Noi e l’Europa/L’illusione che Macron ci salvi dalla Merkel

Il parziale insuccesso di Angela Merkel e la netta avanzata di Alternative für Deutschland (AfD), partito nazionalista anti-immigrati, sembra aver suscitato, in Italia, due reazioni opposte. Al di là della preoccupazione per l’avanzata di una forza radicalmente anti-europea, valutazione che accomuna la maggior parte delle forze politiche (con le importanti eccezioni di Lega e Fratelli d’Italia), il vero punto di frattura fra gli osservatori sono le conseguenze economiche del voto tedesco.

Per alcuni l’indebolimento della Merkel comporterà la fine dell’egemonia franco-tedesca sull’Europa, e lascerà più gradi di libertà a paesi come la Francia e l’Italia, specie in materia di deficit pubblico. Per altri è invece possibile che l’ingresso al governo dei liberali renda ancora più severe le politiche seguite fin qui, non solo in termini di flessibilità, ma anche in materie come la politica monetaria (fine del Quantitative Easing) o le regole bancarie (minori possibilità, per le banche, di detenere titoli di Stato di paesi altamente indebitati). I primi sperano che Macron faccia da argine alla Merkel facendoci passarea ad “un’Europa plurale”, i secondi temono che ad avere la meglio sia ancora una volta la cancelliera tedesca, con conseguente rafforzamento delle politiche di rigore care al ministro Schäuble.

Ma è fondata l’idea che Macron possa fare da argine alla Merkel?

Per certi versi sì, perché in effetti, come ha giustamente rilevato Lucrezia Reichlin qualche giorno fa, i punti di vista dei due paesi sulla politica economica europea non collimano. La Francia vede di buon grado un accrescimento delle risorse a disposizione delle autorità sovranazionali per attuare politiche di stabilizzazione, la Germania pensa a un accrescimento del potere di sorveglianza, se non di ingerenza, sulle politiche nazionali, troppo sbilanciate dal lato della spesa.

Per altri versi, invece, penso che gli entusiasti dell’europeismo anti-tedesco di Macron si illudano. E lo penso per una ragione molto semplice: a suo tempo mi è capitato di leggere Rivoluzione, il libro in cui Emmanuel Macron enunciava il suo programma, uscito nel 2016 in Francia, e tradotto quest’anno in Italia (La Nave di Teseo, 2017). Di quel libro, la cosa che più mi aveva colpito, sul piano politico, è il modo in cui il futuro presidente della Repubblica francese parlava della Germania. Un modo estremamente rispettoso dell’alleato tedesco, e assolutamente autocritico riguardo alle scelte passate della Francia. Lungi dall’immaginare un futuro braccio di ferro con la Merkel, Macron delinea una vera e propria politica dei due tempi, in cui l’autoriforma della Francia precede ogni richiesta alla Germania, e anzi ne è la condizione di legittimità:

“Se vogliamo convincere i nostri partner tedeschi ad andare avanti, il nostro compito primario sarà quello di riformarci. Oggi la Germania è attendista, e boccia molti progetti europei perché non ha fiducia in noi”. E tale sfiducia, spiega Macron, è perfettamente giustificata, perché noi francesi (ma il medesimo discorso potrebbe essere fatto per l’Italia), la fiducia della Germania “l’abbiamo tradita almeno tre volte: nel 2003-2004 impegnandoci a introdurre riforme di fondo che solo i tedeschi hanno poi condotto; nel 2007 bloccando unilateralmente l’agenda di riduzione della spesa pubblica che avevamo stabilito insieme; e ancora nel 2013 guadagnando tempo senza poi concludere nulla di concreto”.

Di qui un impegno: “nell’estate 2017 presenteremo la strategia delle riforme di modernizzazione del paese e il piano quinquennale di riduzione delle spese correnti, provvedendo senza indugio alla loro attuazione”.

E’ solo a questo punto del ragionamento che Macron introduce la visione francese del futuro dell’Europa: “in cambio chiederemo ai tedeschi di procedere a una vera riprogrammazione di bilancio. Essi dovranno concordare con noi sull’idea di un bilancio dell’eurozona, nonché sull’autorizzazione di futuri investimenti nel complesso dei paesi dell’eurozona”.

