Devianza giovanile – I dati ignorati

Di questione giovanile, da qualche settimana, si sta tornando a parlare non semplicemente sull’onda di episodi di cronaca, ma sulla base di analisi sistematiche condotte da studiosi e centri di ricerca.

A questa ripresa di attenzione hanno dato un impulso notevole l’uscita dell’ultimo libro di Haidt, La generazione fantastica (seguito e capovolgimento del suo fortunatissimo La generazione ansiosa) e il rapporto (Dis)Armati dell’organizzazione benefica Save the Children.

Due contributi entrambi utilissimi, ma che – come altri consimili – mi colpiscono anche per le loro omissioni. È come se, quando si parla di un tema sensibile come la devianza giovanile, scattassero in modo automatico dei semafori che ci spronano a considerare certi aspetti, ma anche ad ignorarne altri, come se i secondi offuscassero i primi.

Nel caso della vasta letteratura psicologica sul disagio giovanile, ad esempio, mancano quasi sempre – accanto alle riflessioni sui danni esistenziali dell’iperconsumo di internet – analoghe riflessioni sui danni cognitivi. Eppure la letteratura al riguardo è cospicua, e piuttosto univoca. Il crollo della capacità di concentrazione, di comprensione e di ragionamento astratto è ben documentato, ma non sembra attirare la medesima attenzione che suscitano i disturbi psicologici come ansia, depressione, autolesionismo. I genitori sono preoccupati della serenità (attuale) dei figli, ma non sembrano prendere sul serio i danni (futuri) che ai medesimi figli deriveranno da una scuola e un’università sempre meno esigenti, a loro volta condizionate dalla perdita progressiva della capacità di leggere libri (un tema opportunamente sollevato dall’ultimo numero della rivista “Vita e pensiero”). Un trend, quello del declino delle capacità cognitive, che tocca la maggior parte delle società avanzate, come documentano le serie storiche dei test di intelligenza, ancora crescenti verso la fine del secolo scorso, ma inesorabilmente decrescenti in questo (si chiama “effetto Flynn inverso”, dall’autore che – nell’età dell’oro – si era accorto che il livello medio del QI era in salita costante).

Un analogo strabismo induce gli psicologi che si occupano di disturbi internalizzanti (che si rivolgono verso l’interno), a distogliere lo sguardo dai disturbi esternalizzanti (che si rivolgono verso l’esterno), come se anche questi non fossero in aumento, e quasi che menzionare anche la crescita della violenza giovanile rischiasse di intorbidare il quadro romantico di una gioventù fondamentalmente vittima, afflitta dalle ingiustizie sociali e dall’indifferenza del mondo adulto.

Sotto questo profilo, per certi versi, è più realistico (e informativo) il ritratto della gioventù tracciato da Save the Children, che pur sposando una tesi politica ben precisa (non c’è un’emergenza devianza giovanile, molte colpe sono della società, la repressione è inutile e incostituzionale), ha il pregio di fornire molti dati inediti, anche se non tutti coerenti con l’afflato umanitario del rapporto (Dis)Armati, che già nel titolo fa intuire il quadro che ambisce a dipingere: i giovani, è vero, sono spesso armati e violenti, ma in realtà sono disarmati di fronte a un mondo difficile che non li capisce.

Quello che mi ha fatto riflettere, però, è come anche in questo caso l’attenzione degli studiosi

non riesca a liberarsi dei propri presupposti ideologici. Nel rapporto di Save the Children ci sono ogni sorta di dati, per lo più interessanti e ben illustrati, ma quando i dati rischiano di confliggere con il tono generale del rapporto, comprensivo e non eccessivamente allarmato, vengono semplicemente ignorati.

Un esempio?

La infografica 3 sui reati violenti commessi da minori in Italia, basata su dati del Ministero dell’Interno non ancora pubblici. Qui il report si tappa letteralmente gli occhi, perché omette di raccontare due fatti che i suoi grafici illustrano con assoluta evidenza. Il primo è che, dal 2019 al 2024 (ultimo anno disponibile), l’aumento dei comportamenti violenti ha coinvolto anche le ragazze, e in qualche caso (minaccia e lesioni personali) è stato pari o superiore a quello dei ragazzi.

