Tutta colpa di Renzi?

Da mesi, se non da anni, il ritornello è sempre il medesimo: se il Pd va male, se il Partito Democratico è uscito dalla scena politica e dall’immaginario collettivo del “popolo della sinistra”, la colpa è soprattutto del suo ultimo segretario Matteo Renzi. Lui è il principale imputato di un trend che ha visto il suo partito passare dal 33.2% del 2008 al misero 18.7% delle ultime consultazioni legislative. La crisi della sinistra e del suo principale referente politico sarebbe addebitabile, quasi in toto, all’ex-sindaco di Firenze, che l’ha portata su posizioni totalmente aliene dalla mainstream della tradizione post-comunista, verso tratti decisamente liberali, se non evidentemente conservatori.

Giorni fa. Intervista televisiva. Un operaio licenziato perché la sua fabbrica è stata acquisita da una multinazionale francese e trasferita nel nord della Francia: è stata colpa di Renzi e del Pd! Ora, dopo anni in cui ho votato Pci e la sinistra, ho scelto la Lega di Salvini. L’unico che può invertire la rotta che ha preso il nostro paese.

Sardegna. Agosto 2018. Festa del porceddu. Tra un discorso e l’altro, un anziano contadino: ho votato Lega, è il vero partito del cambiamento. Renzi ci ha ridotto proprio male, a noi sardi, ci ha ridotto in miseria. E sì che gli avevo pure dato il mio voto, la volta precedente. Purtroppo.

Renzi, Renzi, Renzi. Un fantasma si aggirerebbe dunque per l’Italia, il fantasma di colui che, a dispetto del glorioso partito che tentava di costruire il volto nuovo del paese, l’ha portato sostanzialmente alla rovina. Ma sarà vero? Sarà realmente tutta sua la colpa?

Osserviamo intanto per un attimo il trend dei consensi dell’area vicina al centro-sinistra in questo nuovo secolo, dal 2001 ad oggi (fig.1). Come si può notare, nei primi anni del decennio Ds e Margherita, separati o sotto il simbolo unitario dell’Ulivo, hanno costantemente ottenuto un successo elettorale di poco inferiore ad un terzo dei votanti. L’exploit di Veltroni del 2008, che correva per la prima volta con il neonato Partito Democratico, in realtà non è che sia stato un vero exploit: ha migliorato soltanto di poco, un paio di punti percentuali, il retaggio delle formazioni politiche aggregatisi nel Pd e, considerando  inoltre il fatto che il resto della sinistra (Rifondazione & soci) sia praticamente scomparsa, non si può che giungere alla conclusione che il bacino elettorale di quell’area non riuscisse ad andare molto oltre il 35-36% della popolazione italiana.

Fig 1. Consensi elettorali. Politiche + Europee

Una storia non inedita, peraltro. Una storia che ci riporta agli anni della prima repubblica, quando quell’area (sommando il Pci con le altre piccole formazioni di sinistra, come Democrazia Proletaria) anche allora non otteneva una quantità di consensi molto differente da quella di Pd e Rifondazione. Forse era inutile illudersi: gli italiani favorevoli alla sinistra di allora (o al centro-sinistra odierno) non sono mai stati nemmeno lontanamente prossimi al 40% della popolazione.

Il Partito Democratico, per certi versi, aveva scommesso sull’allargamento di quella base elettorale, tentando di attirare a sé anche una parte inedita di elettori, che avrebbe potuto guardare alla proposta del Pd con occhi nuovi, diversi dal passato. Il Pd, per riuscirci avrebbe dovuto partire dal quel 33% di Veltroni, incrementando anno dopo anno il suo bacino di consenso.

Ma così non è stato. Anzi. Dal 2008 in poi, in tutte le consultazioni legislative (fig.2) il Pd è costantemente retrocesso nel favore degli italiani, prima con Bersani (-8% rispetto a Veltroni) e poi con lo stesso Renzi (un ulteriore -6.5% rispetto a Bersani), in una costante e continuativa incapacità di intercettare quei settori sociali cui puntava per accrescere il proprio appeal. Tutti “colpevoli”, dunque, parrebbe di dover dire. Non soltanto infatti il Pd non è riuscito a diventare il referente di un nuovo elettorato, ma poco alla volta ha perso sia una parte dei suoi antichi estimatori ex-Pci, con Bersani, che anche dei nuovi, di quelli che avevano sperato in un cambio di prospettiva con Renzi.