Come si vede siamo lontanissimi dal registro vittimistico che accomuna tutto l’arco delle forze politiche nostrane. Nessuna richiesta di aumentare il deficit, nessuna accusa all’Europa di essere l’origine dei guai francesi, nessuna giaculatoria sulla flessibilità di bilancio.

Chi plaude a Macron e lo vede come il contrappeso al potere della Merkel forse dovrebbe riflettere. Si può pensare che la rigidità tedesca sia l’origine principale dei guai italiani (io non lo penso). Ma immaginare che sia Macron a tirarci fuori dai nostri guai ammorbidendo la politica della Germania mi pare decisamente azzardato. Perché, giusta o sbagliata che sia l’impostazione dei problemi europei che egli ha enunciato nel suo libro-manifesto, quella è una visione da uomo di Stato. Precisamente la materia prima che scarseggia in Italia.

Pubblicato su Il Messaggero il 30 settembre 2017



Selezionare i migranti per contrastare la povertà

A seconda di come la si guarda, la storia economica di questi ultimi 10 anni si presenta con due facce opposte.

Il dato più confortante, a mio parere, è che nel corso del 2107, finalmente, la percentuale di famiglie in difficoltà è finalmente scesa più o meno al livello del 2007, ossia al livello pre-crisi. Per “famiglie in difficoltà” non intendo le famiglie povere (qualsiasi cosa si intenda per povero) bensì le famiglie che, alla fine del mese, sono costrette ad attingere ai risparmi o fare debiti. Questo insieme di famiglie, che storicamente si colloca fra il 10 e il 15% del totale, aveva raggiunto la cifra record del 30-35% nella fase acuta della crisi (2012-2013), ma dal 2014 è costantemente e regolarmente diminuito, fino a dimezzarsi rispetto al picco del biennio 2012-2013: oggi sono circa il 15% del totale, 1 famiglia su 7.

A questa recente diminuzione hanno contributo, a mio parere, soprattutto tre fattori. Il primo è la ripresa del Pil. Il secondo è la politica dei bonus (80 euro e incentivi alle assunzioni). Il terzo è l’accresciuta capacità delle famiglie di fronteggiare la diminuzione del potere di acquisto sfruttando la moltiplicazione delle promozioni e delle offerte di prodotti gratuiti (o apparentemente gratuiti). Quest’ultimo fattore può apparire marginale, o strano, ma lo è meno di quel che sembra se riflettiamo sul fatto che il peso delle famiglie che quadrano il bilancio, o addirittura risparmiano, è tornato ad essere quello di 10 anni fa, mentre il potere di acquisto pro capite è ancora abbondantemente al di sotto dei livelli pre-crisi (-10%). Forse a fronte di un minore potere di acquisto teorico (quello calcolato dall’Istat), le famiglie hanno messo in campo strategie di spesa più attente e sofisticate.

Tutto bene dunque, almeno dal punto di vista delle famiglie?

Non esattamente. Accanto a questo dato positivo, infatti, ve n’è un altro che appare di segno opposto: il numero dei poveri è aumentato. Per l’esattezza è quasi triplicato in 9 anni, dal 2007 al 2016. E anche negli ultimi 3-4 anni, con la ripresa del Pil e dell’occupazione, ha continuato ad aumentare, sia pure di poco. Nel 2007 gli individui che vivevano in povertà erano meno di 2 milioni, oggi sfiorano i 5: come è possibile, visto che la percentuale di famiglie in difficoltà è tornata ai livelli pre-crisi?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima di tutto sgomberare il campo da un dubbio: per poveri intendiamo i poveri veri e propri, ossia coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di sussistenza (definita dall’Istat), e non una delle numerose definizioni allargate di povertà, quelle che – secondo Kenneth Minogue – i governanti continuamente producono per giustificare il proprio ruolo, ovvero il crescente intervento dello Stato per combattere la povertà stessa (Breve introduzione alla politica, IBL Libri 2014).

Dunque i poveri, i veri poveri, sono molti di più di 10 anni fa, e sono (leggermente) aumentati anche mentre il numero di famiglie in difficoltà diminuiva. Come è possibile?

