Mettiamoli in castigo

Scenetta n. 1

Siamo in un bar molto elegante, un caffè storico nel centro di una grande città. Divanetti e poltroncine di velluto, boiserie, quadri ottocenteschi, specchi, tappeti, e gran carrelli di dolci e salati. Camerieri in livrea. Le cinque del pomeriggio.

Entra una giovane coppia con bambino, sui quattro anni. Molto carino, riccioli biondi, camicia a quadri, jeans. Si siedono a un tavolino, sorridenti. Loro, si siedono, i genitori. Il bambino no. Il bambino si allunga, si sdraia, si divincola, si contorce, sul divanetto e poi per terra, dove comincia a strisciare, va sotto le sedie, ne esce, si mette a correre tra i carrelli, urla, saltella, sbraita. Mamma e papà si alzano a turno, cercando di riprenderlo, domarlo, acquietarlo. Alla fine, in due, lo riportano al tavolino, ma non riescono a farlo sedere. Il bambino ricomincia a sdraiarsi, strisciarsi, scivolarsi…

La scena è, per me, molto penosa. Credo anche per quei due ragazzi sulla trentina, divenuti (loro malgrado, verrebbe da dire!) genitori.

La pena sta nel constatare che non ce la fanno. I due giovani genitori non riescono proprio: pur tentando in ogni modo, tenero e violento, mettendocela tutta, impegnandosi, falliscono miseramente. Alla fine accettano. Subiscono. Sopportano. In una parola, perdono la battaglia. Il bambino non si siederà mai, e loro se lo terranno accanto alla bene e meglio, trattenendolo per un braccio in modo che almeno non vada a correre tra i tavoli.

La pena sta nel fatto che vorrei che non accettassero la situazione. Vorrei che vincessero loro, o almeno che non facessero questa patetica figura mista di imbarazzo, vergogna, impotenza, rabbia e rassegnazione.

Il problema è che a mia volta non saprei né cosa dire né cosa fare, come comportarmi. Mi sento nei loro panni e, nello stesso tempo, mi sento contro, avversa, contrariata. E infinitamente triste.

Scenetta n. 2

Questa non la vedo con i miei occhi, me la raccontano.

Me la racconta una ragazza rumena che fa la babysitter presso una famiglia e deve badare a due bambini, 2 e 5 anni. Siamo sul pullman. Non so come attacchiamo bottone e lei si sfoga. Mi dice che non ne può più. Sta coi bimbi otto ore al giorno, i genitori non ci sono mai perché lavorano entrambi. Lei fa tutto in casa, stira, pulisce, fa da mangiare e sta con i piccoli, gioca, li mette a dormire, dà loro da mangiare. Un inferno. Ma non per l’eccesso di lavoro. È che mi picchiano, dice. Mi prendono a calci, mi tirano addosso sassi e mi insultano. Me ne dicono di tutti i colori, il più grande soprattutto mi urla sempre contro e mi dice Va’ via, brutta… (ometto la parola, perché non riesco nemmeno a scriverla). Giocano, lo capisco. Ma io non ne posso più. E ho paura, perché non mi obbediscono mai e ho paura che gli succeda qualcosa e poi ci vado di mezzo io.

Le chiedo se ha informato della situazione i genitori. Mi dice che lo sanno come sono i loro figli e le chiedono di aver pazienza; se lei raccontasse loro cosa succede veramente ogni giorno in casa, potrebbero dire che non è in grado di tenerli, e magari la licenzierebbero. E io non posso perdere questo posto di otto ore, non posso proprio.

Scendo alla mia fermata. La lascio lì, seduta su quel pullman, con la sua grossa sporta di tela in braccio, le braccia robuste abbandonate in grembo, che scoppiano nella camicetta troppo stretta, gli occhi persi lontano, credo al suo paese rumeno dove ha lasciato marito e figlio per venire a lavorare qui da noi.

Scenetta n. 3.

In pizzeria una sera come tante. Tavolata di amici quarantenni con figli, dai due ai dieci anni più o meno. Figli che disturbano, urlano, si agitano, schiamazzano, si alzano, corrono fuori, tornano dentro, si aggrappano alle vesti per chiedere, per avere, per tormentare. Solita scena di una sera al ristorante. Poi, di colpo, tutti i genitori tacitamente e “naturalmente” concordi piazzano un tablet ai loro pargoli. E tutto miracolosamente tace e s’acquieta. Regna di colpo una grande pace. E un silenzio ristoratore regna finalmente sovrano intorno a noi.

