Le due italie

Questa elezione non somiglia a nessuna di quelle della storia della Repubblica. Mai era successo che le forze antisistema (o percepite come tali) ottenessero la maggioranza dei consensi, mai era successo che il principale partito di destra e il principale partito di sinistra venissero scavalcati da partiti concorrenti più radicali. E questo esito, bisognerà prenderne atto, non è un frutto della legge elettorale: è lo specchio fedele delle scelte politiche dell’elettorato.

Il voto italiano, dunque, sembra nuovissimo e rivoluzionario. A ben vedere, tuttavia, lo è molto meno di quanto appare. Per certi versi, anzi, è un ritorno nella norma, e forse persino un ritorno al passato.

Ritorno nella norma, innanzitutto. Il dato che più ha colpito, e più fa discutere, è il netto sorpasso dei Cinque Stelle rispetto al Pd. Nel 2013 questi due partiti avevano ottenuto circa il 25% a testa, oggi i voti dei Cinque Stelle sono quasi il doppio di quelli del Pd. E, anche volessimo rendere il confronto meno umiliante per la sinistra tradizionale, e decidessimo di sommare tutti i partiti di centro-sinistra, dal Pd a Più Europa fino a Leu, il risultato non sarebbe consolante per il Pd: con il suo 26.2% la sinistra tradizionale resta ampiamente al di sotto del 32.7% dei Cinque Stelle. Ma è una stranezza, questo?

Non in Europa. Se si eccettua l’importante caso del Regno Unito, dove Corbyn sta guidando un partito laburista decisamente spostato a sinistra e privo di concorrenti, la sinistra tradizionale è quasi sempre sfidata da un partito “più a sinistra”, o comunque percepito come tale. In Francia i socialisti sono praticamente dissolti e brilla la stella di Mélenchon, leader di “La France Insoumise”. In Spagna Podemos e Izquierda Unida contendono il primato ai socialisti. In Grecia Syriza di Tsipras ha ormai soppiantato il Pasok, il vecchio movimento socialista di Papandreou. In Germania i socialdemocratici sono al minimo storico, un pelo sopra il 20%, e pesano più o meno quanto le due liste radicali della Linke e dei Verdi. Insomma, voglio dire che il Pd di Renzi, inebriato e drogato dal 40.8% delle Europee del 2014, era l’eccezione, non la regola. Ora siamo nella norma anche noi, qui in Italia.

La realtà è che le istanze di sinistra, dopo la lunga crisi iniziata nel 2007, ormai hanno quasi ovunque due espressioni: una tradizionale, che piace soprattutto ai ceti medi più o meno istruiti, urbanizzati e “riflessivi”, ed una populista, che attira il consenso dei ceti popolari e di chi si sente escluso. Questa spaccatura, in Italia, non contrappone il Pd agli altri, ma tutta la sinistra, compresi i radicali e Leu, al Movimento Cinque Stelle. E dentro questa spaccatura, il fatto curioso è che Pd e lista Bonino, che sembrano il vecchio, sono la componente più modernizzatrice ed europeista, mentre il Movimento Cinque Stelle, che sembra il nuovo, è la componente più anti-europea e anti-moderna, non a caso imbevuta di arcaismi come l’utopia della “decrescita felice”, di nostalgie come il culto di Berlinguer, di parole d’ordine stataliste e assistenziali come il reddito di cittadinanza.

Il problema della sinistra riformista, non solo in Italia, è abbastanza semplice da formulare ma difficilissimo da risolvere. Da molti decenni il primo partito della sinistra ha cessato di occuparsi seriamente dei ceti popolari ed è diventato un partito di ceto medio. La cosa poteva funzionare finché i benefici della globalizzazione eccedevano i costi, non funziona più da quando, con la crisi, non solo la globalizzazione ha mostrato il suo lato inquietante, ma è sorta un’offerta politica alternativa e concorrente con quella della sinistra modernizzatrice. Tradotto in politica italiana: finché i ceti popolari si limitavano a preferire il centro-destra alla sinistra (negli ultimi 30 anni), i dirigenti del Pd hanno ritenuto di potersene infischiare, ora che un’offerta politica con sembianze di sinistra assottiglia l’elettorato Pd, invece sono guai. E quando dico “infischiarsene” non uso le parole a caso: come altro descrivere un partito che, solo a pochi mesi dal voto sembra capire che l’accoglienza indiscriminata e caotica era una politica anti-popolare? Come altro descrivere un partito che, con gli 80 euro, ha scelto di sostenere il ceto medio dipendente (la sua base) e ha ignorato completamente i veri poveri, i cosiddetti incapienti (il nocciolo duro della base Cinque Stelle)? Come hanno potuto non capire che, se anziché distribuire bonus e spendere miliardi in accoglienza, fossero intervenuti risolutamente contro la povertà e contro l’immigrazione irregolare, oggi il risultato elettorale premierebbe il governo anziché punirlo? Mistero.