Una prima risposta è che, se quasi tutte le famiglie povere risultano in difficoltà, non tutte le famiglie in difficoltà sono povere: una parte non è affatto povera, semplicemente spende più di quel che guadagna. E’ questo, verosimilmente, il segmento sociale che più ha beneficiato della ripresa e della politica dei bonus, una politica che ha lasciato a bocca asciutta i veri poveri, ovvero quanti, o perché inoccupati, o perché disoccupati, o perché occupati precari, irregolari o a basso reddito, non guadagnavano abbastanza per pagare le tasse e quindi usufruire del bonus (che, lo ricordiamo, non è un assegno, ma uno sgravio fiscale).

C’è però anche una seconda risposta possibile, forse più inquietante. Se andiamo a vedere chi sono i poveri oggi in Italia, scopriamo che quasi il 40% di essi sono stranieri, e che negli ultimi 4 anni questa quota è molto aumentata (prima del 2013, sfortunatamente, mancano i dati). Se poi andiamo a vedere come è cambiato il tasso di occupazione negli anni della crisi, scopriamo che quello degli italiani è diminuito, ma quello degli stranieri ha subito un vero e proprio crollo, molto più accentuato di quello degli italiani. In poche parole: l’aumento della povertà negli ultimi anni è interamente dovuto alla componente straniera, mentre la componente italiana è in sia pur lenta diminuzione. Ed è forse significativo che questo aumento del numero di stranieri poveri si sia prodotto negli ultimi 4 anni, ossia proprio nel periodo che ha visto un flusso senza precedenti di richiedenti asilo e migranti economici, con strutture di accoglienza chiaramente non all’altezza della situazione.

Difficile sottovalutare l’importanza di questi dati in vista delle prossime elezioni, in cui certamente temi come le politiche di contrasto alla povertà e il reddito di cittadinanza la faranno da padroni. Da questa analisi è infatti possibile trarre due ordini di conclusioni opposte.

Per alcuni l’aumento degli stranieri poveri dimostra soltanto che l’accoglienza non funziona se non è accompagnata da politiche di integrazione e di inserimento dei migranti.

Per altri dimostra invece che l’accoglienza genera povertà, e che le future politiche di sostegno del reddito rischiano di dirottare la maggior parte delle risorse sugli immigrati, a tutto discapito dei cittadini italiani.

Comunque la si pensi, una cosa è certa: dopo 10 anni di crisi, il problema della povertà e quello dell’immigrazione non possono più essere tenuti distinti. Di qui un dilemma, su cui gli elettori saranno chiamati a scegliere: o mobilitare sempre maggiori risorse pubbliche per sostenere il reddito degli immigrati poveri, o rendere molto più selettive le politiche di accoglienza, chiudendo le porte a chi non è in grado di sostentarsi.

Pubblicato da Il Messaggero




Test o croce, non è così che si fa la selezione

Fra proteste di piazza, ricorsi al Tar, scontri con le autorità accademiche, non è stato un settembre facile quello delle università italiane. Un po’ dappertutto è scoppiata la rivolta contro il numero chiuso, o “programmato”. E gli studenti hanno già raggiunto qualche risultato: il Tar del Lazio ha bocciato il numero chiuso alle facoltà umanistiche della Statale di Milano. Alla Sapienza è stato annullato il test di ingresso per le lauree magistrali di Psicologia: il test dovrà essere ripetuto. A Firenze, alcune incongruenze fra bando e contenuto delle domande hanno costretto ad ammettere tutti i 1329 studenti che avevano partecipato ai test per l’accesso alle facoltà di Biotecnologie, Scienze biologiche, Scienze farmaceutiche applicate – controllo qualità, Farmacia, Chimica e tecnologia farmaceutica.

La contestazione dei test poggia su due argomenti distinti. Primo, ogni diplomato dovrebbe essere libero di scegliere gli studi universitari che più lo appassionano, senza limitazioni. Secondo, i test di ingresso non sono un buon metodo per separare i migliori o i più adatti.

Hanno ragione gli studenti?

La mia esperienza di professore universitario mi dice che gli studenti, o meglio i rappresentanti degli studenti negli organi collegiali delle università, hanno quasi sempre torto (o perlomeno a me paiono averlo). Le loro rivendicazioni sono infatti quasi sempre attente agli aspetti organizzativi ed esteriori dello studio (ad esempio il numero di appelli) e mai a quelli culturali e sostanziali (come la qualità dei corsi, o il funzionamento dei laboratori). E tuttavia, in questo caso, penso che abbiano ragioni da vendere sue entrambi i punti.