Scenetta n. 4

Fine degli anni ’70. Avevo poco vent’anni, più o meno, e cominciavo a fare le prime supplenze, un po’ ovunque: scuole medie, licei, istituti tecnici, in centro, in periferia, in provincia. Arrivo in una scuola media e, prima di entrare in aula, mi avvicina una bidella avvertendomi, con gentilezza e spavento: Guardi che l’ultima supplente l’hanno picchiata. Non ci possono credere, e mi tremano le gambe. Faccio un giro in corridoio e nei bagni, prendo tempo. Non so che fare. Poi, entro. Entro come una furia sbattendo i libri sulla cattedra e cominciando la mia lezione. Invento una lezione, credo sul mio poeta preferito. Non importa chi e come, l’importante è parlare subito, ancor prima di sedermi, senza nemmeno salutarli, parlare, inondarli di parole, delle mie parole. In breve, dire chi sono facendo lezione: sono un insegnante, insegno letteratura italiana, voglio vedere chi osa aggredirmi, aggredisco io voi, a colpi di poesie, faccio la voce grossa, vi anniento a furia di versi e di bellezza…. Qualcosa del genere, che oggi mi fa sorridere. Avevo vent’anni. Non voglio dire che questo sia il modo, oggi: era l’unico modo che io, ieri, avevo trovato.

Solo per dire che il problema esisteva già. Era il contorno, che era diverso, il mondo attorno, le famiglie, le istituzioni, la società, la politica, le biblioteche, i libri, le penne stilo…. Tutto. Diverso. Intorno.

Scenetta n. 5

Mi è capitato anche di recente di incontrare la… “maleducazione scolastica” (o bullismo?), tre anni fa, dunque in tempi molto recenti. Era il mio ultimo anno insegnamento. Ero quindi, si può dire, un’insegnante quasi anziana, in ogni caso una signora di una certa età, non più così agile e scattante, ecco. Una professoressa un po’ polverosa e appesantita. Mi danno un’ora di supplenza. In una quarta liceo, una classe non mia. Le supplenze sono il martirio del nostro lavoro: ti sbattono in una classe sconosciuta davanti a ragazzi sconosciuti a supplire una materia sconosciuta. E tu non sai che fare. Hai parecchie opzioni: puoi inventarti una lezione tua, puoi dir loro di lavorare alle loro cose, puoi interrogarli, sederti con loro a parlare o startene seduta a leggerti un libro. Ognuno decide quel che vuole, basta che “tieni” la classe. Qual è il problema? È che appena entri nessuno ti vede. O meglio, tutti fanno finta di niente, manco ti considerano. Così tu hai la sensazione di non essere entrato, anzi, di non essere. Ti siedi. Parli. Saluti, fai l’appello, dici qualcosa, chi sei, cosa insegni. Nulla. Il nulla. Allora ti innervosisci. Ti sale una collera, Provi a fare la voce grossa, ti parte qualche ordine, qualche divieto. Niente. qualcuno si volta e ti fa cadere addosso uno sguardo tra il pietoso e l’indifferente. Mi è capitato così, tre anni fa. Allora mi è partito un discorso dei miei, edificante moraleggiante, sul rispetto, l’autorità, la gentilezza, il ruolo, l’educazione, il dovere…. Un disastro. Poi, l’ora è passata. Perché alla fine le ore passano. Ne sono uscita a pezzi.

Ma qui è chiaro: chi fa supplenza non ha potere. Chi non ha potere non viene rispettato, perché dovrebbe? Il rispetto in sé, gratuito, non esiste. Io ti rispetto per paura, per convenienza. Ti rispetto se sei il mio insegnante titolare, che alla fine dell’anno mi dà il voto. Se no niente perché tu non sei niente.

Scenetta n. 6

Fine anni ’60. Facevo terza media in una scuola di periferia. Era il 1969. Avevano il grembiulino nero noi bambine, e i compagni la giacca e i calzoni corti al ginocchio, calzettoni e scarpe marroni allacciate. C’è un’ora di supplenza. Entra un professore che non sappiamo chi sia e cosa insegni. Fa lezione. Ci parla di Konrad Lorenz e dei suoi esperimenti con le anatre, ci spiega che cos’è la scienza che si chiama etologia. Nessuno di noi ne sapeva niente. tutti siamo stati ad ascoltare per un’ora esatta, in totale silenzio.

Trentasei anni dopo, nel 2005, scrivo un libro su una piccola anatra che appena nata non sa chi è, e scambia una pantofola per sua madre.  Quella lezione me la sono ricordata tutta la vita e di sicuro, magari inconsciamente, deve aver ispirato quella mia storia. Ancora oggi provo gratitudine per quel professore, di cui ricordo che indossava un cappotto blu scuro.

Cosa voglio dire? Che i tempi sono cambiati? No. Volevo solo parlare della gratitudine.

