Sulle parole di Francesca Albanese – Cattive maestre e democrazia

Le parole di Francesca Albanese, che ha condannato l’assalto alla redazione della Stampa di Torino da parte di un centinaio di militanti pro-Pal, ma al tempo stesso ha invitato a considerare l’episodio “un monito” ai giornalisti, rei di non fare seriamente e onestamente il loro lavoro, hanno suscitato una giusta quanto ovvia indignazione. Se sono state pronunciate davvero (dico “se” perché in rete non sono riuscito, nemmeno con l’aiuto di ChatGpt, a trovare un video o una registrazione che le contenga) la vera notizia a me sembra l’imbarazzo con cui sono state accolte da una parte significativa dello schieramento progressista. La maggior parte degli esponenti della sinistra (con le importanti eccezioni di Calenda e Renzi) ha preferito limitarsi alla scontata condanna dell’assalto squadrista (accompagnato da minacce di morte), senza prendere una posizione di condanna chiara e severa verso quell’espressione “monito”. Una espressione che sa tanto di avvertimento per il futuro nei confronti dei giornalisti, quasi che – come talora si sente dire alle donne stuprate – se la fossero andata a cercare con la colpevole partigianeria dei loro resoconti sulla guerra a Gaza.

Questo imbarazzo non è nuovo. Si ripete ogniqualvolta violenza e sopraffazione vengono esercitate in nome di una causa cui la sinistra ufficiale è sensibile. È come dire: i manifestanti hanno sbagliato, ma l’hanno fatto in nome di giusti principi, che noi progressisti condividiamo. La condanna più o meno criptica della violenza avviene quasi sempre, però c’è sempre un “ma”: ma il governo ha sbagliato, ma la polizia non doveva intervenire, ma i facinorosi sono un’infima minoranza, eccetera. In poche parole: la violenza è (quasi) sempre sbagliata, ma è (spesso) comprensibile. Ancora più inquietante è l’altra considerazione invocata da Francesca Albanese: dalla violenza occorre astenersi, perché è controproducente, e lo è perché indebolisce la causa. Non so se tutti si rendano conto della pericolosità di una simile giustificazione: è come dire che la violenza non è un male in sé (come pensava Gandhi) in quanto priva l’altro dei suoi diritti, ma perché potrebbe ritorcersi contro i violenti stessi. Inevitabile pensare che, ove avesse un sostegno di massa e cessasse di essere controproducente, la violenza potrebbe diventare uno strumento di lotta legittimo.

I paragoni storici sono sempre discutibili, e solo con il tempo si scopre se sono appropriati o fuorvianti. Però è difficile non cogliere almeno una affinità fra la situazione attuale e quella che, negli anni ’70, portò alla nascita del terrorismo: oggi come ieri una minoranza violenta si muove in nome dei medesimi principi cui si richiama la sinistra ufficiale. Ieri le Brigate Rosse uccidevano in nome del comunismo, ossia della medesima ideologia che ispirava il PCI, il maggiore partito della sinistra di ieri. Oggi i ragazzi che devastano la redazione della Stampa, agiscono (violentemente) in nome di una causa, quella del popolo palestinese, che è difesa (pacificamente) dal Pd, il maggiore partito della sinistra attuale.

Il paragone storico, tuttavia, si ferma qui. La differenza fondamentale fra ieri e oggi è la statura morale, politica e culturale delle rispettive classi dirigenti. Enrico Berlinguer, Luciano Lama, e tutto il gruppo dirigente del PCI non ebbero esitazioni a schierarsi contro le Brigate Rosse e le altre formazioni terroristiche, a difesa dell’ordine democratico, e questo nonostante ne vedessero perfettamente i gravissimi limiti. Oggi il medesimo coraggio – ma soprattutto la medesima chiarezza – non si intravede nel gruppo dirigente del Pd, timoroso di perdere il sostegno dell’opinione pubblica più radicalizzata e sempre tentato da improbabili mobilitazioni antifasciste, contro le “torsioni” e le “derive” autoritarie della nostra democrazia.

Per non parlare dell’abisso culturale che separa i “cattivi maestri” di ieri dal trio Albanese-Thunberg-Salis che impazza ai giorni nostri. Ma questa forse è una fortuna: la faziosità e la povertà di pensiero critico delle “cattive maestre” è un punto a favore della democrazia.

[articolo uscito sulla Ragione il 2 dicembre 2025]




Sull’aumento delle violenze sessuali – Viva le devianze?