Essi hanno certamente ragione sul test di ingresso per le matricole (studenti del 1° anno), che è uno strumento di incredibile rozzezza per valutare le attitudini e capacità dei futuri studenti universitari. La principale caratteristica che il test, molto imperfettamente, misura, è la velocità mentale, non certo la profondità o le capacità di organizzazione del pensiero, che in tante discipline sono ben più importanti della velocità.

Ma gli studenti hanno anche ragione sul principio generale per cui l’accesso all’università dovrebbe avvenire in base alle proprie inclinazioni ed aspirazioni, non in base a incerti calcoli sulle proprie probabilità di passare un test. E’ paradossale che ci si lamenti ad ogni piè sospinto del basso numero di laureati dell’Italia, e nello stesso tempo si ostacoli in ogni modo l’accesso all’università.

Tutto chiaro dunque? Si tratta solo di recepire la giusta richiesta degli studenti di una piena liberalizzazione degli accessi?

Assolutamente no. Il vero problema dell’università italiana non è che frotte di bravi studenti ne sono inclusi, il vero problema è che già oggi, nonostante gli ostacoli (spesso assurdi o artificiosi) che limitano il flusso degli ingressi, il numero di studenti che sono effettivamente in grado di effettuare studi di livello universitario è molto inferiore al numero di iscritti. Già così si laurea appena 1 studente su 2, ma credo che se facessimo seriamente il nostro lavoro di docenti, ovvero mantenessimo gli standard che erano propri dell’università di qualche decennio fa, dovremmo laurearne circa 1 su 5. O meglio: dovremmo laurearne leggermente di meno di oggi nelle facoltà scientifiche, il cui livello è rimasto decente, ma dovremmo laurearne quasi nessuno in quelle umanistiche, dove da decenni i professori assistono senza ribellarsi all’abbassamento degli standard.

Che fare, dunque?

Se ci fossero risorse, molte risorse, una soluzione ragionevole sarebbe adottare il cosiddetto “sistema francese”, che è basato su un semplice principio: iscriviti pure all’università, ma se dopo 1-2 anni non sei a posto con gli esami ti fermi lì. Il problema è che il sistema francese non funziona granché nemmeno in Francia, perché non ci sono abbastanza aule, laboratori, professori, tutor, per permettere a un’enorme massa di giovani di “provare” se sono adatti al tipo di studi che hanno scelto.

L’altra soluzione, ancora più utopistica, sarebbe di costringere le scuole – con un sistema di sorveglianza efficace – a non regalare pezzi di carta che valgono poco in generale, e soprattutto hanno valori del tutto diversi nelle varie parti del paese (studi accurati hanno dimostrato che, mediamente, un 7 dato a Napoli equivale a un 5 dato a Milano). Se le scuole non falsificassero sistematicamente i titoli di studio, certificando competenze inesistenti, l’accesso all’università potrebbe essere ragionevolmente regolato dal voto di maturità, o dalle pagelle degli ultimi anni di scuola secondaria superiore.

Ci sono altre soluzioni?

Io non ne vedo. Ma è uno dei tanti pregiudizi dell’umanità pensare che, per un problema, esista sempre una soluzione. I problemi insolubili esistono. E quello sollevato dalle giuste proteste degli studenti in questo inizio di anno accademico ne è un ottimo esempio.

