Perché Bach ci può salvare. Storia della pianista internata da Mao

Qualche settimana fa, facendo ordine nella libreria, mi è capitato in mano il famoso Libretto rosso di Mao Zedong. Era la versione in cinese di mio padre, sinologo dilettante. Non ero in grado di leggere neppure un ideogramma, ma improvvisamente mi sono tornati in mente i tanti slogan che rimbombavano nelle orecchie degli adolescenti e dei ragazzi della mia generazione. La rivoluzione non è un pranzo di gala. Colpirne uno, per educarne cento. L’imperialismo è una tigre di carta. Pochi giorni dopo ho iniziato a leggere un libro che mi ha profondamente colpito, Il pianoforte segreto, l’autobiografia di Zhu Xiao-Mei (Bollati Boringhieri, 2018), pianista cinese, famosa le sue interpretazioni delle Variazioni Goldberg di Bach.

Nata nel 1949 da una famiglia «di cattive origini» borghesi, Zhu Xiao-Mei ha iniziato a suonare il piano a sei anni ed è entrata in conservatorio a dieci, carica di luminose attese, non sapendo che solo dopo un anno si sarebbe abbattuta sulla Cina una devastante carestia, conseguenza delle folli scelte economiche e agricole del «grande balzo in avanti» voluto da Mao per incrementare la produzione di acciaio. Scelte che alterarono l’equilibrio naturale dell’ambiente, provocando la morte di decine di milioni di persone, oltre allo sterminio di quasi tutti gli uccelli, rei di essere dei parassiti borghesi. Un disastro epocale che spinse Mao, messo da parte dalle leve del potere dallo stesso suo partito, a rivolgersi direttamente alle masse invitandole a portare avanti una Rivoluzione culturale dal basso: una chiamata alle armi diretta soprattutto ai giovani e giovanissimi destinata a far cambiare per sempre la mentalità al popolo cinese, estirpando alla radice, distruggendo e nullificando tutte le tradizioni che lo avevano guidato fino ad allora con lo scopo finale di instaurare finalmente la giustizia e la felicità in Cina e nel mondo. La stessa Zhu Xiao-Mei viene travolta da questa ondata rivoluzionaria che, passando da Mozart a Mao, trasforma il Conservatorio di Pechino in un luogo di delazioni e di vendette, di terrore e di umiliazioni. Dopo essere caduta in disgrazia per una battuta scherzosa, la giovane promessa del piano sarà costretta a fare autocritica, diventando poi una convinta sostenitrice di Mao, pronta a calpestare, in nome della rivoluzione, gli affetti più importanti e a denunciare i suoi stessi maestri.

Zhu Xiao-Mei ha voluto scrivere questa spietata e dolorosa confessione soprattutto per fare ammenda del dolore causato, per non essere riuscita a salvarsi dal plagio collettivo. «La Rivoluzione culturale mi ha sporcata — scrive —, mi ha reso complice. A un certo punto ha persino ucciso in me ogni senso morale». Assistiamo, pagina dopo pagina, al divampare della follia collettiva: dal rogo compiuto di tutti gli lp e gli spartiti borghesi, alle violenze e alle uccisioni dei docenti, fino alla chiusura dello stesso conservatorio. La seguiamo passo dopo passo nella disumanità e nell’abbrutimento dei cinque lunghi anni in diversi campi di lavoro, in cui Xiao-Mei sfiora la disperazione totale, fino al giorno in cui, rischiando il tutto per tutto, riesce a farsi spedire dalla madre il vecchio pianoforte camuffato da credenza, privo di molte corde ma comunque capace di far rinascere nel suo cuore l’amore per la bellezza e l’armonia. Ai guardiani dice che le serve per suonare gli Yan Bang Xi, i motivi scritti appositamente per la rivoluzione cinese invece, fidando nelle loro ignoranza, si immerge nelle eterne note di Bach e di Chopin. Solo nel 1980 riuscirà a lasciare la Cina per Hong Kong e poi per gli Stati Uniti, dove, prima di riprendere gli studi di pianoforte, sopravviverà per parecchio tempo facendo la colf. Ora vive a Parigi ed è considerata una delle più grandi interpreti di Bach. Suona con gli occhi chiusi, le piccole mani che sfiorano i tasti con il distacco e l’intensità delle più alte forme di meditazione.