Scenette n. 6, 7, 8, 9…….

E veniamo all’oggi. Al caso ormai noto del professore di Lucca. A cui se ne aggiungono infiniti altri: studente che minaccia la prof di scioglierla nell’acido, banchi scaraventati per aria, insulti, genitori che prendono a calci e pugni l’insegnante del figlio. E altro, non mi dilungo.

Ho inanellato questa serie di scenette, così diverse e lontane tra di loro, perché credo che siano invece straordinariamente legate, e unite da un parola cruciale: autorità. È questo che non tolleriamo più, da una sessantina d’anni. Per ragioni ideologiche (l’autorità non è democratica, discrimina, colloca qualcuno in basso e qualcuno in alto). Ma anche per ragioni più esterne che attengono a quel che chiamiamo progresso: perché viviamo immersi nei social, in questo universo della rete che ci attrae in modo esorbitante e morboso.

Visto che abbiamo in odio qualsiasi forma di autorità, e anche la parola stessa, abbiamo smesso di educare. Educazione e autorità mi sembrano piuttosto legate. Abbiamo smesso di educare quando abbiamo rifiutato, consapevolmente e deliberatamente, il concetto di autorità. Abbiamo fermamente voluto, deciso, e perseguito con grande determinazione, questa dismissione dell’autorità. A partire dagli auctores in senso letterale: via gli autori grandi del passato, i classici e ogni ipse dixit, conta l’ultimo libro pubblicato, l’ultimo messaggino su twitter. Parità. Uguaglianza. Democrazia.

Certo, nei casi di bullismo tra ragazzi emerge anche il non rispetto dell’altro, l’assenza di ogni limite, il narcisistico parossismo dell’apparire e dell’occupare la scena del mondo, ad ogni costo. Ma il bullismo verso gli insegnanti è altro. È oltraggio all’autorità.

C’è un verbo che ho sentito pronunciare da un ragazzo, intervistato a proposito dell’episodio di Lucca: Non bisognerebbe permettersi, io non mi sarei permesso. Un tempo dicevamo: Ma come ti permetti? Ecco. Noi abbiamo permesso.

Abbiamo permesso che i nostri figli non obbediscano. Che i nostri studenti non studino (anzi, abbiamo persino smesso di dare ordini e di imporre doveri, così non c’è problema).

Non solo non educhiamo. Abbiamo anche permesso che i media e i social dominino le nostre vite.

E tutto questo inizia dall’inizio, questo è il punto: inizia quando un bambino nasce. Il punto cruciale è la famiglia, siamo noi, che oggi siamo gli adulti. Siamo noi genitori che decidiamo, di fronte al figlio appena nato, se lasciarlo piangere o no, se dargli o no uno scapaccione, se ficcargli in mano a due anni un telefonino, se rabbonirlo e placarlo con un filmato, un cartone, un videogioco, per essere lasciati in pace. Siamo noi che decidiamo di rimproverare o lasciar correre, punire o premiare o non fare nessuna delle due cose. Siamo noi che permettiamo che i figli ci saltino in testa mentre ceniamo, parlino mentre stiamo parlando noi, urlino, distruggano oggetti, insultino la madre, il padre e la babysitter, non facciano i compiti, copino dai compagni, non aprano un libro, non si alzino per far sedere un anziano, non salutino il vicino di casa in ascensore. Siamo noi che li promuoviamo anche se non studiano, che permettiamo che facciano il chiasso più inverosimile in classe mentre stiamo facendo lezione. noi siamo i primi a non essere rispettosi di noi.

Perché abbiamo permesso tutto questo?

Credo che sia perché ci fa comodo. Per quieto vivere. Ma ancor di più per lieto vivere: goderci la vita, prenderci i nostri piaceri in santa pace. Edonismo. Troppa fatica educare, pretendere, rimproverare, punire. Poco gratificante e autolesionista. Meglio lasciar perdere. Va bene, abbiamo di conseguenza figli e allievi ormai ingestibili. Selvaggi senza regole, cavalli imbizzarriti (Susanna Tamaro ha scritto proprio pochi giorni fa un articolo stupendo su questo tema: “I ragazzi selvaggi e il tramonto dell’educazione”). Ma pazienza, gli somministriamo lo zuccherino: un video, un cartone, gli mettiamo in mano un tablet, uno smartphone, e tutto si risolve. Loro si placano, scende il silenzio e noi possiamo cenare, guardarci un film, parlare con gli amici, berci una birra, farci un aperitivo in piazza, chattare in rete.