Fig.2 Consensi elettorali. Solo Politiche – Camera

Perché, se torniamo ad osservare il primo grafico, si può chiaramente individuare un momento in cui, all’interno di questo cammino da gambero, il Partito Democratico ha vissuto una situazione così anomala che oggi molti stentano a credere che sia davvero accaduto. Nelle europee del 2014, pochi mesi dopo il suo insediamento, Matteo Renzi ha davvero compiuto un mezzo miracolo, andando a superare per la prima volta nella storia l’asticella del 40%. Certo, con un numero di votanti inferiore a quelli di Veltroni, ma comunque un risultato simbolicamente significativo.

Renzi era stato dunque capace di convincere una fetta importante di elettori che, con lui, sarebbe iniziato realmente un nuovo corso, un nuovo partito di centro-sinistra che si smarcava dai retaggi del passato, per guardare ad un futuro diverso. Inedito. La sua colpa, forse, è stata proprio quella di candidarsi ad un modo nuovo di governare, ad una modalità politica inedita per un partito di sinistra, senza averne realmente le capacità “politiche”. Il suo fulgore è durato poco, lo sappiamo, e presto è rientrato nei consueti parametri, inimicandosi inoltre con il suo comportamento gran parte di chi aveva per un attimo creduto in lui. Ma probabilmente la vera anomalia è stata proprio quel suo grande successo, che ha fermato per un attimo il declino inevitabile del Pd. Che poi è ripreso in maniera ineluttabile, con o senza Renzi.




I poveri votano a destra, i ricchi a sinistra

Che il voto del 4 marzo, e quelli successivi nelle elezioni amministrative, sia stato un voto di protesta, di alterità verso la “casta”, contro l’establishment, e contro i governi che hanno coinvolto il Pd, dal 2011 ad oggi, ci sono pochi dubbi. E le motivazioni che hanno condotto verso questo comportamento elettorale ce ne hanno dato ampia conferma; sulle cause del successo della Lega c’è una sostanziale omogeneità di pensiero: il traino decisivo è giudicato unanimemente la volontà leghista di combattere efficacemente i problemi di insicurezza derivanti dai postumi della crisi economica, dall’immigrazione incontrollata e dall’aumento, in generale, del clima di pericolosità sociale.

La parole d’ordine di tipo economico-occupazionale, e fiscale, le battaglie sulla legittima difesa e per un controllo più duro nei confronti dei clandestini sono state fondamentali per l’avanzata elettorale del partito di Salvini in tutte le aree settentrionali e centrali del paese, anche in zone dove nel passato la Lega (Nord) era elettoralmente inesistente. E per il suo successivo radicamento, fino a farla diventare, oggi, la forza politica con i consensi più elevati nelle dichiarazioni di voto raccolte nelle ultime indagini demoscopiche, superando il Movimento 5 stelle.

Anche i motivi prevalenti del successo pentastellato possono essere individuati nella volontà di “mandare a casa” la vecchia classe politica, per cambiare radicalmente le politiche pubbliche. Per un nuovo inizio: un orientamento che accomuna le tendenze più diffuse nell’elettorato italiano, dal nord fino al sud del paese. Hanno per questa ragione avuto successo le due forze politiche che maggiormente si fanno paladini della volontà di cambiamento, assieme alle due tematiche ricordate, il rifiuto delle vecchie modalità di fare politica e, soprattutto, il bisogno di maggior sicurezza economica e sociale.

Da questi elementi è nato nel giugno scorso il “contratto di governo” tra Movimento 5 stelle e Lega, un esecutivo che gode attualmente di un consenso talmente elevato, vicino al 70% della popolazione italiana, che sarà difficile nei prossimi mesi immaginare una opposizione capace di contrastarlo efficacemente. Anche perché, tralasciando l’indubbia capacità comunicativa del leader leghista, il motivo più profondo del favore per il governo è che gli elettorati delle diverse forze politiche sono attenti alla risoluzione di problemi piuttosto differenti tra loro. Per l’elettorato di sinistra (o di centro-sinistra), le cose più urgenti da risolvere sono il tema del lavoro e quello dell’insorgente razzismo nel nostro paese, veicolato dai costanti proclami di Salvini stesso. Per gli elettori di centro-destra (e della Lega in particolare) sono invece: l’immigrazione, più o meno clandestina, le tasse e la sicurezza, insieme ovviamente agli effetti della crisi economico-occupazionale.

