indulgenza dei magistrati verso la criminalità comune, italiana e straniera. Detto crudamente: una parte non trascurabile del fronte del sì vorrebbe più garanzie in certi tipi di processi, e meno garanzie in altri. Una sorta di schizofrenia, che rende culturalmente ibrida la battaglia del sì.

Possiamo dedurne che il fronte del sì è incoerente, e quello del no non lo è?

No, non possiamo dedurlo, perché anche il fronte del no è incoerente. Il fronte del no difende lo status quo del sistema giudiziario, che a sua volta è schizofrenico. I magistrati italiani sono giustizialisti con la criminalità dei colletti bianchi, specie se perseguirli conferisce visibilità e interviste sui media, ma sono ultra-garantisti con la criminalità comune, specie se gli autori di reati sono stranieri.

La differenza fra i due fronti non è la coerenza, visto che entrambi sono giustizialisti su certi reati e garantisti su altri. La differenza vera è che al fronte del no la schizofrenia attuale della magistratura va bene, mentre il fronte del sì vorrebbe correggerla.

Vasto programma, direbbe qualcuno.

[articolo inviato alla Ragione il 15 febbraio]




I potenziali consensi per il Futuro Nazionale di Vannacci

Come sempre, quando si affaccia alla ribalta una nuova forza politica, si vuole conoscere al più presto quanto potrà valere in termini di consenso elettorale, per iniziare a prefigurare un ipotetico parlamento futuro e le possibili alleanze tra questo novello partito e quelli già presenti nell’arena politica.

Le prime indagini demoscopiche, che testano il favore dei cittadini nei suoi confronti, restano ovviamente molto imprecise: gli elettori non sanno molto bene, e a volte non sanno per nulla, la materia su cui vengono interrogati. Rispondono giusto perché interrogati, un pochino superficialmente, magari per non sembrare digiuni di informazione. Ma le loro risposte aggregate, diffuse dai media, tendono a fornire i primi risultati del potenziale di quella nuova forza politica, creando talvolta false aspettative.

È capitato quindici anni orsono con Gianfranco Fini, reduce dal litigioso divorzio con Berlusconi (quel “che fai, mi cacci?” rimasto famoso), che uscì dal PdL e fondò un suo partito, Futuro e Libertà (FLI). I primi mesi successivi alla scissione, al FLI vennero accreditati consensi vicini al 4-5%, grazie ad una quota significativa di coloro che avevano votato Alleanza Nazionale prima della unificazione con Forza Italia. Ma alle successive elezioni amministrative e soprattutto alle politiche del 2013 il partito di Fini non arrivò nemmeno allo 0,5% dei voti, sciogliendosi dunque poco dopo e decretando la fine politica dello stesso Fini.

L’attuale situazione che riguarda Roberto Vannacci ha dei tratti simili a quella che ha caratterizzato il FLI di allora: rottura con il proprio partito di provenienza, accusato di non agire politicamente come aveva dichiarato di fare, e fondazione di una nuova formazione politica (Futuro Nazionale-Vannacci) per ora “indecisa” se stare dentro o fuori dal perimetro governativo, formazione che in Parlamento ha per ora l’appoggio di tre deputati.

Ma i cittadini, ci si chiede, cosa pensano di questa nuova forza della destra italiana? Le recenti indagini demoscopiche ci informano innanzitutto che il livello di conoscenza spontaneo di questi accadimenti è ristretto a non più del 25-30% della popolazione. Se sollecitati, gli intervistati dichiarano di prendere in considerazione Futuro Nazionale alle prossime consultazioni per un 10-15% del campione.

Infine, il dato che più sta a cuore ai politici tutti: quanto prenderebbe in termini di voti reali? E quanto toglierebbe alle attuali forze politiche? Qui, ovviamente, occorre andare con i piedi di piombo nel fornire qualche cifra attendibile. Scarsa conoscenza, come abbiamo visto, attesa di quali possano essere le mosse future di Vannacci: corsa autonoma o pungolo interno alla coalizione di centro-destra? Alternativa completa alla Lega o possibile coabitazione su alcuni punti?

Tanti punti interrogativi, che non permettono stime molto attendibili, ma che possono darci già un quadro di massima, con il rischio capitato al partito di Fini. Con una differenza: le elezioni nel suo caso avvennero ben tre anni dopo la nascita di FLI, mentre oggi sono molto più vicine, tra circa un anno. La cosa migliore per Vannacci sarebbe stata quella di attendere ancora qualche mese, per essere maggiormente a ridosso della consultazione elettorale.

Le profezie dei diversi Istituti di ricerca sul risultato di Futuro Nazionale si situano oggi tra un minimo del 2% ed un massimo di poco più del 4%. Diciamo 3%. Ma da dove provengono i suoi voti potenziali? Per quasi la metà da ex-elettori di Fratelli d’Italia, per un altro 25% dalla Lega e per il resto da astensionisti e altre forze politiche.