Ma il dato ignorato più clamoroso riguarda i ragazzi stranieri. Per tutti i crimini considerati (eccetto l’omicidio), l’aumento dei comportamenti violenti, già preoccupante per gli italiani, è molto maggiore per i ragazzi stranieri. In cinque anni, dal 2019 al 2024, le segnalazioni per rissa sono aumentate del 31% per gli italiani, ma del 173% (quasi triplicate) per gli stranieri. Quelle per porto abusivo di armi del 100% per gli italiani, del 220% per gli stranieri. Quelle per minaccia del 21% per gli italiani, dell’84% per gli stranieri. Quelle per lesioni personali del 35% per gli italiani, del 108% per gli stranieri.

Se consideriamo i precedenti reati nel loro insieme, il contributo dei ragazzi e delle ragazze straniere alla crescita della violenza nel quinquennio 2019-2024 sfiora il 70%, nonostante la quota di ragazzi stranieri sia dell’ordine del 10%.

Ognuno, naturalmente, è libero di leggere questi dati come preferisce, e persino di continuare a proclamare che non esiste alcuna emergenza, o che in altri paesi europei le cose vanno peggio, o che tutto dipende dall’accanimento delle istituzioni contro la violenza giovanile. E tuttavia si vorrebbe, quando si parla di disagio come quando si parla di violenza giovanili, che non si ignorassero porzioni troppo grandi della realtà, almeno quando i dati che le descrivono sono sotto i nostri occhi.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 marzo 2026]




I big dell’AI come i lemming? – Svenarsi per ChatGPT

Quando si parla delle conseguenze dell’intelligenza artificiale (AI) si entra, inevitabilmente, in un mondo para-onirico. Dato che il tema è tecnicamente ostico, e nessuno è abbastanza intelligente (e informato) per fare previsioni attendibili, il campo è dominato dalle nostre speranze e dai nostri incubi.

Gli studiosi classici fanno improbabili accostamenti con la storia dell’automazione, ripescano il movimento luddista contro le macchine, e sperano che la storia si ripeta: le macchine hanno sostituito tante persone, ma tanti lavori nuovi sono nati proprio perché c’erano le macchine.

Le giovani generazioni per lo più vedono il lato ricreativo e utilitaristico dell’intelligenza artificiale, che permette loro di avere informazioni, aiuto nello studio, consigli pratici, conforto psicologico, dritte nella vita sentimentale.

Gli utenti di servizi come cure mediche, elettricità, telefonia, stramaledicono chatbot e assistenti virtuali con cui vengono costretti a dialogare, senza mai la possibilità di parlare con un essere umano, dotato di intelligenza naturale e responsabilità.

Politici, preti, istituzioni e esperti di etica discettano sull’opportunità di mettere dei limiti all’intelligenza artificiale, specie nelle operazioni di guerra.

E poi naturalmente c’è la categoria dei consolatori-rassicuratori, che provano a tranquillizzarci con l’argomento (errato) secondo cui, come per ogni altra tecnologia, tutto dipende da chi la usa e come la usa.

Dal momento che il futuro è imperscrutabile, forse è di qualche utilità – in attesa del Paradiso o dell’Apocalisse che verranno – limitarci ad osservare alcune conseguenze che l’AI sta già producendo. Una, in particolare, mi pare degna della massima attenzione. La rete di imprese e istituzioni che produce i software di AI più importanti (ChatGPT, Claude, Grok, Gemini) sta effettuando o pianificando massicci licenziamenti dei propri dipendenti, ma non per la ragione che tutti ripetono da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, e cioè che l’AI permette incrementi di produttività che rendono superflua una parte della forza lavoro. Secondo alcuni analisti la ragione principale sarebbe la necessità di aumentare gli investimenti per costruire i nuovi data center, necessari per addestrare le versioni future dei principali software che si contendono il mercato.