Ancora differente è la gerarchia degli elettori pentastellati, tra cui soltanto il tema del lavoro tende ad essere egemonico, mentre gli altri problemi non sono considerati rilevanti. Ora, dal momento che l’occupazione, la creazione di nuovi posti di lavoro, la crescita dell’economia, la messa a punto di un quadro di efficace regolamentazione del frastagliato mondo del lavoro (e, se vogliamo, lo stesso problema del razzismo) sono tutte cose che non possono avere una rapida risoluzione, va da sé che la comunicazione di Salvini, così presente e costante, riesca in questo momento a convogliare su di se, e sul suo partito, una crescente quantità di potenziali elettori, cui egli si rivolge.

Durerà nel tempo? Suppongo di sì, perché il suo discorso tocca le corde giuste della popolazione, molto più delle argomentazioni di Di Maio e molto molto di più di quelle della sinistra e del Partito Democratico. Soprattutto perché i destinatari di questa comunicazione e di queste proposte politiche sono in particolare i settori sociali maggiormente in difficoltà, sia dal punto di vista economico che da quello sociale, e che sono certo quelli numericamente più numerosi nel nostro paese, dopo le crisi dell’ultimo decennio. E trovano nelle forze politiche oggi al governo, i 5 stelle ma soprattutto la Lega, un elevato livello di attenzione proprio nei loro confronti.

Non a caso i motivi che, secondo gli elettori italiani, hanno portato alla sconfitta del Partito Democratico, nonostante il premier Gentiloni non fosse così malvisto nemmeno dagli elettori leghisti e pentastellati, risiedano principalmente sull’incapacità del Pd di pensare (anche) ai cittadini con problemi economici e sociali. Viene sottolineato ancora una volta come le proposte e le politiche della sinistra o del centro-sinistra siano percepite – da chi non li vota – come più vicine alla società più garantita, quella dei ceti medi o medio-alti, mentre la fascia più debole della popolazione non viene tenuta in sufficiente considerazione. E il buon successo elettorale in alcune delle aree più benestanti del paese ne è una indiretta conferma, mentre i leader e gli stessi elettori della sinistra non paiono rendersene pienamente conto.

Un’analisi empirica che mette in relazione, a livello comunale, le scelte di voto ed il reddito pro-capite dei cittadini lombardi mostra in maniera evidente quanto è stato finora argomentato. La correlazione tra il voto al centro-sinistra e la ricchezza pro-capite appare significativamente alta e positiva (con un coefficiente pari a +0.45): all’incremento del reddito si incrementa anche la percentuale di consensi aggregata (Partito Democratico + LeU + Potere al Popolo) per le formazioni di sinistra; risulta al contrario negativa (r = -0.52) la stessa correlazione con i partiti di centro-destra, mentre non è significativa – benché con un segno positivo –  la correlazione tra voto ai 5 stelle e il reddito pro-capite.

Mentre nei comuni della provincia di Milano nessuna delle correlazioni, per nessuna delle formazioni politiche, appare significativa, e occorre quindi operare un’analisi più approfondita, esse sono non a caso particolarmente accentuate nelle province pedemontane (Brescia, Bergamo, Sondrio, Varese, Como e Lecco), vale a dire nelle maggiori roccaforti della Lega e del centro-destra, con coefficienti (negativi) che si avvicinano a 0.60. Come dire: più i comuni sono poveri, più si vota Salvini; più sono ricchi, più si vota Partito Democratico.




I due elettorati del nuovo governo

Dopo il “contratto di governo” tra Movimento 5 stelle e Lega, e l’avvio nel giugno 2018 di quella inedita collaborazione, gli analisti hanno cercato di comprendere se e quanto le due forze politiche protagoniste dell’intesa avessero decisivi elementi in comune, dal punto di vista del programma e delle scelte politiche che intendevano effettuare in questo loro primo cammino comune. Elementi che, se presenti, potessero effettivamente prefigurare la formazione di un’alleanza più stabile, al di là delle esigenze più contingenti di dotare il nostro paese di un esecutivo dotato di una forte maggioranza parlamentare, e potesse dunque durare nel tempo, prendendo la forma di una proposta politica unitaria.