Con due possibili conseguenze: se Vannacci decidesse di correre separatamente, il quadro generale per il centro-destra non sarebbe positivo, perché perderebbe come abbiamo visto una buona fetta di consensi; se al contrario rimanesse all’interno della coalizione, non sarebbe invece negativo, quanto meno dal punto di vista meramente elettorale, perché amplierebbe la propria offerta politica anche ad una fascia di elettorato più simile alla destra estrema di Casa Pound o di Vox, che oggi non si identifica nel governo Meloni, troppo europeista.

Quest’ultima soluzione sarebbe peraltro politicamente piuttosto problematica poiché spingerebbe troppo in direzione di quella svolta sovranista che, in questi anni, Meloni ha cercato di evitare, per non inimicarsi i partner europei.

Un’altra opzione aperta, per l’attuale governo, per “rimpiazzare” i voti dei neo-Vannacciani, sarebbe quella di aprire al partito di Calenda, che attualmente vale più o meno quello di Vannacci. Una soluzione che spingerebbe la coalizione verso un’area più centrista, tagliando i ponti con le ali più nostalgiche, e che probabilmente le permetterebbe di vincere più facilmente le prossime elezioni politiche del 2027, oltre ad essere un buon viatico per arrivare ad un’alleanza più solida con i popolari europei.

Staremo a vedere gli sviluppi futuri, per capire meglio l’evoluzione di un centro-destra ancora in cerca della sua maturità politica.




Perché voto sì

Al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia di fine marzo io voto Sì. Ecco le ragioni.

1) È necessario separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici. Il giudice deve essere equidistante tra l’accusa e la difesa, come avviene in tutti gli altri ordinamenti democratici (Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, ecc.). Solo il nostro paese fa eccezione, essendo fermo all’impostazione inquisitoria del codice Rocco emanato sotto il fascismo. È una garanzia di civiltà che protegge tutti i cittadini dagli abusi. Il giudice è un arbitro, non può essere più vicino ad una parte rispetto all’altra. In aggiunta, rendendo più specifico il ruolo del pubblico ministero, questo sarebbe più adatto a svolgere le attività di indagine in collaborazione con le forze di polizia.

2) È opportuno che i nuovi organi di cd. autogoverno – sia dei giudici che dei pubblici ministeri – siano composti da membri nominati per sorteggio rispettivamente tra i giudici e i pubblici ministeri, e non eletti da questi. È un principio fondamentale. Nel nostro ordinamento, anche dopo la riforma tutti i magistrati saranno selezionati mediante concorso sulla base della loro competenza tecnica, senza passare tramite elezioni e senza quindi una legittimazione popolare. Il CSM dev’essere un organismo tecnico, non politico. Chi vuole fare politica si candida alle elezioni. La sovranità è una prerogativa del Parlamento, dove si approvano le leggi, mentre i giudici le leggi le applicano. Adesso il CSM è una sorta di parlamentino dei magistrati, e gli incarichi vengono assegnati più per logiche di appartenenza che per merito. E spesso – è purtroppo difficile sostenere il contrario – i magistrati fanno politica, sostituendosi ai partiti e a chi è stato eletto per governare e amministrare la comunità.

3) Infine, è utile avere un’Alta Corte dove si eserciti il potere disciplinare nei confronti dei magistrati che sbagliano. Attualmente, i procedimenti disciplinari davanti al CSM non danno sufficienti garanzie, essendo affidati all’autoreferenzialità dell’organo di autogoverno dei magistrati. È invece importante introdurre finalmente il principio di responsabilità anche in questo ambito, così delicato per la vita di tutti noi.




Astuzie della dis-ragione – Quanti voti sposta Vannacci?

Non so se sia frutto del caso, o ci sia lo zampino di Matteo Renzi. Certo colpisce la perfetta coincidenza temporale: da due mesi si sono fatte più insistenti le voci di un’uscita del generale Vannacci dalla Lega (uscita poi effettivamente avvenuta), e nel medesimo brevissimo arco di tempo si è consumato il completo ribaltamento della linea politica dell’opposizione sulla sicurezza. Fino a pochi mesi fa spergiuravano che era tutta una percezione, e che quelli di destra erano “imprenditori della paura”. Da un paio di mesi spergiurano che la situazione è drammatica, la violenza è esplosa, i minorenni sono fuori controllo, gli sbarchi sono aumentati, i rimpatri ristagnano, e tutto questo perché la destra non sa governare, e ha clamorosamente tradito le promesse elettorali.