All’indomani della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” forse non è inutile, anche grazie ai nuovi dati pubblicati dall’Istat, tentare di fare il punto sull’andamento della lotta contro la violenza di genere, specie nelle sue forme più visibili e dibattute: le uccisioni di donne (di cui i femminicidi sono un’ampia frazione) e le violenze sessuali.

La distinzione è importante perché i due fenomeni, spesso accomunati nel dibattito pubblico, sono sociologicamente e quantitativamente assai diversi fra loro.

Le uccisioni di donne, dopo alcuni anni di fluttuazione, negli ultimi tre anni sono sempre diminuite. Se il trend rilevato nei primi 3 trimestri di quest’anno verrà confermato, il 2025 potrebbe essere il primo anno nella storia italiana in cui il numero di donne uccise scende sotto il valore di 100 unità, pari a circa 0.33 ogni 100 mila abitanti (il valore più basso dell’occidente).

Completamente diverso è il discorso per quanto riguarda le violenze sessuali, che seguono una traiettoria propria e, a mio parere, originano da un mix di cause diverse. Quante sono le violenze sessuali in Italia?

Difficile fornire una stima accurata, ma impossibile sfuggire a una conclusione minimale: almeno 100 mila. Ovvero, per ogni femminicidio ci sono qualcosa come 1000 violenze sessuali, e – verosimilmente – almeno 250 stupri (questi ordini di grandezza si ricavano dall’indagine Istat, convertendo in rischi annuali i rischi negli ultimi 5 anni e nel periodo 16-75 anni).

Ma c’è di più: contrariamente a quanto accade con i femminicidi, il fenomeno della violenza sessuale è in drammatico aumento, e lo è innanzitutto per le fasce più giovani e istruite. Se undici anni fa (indagine Istat precedente) una ragazza fra i 16 e i 24 anni aveva 18 probabilità su 100 di aver subito violenza sessuale negli ultimi 5 anni, oggi questa probabilità è quasi raddoppiata (31%). In concreto vuol dire che attualmente 1 ragazza su 3 subisce una violenza sessuale nel giro di appena 5 anni. E le percentuali inevitabilmente salgono se dal rischio a breve si passa al rischio nell’intera vita.

Non è facile stimare quante siano, ogni anno, le violenze sessuali perpetrate ai danni delle donne, e tantomeno quale quota di esse sia costituita da stupri. Ma quel che si può affermare con sicurezza è che il numero annuo di denunce (circa 6500) è in aumento sia rispetto a pochi anni fa, sia rispetto a diversi decenni fa (prima del 1995 erano circa 1000 all’anno). E mentre si può ipotizzare che, nel lungo periodo, tale aumento sia anche dovuto a una crescita della propensione a denunciare, molto più difficile è spiegare in questo modo le variazioni di brevissimo periodo: subito prima del Covid (2019) le violenze sessuali erano meno di 5000, nel 2024 sono più di 6500. Difficile spiegare un’impennata simile solo con una maggiore propensione delle donne a denunciare.

Da che cosa dipendono questi drammatici andamenti? Perché sono così diversi dalla curva dei femminicidi?

Non ci sono, per ora, abbastanza dati per tentare una spiegazione ampia e rigorosa. Perciò mi limito ad indicare alcune possibili radici dell’aumento di questo tipo di violenza sulle donne (stupri e violenze sessuali).

Una prima ipotesi è che un ruolo lo abbia giocato la lunga parentesi del Covid, un periodo da cui non pochi – specie nel mondo giovanile – sono usciti con un sentimento di frustrazione, rivalsa, volontà di possesso e affermazione di sé. Sotto questo profilo l’aumento delle violenze sessuali potrebbe essere considerato affine, nelle sue motivazioni più o meno inconsce, all’aumento della criminalità di strada: rapine, scippi, aggressioni, accoltellamenti.

Una seconda ipotesi, complementare alla prima, è che l’esplosione delle violenze sessuali sia connessa alla maggior diffusione, forse anch’essa in reazione alle frustrazioni del triennio Covid, delle droghe “ricreative” o “della festa” (party drugs), non solo cocaina ma anche ketamina e MDMA. Non sappiamo se vi sia un nesso con l’aumento delle violenze sessuali, resta il fatto che le analisi più recenti delle acque reflue di Milano testimoniano che effettivamente è in atto una crescita del consumo di alcune di tali droghe.