All’indomani della consultazione elettorale del 2018, era stato sottolineato come il bipolarismo M5s-Lega avrebbe potuto divenire una originale frattura politica: da una parte una nuova destra “sociale”, che cerca di porre un freno, almeno contingente, a mutamenti epocali, che non possono peraltro essere fermati con qualche provvedimento estemporaneo; dall’altra un movimento di “cittadini”, che si presenta quasi come una sommatoria di proposte mono-tematiche, aliena nel contempo di un progetto complessivo di società, di nuove regole economiche e di welfare. Sarà questa la contrapposizione futura del nostro paese, si chiedevano in molti? o non assisteremo al contrario a ciò che numerosi commentatori ipotizzano, vale a dire una frattura elettorale tra i cosiddetti “sovranisti” e gli “europeisti”? Una netta contrapposizione cioè tra partiti che credono (ancora) nelle capacità di una Unione Europea di farsi interprete delle politiche economiche e sociali del vecchio continente, da una parte, e partiti o movimenti che tendono a rivalutare l’alveo nazionale, senza farsi troppo condizionare dai dettati della Banca Centrale Europea e della stessa UE, dall’altra.

L’avvio del nuovo governo M5s-Lega, varato pur tra molte difficoltà tre mesi dopo le elezioni, darebbe per il momento ragione alla seconda ipotesi, in attesa di comprendere l’evoluzione del quadro politico e della politica delle alleanze future, o degli intenti comuni, a partire già dal prossimo importante appuntamento elettorale, le europee del 2019.

Al di là del “contratto di governo” stipulato tra i vertici dei partiti, è interessante interrogarsi sul livello di vicinanza o di lontananza tra i loro rispettivi elettorati. Vediamo innanzitutto come viene giudicato l’attuale partner di governo. Occorre sottolineare che i dati si riferiscono a indagini compiute da Ipsos durante gli ultimi tre mesi di campagna elettorale, quando cioè gli accordi tra le due forze di governo attuale erano difficilmente pronosticabili. In generale, valutazioni positive sugli altri partiti vengono espresse solamente dal 5% dei pentastellati (oltre 10 punti in meno della media nazionale, già molto bassa). L’unico che riscuote un buon successo è proprio la Lega, giudicata favorevolmente da oltre un terzo degli elettori 5 stelle. È questa peraltro la più rilevante trasformazione intercorsa tra il 2013 ed il 2018: il differente appeal leghista tra i votanti del M5s, che cinque anni prima giudicavano al contrario il partito – allora di Maroni – in maniera non dissimile da quello di Berlusconi, individuando nelle due principali forze politiche di centro-destra una forte comunità di intenti. È probabile che l’avvento del nuovo segretario leghista Matteo Salvini, con l’abbandono dell’enfasi nordista e le sue parole d’ordine maggiormente pragmatiche e meno “ideologiche”, abbiano prodotto un effetto positivo anche nelle opinioni di una parte molto significativa degli elettori pentastellati. La stessa (limitata) positività si riscontra anche per l’elettorato leghista, tra cui il M5s ottiene valutazioni comunque egregie, considerando che era il principale nemico da battere nelle imminenti elezioni, di poco inferiori al giudizio sull’alleato di Forza Italia.

Esistono poi alcune sotterranee sintonie tra i due elettorati, al di là delle evidenti differenziazioni territoriali e, di conseguenza, dell’enfasi delle proposte politiche che hanno come differenti bacini elettorali di riferimento. Tra queste, sono sicuramente le più indicative il tipo di rapporto con l’Unione Europea e la moneta unica; l’interesse per le fasce relativamente più deboli della popolazione, declinate nelle forme più consone alle aree geografiche di riferimento; l’alterità nei confronti dei presunti “poteri forti” ai quali il popolo, e con loro i loro rappresentanti, dovrebbe apertamente ribellarsi. Accanto a queste, ci sono però importanti tematiche che allontano in maniera significata i rispettivi elettorati, e che sottolineano l’impossibilità di attribuire facili valutazioni di stampo “populista” a coloro che hanno scelto il Movimento 5 stelle.

Sono nello specifico gli atteggiamenti nei confronti dei diritti civili, della pena di morte e, in parte, dell’immigrazione che differenziano l’elettorato pentastellato in particolare da quello della Lega, ma in generale anche dalle opinioni medie della popolazione nel suo complesso, il che getta una luce forse inedita sulla diffusa percezione della natura dei votanti 5 stelle. Se non tutte, sono diverse le “anime” che popolano i 5 stelle ad essere attente alla modernizzazione della società in senso più liberal; occorre sottolineare come sia parzialmente errato guardare a questo nuovo movimento politico come si trattasse di un “blocco” elettorale unico e compatto, e non invece composto da diversi tipi di cittadini, alcuni più progressisti accanto ad altri certamente più conservatori.