Credo non sfugga a nessuno il meraviglioso assist che la sinistra tutta – non so fino a che punto imbeccata dal machiavellico Renzi – ha fornito al Generale e alle sue ambizioni. Se il governo di destra ha fallito sulla sicurezza, è logico che gli elettori siano alla ricerca di qualcuno che faccia sul serio. E chi meglio di Vannacci può interpretare la parte del cattivo, visto lo scarso mordente del trio Salvini-Meloni-Tajani?

Renzi, abbastanza spudoratamente, considera Vannacci quel plus di consenso elettorale che Schlein, campasse cent’anni, non sarà mai in grado di fornire al centro-sinistra. Se il partito di Vannacci (denominato Futuro Nazionale) prende il 5%, argomentano Renzi e alcuni strateghi progressisti, Giorgia Meloni è spacciata, perché quei voti saranno sottratti soprattutto a Fratelli d’Italia e alla Lega, e con una potatura del 4 o 5% dei consensi elettorali alle destre di governo, il centro-sinistra può superare brillantemente il centro-destra.

In effetti, secondo l’ultima super-media dei sondaggi, il centro sinistra è al 44.7%, il centro-destra è al 48%, ed è aritmeticamente vero che, se togliamo al centro-destra il 4 o il 5%, i suoi consensi scendono al 43 o al 44%, un filo sotto il livello attuale dei consensi al centro-sinistra (44.7%). Un margine esilissimo per pronosticare, a oltre un anno dal voto, una vittoria del campo largo.

Sul senso politico (e il cinismo), di questo ragionamento si potrebbe molto discutere, ad esempio osservando che è ben triste che – al solo scopo di far prevalere la propria parte – si favorisca scientemente un imbarbarimento del clima politico, assecondando la nascita di una vera destra estrema, che già esiste in Germania (Alternative für Deutschland, di Alice Weidel), in Francia (Rassemblement National, di Marine Le Pen), nel Regno Unito (Reform UK, di Nigel Farage), ma per fortuna non ancora in Italia. Sono le “astuzie della dis-ragione”, forse direbbe Hegel.

Sul piano tecnico-sondaggistico, però, non posso non segnalare l’erroneità del ragionamento renziano, almeno finché i calcoli sono effettuati ipotizzando un consenso elettorale che resta al di sotto del 4 o 5% (nessun sondaggio, al momento, gli assegna di più).

Ebbene, intanto non è vero – come molti titoli di giornale hanno fatto credere – che Vannacci inciderebbe soprattutto sul consenso a Fratelli d’Italia. Il ragionamento non tiene conto del fatto che Fratelli d’Italia ha quasi il quadruplo dei consensi della Lega, e solo per questa semplice ragione potrebbe cedere leggermente più consensi di quanti ne dovrebbe cedere il partito di Salvini. Se si prendono in considerazione non il numero assoluto di voti perduti da FdI e Lega a favore di Futuro Nazionale ma le emorragie di voti dei due partiti fatto 100 il loro consenso attuale, le cifre rilevate dai sondaggi suggeriscono che, nel caso peggiore possibile per il centro-destra di governo (Vannacci al 4%), Fratelli d’Italia perderebbe circa il 3% dei suoi consensi e la Lega più del 10%.

Quanto all’indebolimento complessivo del centro-destra classico (senza Vannacci), si dimentica che – anche ipotizzando che Vannacci riesca a drenare il 4% dei consensi – la perdita per il centro-destra classico nel suo insieme sarebbe minima. Basandoci sui dati pubblicati dai sondaggi dei giorni scorsi, si può calcolare che Fratelli d’Italia passerebbe dall’attuale 29.9% al 29.0%, la Lega dall’8% al 7.2%, Forza Italia e Noi moderati potrebbero perdere un paio di decimali, passando dal 10.1% al 9,9%. In sintesi, il centro-destra nel suo insieme arretrerebbe dal 48% al 46.1%. Dunque ancora un punto e mezzo sopra l’attuale consenso del campo largo.

Dove stava l’errore? Fondamentalmente nel trascurare il fatto che, secondo gli stessi sondaggi dei giorni scorsi, solo metà dei voti di Vannacci arriverebbero dal centro-destra, mentre l’altra metà potrebbe arrivare dal non voto e soprattutto dalle cosiddette “Altre liste” che, lo ricordiamo, nelle ultime elezioni politiche avevano assorbito quasi il 7% dei consensi.

Senza contare un’incognita di cui avevo già parlato sulla Ragione qualche settimana fa, prima che Vannacci scendesse in campo: il fattore Calenda. Che potrebbe correre da solo, ma anche stringere un patto con un centro-destra “devannaccizzato”.

[articolo uscito sulla Ragione il 10 febbraio]




Pacchetto sicurezza – Una goccia nel mare?