Se questo fosse vero, saremmo di fronte a un fenomeno piuttosto nuovo. Una rete di grandissime aziende, che hanno una capitalizzazione dell’ordine di 10 trilioni (5 volte il Pil dell’Italia, 500 volte il valore di una nostra Finanziaria), sono costrette – per non soccombere alle imprese rivali – a effettuare investimenti enormi per aumentare la potenza dei rispettivi prodotti, il cui addestramento richiede consumi di energia spropositati e inevitabilmente crescenti. E per fare questo non si limitano a cercare capitali sul mercato e a produrre utili da reinvestire, ma sono indotte ad auto-divorarsi, dismettendo lavoratori, uffici, attrezzature, immobili, tutto per non dover chiudere domani perché un rivale più audace o più potente ha prodotto un software che sbaraglia la concorrenza.

Ecco, questo – sociologicamente – mi pare un fenomeno nuovo. È vero che la concorrenza, quando il vantaggio tecnologico di un’azienda è grande e incolmabile,  può generare un monopolio. Ma non si era mai visto che un insieme di aziende si svenassero e si auto-spolpassero per sopravvivere, come tanti lemming che si buttano dalla scogliera.

[articolo uscito sulla Ragione il 17 marzo 2026]




Quando condannare non ha senso – Scelte tragiche

Non so se è solo una mia impressione, ma mai come di questi tempi ho ascoltato tante, così frequenti, e così perentorie richieste di condannare qualcuno o qualcosa. A voler stare dietro alla pioggia di richieste che inonda quotidianamente i media, partiti e ministeri dovrebbero istituire uffici stampa appositi, attrezzati per incanalare il flusso delle intimazioni e rispondere a ciascuna di esse.

Il format della richiesta di condanna è spesso del tipo: o condanni “senza se e senza ma” il misfatto X, oppure di quel misfatto sei complice o corresponsabile. Ma ha senso questo gioco?

Talora sì. Ci sono situazioni nelle quali si può deplorare l’eccesso di richieste di condanna, ma la richiesta ha senso. Si tratta dei casi nei quali la richiesta avviene in nome di valori generalmente condivisi, ma di cui una delle parti politiche in causa non sembra preoccuparsi abbastanza. Per esempio: ha senso che, di fronte all’assalto alla CGIL (9 ottobre 2021), promosso da membri di una forza di estrema destra (Forza Nuova), la sinistra chieda alla destra di condannare quell’azione. La richiesta si basa sulla comune adesione ai valori della democrazia e della non violenza. Allo stesso modo, e per le medesime ragioni, ha senso che la destra chieda alla sinistra di condannare le violenze al corteo per Askatasuna, che pochi mesi fa hanno devastato Torino.

Queste richieste, se non diventano quotidiane e pretestuose, hanno senso perché richiamano al rispetto di valori condivisi, ma che una delle due parti accetta con qualche riserva mentale. È il caso, ad esempio, del mancato sgombero di Casa Pound (che imbarazza la destra), e delle decine di episodi di antifascismo militante, spesso diretti a impedire la libera manifestazione del pensiero (che imbarazzano la sinistra). La richiesta di condanna, in casi come questi, ha l’importante funzione di combattere il doppio standard, per cui certi comportamenti vengono stigmatizzati quando sono messi in atto dagli altri, ma tollerati o addirittura promossi se a metterli in atto è la nostra parte politica. Molto scivolosa, in particolare, è la prassi in base a cui violenza e prevaricazioni sono tollerate se messe in atto in nome di una (presunta) buona causa.

Fin qui, tutto bene. La richiesta di condanna è una sorta di check-up di democrazia, che serve a rassicurarci sul fatto che – sui valori primari: non violenza, libertà di espressione, libere elezioni – siamo tutti concordi. Possiamo dividerci su alcune scelte di fondo, ma le regole di base tengono, in quanto accettate dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

C’è un caso, tuttavia, in cui la richesta di condanna è insensata, e anzi è pericolosa per la democrazia. Ed è quando si esige da tutti un posizionamento univoco in  materie o situazioni che non lo consentono. Queste materie e situazioni, nelle scienze sociali, hanno ricevuto un nome preciso – tragic choices, o scelte tragiche – da quando due grandi giuristi americani, Guido Calabresi e Philip Bobbit, dedicarono loro un libro fondamentale. E dopo l’uscita di quel libro (nel 1978) hanno attirato l’attenzione di psicologi, filosofi, persino matematici, che si sono dedicati a studiare la logica delle situazioni in cui si sbaglia quale che sia la scelta che si compie.