Le conseguenze di tutto ciò le abbiamo chiamate “bullismo”. Non dovremmo stupirci se uno studente prende a testate con tanto di casco da moto indosso un prof. Quel che sta succedendo è molto semplice: quei ragazzi non educati ora rivolgono la loro non-educazione contro di noi. Siamo noi le vittime. Ma siamo stai noi i carnefici, noi che li abbiamo privati di regole e valori, di divieti e limiti.  E ora non possiamo che tacere. Il professore di Lucca che non dice, non denuncia, occulta il fatto di cui è è vittima, la dice lunga. Silenzio. E non è nemmeno il silenzio degli innocenti, perché noi non siamo innocenti.

Siamo noi che abbiamo creato il “bullismo”. E ora ci inventiamo i modi per combatterlo. Geniale. Corsi. Convegni. Petizioni. Piattaforme dove lanciamo s.o.s. Petizioni. Centri anti-bullismo, associazioni, portali. Parliamo, discutiamo nei talk show. Auspichiamo leggi, provvedimenti ministeriali (da una ministra che sta rendendo obbligatorio l’uso dei telefonini in classe come strumento didattico?).

E non basta, facciamo ancora di più: ne parliamo a iosa! Occupiamo i giornali e i telegiornali, i siti, twittiamo e condividiamo, moltiplicando così a dismisura la notizia, espandendola all’infinito. Per esempio, a ogni edizione e riedizione di un tg, mandiamo in onda il video del prof oltraggiato. Così, se per caso qualcuno si fosse perso il video sul cellulare, se per disgrazia non fosse stato raggiunto dal solerte popolo del web, ecco che ci pensano i giornalisti, gli opinionisti, i signori del talk show.

Allora, già che tutto è video, vorrei vedere non solo il video dei ragazzi che oltraggiano un professore, ma anche il video in cui si prendono le loro responsabilità, rendono conto e chiedono scusa. E pagano per quel che hanno commesso. Pubblicamente, davanti a tutti. Se ogni cosa dev’essere mediatica, lo sia anche la sanzione, non solo l’ingiuria. Non occhio per occhio, dente per dente. Ma video per video.

E poi, anche, vorrei questo: tacere. Fare un po’ di silenzio. Passare sotto silenzio, invece di amplificare. Se uno su cento oltraggia un prof, non facciamone il protagonista, l’eroe da imitare. Ci sono gli altri 99. Diamo visibilità a questa moltitudine di ragazzi che vive come può, nel mondo difficilissimo che abbiamo noi approntato per loro, e che comunque dimostra ancora di possedere qualche valore, magari latente, magari soffocato e offeso. Rendiamo virale la virtù. Oscuriamo il marcio. Raccontiamo le storie buone, anche inventandole, invece di videoregistrare l’esistente spacciandolo per documento. Il mondo s‘inventa, non solo si descrive. Si inventa come lo si vuole, non lo si descrive per quel che è e basta. Finiamola con i messaggini e i video, siamo capaci di meglio. Per esempio usiamo l’arte e la letteratura, che sono da sempre lo strumento più nobile e più alto che l’uomo abbia trovato, il più umano e il più divino insieme, per cercare di cambiare il mondo.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 29 aprile 2018



La vita è un palcoscenico

Sono andata a teatro, qualche giorno fa. Dovrei dire sono tornata a teatro, dopo anni. È stato un vero shock: il teatro esiste ancora. Attori sul palco, scenografia, costumi, musiche. E attori che non si limitano a raccontare una storia o a leggere: recitano una parte, entrano in un personaggio e dicono le parole che il personaggio deve dire, in tempo reale, in consonanza alla situazione in cui è immerso in quel preciso momento. In una parola, rappresentano![…]

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Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 25 marzo 2018



Votate per il Patas!

È l’acronimo del Partito Anti Telefonini A Scuola.

Chi di voi s’iscrive?

Compassi e poesia

Se a scuola, come pare, vincerà Internet e tutti avranno il loro bravo telefonino in mano e (forse) anche un PC sul banco, sarà la fine delle cartolerie. Non serviranno più quaderni, biro, pennarelli, gomme, temperini, fogli protocollo, cartelline, righelli, squadre, goniometri, compassi, cartucce per la stilo. Si chiama smaterializzazione. Gli oggetti se ne vanno, si volatilizzano e noi restiamo sgombri, e privi.

Soprattutto veniamo privati di uno dei piaceri più belli della vita: andare in cartoleria a prendere personalmente gli oggetti che ci servono per la scuola.