Se questa diagnosi avesse qualche fondamento, forse all’imprescindibile opera di sensibilizzazione condotta dai media e dalle istituzioni formative, andrebbe affiancata una decisa azione di informazione e contrasto sui pericoli dell’uso di alcol e stupefacenti. Insomma, affiancare all’educazione sessuale e sentimentale, una risoluta battaglia contro la “cultura dello sballo”. Abbandonando una volta per tutte e per sempre lo sciagurato slogan progressista “viva le devianze”.

[articolo uscito sul Messaggero il 26 novembre 2025]




Il volto inquietante dei servizi sociali – Bimbi nel bosco

Credo siano pochi a non aver avuto notizia della vicenda dei “bambini nel bosco”: tre ragazzini (da 6 a 8 anni) separati dai genitori e accompagnati con la forza (da assistenti sociali e carabinieri) in una casa-famiglia. E credo pure che siano pochi, fra quanti hanno avuto notizia della vicenda, che non si siano fatti un’opinione, magari poco informata sui fatti, riguardo all’opportunità o meno di questa separazione.

Per mettere subito le carte in tavola, ammetto che la mia simpatia va alla famiglia nel bosco, non ai servizi sociali, ma sono pronto a ricredermi se emergessero fatti nuovi, finora sconosciuti o ignorati. Qui quello di cui vorrei parlare sono alcune questioni di principio che si pongono comunque, a prescindere dalla vicenda particolare.

L’ordinanza cautelare non è fondata sul pericolo di lesione del diritto dei minori all’istruzione, ma sul “pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione”, lesione potenzialmente portatrice di “gravi conseguenze psichiche ed educative a carico del minore”. Tale diritto “alla vita di relazione” si fonderebbe nientemeno che sull’articolo 2 della Costituzione. E allora leggiamolo, questo articolo 2:

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Come si vede non c’è alcun riferimento alla vita di relazione, ma si fa genericamente riferimento al fatto che i diritti inviolabili dell’uomo vanno garantiti anche “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

Prima questione. Può un giudice, da questa formulazione ultra-generica, dedurre che la vita di relazione dei tre bambini, che si svolge in famiglia e presso le famiglie limitrofe (purché non avvezze a dare un cellulare ai loro figli), è gravemente limitata? Se un giudice può permettersi una simile interpretazione ultra-estensiva e decisamente soggettiva, allora dovremmo dedurne che un altro giudice, sempre sulla base del medesimo articolo 2 della Costituzione, potrebbe imporre a chiunque di prestare attività di volontariato o servizio sociale, in ossequio ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Insomma: non è un po’ eccessiva la libertà che i giudici si sono presi?

Seconda questione. Ammettiamo per un momento che un’educazione dei figli fondata sul rapporto con la natura e sull’evitamento dei pericoli della vita scolastica e sociale (bullismo, dipendenza, droghe, violenza) possa effettivamente produrre in futuro “gravi conseguenze psichiche ed educative”. Resterebbe da rispondere a due domande:

  • i pericoli (generici) ventilati dagli assistenti sociali sono più gravi dei pericoli da eccesso di socializzazione, da cui l’educazione naturale li protegge?
  • siamo sicuri che il trauma certo che la separazione forzata dai genitori e l’allontanamento dalla casa nel bosco producono sia meno grave dei traumi (ipotetici) evocati dagli assistenti sociali?

Non è finita. Nell’ordinanza si afferma pure che “l’assenza di agibilità e pertanto di sicurezza statica, anche sotto il profilo del rischio sismico e della prevenzione di incendi, degli impianti elettrico, idrico e termico e delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità dell’abitazione, comporta la presunzione ex lege dell’esistenza del pericolo di pregiudizio per l’integrità e l’incolumità fisica dei minori”. Non occorre andare nei campi Rom (come suggerisce Salvini), ma basta fare un giro per gli alloggi popolari delle maggiori città italiane per constatare che esattamente i medesimi rilevi, e talora pure qualche rilievo in più, si applicano a decine di migliaia di famiglie, delle cui condizioni abitative né i Comuni né i servizi sociali sembrano preoccuparsi più di tanto. E dire che molte situazioni di grave degrado e di pericolo per i minori sono arcinote e si vedono a occhio nudo.

Di qui una terza questione. In un paese in cui i magistrati amano trincerarsi dietro l’obbligatorietà dell’azione penale, e i media forniscono quotidianamente innumerevoli notizie di reato sul degrado delle periferie, come mai tanta solerzia verso i diritti di tre  “bambini nel bosco”, desocializzati ma felici, e completo disinteresse per i bambini delle periferie urbane, ultra-socializzati ma non di rado costretti a vivere in abitazioni fatiscenti?