L’archetipo di queste situazioni è ovviamente la tragedia greca, nella quale l’eroe è costretto a scegliere e qualsiasi scelta compia avrà conseguenze fatali per lui o per la sua gente; ma la circostanza interessante è che, secondo Calabresi e Bobbit, queste situazioni – nelle società moderne – sono destinate a moltiplicarsi. Le società moderne hanno un “eccesso di valori”, e proprio per questo sono sempre meno in grado di proteggere simultaneamente tutti i loro valori più profondi. Succede nella lotta al terrorismo (torturare un terrorista per evitare una strage imminente?), è successo con il Covid (limitare la libertà di movimento per proteggere la salute?), ma succede più che mai nelle relazioni internazionali, che pongono continuamente i decisori politici di fronte a scelte tragiche.

Hanno fatto bene la Nato (e D’Alema) a bombardare Belgrado per proteggere i musulmani in Kosovo? E che dire della destituzione a suon di bombe del dittatore Gheddafi? E degli interventi americani in Afghanistan e Iraq, che illusero per poi deluderle le donne di quei paesi? E la reazione di Israele ad Hamas? E il nostro tiepido sostegno all’Ucraina?

Sono tutte situazioni in cui, qualsiasi cosa si faccia, si paga un prezzo a qualche principio – la pace, la democrazia, la libertà di espressione, il diritto internazionale – ritenuto fondamentale. È del tutto naturale che ciascuno di noi, secondo la sua storia e la sua sensibilità, ritenga più prezioso un principio rispetto a un altro. E il caso dell’Iran è paradigmatico: anche lì non esiste una scelta che preservi tutti i valori in gioco.

Possiamo preferire che donne e studenti iraniani siano perseguitati dal regime, piuttosto che prenderci la briga di violare il diritto internazionale. Ma possiamo anche, come la maggior parte dei giovani iraniani in esilio, preferire la caduta di un regime sanguinario al mero rispetto del diritto internazionale. Possiamo sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, o abbandonarlo al suo destino in nome dei nostri nobili valori pacifisti. E così per tante altre questioni che ci pongono di fronte a dilemmi tragici, ossia tali che qualsiasi scelta compiamo è sbagliata.

Ecco perché, in queste situazioni, la richiesta di condannare una scelta altrui è illogica: quando sono in gioco due valori fondamentali, non c’è modo di stabilire quale è più importante dell’altro. Possiamo, quella scelta, non condividerla, criticarla, combatterla, ma senza mai dimenticare la sua natura: quando le scelte sono tragiche, non ci sono buoni e cattivi.

[articolo uscito sul Messaggero il 14 marzo 2026]




Referendum e bambini nel bosco

Sembra incredibile, ma vicende come quella di Garlasco e quella dei “bambini nel bosco” continuano a occupare una quota sproporzionata dell’attenzione pubblica sui giornali, sulle tv, sui siti. Siamo sull’orlo di una catastrofe geopolitica, ma la gente continua a appassionarsi a queste due vicende.

C’è una differenza importante, tuttavia. La vicenda di Garlasco ripropone un tema arcinoto e arcivecchio, quello degli errori giudiziari, purtroppo frequenti e quasi sempre impuniti.  Quella dei bambini nel bosco, trascinati con la forza in una “residenza protetta”, pone invece un problema relativamente nuovo: quello dell’intromissione dei poteri pubblici nella vita privata delle famiglie. L’elemento comune fra le due vicende è che entrambe chiamano in causa la magistratura, accusata nel primo caso di non aver svolto le indagini (e analizzato le prove) con il dovuto scrupolo e la dovuta perizia, e nel secondo di avere provocato un danno psicologico ed esistenziale ben più grave del danno che l’allontanamento dei bambini dalla casa nel bosco (e dai genitori) si prefiggeva di evitare.

Solo il tempo ci dirà – forse – che cosa è veramente successo nei due casi. Quello che però forse possiamo ipotizzare fin da ora è che queste due vicende, ben più di centinaia di altre meno note vicende di non-giustizia, un impatto politico finiranno per averlo. Entrambe, infatti, gettano discredito sull’operato dei magistrati. E non si può pensare che il discredito del sistema giudiziario, specie se attizzato da vicende coinvolgenti e ad alto tasso di copertura mediatica, sia privo di effetti politici.