Sia il decreto legge sia il disegno di legge varati ieri dal Consiglio dei Ministri sono due testi estremamente articolati, con misure che riguardano anche temi apparentemente laterali, come l’organizzazione delle Forze dell’ordine o il disagio giovanile. Le misure principali del Decreto sicurezza sono tre: il fermo preventivo fino a 12 ore, nell’imminenza di una manifestazione, dei sospettati di preparare disordini; la non iscrizione automatica nel registro degli indagati di chi in modo evidente ha esercitato il legittimo diritto di difesa; varie restrizioni e sanzioni, per minori e genitori,  riguardo a possesso e acquisto di coltelli. Niente di spettacolare, niente di inquietante (pare anche per l’intervento moderatore del Presidente della Repubblica).

Ma il decreto sicurezza è solo un assaggio di quel che potranno riservarci i prossimi mesi non solo con il disegno di legge sicurezza, ma anche con l’arrivo di un più ampio pacchetto di norme sull’immigrazione e gli sbarchi (giornalisticamente evocate come “blocco navale”). È lì che troveranno posto le misure più complesse e controverse, che prima di entrare in vigore dovranno misurarsi con gli emendamenti e superare lo scoglio del voto finale in Parlamento.

Mentre a livello politico imperversa il dibattito sulla giustezza di queste misure (Stato di polizia o difesa del cittadino?), quello che l’opinione pubblica si domanda è, piuttosto, se saranno efficaci. Io temo che la risposta a questa domanda possa essere più negativa che positiva. E questo non perché le misure di cui si parla siano in sé sbagliate o inefficaci, ma per due ragioni molto più ampie e generali.

La prima ragione è che l’efficacia non dipende solo dalle leggi che il Parlamento voterà, ma anche da come si comporteranno le due opposizioni, ovvero le forze politiche di sinistra e i magistrati. La violenza nelle piazze è facilmente debellabile se tutte le forze politiche concorrono all’isolamento dei violenti, ma è inestirpabile se la sinistra si balocca con i distinguo e il compito viene scaricato su forze dell’ordine e servizi segreti. Quanto alla criminalità comune, responsabile di aggressioni, stupri, rapine,  furti, è impensabile contenerne l’avanzata finché tanti magistrati non attenuano la propensione  a minimizzare le sanzioni.

Ma supponiamo per un momento che le due opposizioni collaborino, che una grande manifestazione nazionale di tutti i partiti contro la violenza di piazza isoli e neutralizzi definitivamente i cosiddetti antagonisti, e che i magistrati comincino ad applicare la legge in un modo meno sbilanciato. Ebbene, avremmo risolto – o almeno mitigato – i nostri problemi di sicurezza?

Io penso di no, e qui veniamo alla mia seconda ragione di pessimismo. Ci sono problemi che né una maggiore “concordia anti-violenza” fra le forze politiche,  né una magistratura più equilibrata sono in grado di risolvere. Due su tutti, tra loro strettamente connessi: gli ingressi irregolari via mare e via terra, e il sovraffollamento delle carceri. Anzi, paradossalmente, proprio l’auspicabile maggiore rigore da parte dei magistrati avrebbe l’effetto perverso di aggravare la drammatica situazione delle carceri (che verosimilmente è fra le ragioni dell’indulgenza dei magistrati).

Ma andiamo avanti con le congetture, e immaginiamo che – nel giro di 5 anni – un piano di edilizia carceraria renda possibile ciò che buona parte dell’opinione pubblica auspica, e cioè che i colpevoli di gravi reati e i recidivi scontino le loro pene in carcere (la cosiddetta incapacitazione). Anche in quel caso avemmo un problema, anzi due. Il primo è la norma della riforma Cartabia che impedisce di perseguire d’ufficio (senza querela di parte) numerosi reati, dalla violenza privata al furto. Il secondo è l’assenza, nell’ordinamento italiano, di norme che penalizzino in modo adeguato la recidiva. Senza norme di questo tipo, lo Stato si rassegna a tollerare che vi siano persone che, pur ripetutamente individuate, restano ibere di esercitare una o più professioni di tipo criminale.

Resta infine la annosa questione degli sbarchi e dei rimpatri. È un problema che chiama in causa un po’ tutti – ministeri, forze di polizia, giudici – ma è aggravato dai pronunciamenti della corte di Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) avversi ai trasferimenti in Albania, e soprattutto dalla lentezza con cui procede l’entrata in vigore del nuovo Patto di Migrazione e Asilo.

Ecco perché sono pessimista. Il governo fa benissimo a mettere qualche toppa, ma mi pare che manchi, in molti, la consapevolezza che quello della sicurezza è un problema come quello del dissesto idrogeologico: la sua soluzione richiede anni di interventi, ed è impossibile senza la collaborazione di tutti.

[Articolo uscito sul Messaggero il 6 febbraio 2026]