Pubblicato su Panorama il 21 settembre 2017



Violenze ad eccessi/La colpevole comodità di lasciare liberi i nostri figli

C’è una cosa che sempre più sovente mi colpisce, quando le cronache riportano fatti di violenza, non necessariamente di natura sessuale: il silenzio assordante sulle nostre responsabilità di adulti. Per responsabilità di adulti non intendo le responsabilità immediate, dirette, che singole persone possono aver avuto in uno specifico episodio violento, bensì quelle indirette, che passano attraverso la parola, i modelli educativi, gli stili di vita e di consumo. Più in concreto: la responsabilità che le attuali generazioni di adulti portano per il modo in cui hanno fatto crescere e lasciato vivere i loro figli.
In che senso, o meglio in quali occasioni, noi adulti abbiamo una responsabilità?
In tutti i casi nei quali, oltre al comportamento criminale di un singolo (l’autore del delitto), c’è una leggerezza (della vittima) per evitare la quale noi, come generazione, non abbiamo fatto abbastanza o, temo io, abbiamo fatto e continuiamo a fare l’esatto contrario di quel che dovevamo fare.
Prendiamo il recentissimo caso di Roma. Una ragazza finlandese, uscita alle 4 del mattino da un pub in cui aveva trascorso la serata, viene stuprata da uno sconosciuto dal quale aveva accettato un passaggio su un’auto (poi rivelatasi inesistente). E’ ovvio che, in linea di principio, uno avrebbe il diritto di girare in qualsiasi quartiere di Roma a qualsiasi ora senza essere derubato, stuprato, violentato o aggredito. Ma è una elementare regola di prudenza non accettare passaggi da sconosciuti, da soli e in piena notte, in Italia come in qualsiasi paese del mondo. L’ha ricordato, giustamente, Lucetta Scaraffia su queste colonne l’altro ieri, nell’ambito della campagna del Messaggero per una Roma sicura.
Ma la vera domanda è: perché l’ha ricordato? Perché si può sentire il bisogno di far notare una cosa tanto ovvia?
La mia risposta è che, se si sente il bisogno di ricordare una regola ovvia, è perché ovvia non lo è più, o non lo è più per tutti. Il senso comune non è più comune, a quanto pare. O meglio, le regole del senso comune sono pienamente condivise e ribadite da tutti in certi casi, in altri no. Se dimentico di inserire l’allarme e mi svaligiano la casa, nessuno ha dubbi sul fatto che ho commesso un’imprudenza. Ma se qualcuno mi aggredisce o mi violenta alla fine di una notte di sballo, mentre giro da solo in un quartiere degradato, scatta il timore che, sottolineando la mia imprudenza, si possa fornire una sorta di giustificazione morale, o di attenuante, all’atto di aggressione che ho subito, secondo l’odiosa formula “se l’è cercata”. Lo stesso meccanismo di autocensura scatta se una ragazza o un ragazzo si suicidano dopo aver messo su YouTube un video hard che li riprende durante un rapporto sessuale: si teme che, dicendo che è stata una grave leggerezza girare il video e condividerlo, si mettano in secondo piano le responsabilità dei veri colpevoli, che sono gli amici che hanno fatto circolare le immagini hard.
Il timore (alquanto illogico) di alleggerire indirettamente la posizione dei “cattivi”, però, non è l’unica motivazione che porta a glissare sull’imprudenza delle vittime. C’è anche un’altra e più sottile motivazione, ed è l’idea che, invitando alla prudenza le vittime, si ponga un limite indebito a una sorta di diritto fondamentale, non scritto ma saldamente cablato nella costituzione materiale del nostro tempo, il diritto di esercitare la propria libertà in modi estremi. E’ quella che Massimo Recalcati ha definito la “nuova religione libertina” del nostro tempo, nel quale “non esiste più un limite che non sia possibile valicare”, “la trasgressione è divenuta un obbligo che non implica alcun sentimento di violazione”, e alla fine comporta “la dissoluzione di ogni tabù” (I tabù del mondo, Einaudi 2017).
Ora, che questa visione del mondo e questa interpretazione dell’esistenza, che porta a considerare normali lo sballo e il divertimento estremi, senza alcun rispetto per la propria integrità mentale e per la propria reputazione, sia fatta propria da una parte del mondo giovanile è cosa che lascia perplessi, ma si può anche subire, se non accettare, come si subisce un cataclisma su cui non si ha alcun potere, o che semplicemente non si comprende. Ma che questa esaltazione della trasgressione e dell’imprudenza venga dal mondo degli adulti, che pure avrebbero qualche responsabilità educativa e di guida, lascia increduli e sgomenti. Eppure è quel che succede.
Dopo il suicidio di Tiziana, la ragazza che non ha retto alla circolazione di un video hard e si è tolta la vita, mi è capitato di leggere (a firma Roberto Saviano), affermazioni come queste: “milioni di teenager usano Snapchat per fare sexting cioè per scambiarsi foto sessualmente esplicite”; in quel contesto “fotografarsi o filmarsi mentre si è in intimità è assolutamente normale”; “gli adolescenti vivono la loro sessualità come qualcosa di dirompente e trasgressivo, facciamogli sapere che tutto questo è normale”; “non lei doveva pensare alle conseguenze”.
La realtà, temo, è che negli ultimi decenni una porzione considerevole del mondo adulto ha trovato comodo, comodissimo, ultrarilassante rinunciare a ogni forma di interferenza nella libertà dei giovani, fin dalla loro più tenera età: da piccolissimi piazzati davanti a un televisore, poi affidati alle amorevoli attenzioni di videogiochi e smartphone, infine gettati nel mondo dei coetanei, senza limitazioni, né controlli, né guida. Con la scusa di non poter giudicare, di non voler reprimere, di dover sempre e comunque preservare la serenità dei propri pargoli, gli adulti hanno costruito un modello di relazioni fra le generazioni semplicemente aberrante. Un modello per il quale i genitori sono iperprotettivi quando non lo dovrebbero essere (ad esempio quando un insegnante punisce un ragazzo), e completamente assenti quando, viceversa, dovrebbero proteggere i giovani da sé stessi, ponendo limiti e fissando regole anziché assecondarne i pericolosi vissuti di invulnerabilità. Non solo per proteggerli da eventi estremi, quali sono quelli di cui si parla in questi giorni, ma per metterli in grado di affrontare le sfide dello studio, del lavoro, della vita in generale, tutti compiti per cui sono sempre più sovente impreparati.
Come dice la protagonista di Va’ dove ti porta il cuore (il più celebre dei romanzi di Susanna Tamaro), una madre amaramente pentita di non aver interferito nella vita di una figlia fragile, incerta, e alla fine vittima del suo sogno di libertà: “Dietro la maschera della libertà spesso si nasconde la noncuranza, il desiderio di non essere coinvolti”. Mentre l’amore, il vero amore di una madre o di un padre, “non si addice ai pigri, per esistere nella sua pienezza alle volte richiede gesti precisi e forti”.