(Parentesi. Come genitori, credo che dovremmo lasciare i nostri figli liberi di andare da soli in cartoleria, non accompagnarli e tanto meno comprare noi le cose di scuola o ordinarle su internet, seguendo l’arido elenco che i nostri figli ci hanno dato. Non sarebbe un servizio che facciamo loro, ma un torto. Più in generale, dovremmo smetterla di “servire” i nostri figli, bambini, adolescenti o adulti che siano. Dovremmo smettere di accompagnarli in auto ovunque, per esempio, perché andare a piedi e prendere il pullman sono due esperienze meravigliose e molto utili perché insegnano tre cose: guardare il mondo, accorgersi degli altri, e tenere in conto il valore del tempo).

Tornando al piacere della cartoleria, prendiamo un ragazzino di undici anni, a ottobre, appena entrato in prima media. Ha compiuto un grande salto, dalle elementari, e ora si sente già molto grande. È pomeriggio. Fa un po’ di compiti, fa merenda, e poi va in cartoleria. Prende il foglietto con l’elenco, si mette scarpe e giubbotto, esce. Va per le strade del suo rione, da solo. Ha in mente quel che deve comprare, sono le cose che i professori gli han detto di comprare, che gli serviranno per i suoi studi. È orgoglioso di essere già alle medie, di iniziare un corso di studi che gli è ancora ignoto ma che lo proietta dritto, a poco a poco, nel mondo degli adulti. È anche molto contento di andarsi a comprare delle cose che non sono futili, come i soliti giochi, videogiochi, aggeggi elettronici o pelouche; sono cose utili, che davvero deve comprare, ha l’obbligo perché gli servono. È una differenza molto importante, di cui stiamo perdendo un po’ coscienza: comprare cose che ci sono utili conferisce al gesto di comprare una ragione moralmente ineccepibile, nonché la piacevole sensazione di non sprecare i soldi. Sensazione piuttosto rara, oggi, in una società abituata a comprare cose di cui si potrebbe benissimo fare a meno.

Insomma, il ragazzino entra. E qui vorrei che nel negozio ci fosse un lungo bancone, dietro il quale ci fosse una commessa gentile che gli chiede cosa gli serve, gli mostra i vari articoli e, se è il caso, lo indirizza nelle scelte. Lo so che non funziona più così: uno entra ed è libero di gironzolare tra gli scaffali e prendersi quel che vuole, poi va alla cassa e paga. L’abbiamo chiamata “libertà”. Lasciar libero il cliente, non opprimerlo, non aggredirlo appena entra con la domanda, invadente e violenta: Cosa desidera? L’abbiamo chiamata libertà e salutata come un miglioramento, lo so. Ma avremmo dovuto chiamarla “solitudine dell’acquirente”. È bellissimo, invece, che qualcuno appena entriamo ci chieda cosa siamo venuti a comprare e ci aiuti a districarci nella selva delle migliaia di prodotti e varianti. È bellissimo perché possiamo parlare con quel qualcuno, e non sentirci troppo soli. Magari chiediamo un compasso, ed è possibile, soprattutto se abbiamo undici anni, che sia la prima volta che vediamo un compasso. Siamo venuti a comprarlo perché il professore ci ha dettato sul diario: compasso, ma non sappiamo bene che cosa sia, a che cosa ci servirà, non abbiamo un’idea chiara di come si usi, e ora siamo lì a comprare il primo compasso della nostra vita, e per fortuna abbiamo davanti una signorina gentile che ce ne mostra vari modelli, apre gli astucci e ci fa vedere le differenze, dal compasso basic nell’astuccio di plastica che costa meno fino al compasso super con decine di accessori, ognuno incapsulato nella sua sede dentro l’astuccio, imbottito di velluto, che costa ovviamente più caro. È una fortuna che ci sia, davanti a noi, quella gentile commessa. Così noi guardiamo allibiti, estasiati, quel compasso che di colpo assurge a simbolo della vita che verrà, di cosa faremo da grandi, o meglio di cosa diventeremo di lì a pochi mesi, alla fine della prima media, quando sapremo usare benissimo un compasso, e lo useremo per anni, sempre meglio, facendo operazioni sempre più complesse. Di colpo, lì, in quella cartoleria, abbiamo il lampo di quel che saremo, e di come andrà la vita, e anche finalmente di che cos’è la scuola. E ci verrà anche una gran voglia di andarci, a scuola, per anni e anni, per diventare qualcuno che sa fare bene qualcosa. Per diventare. Per essere, cioè, quel che saremo, ovvero quel che in fondo  siamo già senza saperlo.

È diverso se, invece, ci dirigiamo al reparto cartoleria di un immenso ipermercato e, davanti al settore Compassi, ne prendiamo più o meno a caso uno e corriamo a pagarlo alla cassa. O se il compasso ci arriva pe posta o ce lo compra nostra madre e ce lo mette davanti la sera a casa, con l’aria soddisfatta come a dire: e anche questa è fatta, che madre efficiente sono!