Infine, forse la questione più importante: da dove viene tanta arroganza dei servizi sociali, da dove viene la presunzione che lo Stato abbia non solo il diritto ma il dovere di intromettersi nelle scelte educative dei genitori?

Anziché forzare il senso dell’articolo 2 della Costituzione, forse i magistrati avrebbero dovuto rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948), che all’articolo 26, comma 3, recita: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”.

[articolo uscito sulla la Ragione il 25 novembre 2025]




Quel che non funziona a sinistra

  1. Professore, la sinistra italiana si è innamorata del nuovo sindaco di New York, Mamdani. Si cercano nuovi campioni da cui « ripartire » ?

Può darsi, l’ha già fatto Prodi con Clinton (ricordate l’Ulivo mondiale?), Veltroni con Obama (“Yes, we can”), Renzi con Tony Blair e la Terza via (ispirata dal sociologo Anthony Giddens). C’è una differenza cruciale, però, fra ieri e oggi: nessuno degli aspiranti leader del campo largo ha un prestigio comparabile a quello che – ciascuno nella sua epoca – avevano Prodi-Veltroni­-Renzi.

  1. Al fondo, c’è la mancanza di una identità definita ? Il Pd sembra non aver ancora deciso che cosa diventare… Che cosa è andato storto, in quel progetto ?

 

Su questo le diagnosi si sprecano, mi sembra superfluo farne un elenco. Io però ne aggiungerei una di cui non si parla mai: il Pd è nato all’insegna dell’inclusione, ma la sua pratica politica è sempre stata altamente escludente, e quindi incapace di attirare nella propria orbita nuovi strati sociali, come sarebbe stato imprescindibile per una forza che proclama di avere una “vocazione maggioritaria”.

  1. In che senso la pratica del Pd è stata escludente?

Nonostante i buoni propositi di Veltroni, il Pd non si è mai liberato del complesso di superiorità morale che da sempre affligge la sinistra. Ma come puoi pensare che gli altri si decidano a votarti se li tratti come eticamente inferiori, rozzi, barbari, disumani?

Io denunciai questa deriva esattamente 20 anni fa nel mio libro Perché siamo antipatici? (sottotitolo: La sinistra e il complesso dei migliori), ma devo constatare che – a dispetto degli sforzi di Veltroni – le cose da allora sono ulteriormente peggiorate, specie dopo il 2019 e la crisi degli sbarchi. Da quel momento in poi, anche per responsabilità della “sinistra culturale” di Saviano-Scurati-Murgia eccetera, il conflitto politico è stato via via eticizzato – noi i buoni, loro i cattivi – con il risultato di allontanare dalla sinistra gran parte degli elettori incerti, moderati o contendibili.

  1. Romano Prodi non sa più come dirlo. Lo ha scritto due volte in dieci giorni: Schlein è inadeguata, non può sfidare Giorgia Meloni per la premiership. Ha ragione ?

Ma certo che ha ragione, anche perché l’economia esiste: l’idea che a gestirla sia una persona che mostra di non conoscerla e non capirla è terrificante.

  1. E i riformisti ? La minoranza dem avrebbe, sulla carta, praterie elettorali. Poi però non riesce ad esprimersi, non esprime leadership.

Il riformismo non è un ideale politico forte, un ideale che ti fa sognare. Per il gruppo dirigente attuale del Pd è addirittura una colpa, un marchio di infamia. E il Jobs Act è il peccato originale, la colpa da lavare nel sangue. La Schlein ha vinto le primarie presentandosi come Cristo Redentore, sceso nel Pd per purificare la sinistra dalla macchia con cui Renzi, novello Adamo (o Eva ?), ne aveva sporcato l’immacolato candore.

  1. Se si facessero le primarie per il leader della coalizione su cui puntare come premier, vincerebbe Schlein, Conte o un terzo incomodo, per esempio Landini?

Landini verrebbe immediatamente liquidato dall’establishment politico-economico-mediatico non tanto per il suo estremismo, bensì per la sua evidente impreparazione.

Fra Schlein e Conte penso vincerebbe Conte, perché ha due assi nella manica importanti.

  1. Quali?

Primo: è già stato presidente del Consiglio e ha dimostrato di saper fare quel mestiere (personalmente non ne ho apprezzato le scelte, ma riconosco il physique du rôle, che non intravedo nella movimentista Elly Schlein).