Quando ho terminato il libro, la prima cosa che ho pensato è che andrebbe letto nelle scuole; la seconda è che, pur parlando della Cina della rivoluzione maoista, in realtà è un libro che parla anche del grande rischio dei nostri tempi. Quando all’orizzonte ricompare l’idea della giovinezza come valore in sé, quando troppo spesso nel discorso pubblico ritornano le parole «giustizia», «popolo» «felicità» come valori assoluti, quando questa battaglia porta con sé il mito della «sincerità» come virtù edificante, dell’aggressività diffusa come arma di dissuasione, quando viene preso come paradigma assoluto la vita concreta, pratica, ignorando tutto ciò che costituisce la complessità e la ricchezza dell’essere umano, si entra in un tunnel in cui dall’altra parte non c’è il paradiso in terra ma un mondo di desolazione e di appiattimento. Relegando l’uomo alla sola dimensione materiale, ridicolizzando tutto ciò che non appartiene al mondo degli istinti primari, deridendo ogni forma di pensiero complesso e di espressione artistica, considerati appannaggio di un’élite di privilegiati, emerge l’animalità, e l’animalità prospera sotto una legge molto semplice, quella della sopravvivenza del più forte.

L’irruzione della tecnologia nella nostra vita ha portato innumerevoli benefici e altri probabilmente continuerà a portarci, ha però reso i pensieri di tutti più epidermici, privi di profondità, ha ridotto i sentimenti per lo più a un’esagitazione viscerale, senza più il controllo della mente. L’assenza di silenzio e solitudine fa il resto. Così si finisce sempre per accontentarci della prima risposta e si è grati a chi ce ne fornisce una dietro alla quale correre senza esitazione.

Per chi crede ancora che nell’umano ci sia qualcosa che non sarà mai assimilabile alla pura tecnologia, questi tempi di slogan assertivi fanno davvero paura. Pensando proprio al libro di Zhu Xiao-Mei possiamo trovare il coraggio di dire che l’assenza di cultura è una delle più grandi forme di povertà. Essere poveri di parole, di pensieri e di sentimenti vuol dire essere poveri nelle proprie relazioni e nella comprensione della realtà. La storia della pianista cinese dimostra con esemplare chiarezza che la storia ci può privare di tutto, della nostra cultura, della libertà, della dignità, spingendoci a vivere al limite dell’umano, ma non può spegnere l’anelito alla bellezza che è nascosto in ogni persona che abbia la forza d’animo di seguire la voce della propria coscienza. Primo Levi è sopravvissuto ad Auschwitz grazie anche alle poesie imparate a memoria, Zhu Xiao-Mei non si è fatta sopraffare dalla bestialità dei campi di lavoro grazie alla musica di Chopin e a Bach che continuava a risuonare dentro di lei. Nell’opacità di questi tempi forse è bene ricordare che solo l’arte e il riverbero della bellezza riescono a illuminare i momenti più bui della storia.

Articolo pubblicato da Il Corriere della Sera il 05 novembre 2018



I ragazzi selvaggi e il tramonto dell’educazione

Siamo arrivati alla società dei «diseredati»: giovani a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, senza radici e senza capacità di immaginare e di costruire il futuro

Dopo l’ennesima spedizione punitiva di genitori contro un insegnante reo di fare soltanto il proprio lavoro, dopo i tristi casi di cronaca di professori sbeffeggiati, derisi e postati su Facebook, dopo l’inarrestabile escalation di bullismo presente ormai ad ogni livello nella vita scolastica e, soprattutto, dopo una lunga ed estenuante campagna elettorale, in cui nessuno dei contendenti ha messo non dico al primo ma neppure agli ultimi posti la catastrofe educativa, occorre forse fermarsi e cercare di stabilire un punto fermo.