I diritti per le coppie di fatto devono essere identiche a quelle sposate per quasi l’85% degli elettori a 5 stelle (10 punti in più della media della popolazione italiana e ben 15 in più rispetto ai leghisti); la pena di morte per i crimini più gravi è accettabile soltanto dal 45% dei pentastellati (5 punti in meno della popolazione e 20 in meno dei leghisti); la loro opinione infine sugli eccessivi livelli di immigrazione non si discosta da quella degli italiani (70%), ma è inferiore di ben 20 punti rispetto all’elettorato che ha votato Lega.

Difficile ipotizzare se nel futuro questo tipo di alleanza possa durare, o si andrà incontro al contrario a decisive contrapposizioni su alcune politiche non del tutto condivise (quanto meno dai rispettivi elettorati) come ad esempio quelle più sopra citate relative ai diritti civili. Quello che è certo è che numerose sono le basi per una possibile convergenza, magari limitata nel tempo, pur accanto a temi che evidenziano alcune differenze di fondo tra i votanti leghisti e pentastellati. Forse, l’elemento maggiormente dirimente è proprio la diffusa volontà di cambiamenti importanti e decisivi nella gestione della cosa pubblica, con una netta cesura con le esperienze dei governi passati e con le tradizionali forze politiche, che accomunava Lega e M5s già al momento del voto.

* Una versione ridotta di questo articolo è uscita il 3 giugno sul sito de “Gli Stati Generali”



Il caso Savona: tutti perdenti

Come molti sapranno, nella teoria dei giochi, citata peraltro dallo stesso Paolo Savona, esiste una soluzione chiamata “gioco a somma zero”, la situazione cioè in cui guadagni e perdite sono equamente bilanciati tra i giocatori, dove quindi alla vittoria di un partecipante corrisponde una equivalente sconfitta di un altro partecipante. Bene, nella controversa questione Quirinale-Savona, non si è certo verificata la soluzione a somma zero, poiché alla fine i partecipanti sono tutti risultati perdenti, in maggior o minor misura.

La situazione che si è creata qualche giorno fa è stata invece più simile all’altrettanto famoso “dilemma del prigioniero”, dove un comportamento razionale per ogni individuo genera invece il maggior danno collettivo, per tutti i partecipanti, e dove invece la soluzione migliore è quella della cooperazione, che si ottiene soltanto fidandosi l’uno dell’altro.

Ma si sa che la fiducia reciproca nel nostro paese è ormai diventata, a torto o a ragione, merce rara. Sicché, l’intento di massimizzare i profitti personali, per ciascuno dei soggetti che partecipavano a questa specie di gioco di società, non ha fatto che provocare una sconfitta generalizzata di tutti. Passiamo allora brevemente in rassegna le scelte dei diversi protagonisti e le conseguenze di tali scelte.

Sergio Mattarella. Ha trascorso lunghi giorni a tergiversare, in nome dell’auspicato varo di un governo, concedendo di fatto tutto il tempo che era possibile concedere prima a Di Maio, con la sua logica dei due forni, poi al duo Di Maio-Salvini, che dovevano costruire un programma di governo per sottoporlo al vaglio dei proprio iscritti-elettori, proporre un premier che stilasse una lista di ministri da sottoporre al capo dello stato. Al termine di tutte queste concessioni, decide di non accettare la candidatura di Paolo Savona, con il motivo che questi non era sufficientemente europeista. Come se il ministro dell’economia, da solo, potesse decidere le politiche di un governo che comunque non era certo pervaso da intenzioni molto benevoli nei confronti dell’europa. Con lui o con un altro, sarebbe cambiato realmente qualcosa nell’atteggiamento e nel successivo comportamento dell’esecutivo giallo-verde? Difficile. E quindi, che senso ha rifiutare Savona, per rimandare di fatto il paese alle urne e riproporre, tra qualche mese, la stessa situazione attuale? Mistero.