Secondo: ha capito che, se continua a ignorare i temi della sicurezza e dell’immigrazione, la sinistra non può vincere le elezioni.

Detto per inciso, a sospingere Conte e i Cinque Stelle in questa direzione sono due donne: Sahra Wagenknect, ospite d’onore “rossobruna” alla costituente Nova di un anno fa, e Chiara Appendino, che ha appena rilasciato un’intervista-bomba su “sinistra e sicurezza”.

  1. C’è chi punta, un po’ alla cieca, sulla giovane sindaca di Genova, Ilaria Salis. La sua forza sta nell’essere ancora poco conosciuta?

Sì, se sei nuova, giovane, di bell’aspetto, non zavorrata dagli (inevitabili) errori di una carriera politica precedente, hai un indubbio vantaggio. Ma il fattore fondamentale a me pare un altro: il grigiore di tutti i suoi rivali riformisti.

  1. Al centro intanto qualche novità c’è. Il movimento Più Uno di Ruffini, i Liberaldemocratici di Marattin sono velleitari o possono trovare uno spazio, nelle more delle necessarie riforme elettorali?

Sono velleitari. Se non altro perché a occupare quello spazio c’è già Azione di Carlo Calenda.

10. Su Gaza c’è stata una campagna violenta, sfociata nell’antisemitismo, che in troppi hanno cavalcato a sinistra. Sembra che la tregua sia andata di traverso a molti che scommettevano sulla guerra…

Sì, però era una scommessa utile solo agli imprenditori del rancore anti-sistema e anti-occidentale. Per la sinistra ufficiale, che aspira a tornare al governo, il perdurare di quelle manifestazioni violente e anti-semite sarebbe stato un disastro.

11. La sinistra ha bisogno di un nemico, per vincere? Non riuscendo a dare soluzioni costruttive, indica la sua posizione tramite antinomie. Prima c’era Berlusconi. Ora con Meloni si è fatta più dura. Servono nemici internazionali, icone, totem diversi?

Sì, la sinistra ha sempre bisogno di un nemico. Ma non per vincere, bensì per consolidare la propria identità. Una identità che, ormai, non si fonda su un progetto economico-sociale per l’Italia, bensì sulla proterva convinzione di rappresentare « la parte migliore del paese », quella che sta « dalla parte giusta della storia ».

12. Alle prossime elezioni secondo lei vedremo candidati a sinistra, Sigfrido Ranucci, Francesca Albanese o Maurizio Landini ? Il prerequisito delle star a sinistra sembra quello di non aver mai fatto alcuna politica nei partiti.

Certo, le star devono essere pure e immacolate, non compromesse con le brutture della politica. Solo che poi, a un certo punto vicino ai 60 anni, arriva l’età della pensione, e la politica – che regala pensioni d’oro – diventa improvvisamente e miracolosamente utile. E addio purezza.

13. Quanti anni ancora, secondo lei, governerà Giorgia Meloni in questo contesto?

Sei e mezzo (se non si stufa prima).

(Intervista rilasciata al Riformista, pubblicata il 18-11-2025)




A proposito di lotta ai femminicidi – Sul sessismo dei media

Se si vuole combattere un fenomeno negativo, è più utile darne una descrizione esatta, o deformarlo in base alle proprie esigenze politico-narrative?

Come sociologo e analista dei dati la mia risposta è netta: meglio raccontare le cose in modo esatto, e quindi avalutativo. È questa, del resto, una delle lezioni della grande sociologia europea, da Max Weber (difensore della avalutatività) e di Norbert Elias (per il quale non si può capire la realtà se si è coinvolti politicamente).

Di questa lezione, purtroppo, buona parte dei media se ne fanno un baffo. I fenomeni che si deprecano e che si vuole (o si finge di volere) debellare sono sistematicamente deformati, qualche volta addirittura capovolti, a fini politici. Ne abbiamo avuto un esempio recente con i resoconti delle audizioni della Banca d’Italia e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) sulla Legge finanziaria, resoconti che hanno messo in bocca alle due autorevoli istituzioni diagnosi e critiche che non erano mai state pronunciate. Ma l’esempio che più mi colpisce sono i titoli con cui viene presentato il fenomeno dei femminicidi. Faccio tre esempi, fra i tantissimi che potrei richiamare.