Pubblicato su Il Messaggero il 16 Settembre 2017



Quel diritto alla paura ignorato dalla sinistra

Sul problema degli stranieri i dati sembrano raccontare due storie alquanto diverse. Due storie, è bene dirlo subito, entrambe sostanzialmente veritiere.

La prima storia dice che gli stranieri, anche quando sono regolari, delinquono molto più dei nativi, in Italia come nel resto d’Europa (eccetto Irlanda e Lettonia). Su questo l’evidenza empirica prodotta indipendentemente (e con metodi in parte diversi) dagli studi di Luigi Solivetti e dai dossier della Fondazione David Hume è schiacciante: in Europa gli stranieri delinquono 4 volte più dei nativi, in Italia 6 volte. Nessuno sa, per mancanza di dati, il valore esatto del tasso di criminalità relativo degli stranieri irregolari, ma una stima di larga massima suggerisce che sia 30 volte quello degli italiani, e 10 volte quello degli stranieri regolari.

La seconda storia dice che, da un paio di anni, la maggior parte dei delitti, compresi quelli di grave allarme sociale, sono in diminuzione, in controtendenza rispetto alle percezioni del pubblico, che manifesta invece una crescente preoccupazione per la criminalità, specie se i reati sono efferati e gli autori dei crimini sono stranieri. Il tasso di criminalità relativo è più basso di quello di 10 anni fa. I media, specie la tv, dedicano uno spazio sproporzionato (rispetto a quello di altri paesi) ai fatti di cronaca nera. Quanto alla presenza degli immigrati nella società italiana, da anni tutte le rilevazioni demoscopiche mostrano che sia la presenza degli stranieri, sia la percentuale di immigrati musulmani, sono sovrastimate dal pubblico.

Che il primo racconto piaccia alla destra, e il secondo alla sinistra, fa parte della fisiologia della comunicazione politica, la cui essenza non è dire il falso, ma dire solo una parte della verità. Non per nulla la formula del giuramento in tribunale non prescrive di dire la verità, ma di dire “tutta” la verità.

La vera differenza fra i due racconti sta nelle conseguenze politiche che se ne traggono. La destra usa i dati per alimentare la paura, ingigantendo i pericoli, talora anche al di là di ogni ragionevolezza. La sinistra, viceversa, usa i dati per contestare la paura, specie quella verso gli immigrati, in base alla tesi secondo cui il pubblico sopravvaluta i pericoli.