Luigi Di Maio. La citata politica dei due forni ha scontentato, alternativamente, il suo elettorato più vicino alla destra e quello più vicino alla sinistra. L’idea di voler formare un esecutivo con chicchessia lo ha reso piuttosto vulnerabile, e dipendente dalle scelte di ciascuno dei possibili partner di governo. Prima rifiuta Renzi come possibile interlocutore, poi cerca un’intesa con il Pd, che viene rifiutata dallo stesso Renzi. Cerca un’alleanza con il centro-destra, ma esclude Berlusconi nella possibile trattativa. Infine, sottoscrive un patto con Salvini, che però gli impone Savona, senza possibilità di sostituzione. Blindato. La sua volontà di cimentarsi finalmente con il governo nazionale viene tarpata, nonostante tutti i suoi sforzi. E cosa otterrà? Una possibile riduzione del consenso elettorale, che già si sta manifestando nelle intenzioni di voto di questi giorni, avendo scontentato molti dei suoi precedenti votanti. Quando si tornerà al voto, la distanza tra il M5s e la Lega sarà molto più ridotta dell’attuale, e dovrà subire ancor più, se volesse ritentare un governo con Salvini, i condizionamenti del segretario leghista. E con Di Battista che potrebbe farsi avanti per sostituirlo.

Matteo Salvini. Anch’egli piuttosto ondivago nella sua scelta di andare al governo con o senza il resto del centro-destra. Cerca di convincere Di Maio ad accettare la presenza di Berlusconi, o almeno della Meloni, senza trovare né l’una né l’altra strada. Lo stesso Berlusconi gli concede alla fine il suo beneplacito, rischiando però di affossare la coalizione. Dopo tanti tentativi si trova finalmente in grado di sottoscrivere un patto con Di Maio, per un “governo di cambiamento”. Gli sforzi lo portano quasi in dirittura d’arrivo, ma la sua insistenza sulla persona di Savona, della quale non è chiarissimo il motivo, fa precipitare tutto al punto di partenza. Al voto! Tra tutti, è quello che avrà alla fine il minor svantaggio relativo, visto che alle prossime elezioni avrà un incremento di voti probabilmente prossimo al 10%, a scapito però degli altri partiti del centro-destra, se si presenterà ancora con la coalizione. Ma certo, far nascere un governo in cui diventa protagonista avrebbe avuto un riscontro elettorale sicuramente migliore, se quell’esecutivo avesse funzionato. Non solo a parole.

Gli altri partiti. Pd e Forza Italia, nelle nuove consultazioni elettorali, continueranno forse la crisi che li ha investiti negli ultimi anni, non avendo tempo per ricostruire una proposta politica appetibile per la popolazione. Forza Italia diverrà nettamente subalterna alla Lega, il Pd a se stesso di un tempo.

Il paese. Trascorreremo parecchi mesi sostanzialmente immobili, attendendo nuove elezioni che daranno un risultato pressoché simile a quello del 4 marzo. E in autunno assisteremo di nuovo al tentativo di formare un governo tra Lega e Movimento 5 stelle. Stavolta senza Savona, si spera …




Gli elettori 5 stelle e le bufale sulle regionali

Si sono da poco consumate le prime consultazioni elettorali dopo il terremoto delle politiche. In Molise e in Friuli-Venezia Giulia, i verdetti delle elezioni regionali hanno ampiamente rispettato ciò che gli analisti politici più attenti avevano previsto alla vigilia, con in entrambi i casi una vittoria larga (in Friuli) e di misura (in Molise) della coalizione di centro-destra, ormai decisamente a trazione leghista.

Ma i media non hanno perso l’occasione per sprecare titoloni su risultati che, tutto sommato, erano sicuramente preventivabili. L’iniziale strillo da prima pagina, in attesa degli scrutini, riguardava l’ipotetico crollo dell’affluenza: “C’è un vincitore assoluto, l’astensione. Oltre venti punti in meno rispetto alle politiche!”. Una notizia ovviamente falsa, come tutte quelle che riguardano la partecipazione alle amministrative, perché in quel tipo di elezione sono conteggiati come elettori potenziali tutti, anche chi risiede all’estero, mentre alle politiche questi ultimi entrano a far parte dei votanti non considerati nel territorio italiano.

Per cui in Molise, ad esempio, dove hanno votato soltanto 10mila persone in meno rispetto al 4 marzo, il calo reale è limitato a 4 punti percentuali, concentrati nei paesetti e nelle valli. Un po’ poco per gridare alla disaffezione. Un calo più considerevole si è effettivamente registrato in Friuli, ma non certo della portata evidenziata (-26%), bensì di poco più del 16%, la stessa quota di votanti delle scorse regionali del 2013, quando si votava peraltro in due giornate.