Che cos’è l’educazione?

Che cos’è l’educazione? E qual è la relazione tra l’educazione e il nostro essere pienamente umani? Le grandi scimmie antropomorfe, etologicamente i nostri parenti più stretti, permettono ai loro «adolescenti» di compiere atti che a un adulto non verrebbero mai concessi. Ma entro certi limiti. Non appena la soglia viene superata, l’adulto più alto in grado prende le misure necessarie per interrompere un comportamento destinato a diventare nocivo per la comunità stessa. Uno scimpanzé, un gorilla, un bonobo, per quanto complessi essi siano, hanno una caratteristica che li accomuna alle altre specie animali: vivono nell’immediatezza delle situazioni e la loro esistenza si svolge quietamente lungo i binari della genetica, dell’ambiente e dell’evoluzione. Seguendo la legge della sua specie, un piccolo scimpanzé diventerà sempre un grande scimpanzé ma un bambino lasciato a se stesso, senza alcun accompagnamento, senza sostegno, senza limiti né contrasti, che cosa mai potrà diventare? Quello che ormai troppo spesso abbiamo sotto i nostri occhi: un adolescente infelice, rabbioso, totalmente privo di empatia, succube dei sempre più folli capricci del suo ego.

La tesi di Rousseau

D’altronde, come stupirsi? Quando io studiavo alle magistrali nei primi anni Settanta, il caposaldo della nostra formazione era l’Émile di J.J. Rousseau. Nella visione del filosofo svizzero, infatti, il bambino, per poter sviluppare al massimo le sue potenzialità, doveva essere lasciato il più possibile allo stato di natura, rinunciando ad ogni autorità educativa. «Non comandategli mai nulla, per nessuna ragione al mondo: assolutamente nulla» scrive nel suo romanzo pedagogico del 1762. «Non lasciategli neppure immaginare che pretendete di avere su di lui qualche autorità». Inoltre, per proteggerlo dall’influsso nefasto della società — indi della civiltà e dalla nebulosità della cultura — Rousseau consiglia di ridurre quanto più possibile anche il suo vocabolario. «È un inconveniente gravissimo che abbia più parole che idee, che sappia dire più cose di quante sappia pensarne».

Il libro di Bellamy

Queste memorie scolastiche mi sono tornate in mente leggendo lo splendido libro del filosofo François-Xavier Bellamy, I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere (Itaca, 2016), uno dei saggi più lucidamente appassionati sulla crisi educativa degli ultimi anni. Proprio nel libro di Bellamy si ricorda una vicenda accaduta una ventina d’anni dopo la morte di Rousseau, quando nel Sud della Francia venne trovato in una zona impervia un ragazzo selvaggio. Stando alle teorie rousseauiane, questo bambino avrebbe dovuto essere il non plus ultra della saggezza e dell’equilibrio. Invece, secondo la testimonianze del medico che lo seguì nei primi tempi «si agitava continuamente senza scopo, mordendo e graffiando tutti quelli che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto e a nulla prestando attenzione». Questo ritrovamento scosse temporaneamente le salde certezze dei seguaci di Rousseau, ma il turbamento fu presto accantonato sostenendo che il ragazzo era stato abbandonato proprio in quanto indomabile.