Un effetto ovvio, anche se non immediato, è quello di rafforzare il racconto di Giorgia Meloni e delle forze di governo in materia di criminalità e immigrazione. Fondate o no che siano, le accuse ai magistrati di remare contro gli sforzi delle forze dell’ordine non possono non entrare in risonanza con le evidenti anomalie emerse nei casi Garlasco e bambini nel bosco. Tanto più se si pensa che quelle anomalie, lungi dall’essere un’eccezione amplificata dal circo mediatico, sono semmai la punta dell’iceberg, come ha ben documentato Stefano Zurlo nel suo ultimo libro (Senza giustizia, Baldini e Castoldi).

Ma forse l’effetto più importante (e immediato!) potrebbe essere quello di contribuire all’esito del referendum sulla separazione delle carriere. Come i sondaggisti hanno ben spiegato negli ultimi due mesi, l’esito del referendum dipenderà dal tasso di partecipazione. La chiamata alla mobilitazione da parte della sinistra ha già convinto l’elettorato progressista ad andare a votare, e a votare no. L’elettorato conservatore,  invece, è meno mobilitato, sia perché Giorgia Meloni non è ancora scesa in campo, sia perché in generale il popolo di destra ha una visione scettica e disincantata della competizione politica, e perciò stesso è meno sensibile agli appelli e alle “chiamate alle armi”. E poiché l’elettorato di destra è nettamente schierato per il sì (più di quanto quello di sinistra lo sia per il no), è al suo comportamento – astensionista o partecipativo – che è appeso l’esito del referendum.

Se una quota significativa degli indecisi di destra si astenesse, la vittoria potrebbe arridere al no. Se la maggior parte di coloro che non hanno ancora deciso se votare andassero al voto, prevarrebbe nettamente il sì. Infine, se solo una parte degli indecisi di destra si recasse al voto, l’esito si deciderebbe sul filo di lana.

È uno degli aspetti curiosi di questo referendum: il riesplodere, a pochi giorni dal voto, della vicenda dei bambini nel bosco, con il suo strascico di decisioni tanto crudeli quanto incomprensibili all’opinione pubblica, potrebbe risultare la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

[articolo inviato alla Ragione l’8 marzo 2026]




Una definizione difficile – Antisemitismo

Quello della lotta ai crimini d’odio è uno dei temi più spinosi del nostro tempo. Uso l’aggettivo ‘spinosi’ di proposito, per dire che chi prova a maneggiare quel tema inevitabilmente si punge. Succede quando si parla di immigrati, succede quando si parla di islamici, succede quando si parla di ebrei. E succede per una ragione ben precisa: qualsiasi posizione si assuma, si è soggetti a critiche forti, legittime, anzi inevitabili.

Parlo naturalmente anche di me stesso. Istintivamente io tifo per la libertà di opinione, e pure per la “libertà di sentimento”, e tendo a pensare che la libertà di espressione o è totale o non è. Non penserei mai, ad esempio, di censurare un libro come le Lezioni sull’odio di Michela Murgia, nonostante lo consideri profondamente sbagliato e diseducativo (semmai inviterei a leggere Fermare l’odio di Luciano Canfora).

Poi però, riflettendo sui casi concreti, mi rendo conto che ci sono circostanze in cui un limite ai discorsi d’odio andrebbe posto. Capisco quindi perfettamente lo spirito del disegno di legge di Graziano Delrio contro l’antisemitismo, e ancor più l’appello di Liliana Segre a non dividersi su un tema così cruciale.

Il vero problema è quale tipo di limite va posto e chi è autorizzato a farlo rispettare. Il punto critico, dove tutti corriamo il rischio di pungerci, è nel passaggio dai discorsi d’odio ai crimini d’odio. Trasformare un comportamento verbale discutibile, sbagliato, offensivo, immorale in un reato è sempre un passaggio molto delicato, perché comporta la fissazione di un confine fra due tipi di libertà egualmente irrinunciabili: la libertà di chi esprime una posizione, e la libertà di chi da quella posizione risulta minacciato. E la fissazione di quel confine è un’operazione non solo politicamente sensibile, ma anche tecnicamente difficile. Di tale difficoltà il disegno di legge Del Rio fornisce un’illustrazione perfetta, direi da manuale. Vediamo perché.