Non ho la minima idea se si usi ancora il compasso a scuola, e se qualcuno vada a comprarlo in cartoleria all’inizio della prima media. Ma credo che, se a scuola vincerà Internet, i cerchi li faremo con una app geometrica che ce li disegna, o con un sofisticato programma che ci avranno insegnato a “scaricare”. Se così fosse, non saremo, in breve, più capaci a usare un compasso, non sapremo forse nemmeno più che cosa sia un compasso: quindi ci sarà impossibile capire una delle più belle poesie d’amore di tutta la nostra letteratura, A Valediction: Forbidding Mourning di John Donne. Là dove il poeta parla dell’amore lontano e, per dire l’infinita sofferenza e al tempo stesso il senso assoluto di unione che ci prende quando amiamo e siamo lontani dalla persona amata, usa l’immagine metaforica dei due bracci di un compasso, che piegano l’uno sempre più distante dall’altro, ma sempre sono uniti al centro, dal perno che li tiene, dalla mano che li muove.

Non sapendo più cosa sia un compasso, non capiremo niente di questa poesia. E finiremo col non leggerla più. E John Donne sarà morto per sempre.

Compassi e telefonini

Intanto, proprio in questi giorni, la commissione di esperti voluta dal Ministero ha chiuso i lavori e redatto il decalogo per l’uso dei telefonini in classe. Leggo dai giornali che si potranno usare foto e video per documentare una gita, tracciare percorsi col Gps per conoscere una città, fare riassunti via twitter, andare su Minecraft…

Capisco che parlare di compassi, cartolerie e John Donne non abbia più tanto senso…

Mi chiedo solo perché continuiamo, nella scuola, a insegnare ai ragazzi quel che sanno già fare, quel che appartiene già al loro mondo e quindi conoscono forse anche meglio di noi (insegnare ai nativi digitali come si naviga in Internet sarebbe come insegnare ai figli dei contadini come si pota un melo), invece di insegnare cose che siano davvero nuove per loro, che appartengano a universi a loro sconosciuti: perché non insegniamo e a entrare in mondi complessi come la letteratura e l’algebra, invece che a entrare in GoogleMaps?

Mi chiedo anche se qualcuno protesterà, genitori, professori, filosofi, scrittori, opinionisti. Magari anche allievi… Già. Mi chiedo se i ragazzi, poi, siano così d’accordo a usare anche nelle ore scolastiche lo smartphone, visto che lo usano già nel resto della loro giornata. Non verrà loro a noia? Non potrebbero preferire distrarsi, di-vertirsi, con qualche bel libro, magari commentato dalla viva voce del loro insegnante che fa (ancora) lezione?

Paride e le elezioni

Siamo immersi in una campagna elettorale strana, forse la più abominevolmente stravagante che ci sia mai capitata. Una campagna elettorale di partiti-piazzisti, di politici-commercianti che urlano i loro prodotti e le loro offerte strabilianti. Un bazar, un supermercato, in cui noi elettori, temo, voteremo per chi ci promette in regalo il “prodotto” che più ci sta a cuore. Noi sceglieremo il regalo, non un’idea del mondo o una visione della società. Il nostro voto non sarà né ideologico né identitario: sarà biecamente “economico”. Sceglieremo il regalo più costoso, o più comodo, o più attraente: avere un bonus bebé, non pagare il bollo auto, andare in pensione quando si vuole, pagare meno tasse, non pagare il canone TV, ricevere una dentiera gratis, una tessera per il teatro, una cassa di vino, un panettone a Natale…

Mi torna in mente Paride, l’oscuro pastore (in realtà figlio del re di Troia!) designato a decidere chi tra le tre dee sia la più bella. Non sa a chi dare la mela d’oro, tra Atena, Era e Afrodite. Non sa valutare la bellezza. E infatti non sceglie la più bella: sceglie il dono, quindi la dea che gli promette il dono che più lo attira. Sceglierà Afrodite, perché gli promette la donna più bella del mondo.

Così faremo noi elettori, a queste elezioni così aliene. Non sceglieremo il partito che ci sembra migliore. Forse come Paride non sappiamo nemmeno valutare quale sia il migliore, e non sapremmo a chi dare la mela con la frase incisa: “al più bello”. Sceglieremo non il partito più bello, ma il partito che ci promette il dono più bello.

Ecco perché nessuno parla di scuola (meno che mai di telefonini a scuola!), in questa campagna elettorale. Nessun partito, nessun politico fa una proposta, ha in mente qualcosa per migliorare l’istruzione. Al massimo sentiamo parlare genericamente del tema scuola come di un tema molto importante per il nostro Paese, per la crescita, la democrazia, per l’uguaglianza, e blablabla…

Certo! La scuola non è un bene commerciabile, non può far parte dell’elenco dei doni “economici” che un partito promette al suo elettorato. Non è merce di scambio. Potrebbe mai un partito, per esempio, proporre di mantenere l’attuale divieto dei telefonini nelle scuole (divieto in atto in molti Paesi europei, peraltro…)? E che regalo elettorale sarebbe? Chi mai darebbe la mela d’oro a un partito del genere?