Infanzia in totale solitudine

Chi ha visto il bel film di Truffaut, Il ragazzo selvaggio, ispirato proprio a Victor, si ricorderà degli sforzi che uno studente di medicina, Jean Itard — convinto dell’ipotesi contraria, cioè che il ragazzo fosse così proprio in quanto abbandonato —, fece per restituirgli la sua umanità e per non farlo rinchiudere in manicomio, come avrebbero voluto i rousseauiani. Per cinque anni Itard si dedicò a Victor con immensa pazienza e, pur non riuscendo a rimediare ai gravi danni psicologici causati da un’infanzia vissuta in totale solitudine, riuscì comunque a placarlo, a fargli esprimere le proprie sensazioni ed emozioni per comunicarle agli altri. Diversamente dallo scimpanzé, l’uomo che cresce allo stato brado, senza alcun condizionamento né guida, è destinato a diventare un essere infelice, rabbioso e selvatico, perché la misteriosa complessità dell’essere umano si sviluppa soltanto attraverso la relazione e la trasmissione del sapere. Sapere che non è condizionamento, ma via prioritaria per la libertà e la stabilità della persona.

Società di «diseredati»

Abolito il ruolo educativo della scuola — ridotta nel migliore dei casi a luogo dove si apprendono tecniche — cancellata la stabilità e l’autorevolezza del nucleo familiare, scomparsi storicamente i partiti, eclissata la chiesa, quali realtà educative permangono nella collettività? Soltanto il narcisismo anarchico della Rete che esalta sopra ogni cosa la felicità individuale, creando una monocultura della mente e una totale anestesia del cuore. Di questo passo, siamo arrivati così alla società dei «diseredati», appunto: giovani generazioni a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, giovani senza radici e senza alcuna capacità — e possibilità — di immaginare e di costruire il futuro. Che cittadini saranno i nuovi ragazzi selvaggi? Non si può poi negare che quarant’anni di questa pedagogia così affabilmente democratica abbiano creato una società sempre più drammaticamente classista. Mai come ora, infatti la forbice tra i ragazzi privilegiati, su cui la famiglia ha potuto e ha voluto investire, e i novelli Victor, figli di famiglie disgregate, assenti o prive di risorse, è stata così ampia.

Senza autorevolezza

Pensando all’apatia educativa contemporanea, mi è tornato in mente un episodio raccontatomi qualche anno fa da una giornalista tedesca. Nata alla fine degli anni Quaranta, la sua infanzia era stata segnata dalla drammatica divisione del suo Paese. Un giorno, quando era ancora alle elementari, aveva raccontato a tavola che tutta la sua classe era stata invitata alla festa di compleanno di una loro compagna fuggita dall’Est ma che nessuno di loro sarebbe andato perché la bambina era povera e puzzava. La nonna, a quel punto, le aveva dato un sonoro schiaffo, il primo e l’ultimo della sua vita. «Tu invece ci vai!» le aveva intimato. «E ci vai con il miglior vestito, portandole anche un bellissimo regalo». E così era accaduto. Era stata l’unica della classe ad andarci. «Senza quello schiaffo la mia vita sarebbe stata completamente diversa», mi confidò. «Mi ha fatto aprire gli occhi e da allora non mi sono mai più lasciata tentare dalla crudele banalità della maggioranza».

Il kyôsaku

Lungi da me l’idea di inneggiare alla violenza fisica, ma non è proprio colpendo con un bastone, il kyôsaku, che i maestri zen risvegliano la coscienza degli allievi assopiti o distratti durante il tempo della meditazione? Non è forse di un bastone di questo tipo che anche la nostra società avrebbe bisogno per svegliarsi dal torpore, aprire finalmente gli occhi e chiamare le cose con il loro nome? Senza ritorno dell’autorevolezza, senza un generoso e appassionato ripristino della cultura – come realizzazione più profonda dell’umano e della sua trasmissione, che è fatta di imprescindibili priorità – il nostro mondo sarà sempre più popolato da infelicissimi e ingestibili Victor. E non è necessario avere grandi doti divinatorie per immaginare che sarà un mondo purtroppo drammaticamente diverso dall’aulico Eden di cui avrebbe voluto essere artefice l’Émile immaginato da J.J. Rousseau.

Articolo pubblicato su il Corriere della Sera del 12 aprile 2018