Per perseguire l’antisemitismo, come è ovvio, occorre darne una definizione. Se la legge intende punire il colpevole di antisemitismo, è assolutamente necessario disporre di una definizione di antisemitismo che sia chiara, non ambigua, e soprattutto applicabile con minimi margini di incertezza da chi è chiamato a farlo. In metodologia della ricerca (la disciplina che ho insegnato per tanti anni) esiste un concetto che riassume tutti questi requisiti: il concetto di definizione operativa, messo a punto dal fisico americano Percy Bridgman nel 1927. Per definizione operativa si intende una procedura che consente di mettere d’accordo più osservatori sullo stato di un determinato ente (quell’individuo “è povero”, questo paese “è una democrazia”), neutralizzando la vaghezza e l’indeterminatezza del linguaggio naturale. I concetti con cui ci esprimiamo sono quasi sempre vaghi, imprecisi, sfocati, o mal definiti (fuzzy), e proprio per questo – quando si fa ricerca o si formulano le leggi – occorre renderli ragionevolmente precisi (i giuristi in proposito parlano di determinatezza e tassatività).

La cosa interessante è che il disegno di legge Delrio pare recepire pienamente queste esigenze quando, fin dall’articolo 1, afferma: “Ai fini della presente legge si applica la definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA)”. Ma è qui che cominciano i problemi. La definizione IHRA non solo non possiede i requisiti di una definizione operativa, ma non è nemmeno una definizione. La prima parte recita: “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Uno studente del primo anno di sociologia che la indicasse come esempio di definizione operativa sarebbe bocciato senza indugio. A chiunque è evidente che “una certa percezione” non significa nulla se non si specifica in modo preciso quale percezione (e come la si accerta), e il fatto che possa essere espressa come odio non è certo sufficiente a individuarla, essendo un’eventualità che può attenere a innumerevoli percezioni. Né è di maggiore aiuto la seconda parte della definizione, quando si limita a constatare che “manifestazioni verbali e fisiche di antisemitismo sono dirette verso Ebrei e non Ebrei o verso le loro proprietà, verso istituzioni comunitarie o edifici di culto ebraici”.

In breve, la definizione operativa invocata dal disegno di legge Delrio non è affatto una definizione operativa, né l’IHRA ha mai preteso che lo fosse (nei suoi documenti si parla semmai di “definizione di lavoro”, concetto vago ma meno impegnativo). Il guaio è che, proprio per rendere efficace la lotta all’antisemitismo, di qualcosa che si avvicini a una definizione operativa, o quantomeno rispetti i requisiti giuridici di determinatezza e tassatività, abbiamo assolutamente bisogno.

Che la pseudo-definizione IHRA (ma anche altre che talora vengono invocate) non abbia tali requisiti è noto e da tempo segnalato da storici e studiosi di diverso orientamento. È strano che di questo dibattito, che dura da anni, il disegno di legge sull’antisemitismo non abbia minimamente tenuto conto.

Di qui alcune conseguenze paradossali. È vero che le critiche dell’opposizione al disegno di Legge sono strumentali, e essenzialmente volte a tutelare i movimenti pro-Pal comprese le frange più estreme, ma è altrettanto vero che a fornire argomenti all’opposizione è stata anche la vaghezza e l’elasticità della definizione di antisemitismo. Nello stesso tempo è vero che, proprio per combattere efficacemente l’antisemitismo, le forze che sostengono il Ddl Delrio farebbero bene ad accettare il lato razionale delle obiezioni dell’opposizione, e a dotarsi al più presto di una definizione operativa ben formulata.

Non bisogna dimenticare, infatti, che il Ddl – per garantire sorveglianza e sanzioni sulle opinioni espresse da cittadini e utenti – chiama in causa una serie di autorità (a partire dall’AGCOM). Sarebbe il colmo che, dopo avere per anni stigmatizzato l’arbitrio con cui alcuni giudici interpretano la legge, fossero le forze di governo stesse ad ampliare la discrezionalità di chi – giudici, piattaforme, autority varie – è chiamato a valutare che cosa è antisemitismo e che cosa non lo è.

[articolo uscito sul Messaggero il 7 marzo 2026]