Seconda piccola bufala: crollano i 5 stelle, che perdono nettamente la sfida con il centro-destra! Ora, il fatto che abbiano perso è senz’altro vero, ma è altamente opinabile che questo sia da collegare, come molti hanno fatto, con il comportamento ondivago di Di Maio, incerto sull’alleanza di governo tra il centro-destra ed il Partito Democratico, o con un improvviso calo di consensi del movimento. La realtà è che l’elettorato dei 5 stelle è molto particolare, e non può essere equiparato tout-court a quello delle altre forze politiche.

L’elettorato pentastellato modula infatti la propria partecipazione elettorale, nelle diverse occasioni di voto, in riferimento alla loro salienza: più le consultazioni vengono percepite come importanti, decisive dal punto di vista dell’assetto complessivo del paese, più la loro partecipazione tende a crescere; più invece ci troviamo in presenza di consultazioni di secondo livello (come le europee) o di terzo livello (come le amministrative, regionali o comunali), più cresce al contrario la defezione alle urne. Questa sorta di partecipazione intermittente, quanto meno di una parte significativa dei votanti 5 stelle, diviene quindi il tratto distintivo di un elettorato la cui mobilitazione selettiva influisce in maniera determinante sul risultato complessivo.

È parzialmente fuorviante quindi affrontare l’analisi del voto, confrontando tra loro elezioni di diverso ordine, attraverso il classico approccio dell’incremento o del decremento nei valori percentuali di ciascun partito come indicatori del mutamento dei consensi, dell’appeal delle diverse forze politiche in campo. Ciò che funziona (ancora) per i partiti più tradizionali non pare poter essere applicato al Movimento 5 stelle, per il quale è invece determinante –come si è detto- il giudizio di una parte del suo elettorato sull’importanza percepita della consultazione elettorale.

Nel caso della Sicilia, ad esempio, nelle regionali di novembre 2017 il M5s ha ottenuto una quota di voti nettamente inferiore a quella delle successive politiche: a distanza di solo tre mesi, l’incremento dei consensi per i 5 stelle è stato di oltre 400mila voti, con un parallelo incremento del numero dei votanti (+350mila). Una situazione simile, seppur posposta, si registra per le due consultazioni regionali tenutesi meno di due mesi dopo il voto del 4 marzo. In Molise, il M5s perde dalle politiche quasi 13mila voti, con un decremento dei votanti di circa 8mila; in Friuli Venezia Giulia, il M5s perde 110mila voti, ed il decremento complessivo dei votanti si attesta a circa 150mila unità.

Difficile non leggere quei risultati partendo dal ricordato astensionismo selettivo che vede come principale protagonista l’elettore 5 stelle, motivato da stimoli di partecipazione fortemente influenzati non tanto dal clima di opinione prevalente, quanto dall’importanza da loro attribuita alla specifica elezione. Perché, tradizionalmente, le formazioni uscite vincenti da una consultazione elettorale, vivono nei mesi successivi una sorta di “euforia” della vittoria, che porta spesso nuovi adepti sulla scia del cosiddetto “effetto bandwagon”.

Nel caso dei 5 stelle, che pur registra un incremento di appeal nelle dichiarazioni di voto delle indagini demoscopiche, questo non si verifica al contrario nei veri appuntamenti di voto. Il motivo prevalente deve farsi necessariamente risalire a quanto argomentato più sopra: una sorta di disaffezione selettiva alle urne, che non intacca invece gli altri elettorati che, a sostanziale parità del numero dei propri elettori, o soltanto con un lieve incremento, ottengono percentuali nettamente superiori nelle amministrative rispetto alle politiche.

È dunque questo un elemento chiave che caratterizza l’elettorato più vicino ai 5 stelle: si tratta di cittadini che manifestano una elevata fedeltà di voto al proprio referente politico, con ridotti livello di “tradimento” a favore di altre formazioni politiche, ma con una tendenza molto accentuata alla defezione, a disertare cioè le urne nel caso di elezioni reputate non decisive. Come dire: quando decido di andare a votare, scelgo sicuramente i 5 stelle, ma il costo della mia mobilitazione deve valere la posta in gioco, altrimenti preferisco rimanere a casa.