Il Gerrymandering e le bufale pre-elettorali

Finiti gli scontri sulla definizione e le regole della nuova legge elettorale, l’ormai ben noto “Rosatellum bis”, il mondo politico e giornalistico ha trovato un altro tema di polemica, quello riguardante la conformazione che devono avere i nuovi collegi elettorali. Il ritorno ai collegi uninominali, sia detto per inciso, è forse una delle poche cose buone che questa norma di voto ci ha restituito: un aggancio con il territorio che, sebbene molto più timido rispetto all’antico “Mattarellum” (come lo definì Giovanni Sartori), ha comunque il pregio di affiancare di nuovo il nostro paese alle modalità di voto delle principali democrazie occidentali, con la riconoscibilità delle candidature e una scelta forse più consapevole da parte degli elettori.

Qual è dunque il tema di questa nuova polemica? Nasce in buona sostanza dalla paura che il ritaglio territoriale che viene attuato nel disegno dei collegi possa determinare una sorta di “Gerrymandering” all’italiana. Elbridge Gerry era un governatore americano del Massachusetts che, nei primi anni del lontano Ottocento, disegnò i collegi del suo distretto elettorale in modo tale da massimizzare i voti per la sua parte politica (l’esempio classico è mostrato nella figura allegata). Dal momento che i confini dei nuovi collegi assomigliavano ad una salamandra (“salamander”, in inglese), i giornali dell’epoca coniarono questa infida pratica con l’appellativo, appunto, di Gerry-mander. Da allora questo termine si riferisce ad una pessima abitudine di alcuni legislatori di costruirsi i collegi a proprio uso e consumo, cosa che fecero in particolare i laburisti inglesi negli anni cinquanta del secolo scorso.

Per giorni sui nostri quotidiani si è discusso sulla possibilità che anche in Italia l’attuale ridisegno dei collegi, da parte dei partiti di maggioranza ed in particolare del Pd, potesse essere effettuato secondo queste cattive modalità, alimentando nuove polemiche su Matteo Renzi. Il caso maggiormente evidenziato è stato quello di Rignano, paese natale del segretario Pd, che era stato in un primo momento assegnato al collegio di Livorno, benché il comune sia territorialmente contiguo a Firenze mentre, dopo il suo intervento, si era proceduto a riunirlo al capoluogo regionale toscano. Era questa la prova evidente, secondo i critici, della volontà del legislatore di costruirsi i confini a proprio vantaggio, per massimizzare i propri consensi.

Ma sarà poi vero? O è la consueta bolla di sapone? Ricapitoliamo. In tutte le occasioni in cui si è cercato la scorciatoia del Gerrymandering la situazione elettorale era abbastanza stabile, talmente stabile che chi percorreva questa strada era ben consapevole dei probabili comportamenti di voto degli elettori residenti in quelle aree. In Italia, se vogliamo, un’operazione di questo stampo sarebbe stata produttiva negli anni Cinquanta o Sessanta, quando la mobilità elettorale era ai minimi termini, e ogni elezione ribadiva sostanzialmente quello che era accaduto negli anni precedenti, con soltanto lievi cambiamenti. Oggi non è più così.

Soprattutto dopo l’avvento del Movimento 5 Stelle ed il parallelo smottamento della fedeltà elettorale dei principali partiti italiani, tutte le occasioni elettorali che abbiamo avuto recentemente sono state una vera incognita: i tassi di astensionismo e di incertezza delle scelte dei cittadini sono sotto gli occhi di tutti. Fare previsioni, oltretutto a livello locale, è diventato quasi un terno al lotto, come ben sanno gli istituti di ricerca demoscopici, che trovano difficoltà sempre maggiori a produrre sondaggi attendibili, non certo per loro incapacità, ma per una montante indecisione dell’elettorato stesso.

In una situazione di questo genere, la costruzione a tavolino dei collegi – al fine di massimizzare il proprio consenso – potrebbe risultare alla fine un vero e proprio boomerang. Meglio lasciar perdere, e sperare nello stellone italico.

Pubblicato il 15 dicembre 2017



Un paese elettorale in stallo

In attesa delle elezioni, questo è il tempo delle simulazioni. Lo so, mancano ancora molti elementi per poter fornire stime previsive un po’ più sensate. I confini dei collegi del Rosatellum non sono ancora definitivi; le alleanze di coalizione sono ancora lontane dall’essere decise; i candidati nei diversi collegi non sono ancora ovviamente noti; gli orientamenti di voto sembrano cambiare ormai molto rapidamente negli ultimi anni, talora in pochi mesi, e i mesi che ci separano dalle prossime consultazioni sono almeno tre o quattro. Dunque, visto che nessuna simulazione può tener correttamente conto di questi elementi, secondo alcuni critici sarebbe meglio non farle; sarebbero quanto meno fuorvianti, se non del tutto erronee.

E però da queste prime ipotesi di scenario elettorale qualche indicazione, sia pur provvisoria e revocabile, ci arriva sicuramente, ed è opportuno tenerne conto, per seguire gli sviluppi e i movimenti compiuti dalle diverse forze politiche in avvicinamento alla campagna e all’appuntamento di voto. Quali sono dunque queste prime indicazioni?