Paride, come sappiamo, causò la guerra di Troia. Dieci anni di morti e disgrazie.

Che fare? Fondare immediatamente un partito anti-telefonino-a-scuola, il PATAS?

Articolo uscito su Il Sole 24 Ore del 28 gennaio 2018



Il ritorno delle pellicce

Tutto è cominciato quando una sera, camminando per le vie di una certa città, noto un negozio che in vetrina espone cappotti di pelliccia. Pellicce, classiche: visoni, marmotte, castori, castorini… Mi dico: ma guarda come siamo arrivati ad imitarle bene! Invece no, leggo meglio un cartello e scopro che sono pellicce vere. Molto mi stupisco.

Nei giorni seguenti, giorni molto freddi qui al nord, comincio a incontrare per strada gente con la pelliccia; trattandosi di signore di una certa età, mi dico: normale, fa parte del mondo com’era una volta, difficile smettere certe abitudini. Poi però incontro anche ragazze impellicciate, e allora non ho più dubbi: stanno tornando le pellicce.

Ma non eravamo animalisti, ambientalisti? Non era profondamente scorretto, riprovevole e scandaloso addobbarsi con il pellame di poveri animali debitamente scuoiati per diventare caldi cappottini? Non eravamo fieramente avversi alla caccia? Quale rivoluzione (o controrivoluzione…) si è prodotta nel mondo? Che cosa ci ha così profondamente cambiati, negli ultimi mesi? Ci siamo forse stufati dei piumini d’oca? Ci fanno ora più pena le oche spennate che i castori scorticati?

Comunque, mi sento ora autorizzata a far riemergere ricordi che tenevo accuratamente affondati in me. Per primo, un colletto di marmotta che bordava un mio cappottino; avrò avuto sei o sette anni, e andavo fiera di quel colletto: gli altri bambini avevano, al massimo, colletti smilzi e spelacchiati di castorino. La marmotta era una rarità. Così come, parlando di penne stilografiche, era comune avere l’Aurora (anzi, l’Auretta, per chi faceva le elementari), ed era invece molto esclusivo avere la Pelikan. Io avevo la Pelikan, quella verde e nera. Pelikan più marmotta: una fuoriclasse…

Il secondo ricordo è che tra le colleghe-amiche di mia madre, c’era la pellicciaia. Mia madre, essendo sarta, faceva i cappotti; poi, se la cliente lo chiedeva, li portava dalla pellicciaia che gli aggiungesse un collo, un bordo, uno scialle di pelliccia su misura.

A volte mia madre mi portava con sé dalla pellicciaia. Era una fortuna, mi piaceva moltissimo entrare in quella specie di officina dove si tagliavano, con maestria, le pelli. C’era un odore caldo, strano, un po’ da ospedale, se ricordo bene. Mi sedevo e stavo a guardare. Avevo la sensazione di essere ammessa in una specie di tempio, il “tempio delle signore con pelliccia”. Andava molto “aggiungere” la volpe: una stola di volpe che a un capo terminava con le due zampine posteriori e all’altro capo col musino dell’animale (vero? Impagliato?), con tanto di occhi (finti, quelli sì, era evidente: di vetro!). Ricordo certe signore che se ne andavano in giro poggiando la stola con nonchalance sui loro cappotti. Ricordo soprattutto gli occhietti vitrei della bestiola che mi guardavano spaesati e muti.

Il terzo amarcord riguarda mia madre, ed è il più doloroso. Mia madre desiderò tutta la vita la pelliccia (“la pelliccia” era il visone per antonomasia), ma non la ebbe mai. Credo costasse troppo. Un giorno riuscì a comprarsi, dalla pellicciaia amica, uno strano giaccone color latte, tutto ricciolini. Non era una pelliccia per niente pregiata, credo fosse un agnellino. Sembrava un orsetto di peluche. Era buffa, mia madre, quando se lo metteva. Ma mi sembrava, in qualche modo, contenta. Deve aver pensato: meglio che niente.

