Nelle nostre università chi ricerca non trova

Non c’è pace a Firenze. Dopo i due carabinieri accusati di aver violentato due studentesse americane, ora sono finiti nel mirino della Procura di quella città alcune dozzine di professori universitari, accusati di aver manipolato dei concorsi e intimidito un candidato, invitandolo a non presentarsi.

Da quando la notizia si è diffusa, non passa giorno senza che qualche collega professore universitario (anch’io insegno, nel Dipartimento di Psicologia di Torino) intervenga sulla vicenda. Leggendo i loro articoli e le loro prese di posizione, però,  mi rendo conto che – quando si parla di università – ognuno di noi pare aver visto un film diverso. C’è chi, come il celebre fisico Carlo Rovelli, racconta di essere stato ripetutamente escluso dall’Università italiana, ma conserva un’immagine mitica e idealizzata del mondo dell’Università stessa (“una delle migliori del mondo”) e della popolazione cui si rivolge (“una delle più colte, intellettualmente brillanti e vivaci del mondo”). Dunque l’Università ha solo bisogno “di risorse e di fiducia”.

C’è chi, come Massimo Cacciari, forse proprio perché non ne è stato escluso affatto, e la conosce dall’interno, si sofferma sul mondo kafkiano di regole e procedure in cui siamo costretti ad operare, e denuncia la finzione dell’autonomia degli atenei, che autonomi non sono affatto.

C’è chi, come Alessandro De Nicola, critica (giustamente, secondo me) i rimedi suggeriti da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, e ripropone la via maestra dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

E infine c’è chi, come Elena Cattaneo (scienziata e senatrice a vita), si indigna e invita i ragazzi che aspirano a una carriera universitaria a ribellarsi, denunciando abusi e vessazioni, quasi fossero loro, con il loro coraggio e la loro dirittura morale, a poter cambiare l’Università e i suoi meccanismi.

E’ strano ma io, che lavoro all’Università dalla metà degli anni ’70, ho visto un altro film. Non è che non veda i problemi su cui i colleghi attirano l’attenzione, ma mi stupisco che così poca attenzione venga rivolta a due nodi che, almeno ai miei occhi e nei campi che mi è capitato di attraversare, sono molto più grandi di tutti gli altri.

Il primo nodo è che l’assenza di cultura meritocratica, nell’Università come nella maggior parte delle professioni intellettuali, è endemica, e sostanzialmente invariata rispetto a mezzo secolo fa. Gli episodi che ogni tanto vengono alla luce dalle rare inchieste della magistratura non sono dovuti a malversazioni di singoli professori, ma alla mentalità che da sempre circola nelle nostre istituzioni. Riassumerei questa mentalità con un semplice esempio. Quasi mai un professore, in Italia, perde la reputazione o il suo potere di influenza se mette in cattedra un mediocre, e neppure se promuove un perfetto imbecille.  E’ anzi abbastanza frequente che, proprio la capacità di promuovere chi non lo merita dimostri, agli occhi di molti colleghi, quanto potente egli sia. Un meccanismo, questo, che è sostanzialmente assente nelle grandi università degli altri paesi.

Quando si criticano i politici per le innumerevoli riforme sbagliate dell’Università si dovrebbe riflettere di più sul fatto che nessuna riforma può eliminare questa mentalità, e che viceversa basterebbe il declino di questa mentalità per rendere molto più meritocratiche le carriere universitarie. Insomma, nel film che ho visto io i professori sono protagonisti, non comparse incolpevoli vittime della cattiva politica.

Questo non vuol dire in alcun modo che la politica non abbia gravissime responsabilità nel disastro che ha colpito la scuola e l’università italiane. E qui veniamo al secondo nodo, di cui mi pare si parli troppo poco. In Italia, e solo in Italia, è stato messo in piedi un meccanismo di valutazione della produttività scientifica semplicemente aberrante, anche se basato su buone, anzi buonissime intenzioni (evitare gli arbitri). Ed è da tale meccanismo che dipendono le carriere dei giovani ricercatori.

Per spiegare ai non addetti ai lavori in che cosa questo meccanismo consista faccio un esempio. Ricordate Nadia Comăneci, la giovanissima ginnasta rumena che vinse innumerevoli medaglie negli anni ’70? Come si sa la carriera di una ginnasta dipende dai punteggi che le assegnano i giudici. Ebbene, immaginate che, dieci anni prima dei successi di Nadia, il ministro dello sport rumeno, per evitare favoritismi nelle assegnazioni dei punteggi, avesse sentenziato: “dato che i punteggi sono frutto di giudizi soggettivi, stabiliamo regole certe, assolutamente oggettive e impersonali: vince chi conclude l’esercizio nel tempo più breve”. E’ facile immaginare che nessuna ginnasta sarebbe diventata come Nadia Comăneci, e la sua disciplina avrebbe subito un’involuzione, per cui sgraziate fanciulle diventano abilissime nella particolare abilità che viene misurata e premiata.

E’ quel che sta succedendo all’Università italiana: poiché ogni ambito fissa minuziosamente le regole di valutazione, stiamo spegnendo ogni genuino interesse per gli interrogativi importanti della ricerca, e stiamo incentivando legioni di giovani a diventare macchine per massimizzare il criterio oggettivo su cui saranno giudicati (pubblicare su certi argomenti, certi tipi di lavori, in certe riviste, ecc.). Conosco persone che, non avendo ancora perso il gusto per la ricerca, allocano metà del loro tempo a fare “vera ricerca” e l’altra metà a pubblicare selvaggiamente cose che ritengono banali o irrilevanti ma che servono a non essere completamente esclusi dai percorsi di carriera.

E’ il caso di notare che questa aberrazione non investe solo i concorsi universitari, ma anche l’insegnamento nelle scuole. Proprio il fatto che studenti e insegnanti sappiano ex ante e con precisione in base a quali criteri verranno giudicati (in quale materia, in base a quali test) sta incentivando le pratiche del cosiddetto “teaching for the test”: preparare gli studenti non già a padroneggiare un campo del sapere, ma a superare un tipo particolarissimo di prove (ad esempio i test Invalsi).

Ma il punto è che è il principio in quanto tale che non funziona, non la sua cattiva o inadeguata applicazione. Se in un’attività complessa, in nome dell’oggettività, si viene giudicati solo in base a un suo aspetto particolare e quantificabile, quell’attività – alla lunga – non può non cambiare natura, impoverendosi e banalizzandosi.

Per concludere: checché ne pensino i magistrati e il pubblico, il nuovo sistema ha fortemente ridotto l’arbitrio nei concorsi; i casi come quello di Firenze sono molto più rari di un tempo. Il problema è che, per contenere l’arbitrio dei commissari dei concorsi, si stanno distruggendo le condizioni di base della ricerca, che deve essere libera, aperta, e sganciata dall’utile immediato. Una scelta sciagurata della politica, cui però la maggior parte del mondo universitario, negli ultimi dieci anni, ha trovato abbastanza facile adattarsi. Ancor oggi mi chiedo perché.

Pubblica su Panorama il 5 ottobre 2017



Noi e l’Europa/L’illusione che Macron ci salvi dalla Merkel

Il parziale insuccesso di Angela Merkel e la netta avanzata di Alternative für Deutschland (AfD), partito nazionalista anti-immigrati, sembra aver suscitato, in Italia, due reazioni opposte. Al di là della preoccupazione per l’avanzata di una forza radicalmente anti-europea, valutazione che accomuna la maggior parte delle forze politiche (con le importanti eccezioni di Lega e Fratelli d’Italia), il vero punto di frattura fra gli osservatori sono le conseguenze economiche del voto tedesco.

Per alcuni l’indebolimento della Merkel comporterà la fine dell’egemonia franco-tedesca sull’Europa, e lascerà più gradi di libertà a paesi come la Francia e l’Italia, specie in materia di deficit pubblico. Per altri è invece possibile che l’ingresso al governo dei liberali renda ancora più severe le politiche seguite fin qui, non solo in termini di flessibilità, ma anche in materie come la politica monetaria (fine del Quantitative Easing) o le regole bancarie (minori possibilità, per le banche, di detenere titoli di Stato di paesi altamente indebitati). I primi sperano che Macron faccia da argine alla Merkel facendoci passarea ad “un’Europa plurale”, i secondi temono che ad avere la meglio sia ancora una volta la cancelliera tedesca, con conseguente rafforzamento delle politiche di rigore care al ministro Schäuble.

Ma è fondata l’idea che Macron possa fare da argine alla Merkel?

Per certi versi sì, perché in effetti, come ha giustamente rilevato Lucrezia Reichlin qualche giorno fa, i punti di vista dei due paesi sulla politica economica europea non collimano. La Francia vede di buon grado un accrescimento delle risorse a disposizione delle autorità sovranazionali per attuare politiche di stabilizzazione, la Germania pensa a un accrescimento del potere di sorveglianza, se non di ingerenza, sulle politiche nazionali, troppo sbilanciate dal lato della spesa.

Per altri versi, invece, penso che gli entusiasti dell’europeismo anti-tedesco di Macron si illudano. E lo penso per una ragione molto semplice: a suo tempo mi è capitato di leggere Rivoluzione, il libro in cui Emmanuel Macron enunciava il suo programma, uscito nel 2016 in Francia, e tradotto quest’anno in Italia (La Nave di Teseo, 2017). Di quel libro, la cosa che più mi aveva colpito, sul piano politico, è il modo in cui il futuro presidente della Repubblica francese parlava della Germania. Un modo estremamente rispettoso dell’alleato tedesco, e assolutamente autocritico riguardo alle scelte passate della Francia. Lungi dall’immaginare un futuro braccio di ferro con la Merkel, Macron delinea una vera e propria politica dei due tempi, in cui l’autoriforma della Francia precede ogni richiesta alla Germania, e anzi ne è la condizione di legittimità:

“Se vogliamo convincere i nostri partner tedeschi ad andare avanti, il nostro compito primario sarà quello di riformarci. Oggi la Germania è attendista, e boccia molti progetti europei perché non ha fiducia in noi”. E tale sfiducia, spiega Macron, è perfettamente giustificata, perché noi francesi (ma il medesimo discorso potrebbe essere fatto per l’Italia), la fiducia della Germania “l’abbiamo tradita almeno tre volte: nel 2003-2004 impegnandoci a introdurre riforme di fondo che solo i tedeschi hanno poi condotto; nel 2007 bloccando unilateralmente l’agenda di riduzione della spesa pubblica che avevamo stabilito insieme; e ancora nel 2013 guadagnando tempo senza poi concludere nulla di concreto”.

Di qui un impegno: “nell’estate 2017 presenteremo la strategia delle riforme di modernizzazione del paese e il piano quinquennale di riduzione delle spese correnti, provvedendo senza indugio alla loro attuazione”.

E’ solo a questo punto del ragionamento che Macron introduce la visione francese del futuro dell’Europa: “in cambio chiederemo ai tedeschi di procedere a una vera riprogrammazione di bilancio. Essi dovranno concordare con noi sull’idea di un bilancio dell’eurozona, nonché sull’autorizzazione di futuri investimenti nel complesso dei paesi dell’eurozona”.

Come si vede siamo lontanissimi dal registro vittimistico che accomuna tutto l’arco delle forze politiche nostrane. Nessuna richiesta di aumentare il deficit, nessuna accusa all’Europa di essere l’origine dei guai francesi, nessuna giaculatoria sulla flessibilità di bilancio.

Chi plaude a Macron e lo vede come il contrappeso al potere della Merkel forse dovrebbe riflettere. Si può pensare che la rigidità tedesca sia l’origine principale dei guai italiani (io non lo penso). Ma immaginare che sia Macron a tirarci fuori dai nostri guai ammorbidendo la politica della Germania mi pare decisamente azzardato. Perché, giusta o sbagliata che sia l’impostazione dei problemi europei che egli ha enunciato nel suo libro-manifesto, quella è una visione da uomo di Stato. Precisamente la materia prima che scarseggia in Italia.

Pubblicato su Il Messaggero il 30 settembre 2017



Selezionare i migranti per contrastare la povertà

A seconda di come la si guarda, la storia economica di questi ultimi 10 anni si presenta con due facce opposte.

Il dato più confortante, a mio parere, è che nel corso del 2107, finalmente, la percentuale di famiglie in difficoltà è finalmente scesa più o meno al livello del 2007, ossia al livello pre-crisi. Per “famiglie in difficoltà” non intendo le famiglie povere (qualsiasi cosa si intenda per povero) bensì le famiglie che, alla fine del mese, sono costrette ad attingere ai risparmi o fare debiti. Questo insieme di famiglie, che storicamente si colloca fra il 10 e il 15% del totale, aveva raggiunto la cifra record del 30-35% nella fase acuta della crisi (2012-2013), ma dal 2014 è costantemente e regolarmente diminuito, fino a dimezzarsi rispetto al picco del biennio 2012-2013: oggi sono circa il 15% del totale, 1 famiglia su 7.

A questa recente diminuzione hanno contributo, a mio parere, soprattutto tre fattori. Il primo è la ripresa del Pil. Il secondo è la politica dei bonus (80 euro e incentivi alle assunzioni). Il terzo è l’accresciuta capacità delle famiglie di fronteggiare la diminuzione del potere di acquisto sfruttando la moltiplicazione delle promozioni e delle offerte di prodotti gratuiti (o apparentemente gratuiti). Quest’ultimo fattore può apparire marginale, o strano, ma lo è meno di quel che sembra se riflettiamo sul fatto che il peso delle famiglie che quadrano il bilancio, o addirittura risparmiano, è tornato ad essere quello di 10 anni fa, mentre il potere di acquisto pro capite è ancora abbondantemente al di sotto dei livelli pre-crisi (-10%). Forse a fronte di un minore potere di acquisto teorico (quello calcolato dall’Istat), le famiglie hanno messo in campo strategie di spesa più attente e sofisticate.

Tutto bene dunque, almeno dal punto di vista delle famiglie?

Non esattamente. Accanto a questo dato positivo, infatti, ve n’è un altro che appare di segno opposto: il numero dei poveri è aumentato. Per l’esattezza è quasi triplicato in 9 anni, dal 2007 al 2016. E anche negli ultimi 3-4 anni, con la ripresa del Pil e dell’occupazione, ha continuato ad aumentare, sia pure di poco. Nel 2007 gli individui che vivevano in povertà erano meno di 2 milioni, oggi sfiorano i 5: come è possibile, visto che la percentuale di famiglie in difficoltà è tornata ai livelli pre-crisi?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima di tutto sgomberare il campo da un dubbio: per poveri intendiamo i poveri veri e propri, ossia coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di sussistenza (definita dall’Istat), e non una delle numerose definizioni allargate di povertà, quelle che – secondo Kenneth Minogue – i governanti continuamente producono per giustificare il proprio ruolo, ovvero il crescente intervento dello Stato per combattere la povertà stessa (Breve introduzione alla politica, IBL Libri 2014).

Dunque i poveri, i veri poveri, sono molti di più di 10 anni fa, e sono (leggermente) aumentati anche mentre il numero di famiglie in difficoltà diminuiva. Come è possibile?

Una prima risposta è che, se quasi tutte le famiglie povere risultano in difficoltà, non tutte le famiglie in difficoltà sono povere: una parte non è affatto povera, semplicemente spende più di quel che guadagna. E’ questo, verosimilmente, il segmento sociale che più ha beneficiato della ripresa e della politica dei bonus, una politica che ha lasciato a bocca asciutta i veri poveri, ovvero quanti, o perché inoccupati, o perché disoccupati, o perché occupati precari, irregolari o a basso reddito, non guadagnavano abbastanza per pagare le tasse e quindi usufruire del bonus (che, lo ricordiamo, non è un assegno, ma uno sgravio fiscale).

C’è però anche una seconda risposta possibile, forse più inquietante. Se andiamo a vedere chi sono i poveri oggi in Italia, scopriamo che quasi il 40% di essi sono stranieri, e che negli ultimi 4 anni questa quota è molto aumentata (prima del 2013, sfortunatamente, mancano i dati). Se poi andiamo a vedere come è cambiato il tasso di occupazione negli anni della crisi, scopriamo che quello degli italiani è diminuito, ma quello degli stranieri ha subito un vero e proprio crollo, molto più accentuato di quello degli italiani. In poche parole: l’aumento della povertà negli ultimi anni è interamente dovuto alla componente straniera, mentre la componente italiana è in sia pur lenta diminuzione. Ed è forse significativo che questo aumento del numero di stranieri poveri si sia prodotto negli ultimi 4 anni, ossia proprio nel periodo che ha visto un flusso senza precedenti di richiedenti asilo e migranti economici, con strutture di accoglienza chiaramente non all’altezza della situazione.

Difficile sottovalutare l’importanza di questi dati in vista delle prossime elezioni, in cui certamente temi come le politiche di contrasto alla povertà e il reddito di cittadinanza la faranno da padroni. Da questa analisi è infatti possibile trarre due ordini di conclusioni opposte.

Per alcuni l’aumento degli stranieri poveri dimostra soltanto che l’accoglienza non funziona se non è accompagnata da politiche di integrazione e di inserimento dei migranti.

Per altri dimostra invece che l’accoglienza genera povertà, e che le future politiche di sostegno del reddito rischiano di dirottare la maggior parte delle risorse sugli immigrati, a tutto discapito dei cittadini italiani.

Comunque la si pensi, una cosa è certa: dopo 10 anni di crisi, il problema della povertà e quello dell’immigrazione non possono più essere tenuti distinti. Di qui un dilemma, su cui gli elettori saranno chiamati a scegliere: o mobilitare sempre maggiori risorse pubbliche per sostenere il reddito degli immigrati poveri, o rendere molto più selettive le politiche di accoglienza, chiudendo le porte a chi non è in grado di sostentarsi.

Pubblicato da Il Messaggero




Test o croce, non è così che si fa la selezione

Fra proteste di piazza, ricorsi al Tar, scontri con le autorità accademiche, non è stato un settembre facile quello delle università italiane. Un po’ dappertutto è scoppiata la rivolta contro il numero chiuso, o “programmato”. E gli studenti hanno già raggiunto qualche risultato: il Tar del Lazio ha bocciato il numero chiuso alle facoltà umanistiche della Statale di Milano. Alla Sapienza è stato annullato il test di ingresso per le lauree magistrali di Psicologia: il test dovrà essere ripetuto. A Firenze, alcune incongruenze fra bando e contenuto delle domande hanno costretto ad ammettere tutti i 1329 studenti che avevano partecipato ai test per l’accesso alle facoltà di Biotecnologie, Scienze biologiche, Scienze farmaceutiche applicate – controllo qualità, Farmacia, Chimica e tecnologia farmaceutica.

La contestazione dei test poggia su due argomenti distinti. Primo, ogni diplomato dovrebbe essere libero di scegliere gli studi universitari che più lo appassionano, senza limitazioni. Secondo, i test di ingresso non sono un buon metodo per separare i migliori o i più adatti.

Hanno ragione gli studenti?

La mia esperienza di professore universitario mi dice che gli studenti, o meglio i rappresentanti degli studenti negli organi collegiali delle università, hanno quasi sempre torto (o perlomeno a me paiono averlo). Le loro rivendicazioni sono infatti quasi sempre attente agli aspetti organizzativi ed esteriori dello studio (ad esempio il numero di appelli) e mai a quelli culturali e sostanziali (come la qualità dei corsi, o il funzionamento dei laboratori). E tuttavia, in questo caso, penso che abbiano ragioni da vendere sue entrambi i punti.

Essi hanno certamente ragione sul test di ingresso per le matricole (studenti del 1° anno), che è uno strumento di incredibile rozzezza per valutare le attitudini e capacità dei futuri studenti universitari. La principale caratteristica che il test, molto imperfettamente, misura, è la velocità mentale, non certo la profondità o le capacità di organizzazione del pensiero, che in tante discipline sono ben più importanti della velocità.

Ma gli studenti hanno anche ragione sul principio generale per cui l’accesso all’università dovrebbe avvenire in base alle proprie inclinazioni ed aspirazioni, non in base a incerti calcoli sulle proprie probabilità di passare un test. E’ paradossale che ci si lamenti ad ogni piè sospinto del basso numero di laureati dell’Italia, e nello stesso tempo si ostacoli in ogni modo l’accesso all’università.

Tutto chiaro dunque? Si tratta solo di recepire la giusta richiesta degli studenti di una piena liberalizzazione degli accessi?

Assolutamente no. Il vero problema dell’università italiana non è che frotte di bravi studenti ne sono inclusi, il vero problema è che già oggi, nonostante gli ostacoli (spesso assurdi o artificiosi) che limitano il flusso degli ingressi, il numero di studenti che sono effettivamente in grado di effettuare studi di livello universitario è molto inferiore al numero di iscritti. Già così si laurea appena 1 studente su 2, ma credo che se facessimo seriamente il nostro lavoro di docenti, ovvero mantenessimo gli standard che erano propri dell’università di qualche decennio fa, dovremmo laurearne circa 1 su 5. O meglio: dovremmo laurearne leggermente di meno di oggi nelle facoltà scientifiche, il cui livello è rimasto decente, ma dovremmo laurearne quasi nessuno in quelle umanistiche, dove da decenni i professori assistono senza ribellarsi all’abbassamento degli standard.

Che fare, dunque?

Se ci fossero risorse, molte risorse, una soluzione ragionevole sarebbe adottare il cosiddetto “sistema francese”, che è basato su un semplice principio: iscriviti pure all’università, ma se dopo 1-2 anni non sei a posto con gli esami ti fermi lì. Il problema è che il sistema francese non funziona granché nemmeno in Francia, perché non ci sono abbastanza aule, laboratori, professori, tutor, per permettere a un’enorme massa di giovani di “provare” se sono adatti al tipo di studi che hanno scelto.

L’altra soluzione, ancora più utopistica, sarebbe di costringere le scuole – con un sistema di sorveglianza efficace – a non regalare pezzi di carta che valgono poco in generale, e soprattutto hanno valori del tutto diversi nelle varie parti del paese (studi accurati hanno dimostrato che, mediamente, un 7 dato a Napoli equivale a un 5 dato a Milano). Se le scuole non falsificassero sistematicamente i titoli di studio, certificando competenze inesistenti, l’accesso all’università potrebbe essere ragionevolmente regolato dal voto di maturità, o dalle pagelle degli ultimi anni di scuola secondaria superiore.

Ci sono altre soluzioni?

Io non ne vedo. Ma è uno dei tanti pregiudizi dell’umanità pensare che, per un problema, esista sempre una soluzione. I problemi insolubili esistono. E quello sollevato dalle giuste proteste degli studenti in questo inizio di anno accademico ne è un ottimo esempio.

Pubblicato su Panorama il 21 settembre 2017



Violenze ad eccessi/La colpevole comodità di lasciare liberi i nostri figli

C’è una cosa che sempre più sovente mi colpisce, quando le cronache riportano fatti di violenza, non necessariamente di natura sessuale: il silenzio assordante sulle nostre responsabilità di adulti. Per responsabilità di adulti non intendo le responsabilità immediate, dirette, che singole persone possono aver avuto in uno specifico episodio violento, bensì quelle indirette, che passano attraverso la parola, i modelli educativi, gli stili di vita e di consumo. Più in concreto: la responsabilità che le attuali generazioni di adulti portano per il modo in cui hanno fatto crescere e lasciato vivere i loro figli.
In che senso, o meglio in quali occasioni, noi adulti abbiamo una responsabilità?
In tutti i casi nei quali, oltre al comportamento criminale di un singolo (l’autore del delitto), c’è una leggerezza (della vittima) per evitare la quale noi, come generazione, non abbiamo fatto abbastanza o, temo io, abbiamo fatto e continuiamo a fare l’esatto contrario di quel che dovevamo fare.
Prendiamo il recentissimo caso di Roma. Una ragazza finlandese, uscita alle 4 del mattino da un pub in cui aveva trascorso la serata, viene stuprata da uno sconosciuto dal quale aveva accettato un passaggio su un’auto (poi rivelatasi inesistente). E’ ovvio che, in linea di principio, uno avrebbe il diritto di girare in qualsiasi quartiere di Roma a qualsiasi ora senza essere derubato, stuprato, violentato o aggredito. Ma è una elementare regola di prudenza non accettare passaggi da sconosciuti, da soli e in piena notte, in Italia come in qualsiasi paese del mondo. L’ha ricordato, giustamente, Lucetta Scaraffia su queste colonne l’altro ieri, nell’ambito della campagna del Messaggero per una Roma sicura.
Ma la vera domanda è: perché l’ha ricordato? Perché si può sentire il bisogno di far notare una cosa tanto ovvia?
La mia risposta è che, se si sente il bisogno di ricordare una regola ovvia, è perché ovvia non lo è più, o non lo è più per tutti. Il senso comune non è più comune, a quanto pare. O meglio, le regole del senso comune sono pienamente condivise e ribadite da tutti in certi casi, in altri no. Se dimentico di inserire l’allarme e mi svaligiano la casa, nessuno ha dubbi sul fatto che ho commesso un’imprudenza. Ma se qualcuno mi aggredisce o mi violenta alla fine di una notte di sballo, mentre giro da solo in un quartiere degradato, scatta il timore che, sottolineando la mia imprudenza, si possa fornire una sorta di giustificazione morale, o di attenuante, all’atto di aggressione che ho subito, secondo l’odiosa formula “se l’è cercata”. Lo stesso meccanismo di autocensura scatta se una ragazza o un ragazzo si suicidano dopo aver messo su YouTube un video hard che li riprende durante un rapporto sessuale: si teme che, dicendo che è stata una grave leggerezza girare il video e condividerlo, si mettano in secondo piano le responsabilità dei veri colpevoli, che sono gli amici che hanno fatto circolare le immagini hard.
Il timore (alquanto illogico) di alleggerire indirettamente la posizione dei “cattivi”, però, non è l’unica motivazione che porta a glissare sull’imprudenza delle vittime. C’è anche un’altra e più sottile motivazione, ed è l’idea che, invitando alla prudenza le vittime, si ponga un limite indebito a una sorta di diritto fondamentale, non scritto ma saldamente cablato nella costituzione materiale del nostro tempo, il diritto di esercitare la propria libertà in modi estremi. E’ quella che Massimo Recalcati ha definito la “nuova religione libertina” del nostro tempo, nel quale “non esiste più un limite che non sia possibile valicare”, “la trasgressione è divenuta un obbligo che non implica alcun sentimento di violazione”, e alla fine comporta “la dissoluzione di ogni tabù” (I tabù del mondo, Einaudi 2017).
Ora, che questa visione del mondo e questa interpretazione dell’esistenza, che porta a considerare normali lo sballo e il divertimento estremi, senza alcun rispetto per la propria integrità mentale e per la propria reputazione, sia fatta propria da una parte del mondo giovanile è cosa che lascia perplessi, ma si può anche subire, se non accettare, come si subisce un cataclisma su cui non si ha alcun potere, o che semplicemente non si comprende. Ma che questa esaltazione della trasgressione e dell’imprudenza venga dal mondo degli adulti, che pure avrebbero qualche responsabilità educativa e di guida, lascia increduli e sgomenti. Eppure è quel che succede.
Dopo il suicidio di Tiziana, la ragazza che non ha retto alla circolazione di un video hard e si è tolta la vita, mi è capitato di leggere (a firma Roberto Saviano), affermazioni come queste: “milioni di teenager usano Snapchat per fare sexting cioè per scambiarsi foto sessualmente esplicite”; in quel contesto “fotografarsi o filmarsi mentre si è in intimità è assolutamente normale”; “gli adolescenti vivono la loro sessualità come qualcosa di dirompente e trasgressivo, facciamogli sapere che tutto questo è normale”; “non lei doveva pensare alle conseguenze”.
La realtà, temo, è che negli ultimi decenni una porzione considerevole del mondo adulto ha trovato comodo, comodissimo, ultrarilassante rinunciare a ogni forma di interferenza nella libertà dei giovani, fin dalla loro più tenera età: da piccolissimi piazzati davanti a un televisore, poi affidati alle amorevoli attenzioni di videogiochi e smartphone, infine gettati nel mondo dei coetanei, senza limitazioni, né controlli, né guida. Con la scusa di non poter giudicare, di non voler reprimere, di dover sempre e comunque preservare la serenità dei propri pargoli, gli adulti hanno costruito un modello di relazioni fra le generazioni semplicemente aberrante. Un modello per il quale i genitori sono iperprotettivi quando non lo dovrebbero essere (ad esempio quando un insegnante punisce un ragazzo), e completamente assenti quando, viceversa, dovrebbero proteggere i giovani da sé stessi, ponendo limiti e fissando regole anziché assecondarne i pericolosi vissuti di invulnerabilità. Non solo per proteggerli da eventi estremi, quali sono quelli di cui si parla in questi giorni, ma per metterli in grado di affrontare le sfide dello studio, del lavoro, della vita in generale, tutti compiti per cui sono sempre più sovente impreparati.
Come dice la protagonista di Va’ dove ti porta il cuore (il più celebre dei romanzi di Susanna Tamaro), una madre amaramente pentita di non aver interferito nella vita di una figlia fragile, incerta, e alla fine vittima del suo sogno di libertà: “Dietro la maschera della libertà spesso si nasconde la noncuranza, il desiderio di non essere coinvolti”. Mentre l’amore, il vero amore di una madre o di un padre, “non si addice ai pigri, per esistere nella sua pienezza alle volte richiede gesti precisi e forti”.

Pubblicato su Il Messaggero il 16 Settembre 2017