1. Il Rosatellum, ormai è chiaro a tutti, favorisce nettamente il centro-destra e sfavorisce il Movimento 5 stelle. L’unica area politica che, con un impianto proporzionale, avrebbe scarse chance di vittoria, recupera parecchie posizioni competitive in un quadro di collegio uninominale, in particolare per l’assenza di voto disgiunto. Nell’antico Mattarellum, gli elettori di Lega e Forza Italia rinunciavano talvolta a votare candidati dell’altro partito della propria coalizione, preferendo scelte diverse. Oggi non potrebbero farlo, e certo non rinunceranno a votare la propria lista anche in presenza di un candidato proveniente da un altro partito della coalizione.

2. I pentastellati sono la sola forza che non intende coalizzarsi con nessuno, pena la rinuncia della propria specificità, e potrà dunque contare solamente sul suo seguito elettorale, senza l’aggiunta di altri elettorati possibili. Nel proporzionale sarà molto probabilmente il primo “partito”, mentre nella competizione di collegio rischierà spesso di precipitare al terzo posto. Per recuperare questo difetto coalizionale, dovrebbe incrementare di molto il proprio bagaglio di consensi, andando oltre il 35%. Non molto facile.

3. Il Partito Democratico sta un po’ a metà strada tra le due altre formazioni politiche: ha infatti la possibilità di presentarsi in coalizione con qualcuno, per poter vincere in più collegi, ma il suo problema riguarda la scelta dei partiti con cui coalizzarsi (si vedano le tabelle 1 e 2). O, se si vuole, di quali partiti vogliano coalizzarsi con lui. Le simulazioni ci mostrano in maniera evidente che una coalizione con i partiti di centro, unitamente ad altre forze politiche (si parla dei radicali, dei socialisti, di ciò che resta di Scelta Civica), non renderebbe i Dem molto competitivi, e rischierebbero di vincere un numero di collegi simile ai 5 stelle, tra i 50 e i 60, lasciando la fetta maggiore al centro-destra. Una coalizione con la sinistra li renderebbe al contrario molto più forti, ma qui il vero problema sta nella controversa volontà dei tanti gruppi alla sua sinistra di scendere in campo con il partito di Renzi, se Renzi rimane in sella. Un dilemma non da poco.

Ipotesi 1: Centro-Destra unito e Pd+sinistra*

Ipotesi 2: Centro-Destra unito e Pd+Ap+altri*

4. Dal punto di vista territoriale (tabelle 3 e 4), le simulazioni mostrano chiaramente una spaccatura dell’Italia in 3 zone assai differenziate nei risultati elettorali, per quanto riguarda le probabili vittorie all’uninominale. Il Nord vede la netta prevalenza della coalizione di centro-destra, che dovrebbe conquistare oltre i tre quarti dei collegi; il centro-nord (le tradizionali zone rosse) ribadisce la consueta predominanza del centro-sinistra, cui andrebbero almeno i due terzi dei collegi, e ancor di più nell’ipotesi di coalizione con la sinistra; nelle aree meridionali del paese, dal Lazio in giù, la competizione più serrata è tra 5 stelle e centro-destra, con il movimento di Grillo in buon vantaggio, il che sottolinea la evidente meridionalizzazione del voto pentastellato.

Ipotesi 1: Centro-Destra unito e Pd+sinistra*

Ipotesi 2: Centro-Destra unito e Pd+Ap+altri*

5. La situazione al Senato, di cui si parla poco, vedrebbe peggiorare il risultato dei 5 stelle, che perderebbero una fetta importante del proprio elettorato (giovanile), lasciando ancor più collegi al centro-sinistra e soprattutto al centro-destra, dove l’elettorato meno giovane è fortemente prevalente.

6. Ma l’elemento più certo di questo sistema di voto (come peraltro di molti altri), che le simulazioni evidenziano in maniera chiara, è che non pare possa esserci una maggioranza per nessuna forza od area politica e che le stesse possibili coalizioni post-voto, per governare il paese, saranno di difficile attuazione, a meno di un (improbabile) coinvolgimento del M5s. La stessa ventilata ipotesi di un esecutivo Forza Italia-Partito Democratico non ha sicuramente numeri sufficienti, nemmeno con l’altrettanta improbabile cooptazione della sinistra. Saremo in stallo. Poi torneremo a votare?

*Fonte: elaborazioni curate da Paolo Natale sulla base di circa 60mila interviste effettuate da Ipsos di Milano
Ripartizioni utilizzate: Nord-Ovest (Piemonte-Lombardia-Liguria), Nord-Est (Veneto-TrentinoAA-FriuliVG), Centro-Nord (Emilia Romagna-Toscana-Umbria-Marche), Centro-Sud (Lazio-Abruzzo-Molise-Campania), Sud e Isole (Puglia-Basilicata-Calabria-Sicilia-Sardegna)