Fu un po’ come quando decisi di pubblicare il mio primo libro di poesie. Non l’aveva voluto nessuno (gli editori mi dicevano che pubblicavano solo poesie di autori noti; ricordo che pensavo: ma come farò a diventare nota se nessuno mi pubblica?). Così, ritenendomi già “vecchia” (avevo 35 anni), accettai l’idea di pubblicarlo a mie spese. Meglio che niente, pensai. Invece no. Fu uno sbaglio, di cui mi pento ancor oggi. Meglio niente, direi adesso, anche a mia madre. Meglio stare senza pelliccia tutta la vita, che accontentarsi di un agnellino sbiadito.

Resterebbe da capire perché oggi torniamo a portar pellicce. Non so. Non mi viene nessuna illuminazione sull’argomento, se non il pensiero che alla fine tutto ritorna.

Ma per fortuna, giorni fa, incontro una mia giovane amica: anche lei indossa una splendida giacchetta di non so quale pelo, color orso bruno. Le chiedo se è finta, mi risponde di no, che è vera e apparteneva a sua nonna. La indossa con naturalezza, non fa una piega, non si scusa, non balbetta alcuna giustificazione; si limita ad aggiungere, con aria serena: Non hai idea di quanto caldo tenga! ecco perché le nostre nonne portavano sempre la pelliccia…

E allora capisco. Forse non è poi così grave. Forse dovremmo dismettere certe rigidità mentali tipiche del nostro tempo. Portare la pelliccia della propria nonna è un gesto affettuoso, è continuare il dialogo tra generazioni, è non buttar via i ricordi.

Leggi qui la seconda storia delle feste

Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore



Una parola al giorno

Tra i molti libri che ho ricevuto in dono e mi sono io stessa regalata per Natale, vorrei indicarne uno. Non è un romanzo, non è un saggio, non è scritto da giornalisti, attori, calciatori, quindi non so quanto sia stato scelto come strenna (naturalmente mi auguro lo sia stato, e lo sia ora nel Nuovo Anno, moltissimo): è il Dizionarietto di greco, scritto da due docenti di greco, Paolo Cesaretti e Edi Minguzzi (ELS La Scuola). Il sottotitolo è splendido: Le parole dei nostri pensieri.

Già, il greco è una lingua pensante. Forse lo sono tutte, ma il greco lo è di più e, per noi, lo è prima delle altre. “Come nessun’altra lingua il greco è stata ‘la macchina per pensare’ privilegiata dell’Occidente, in ogni sfera del sapere e dell’esperienza”, dicono gli autori nella Premessa.

Le parole sono sempre così, in fondo: sono pensieri condensati, rappresi. Ogni parola un pensiero, che abbiamo avuto, e che non sappiamo più di avere. Le parole italiane che derivano dal greco ci fanno pensare al nostro inizio, e alla storia che poi è seguita. Hanno dentro la Storia.

Credo che sarebbe bello regalarci una parola al giorno, per tutto l’anno.

Ne scelgo una a caso, “epoca”. Da epoché, che vuol dire sospensione. Noi oggi usiamo “epoca” per dire un periodo di tempo, compreso tra due date, in genere. Ma ha anche altri significati, in altri ambiti. Leggo dal Dizionarietto che per gli Scettici era “un atteggiamento della mente per cui non si sceglie né si rifiuta”, premessa indispensabile per l’atarassia, l’imperturbabilità. Non si sceglie e non si rifiuta…. Bellissimo. E difficile. A quale prezzo? Mettersi fuori, aspettare, rimanere in un tempo sospeso: oggi, per noi, forse, una grande tentazione…

Ho incontrato per la prima volta la parola “epoché” in una poesia di Montale, molto nota. Ho imparato lì cosa vuol dire, quando da giovane leggevo per la prima volta le sue poesie. È all’inizio di Satura, in Botta e risposta I. C’è un’interlocutrice immaginaria, che scrive al poeta chiamandolo col suo alter ego Arsenio: “Arsenio – lei mi scrive – io qui ‘asolante’/ tra i miei tetri cipressi penso che/ sia ora di sospendere la tanto/ da te per me voluta sospensione/ d’ogni inganno mondano; che sia tempo/ di spiegare le vele e di sospendere l’epoché”. La donna rimprovera al poeta il suo immobilismo, il suo “torpore di sonnambulo”; lo sprona a tornare ad affrontare il mondo, sospendendo… la sospensione, anche se il momento storico sembra non essere roseo, propizio: la negatività del momento non può valere da giustificazione: “Non dire che la stagione è nera ed anche le tortore/ con le tremule ali sono volate al sud”.

Credo che questa parola ritrovata grazie al Dizionarietto di greco aiuti tutti noi, nell’Anno Nuovo, ad affrontare il mondo. Può darsi che la stagione sia nera. Ma saremo chiamati a scelte, a giudizi. Votare, per esempio… Non so come faremo. Ma vorremmo… spiegare le vele.

Leggi qui la prima storia delle feste

Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore