L’eclissi del liberal-riformismo

Mi ha molto colpito e fatto riflettere la sconsolata intervista che, qualche giorno fa, ha rilasciato a “La Stampa” Emanuele Macaluso, una delle figure più rappresentative (e più nobili) della corrente riformista del Pci-Pds-Ds-Pd. In quella intervista, l’anziano ex dirigente comunista lamentava l’imperscrutabilità della linea del Pd sulle questioni cruciali del Paese, a partire da quella dei migranti.

Per una volta, io che da molti anni sono estremamente critico su quel partito, vorrei provare a dirigere l’attenzione altrove. O meglio: anche altrove, e innanzitutto verso quanti, come me, si collocano nell’area che, per brevità, chiamerò liberal-riformista. E vengo subito al punto: vogliamo renderci conto che abbiamo fallito? Vogliamo dircelo, una buona volta, che la cultura liberal-riformista, che era egemone in Italia negli anni ’90, si è completamente auto-prosciugata?

Vorrei ricordarlo, perché forse non tutti ne abbiamo memoria: negli anni ‘90 la diagnosi di fondo sui mali dell’Italia e sulle riforme necessarie per raddrizzare il paese era, al di là delle sfumature e della propaganda, sostanzialmente condivisa dai riformisti di entrambi gli schieramenti. Erano i tempi del “rapporto Onofri” sulla spesa sociale, con la sua analisi spietata delle distorsioni del nostro welfare. Erano i tempi della “riforma Dini” del sistema pensionistico. Erano i tempi in cui, per riprendere il titolo di un libro dell’economista Nicola Rossi, eravamo “riformisti per forza”, perché era l’Italia ad avere bisogno di riforme, e soprattutto di scelte coraggiose: riduzione del debito pubblico, contenimento della spesa pensionistica, reddito minimo, politiche attive sul mercato del lavoro, efficientamento della spesa sanitaria, più meritocrazia e meno privilegi, nuovi asili nido, borse di studio nella scuola e nell’università. Ma anche: federalismo fiscale, riforma della giustizia civile e penale, meno burocrazia, interventi sul sovraffollamento delle carceri.

C’era anche, allora, un aspetto che non mi ha mai convinto (ne presi le distanze già vent’anni fa): una fiducia smisurata nell’Europa e nelle virtù della globalizzazione, vista dai più come una formidabile opportunità.

Ebbene, che ne è di tutto ciò?

Quasi nulla, mi pare. Il mondo liberal-riformista non esiste più. Nella migliore delle ipotesi, si limita a ripetere le sue diagnosi e le sue ricette, ma senza prendere atto del proprio fallimento. Soprattutto, senza interrogarsi davvero sulle ragioni profonde di quel fallimento. La diagnosi era sbagliata? O sono le soluzioni che non erano all’altezza dei problemi? E soprattutto: abbiamo provato davvero a mettere in atto le nostre idee?

A me pare che molto di quel che si predicava non è stato fatto, o è stato fatto troppo tardi, o troppo timidamente. Penso alla incompiutezza delle riforme del mercato del lavoro, ma soprattutto alla omissione della riforma delle riforme, che tutto doveva precedere: la difesa della scuola, e la lotta alle diseguaglianze proprio a partire da lì, dall’attuazione concreta del dettato costituzionale che sancisce il diritto dei “capaci e meritevoli” di raggiungere “i gradi più alti degli studi” (articolo 34). Per non parlare della nostra superficialità sulle virtù della globalizzazione, della nostra tolleranza per la mostruosa crescita della burocrazia, o della nostra timidezza in materia di garanzie dell’imputato, una materia che ha visto la sinistra sempre sostanzialmente subalterna al partito dei giudici, e la destra sempre vigile solo quando in questione erano i diritti dell’imputato Berlusconi.

Perché sollevo questi interrogativi, ora?

Fondamentalmente, perché mi sono convinto che, nella nascita e nel dilagare del populismo, una responsabilità grave ce l’abbiamo anche noi liberal-riformisti. Il centro-destra non ha mai nemmeno provato ad attuare la rivoluzione liberale promessa. Quanto al centro-sinistra esso è rimasto sempre, anche nelle sue stagioni migliori, abbondantemente al di qua di quel che sarebbe stato necessario. Si può forse dare atto a Renzi di avere tentato qualcosa, ma non si può non notare che anche il suo governo ha innanzitutto perseguito il consenso, senza incidere sull’hardware del sistema Italia. E ancor meno si può ignorare che è stato proprio Renzi a spalancare le porte ai Cinque Stelle, la più demagogica, anti-liberale e anti-riformista delle forze politiche in campo.

Ecco perché mi sembra venuto il tempo di rivolgere la nostra attenzione prima di tutto a noi stessi e alle nostre omissioni, o al nostro lungo sonno. Se la cultura liberale non batte un colpo, o resta rinchiusa nei piccoli circoli dove è adusa confermarsi nelle proprie convinzioni, è inutile continuare a chiedere ai populisti di diventare più riformisti, o più liberali, o semplicemente più ragionevoli. Quello di ricostruire una cultura politica liberal-riformista è compito innanzitutto nostro. I populisti fanno il loro mestiere, e lo fanno meglio di quanto noi facciamo il nostro.

Pubblicato su Il Messaggero del 4 febbraio 2020



Che cosa cambia dopo il voto

Dopo il doppio voto in Emilia Romagna e in Calabria gli interrogativi si affollano. Salvini ha sbagliato, e se sì dove? Sono state le Sardine a fare la differenza? L’esito del voto avrà conseguenze sull’assetto del centro-destra? La vittoria di Bonaccini e la evaporazione dei Cinque Stelle cambieranno il centro-sinistra?

Sugli errori di Salvini c’è un consenso quasi unanime. La sceneggiata del citofono (alla ricerca di spacciatori), l’ossessione per Bibbiano, l’auto-martirizzazione sul proprio rinvio a giudizio, le critiche alla sanità emiliana non gli avrebbero giovato. Probabilmente è vero, ma la controprova non c’è, né ci può essere. La mia sensazione è che il vero errore di Salvini sia stato di non aver capito che, nella situazione data, trasformare il voto in un referendum sul governo nazionale avrebbe significato esporsi al “rischio-matteo”, ossia al rischio che l’elettorato percepisca un referendum su una questione generale come un referendum su un leader particolare. Era già successo a Matteo Renzi, che perse il referendum costituzionale per averci messo la faccia. E’ risuccesso a Salvini, che ha chiamato gli elettori a dare la spallata al governo centrale, senza rendersi conto che così offriva loro l’opportunità di dare una spallata a lui stesso.

Ma perché Salvini ha sottovalutato questo rischio?

A mio parere perché Salvini, a differenza dei suoi alleati Meloni e Berlusconi, non ha ancora compreso che alimentare paure più o meno fondate, da sempre un’arma della destra,  è ormai diventata l’arma principale della sinistra. L’unica differenza è che l’oggetto della paura, nella comunicazione della destra, è il migrante, mentre in quella della sinistra è Salvini stesso, il babau razzista, fascista, disumano, aspirante dittatore e quindi da “cancellare”, secondo la sempre civile prosa di Repubblica. Questo, a mio parere, è stato il vero valore aggiunto delle Sardine: più che dare un’anima alla sinistra, come piace credere ai suoi dirigenti, le Sardine hanno provato a togliere l’anima all’uomo Salvini, ridotto a cosa indegna di esistere e quindi da eliminare.

Da questo punto di vista la vicenda emiliana raddoppia i problemi del centro-destra. Eravamo abituati a pensare che il problema principale fosse la gracilità della gamba liberale del centro-destra, credo si debba prendere atto che non è solo questo: alla destra non manca solo una robusta componente europeista, riformista e garantista, ma anche un leader rassicurante. Può darsi che un tale leader non sia necessario per vincere le elezioni, ma tutto fa pensare che sia indispensabile per governare con un consenso sufficientemente largo. Non dobbiamo mai dimenticare che, in una società largamente cetomedizzata come l’Italia, i ceti popolari, cui principalmente Salvini si rivolge, costituiscono una robusta minoranza, non certo la maggioranza dell’elettorato. E la maggioranza, urbanizzata e relativamente istruita, non apprezza né i toni né i contenuti più estremi della comunicazione leghista.

Se la destra dovrà riflettere, il rischio, per la sinistra, è invece che la vittoria in Emilia Romagna la induca a riflettere meno di quanto le sarebbe necessario. Perché il vero problema della sinistra, a mio modesto avviso, non è la chiusura e l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti (il Pd come “partito delle tessere”), mali cui sarà relativamente facile porre (apparente) rimedio con una spolverata di Sardine, ma è l’assenza di una linea politica chiara sulle cose che contano. Mi trovo, su questo, in totale sintonia con un padre della sinistra storica, Emanuele Macaluso, che qualche giorno fa dalle colonne della Stampa confessava tutto il suo smarrimento, la sua incapacità di capire “che cosa pensa il Pd” sulle questioni cruciali, a partire da quella dell’immigrazione.

Sotto questo profilo, il progetto di un’alleanza organica con quel che resta del Movimento Cinque Stelle, sottolineato con forza da tanti esponenti del Pd, potrebbe – alla lunga – rivelarsi il frutto avvelenato della vittoria in Emilia Romagna. Perché dei tre tratti distintivi della politica grillina – giustizialismo, assistenzialismo, freno agli ingressi illegali – è probabile che il Pd finirà per assorbire i primi due e respingere il terzo. Il che potrebbe voler dire avere, in futuro, una sinistra ancora meno liberal-riformista di quella di oggi in materia di giustizia e mercato del lavoro, e ancor più ostaggio dell’ideologia dell’accoglienza in materia di immigrazione.

Non proprio la strada migliore per modernizzarsi e risintonizzarsi con i sentimenti popolari.

Pubblicato su Il Messaggero del 29 gennaio 2020



Il dopo-Emilia Romagna

Anche se le Regioni che vanno al voto sono due (Emilia Romagna e Calabria), inutile nasconderselo, è sull’Emilia Romagna che sono puntati i riflettori. Perché, lo si voglia o no, la sfida Bonaccini-Borgonzoni si è trasformata in una specie di giudizio di Dio sul governo nazionale.

Non sarebbe stato così se, una volta caduto il governo giallo-verde, sinistra e Cinque Stelle avessero avuto il coraggio di tornare di fronte all’elettorato, come succede nei paesi normali allorché un’elezione non restituisce un vincitore chiaro. In quel caso i confronti regionali sarebbero rimasti nell’alveo giusto, quello di una competizione locale fra due candidati locali. Poiché, invece, si è scelto di stare al governo a dispetto dei santi, ci si trova a fronteggiare l’insofferenza di quella parte dell’elettorato emiliano-romagnolo che sente l’insediamento del governo giallo-rosso come un vulnus alla democrazia sostanziale.

Dunque, è inevitabile. L’esito delle elezioni in Emilia Romagna non potrà che assumere un significato nazionale. E lo farà chiunque vinca: dopo il voto del 26 gennaio il sistema politico italiano non sarà più quello di prima.

Ma che differenza può fare una vittoria del Pd o una vittoria del centro-destra?

Per certi versi nessuna.

In entrambi i casi diventerà evidente che il nostro sistema politico è tornato bipolare. Il conflitto politico, dopo la breve stagione tripolare 2013-2019, tornerà ad essere strutturato intorno all’opposizione fra destra e sinistra. Certo, i partiti di centro potranno avere uno spazio più o meno grande e risultare più o meno decisivi, ma la scelta elettorale di fondo tornerà ad essere quella classica, fra il blocco di centro-sinistra (più o meno europeista) e il blocco di centro-destra (più o meno sovranista).

C’è un’altra conseguenza che pare difficile evitare, chiunque vinca: l’ulteriore indebolimento del Movimento Cinque Stelle. Questo esito, a mio parere, non ha la sua origine principale negli errori tattici e relazionali di Di Maio, dalle epurazioni alla cacciata di Gianluigi Paragone, ma nella rinuncia a sfruttare l’occasione irripetibile che il governo giallo-rosso aveva offerto ai Cinque stelle: quella di diventare la gamba popolare del centro-sinistra. Se avessero seguito il loro Dna, fondamentalmente assistenziale e anti-migranti, i Cinque Stelle avrebbero potuto, anche grazie alla sponda e alla legittimazione ricevute dalla loro alleanza con il partito dell’establishment (il Pd di Zingaretti), provare a coprire un segmento elettorale che esiste, e tuttavia non ha rappresentanza: quello di quanti chiedono più protezione sia sul versante economico (salario minimo e reddito di cittadinanza) sia su quello sociale (difesa dei confini e controllo del territorio). Con un Pd paladino dell’accoglienza e sempre incerto fra riformismo e assistenzialismo, i Cinque Stelle non avrebbero avuto difficoltà a coltivare e rappresentare questo segmento dell’elettorato.

Ma gli esiti comuni ai due scenari, quello di una vittoria di Bonaccini e quello di una vittoria di Borgonzoni, si fermano qui. Per il resto credo che le cose andrebbero assai diversamente nei due casi.

Dovesse vincere Bonaccini, il Pd si sentirà elettrizzato da un successo di cui ben pochi erano sicuri, Zingaretti si sentirà legittimato a guidare risolutamente il processo di costruzione del “partito nuovo” (qualunque cosa l’aggettivo significhi), le Sardine non esiteranno ad attribuirsi ogni merito per la vittoria, e naturalmente esigeranno di avere un peso elevato nel processo di ricostruzione (e ridenominazione, a quanto pare) del Pd, che nonostante la scissione di Renzi e la concorrenza cinquestelle resta pur sempre il maggior partito della sinistra. Quanto al governo, tutto lascia immaginare che si sentirà legittimato a continuare, magari con un rimpasto che tolga qualche ministero ai Cinque Stelle e li assegni al Pd. In questo scenario il destino dei Cinque Stelle è di diventare una riottosa ruota di scorta del Pd, e probabilmente anche di subire la scissione di quanti (Di Battista?) non vogliono restare alleati per sempre del “partito di Bibbiano”.

Dovesse vincere la Borgonzoni, tutto cambia. E’ anche possibile che il governo nazionale provi a resistere, ma è difficile che riesca nell’intento. In quel caso, infatti, si sommerebbero almeno due spinte del medesimo segno. Da una parte, il “grido di dolore” del popolo leghista e più in generale dell’elettorato di centro-destra, sempre più convinto (erroneamente, Costituzione alla mano) che tornare al voto sia un proprio inalienabile diritto. Dall’altra, il ben più prosaico interesse dei parlamentari a tornare al voto molto rapidamente, prima che il referendum sulla riforma costituzionale cancelli 345 seggi, rendendo drammaticamente più difficile essere rieletti.

E’ vero che, sulla carta, una strada alternativa per conservare il posto ci sarebbe, e sarebbe quella di “resistere, resistere, resistere” fino al 2023. Ma è forse ancor più vero che, nel caso di un trionfo del centro-destra, sui parlamentari di maggioranza si aggirerebbe uno spettro difficile da esorcizzare: quello di un governo che resiste qualche mese, magari un anno, e cade troppo tardi, ossia dopo che il referendum ha drasticamente potato i posti disponibili. Sarebbe il danno e la beffa: non poter arrivare al 2023, in tempo per eleggere il successore di Mattarella, e dover andare al voto giusto subito dopo aver segato il ramo su cui si è seduti.

Pubblicato su Il Messaggero del 24 gennaio 2020



Trasformismo

Curioso. La Consulta ha dichiarato inammissibile il referendum volto a cancellare la quota proporzionale dell’attuale sistema elettorale in quanto il quesito sarebbe “manipolativo”, ma proprio la decisione della Consulta – ora che è stata presa – spiana la strada al più spettacolare tentativo di manipolare le regole del gioco mai messo in atto nella storia della Repubblica.

Probabilmente la Consulta, stante il principio dell’autoapplicatività (la legge elettorale uscita dal referendum deve essere immediatamente applicabile), non aveva altra scelta. Ma questo non toglie che la situazione che si è venuta a determinare sia estremamente preoccupante. Per l’ennesima volta assistiamo al tentativo di una parte politica di fare ciò che, quando le acque sono calme, si promette di non fare mai, e poi – appena si hanno i numeri per farlo – si finisce per fare sempre: il cambiamento unilaterale delle regole del gioco, e in particolare della regola più importante, la legge elettorale.

Questo è quel che sta succedendo. Questo governo è nato, per ammissione dei suoi stessi esponenti, per impedire che gli avversari politici possano influire sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica. Ora però quell’obiettivo, già di per se ben poco democratico, non basta più: si vuole anche impedire che, nella prossima legislatura, il governo che verrà venga scelto dai cittadini attraverso il voto. Troppo alto, infatti, è il rischio che, se si concede ai cittadini di andare a votare, e inoltre gli si permette di votare con le regole attuali (il cosiddetto Rosatellum, voluto a suo tempo dal Pd), i cittadini stessi si scelgano un governo diverso da quello attuale.

Insomma, per dirla crudamente: per i nostri governanti la democrazia è un sistema pericoloso, che abbisogna di periodiche revisioni per impedire che, quando il popolo perde il senno e pare intenzionato a votare i “cattivi”, questi medesimi cattivi abbiano la possibilità di giungere al potere.

Ed ecco la mossa chiave: tornare al proporzionale, fingendo che somigli al sistema tedesco (che non è affatto un proporzionale puro), e promettendo una soglia di sbarramento alta (che inevitabilmente finirà per diventare bassa, o per essere corretta con marchingegni vari per salvare i piccoli partiti).

Perché il proporzionale?

Per una ragione molto semplice: siamo in Italia. Solo in Italia, infatti, succede che gli eletti non sentano alcuna responsabilità verso coloro che li hanno eletti. Solo in Italia, una volta giunti in Parlamento, gli eletti si ritengono autorizzati a cambiare ripetutamente partito, costituire nuovi gruppi parlamentare, rovesciare completamente le alleanze, dimenticare le promesse elettorali. Si chiama “trasformismo” (una parola non a caso intraducibile in altre lingue) e si manifesta, ogniqualvolta ne esiste la convenienza, da quasi 120 anni, ossia dai tempi del governo Depretis (anni ’80 dell’Ottocento).

Certo, il sistema elettorale proporzionale puro non assicura che chi è minoranza nel paese possa governare (per questo ci vorrebbe una dittatura). Però, fra tutti i sistemi elettorali possibili, è quello che rende più facile rovesciare il risultato delle urne, ossia impedire che chi ha vinto le elezioni possa governare. A ciò provvedono i cambi di casacca, la formazione di gruppi di “responsabili”, le crisi di coscienza premiate da incarichi e posizioni di potere: il “trasformismo”, appunto.

Il bello è che tutto ciò viene giustificato con l’idea che, grazie al proporzionale, si garantirebbe il massimo di rappresentanza alle preferenze degli elettori. Ma è una grossolana mistificazione: il proporzionale rappresenterebbe efficacemente le preferenze degli elettori se gli eletti si sentissero vincolati a rispettare le alleanze e i programmi dichiarati prima del voto, come avviene nella maggior parte dei paesi che hanno sistemi elettorali sostanzialmente proporzionali. In Italia avviene semmai il contrario: il proporzionale piace perché permette ai piccoli partiti di sopravvivere, e ai grandi partiti di eludere, o addirittura di tradire, la volontà espressa dagli elettori.

Ecco perché, dicevo all’inizio, la situazione che si è venuta a determinare a me pare estremamente preoccupante. In essa si combinano due ingredienti micidiali. Il primo è il tentativo di spostare il più possibile avanti nel tempo il momento del voto, in modo da poter eleggere un Presidente della Repubblica di parte. Il secondo è il tentativo di rendere non decisive le scelte dell’elettorato, nel momento in cui non fosse più possibile rimandare il voto.

Entrambi questi tentativi non fanno bene alla democrazia. Non solo perché minano il principio di rappresentanza che fingono di difendere, ma perché inquinano il gioco stesso del confronto democratico, come si vede bene nelle elezioni regionali. Proprio l’ostinazione con cui si cerca di togliere la parola agli elettori, manipolando le regole del gioco e ritardando il ritorno alle urne, finisce per togliere dalla scena i problemi veri del paese e per ideologizzare il conflitto politico. Oggi un bravo amministratore come Bonaccini potrebbe perdere le elezioni regionali solo perché l’ostinazione del governo nazionale sta trasformando in un’ordalia il voto in Emilia Romagna. Domani la voce delle forze politiche più ragionevoli e ricche di idee per il nostro futuro potrebbe essere soffocata dalla sfida all’ultimo sangue fra chi è ossessionato dal problema dei migranti e chi lo è dal ritorno del fascismo.

Pubblicato su Il Messaggero del 18 gennaio 2020



Legge elettorale

Un paio di giorni fa i partiti di maggioranza hanno fatto depositare alla Commissione Affari Costituzionali della Camera una nuova proposta di legge elettorale, che alcuni hanno già battezzata “germanicum” causa vaghe somiglianze con il sistema tedesco. La proposta prevede, in buona sostanza, un ritorno al proporzionale (come nella prima Repubblica), con una soglia di sbarramento al 5%, corretta con un fumoso “diritto di tribuna”, ossia con un meccanismo per dare qualche seggio anche ai partitini incapaci di raggiungere la soglia del 5%.

Fra qualche giorno la Corte Costituzionale dovrà decidere sull’ammissibilità del referendum proposto dalla Lega, che in caso di successo prevede il passaggio a un sistema esattamente opposto, interamente maggioritario.

L’impressione è che fra i due eventi vi sia un nesso. Verosimilmente, i partiti di maggioranza hanno scelto questo momento per avviare l’iter di una nuova legge elettorale anche per mandare un preciso segnale alla Corte Costituzionale: se di legge elettorale ci stiamo già occupando noi in Parlamento, perché mai dare la parola al popolo?

Ma la di là dei tempi e delle piccole convenienze dei protagonisti di questa vicenda (leggermente surreale se si pensa allo stato della nostra economia e alle tensioni del quadro internazionale), qual è la posta in gioco? Che conseguenze può avere l’adozione di una legge elettorale o di un’altra?

La prima cosa di cui dobbiamo renderci conto è che non può essere la legge elettorale a fornire al sistema politico ciò che gli manca. Se non ci sono, da molti anni in Italia, coalizioni ben strutturate, dotate di programmi comprensibili e di dirigenti politici seri, non sarà certo una legge elettorale ben fatta a fare il miracolo di fornircele.

Con ciò non intendo dire che la legge elettorale sia irrilevante. Adottare una legge elettorale piuttosto che un’altra, qualche conseguenza tende a produrla. Uno dei luoghi comuni più diffusi, ad esempio, è che scegliere una legge di impostazione maggioritaria (ad esempio: collegi uninominali, o sistema proporzionale con premio di maggioranza) favorisca la governabilità, mentre sceglierne una di tipo proporzionale assicuri la rappresentatività del Parlamento.

Non si tratta di un’opinione infondata. Fondamentalmente le cose stanno proprio così, perché, di norma, i sistemi maggioritari danno al vincitore più seggi di quanti ne meriti sulla base dei soli voti ricevuti. E, simmetricamente, è difficile (anche se non impossibile) che un Parlamento eletto con una legge proporzionale non rispecchi sostanzialmente le preferenze politiche dell’elettorato.

Tuttavia…

Tuttavia ci sono anche alcune complicazioni, che forse dovrebbero renderci alquanto prudenti prima di adottare un sistema proporzionale, almeno in un paese come l’Italia. Se in un sistema politico la destra e la sinistra hanno un consenso simile, ma nessuna delle due riesce da sola a superare il 50% dei consensi, allora è inevitabile che un potere sproporzionato venga detenuto dai partiti “intermedi”, ossia dai partiti di centro, o da quelli che non sono né di destra né di sinistra. Se per ottenere la maggioranza in Parlamento un governo deve ottenere i voti dei partiti intermedi, allora le sorti del governo sono in mano a forze politiche che rappresentano un’esigua minoranza dell’elettorato. Con tanti saluti al principio di rappresentatività: i seggi possono anche essere proporzionali al consenso, ma il potere che quei seggi conferiscono diventa inversamente proporzionale al consenso stesso.

Non è tutto, però. In un contesto fortemente trasformistico come quello italiano, l’esistenza di un 10-15% di voti che confluiscono sui partiti intermedi rende perfettamente possibile un’eventualità piuttosto inquietante, e cioè che uno dei due blocchi principali (destra e sinistra) sia minoranza nel Paese, ma diventi maggioranza in Parlamento perché riesce a stringere accordi con uno o più partiti intermedi. Giusto per fissare le idee, immaginate un parlamento in cui i blocchi Salvini/Meloni/Berlusconi da una parte e Zingaretti/Grillo/Leu dall’altra hanno ciascuno il 45% dei voti, e in mezzo flottano un partito riformista di Renzi e/o di Calenda, nonché un partito populista di Di Battista e/o di Paragone, tutti vicini al 5%: è chiaro che in una situazione del genere a decidere chi governa il paese non sarebbero gli elettori, ma le scelte di campo dei dirigenti dei partiti minori.

La rappresentatività del Parlamento, assicurata dal sistema proporzionale, dunque non esclude due conseguenze anomale, e per così dire contrarie al principio di rappresentanza: che alcuni partiti piccoli abbiano più potere di quanto gliene hanno conferito gli elettori, e che si installi un esecutivo che è l’opposto di quello che si formerebbe se a scegliere il governo fossero chiamati direttamente i cittadini.

Questo, beninteso, non significa che qualsiasi sistema maggioritario sia migliore di qualsiasi sistema proporzionale. Anche un sistema maggioritario basato sui collegi uninominali può risultare incapace di generare una chiara e netta maggioranza di governo. E nulla esclude che un sistema proporzionale assicuri a lungo maggioranze stabili e sostanzialmente rappresentative.

Il punto, però, è che quando ci si accinge a cambiare per l’ennesima volta la legge elettorale, sarebbe bene esplicitare che cosa si vuole ottenere. Perché ogni sistema elettorale produce conseguenze, e spesso tali conseguenze sono diverse, parecchio diverse, da quelle che gli si attribuiscono. La mia impressione è che l’attuale ritorno di fiamma per il sistema proporzionale sia, essenzialmente, il goffo tentativo di una parte del ceto politico di rendersi ancora più indipendente (di quanto già oggi non sia) dalla ingombrante volontà dell’elettorato.

Pubblicato su Il Messaggero dell’11 gennaio 2020