Questo modo di impostare il problema era molto diffuso già alla fine degli anni ’90 e nei primi anni ‘2000, da cui traggo questa citazione: “La politica, una buona politica, dovrebbe prendere in carico le paure degli italiani e dimostrarne l’infondatezza” (copyright Livia Turco, ma è quel che pensavano quasi tutti a sinistra, con l’importante eccezione di Marzio Barbagli). Di qui un perdurante atteggiamento paternalistico, che contagia anche le menti più lucide e anticonformiste. In un’intervista a Repubblica di pochi giorni fa Massimo Cacciari (uno studioso con cui sono quasi sempre d’accordo) sembra pensare seriamente che, di fronte alle “menzogne della destra” la risposta delle sinistra debba essere “controbattere e razionalizzare”, “cambiare la comunicazione”, “rappresentare la questione degli immigrati in modo razionale”, “fornire dati economici”, “spiegare che non c’è un’invasione che toglie il pane alla gente”. Come se il problema fossero le “menzogne della destra” e non le paure della gente comune. Come se avere paura fosse irrazionale. Come se l’insicurezza fosse una mera percezione, che un racconto obiettivo potrebbe incaricarsi di sopprimere. Come se i dati fossero tutti e inequivocabilmente rassicuranti. Un illuminismo ingenuo sembra essersi impadronito, da almeno due decenni, della cultura di sinistra, cui non riesce proprio di prendere sul serio le paure della gente e la domanda di sicurezza che ne deriva. Eppure, pensare che i cittadini starebbero più tranquilli se solo conoscessero i dati è un non sequitur. Sarebbe come credere che, se sapessero che i morti sul lavoro sono in diminuzione, i sindacati non si preoccuperebbero più della nocività in fabbrica.

Chi ha paura di subire un furto o una violenza non è minimamente rassicurato dal fatto che questi due reati stiano diminuendo: semplicemente pensa che siano troppi (detto per inciso, non ha tutti i torti: i dati disponibili dicono che molti reati, pur in diminuzione, sono nettamente al di sopra dei livelli del 2007-2008). Chi pensa che ci siano troppi immigrati, perché li vede in coda davanti a sé in una ASL, o bighellonare presso un centro d’accoglienza, o spacciare droga sulle scale casa sua (come è capitato 20 anni fa a Italo Fontana, autore di un libro profetico sulla sordità della sinistra: Non sulle mie scale, Donzelli 2001), non si tranquillizza certo perché qualcuno gli dice che in Italia sono solo l’8%. E anche se i reati improvvisamente dimezzassero, resterebbe il fatto che il sentimento popolare non è fatto solo di paura, ma anche di indignazione. In molti casi quel che agita gli animi non è il timore di essere personalmente vittime di un crimine, ma sono le scarcerazioni facili, le pene ridotte, la sensazione di essere abbandonati e senza difesa (si pensi alle donne perseguitate da mariti o fidanzati violenti). E, nel caso degli immigrati, anche una credenza morale: l’idea che un ospite abbia uno speciale dovere di rispettare le regole.

La realtà è che la sinistra parla di xenofobia (paura dello straniero), ma la interpreta immancabilmente come xenomisia (odio per lo straniero). Ecco perché, per la cultura progressista, la paura non è semplicemente infondata, la paura è una colpa. Ma non è così, almeno dai tempi di Hobbes. La paura è il fondamento stesso del contratto sociale e dello Stato moderno, che nasce come antidoto alla sopraffazione, come superamento dello stato di natura in cui ogni uomo è “lupo” verso ogni altro uomo (homo homini lupus). Quando la paura riemerge, è perché la gente sente che lo Stato non è più in grado di far rispettare il contratto, ovvero di garantire ai cittadini il più “basico” dei beni, la sicurezza. Di fronte a questo sentimento, l’unica cosa che può attenuare la paura, e disinnescare la protesta, non è andare dai cittadini per convincerli che si stanno sbagliando, ma riconoscere il loro diritto di avere paura, e dimostrare, con i fatti, che lo Stato sta facendo tutto quanto è in suo potere per spegnerla.

Pubblicato su Il Messaggero il 9 Settembre 2017