Primo esempio. Qualche settimana fa sul sito del Tgcom24 leggo il seguente titolo “non si ferma la violenza nei confronti del genere femminile: il numero delle vittime continua a salire”. Poi vado a leggere, e scopro che l’articolo spiega dettagliatamente come sia le uccisioni di donne in generale, sia le uccisioni di donne per mano del partner o dell’ex partner siano crollate fra il 2° e il 3° trimetre del 2025. In breve: la notizia è che le uccisioni di donne sono in netto calo, ma il titolo dell’articolo dice esattamente il contrario: “il numero delle vittime continua a salire”. Perché? Poiché non ho motivo di pensare che il titolista sia in malafede, non posso che concludere che il titolo drammatizzante sia dovuto a una combinazione di sciatteria (faccio il titolo senza leggere l’articolo) e di conformismo (mi hanno così tanto riempito la testa con l’aumento “esponenziale” dei femminicidi che non riesco a concepire che possano essere in diminuzione).

Secondo esempio. Qualche giorno fa sul quotidiano La Stampa, in una pagina volta a convincere i lettori dell’assoluta necessità di introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, viene riportata con grande evidenza una dichiarazione di una esponente del Pd che afferma: “Ciò che dovrebbe far paura è la mattanza di donne che vediamo quotidianamente”. Di nuovo: perché deformare il fenomeno con l’uso di una espressione ‘mattanza quotidiana’ che non lo descrive ma lo deforma? Il termine ‘mattanza’ rimanda alla fase finale della pesca del tonno, con centinaia di esemplari confinati e crudelmente uccisi. Potrebbe andar bene – forse – per descrivere eccidi che hanno come vittime decine o centinaia di donne, e che si ripetono giorno dopo giorno (come può accadere in una guerra). Ma nelle società come la nostra. Fortunatamente, le uccisioni di donne non sono di gruppo, e non sono quotidiane (in 2 giorni su 3 non viene uccisa alcuna donna).

Perché dunque usare un’espressione, “mattanza quotidiana”, del tutto inappropriata? Chi la usa teme che, se non lo facesse, la nostra indignazione di lettori non traboccherebbe con sufficiente impeto? Ci considera così poco umani, così poco intelligenti, da doverci educare con fiumi di retorica e indignazione?

Terzo esempio: le foto in prima pagina. Ma come è possibile che i quotidiani (e i siti internet) ritengano degni di attenzione, esecrazione, pensose riflessioni solo i casi in cui la vittima è giovane e carina?

La ragione – ci viene risposto – è che sono proprio le ragazze le principali vittime dei femminicidi. Ed è l’incapacità del giovane maschio ad accettare un rifiuto la causa delle uccisioni. Ecco perché dobbiamo introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole: per insegnare ai giovani virgulti a rispettare le decisioni delle loro partner.

Peccato che un quadro del genere, ripetuto ossessivamente da quasi tutti i principali media,

sia del tutto falso. La maggior parte dei femminicidi non riguarda ragazze, e nemmeno giovani donne. L’età media delle vittime si aggira sui 55 anni. Più di metà dei casi ha 50 o più anni. Molte sono sopra i 60 o sopra i 70. Però, di norma, non sono sufficientemente fotogeniche ed evocative per il lavoro dei media. Non permettono di raccontare la solita fiaba-horror stereotipata: lui era possessivo e immaturo, lei lo ha lasciato, lui non ha sopportato l’affronto.

Ancora una volta: a che pro deformare la realtà? Possibile che i media non abbiano alcun interesse a capire il fenomeno, posto che proclamano di volerlo combattere? Che cosa fa loro pensare che darne una rappresentazione parziale e gravemente deformata aiuti a sconfiggerlo? Che cosa li autorizza a trascurare le vittime mature o anziane? Come possono combattere sessismo e ageismo se sono le loro stesse pratiche a discriminare chi non è sufficientemente giovane e bella?

Eppure, se davvero vogliamo combattere contro le uccisioni di donne, dovremmo prima di tutto capire a fondo il fenomeno, anziché accontentarci di esecrarlo. Dovremmo, ad esempio, provare a rispondere a queste due domande:

1 – perché, in Europa, tutti i paesi che hanno introdotto l’educazione sessuale nelle scuole hanno più femminicidi dell’Italia, che invece non la ha ancora introdotta?

2 – perché, fra i paesi occidentali, l’Italia è quello con il numero di femminicidi per abitante più basso?

[articolo uscito sulla Ragione il 17 novembre 2025]