Ma non c’è solo ritorno alla normalità europea, nella disfatta Pd e nell’affermazione dei Cinque Stelle. C’è anche, per certi versi, un clamoroso ritorno al passato. Luigi Di Maio ha solennemente affermato “inizia oggi la terza Repubblica, quella dei cittadini”. Se però guardiamo alla cartina del voto del 4 marzo, quel che impressiona è la somiglianza con l’esito delle elezioni del 1992, l’anno che segna l’agonia della prima Repubblica. Oggi come allora l’Italia è sostanzialmente suddivisa in Padania, Etruria, Mezzogiorno (una tipologia che dobbiamo al compianto prof. Giacomo Sani, che la propose proprio per leggere il risultato del 1992), con la Lega egemone al Nord (Padania), la sinistra post-comunista arroccata nelle regioni rosse del centro (Etruria), e il Sud egemonizzato dal partito di maggioranza relativa: allora la Dc, oggi i Cinque Stelle, entrambi vicini al 30% dei consensi. La distribuzione del voto ai Cinque Stelle oggi ricalca, con precisione impressionante, la distribuzione del voto alla Dc nel 1992 (vedi grafico accanto).

Voglio dire, con questo, che il Movimento Cinque Stelle non è la nuova sinistra, ma è la nuova Dc?

In un certo senso sì. La correlazione fra i due voti è così stretta da rendere quasi inevitabile una lettura in chiave di sostituzione. L’elettorato del Mezzogiorno è da sempre abituato, anche per responsabilità delle sue classi dirigenti, a puntare sull’assistenza, sui sussidi, sulla spesa pubblica, sul posto fisso. Tutto ciò nel 1992 era fornito dalla Dc e dai suoi alleati del “Pentapartito”, oggi è promesso da un governo Di Maio che ancora non c’è e forse non ci sarà mai (anche se non tutti paiono averlo capito, viste le richieste di informazioni ai Caf: ma era già successo 30 anni fa, ai tempi del “Cacao Meravigliao”, un prodotto immaginario che i consumatori cercavano invano negli scaffali dei supermercati).

Per altri versi, invece, la situazione è molto diversa dal 1992.  Una differenza importante è che, oggi, il primo partito della sinistra ufficiale, è divenuto molto più “nordista”. Oggi il Pd è arroccato nei medesimi territori in cui lo era il Pds nel 1992, ma risulta relativamente più forte di allora in tutte le regioni del Nord (eccetto la Liguria).  Il Pd renziano, in altre parole, di fatto è un partito “nordizzato”, e lo è non solo negli insediamenti elettorali ma anche nelle scelte politiche: sotto Renzi la pressione fiscale è diminuita di poco, ma comunque è diminuita.

Ma la differenza più grande fra oggi e il 1992 è politica. Il 1992 fu, per molti versi, l’urlo del Nord contro la corruzione e l’oppressione fiscale, il 2018 è, prima di tutto, l’urlo del Sud contro l’abbandono di cui i cittadini meridionali si sentono vittime. Si potrebbe pensare che, se così stanno le cose, lo sbocco naturale di questa crisi sia un governo Cinque-Stelle, come nel 1992 lo sbocco della crisi fu la discesa in campo di Berlusconi e la nascita, nel 1994, del primo vero governo di destra in Italia. Ma il parallelismo è sbagliato. Il progetto di un governo Cinque Stelle, inevitabilmente caratterizzato dal varo del reddito di cittadinanza, non si scontra solo con il problema di trovare i voti in Parlamento (e i quattrini nel bilancio dello Stato), ma con la cartina geopolitica dell’Italia. Quel che non possiamo ignorare, è che nelle elezioni del 2018 c’è stato anche un altro urlo: l’urlo dei ceti produttivi del Nord e del Centro contro le tasse, la burocrazia, il disordine migratorio. Un urlo che, a differenza di quanto accadeva nel 1992, accomuna Nord e Centro, territori egemonizzati dalla Lega e territori egemonizzati dal Pd, spesso distinti gli uni dagli altri più per sensibilità e cultura politica che per l’adesione a progetti incompatibili. E’ praticamente impossibile che il reddito di cittadinanza, giusto o sbagliato che sia, non venga percepito, in quei territori, come l’ennesima tassa sui ceti produttivi destinata ad alimentare l’esercito degli scrocconi.

La mia impressione, insomma, è che il solco fra il Mezzogiorno, che oggi come ieri chiede più assistenza, e il resto del paese, che chiede più sicurezza e di essere messo in condizione di produrre, sia oggi molto più profondo che nel 1992: il voto di allora divise l’Italia in tre, quello di oggi l’ha divisa in due. Forse è da questo dato, prima ancora che da un deficit di senso di responsabilità, che possono derivare i nostri rischi maggiori per il futuro.




Tre impegni per il governo che verrà

Chi ci governerà, dopo il 4 marzo?

Nessuno lo sa, ma tutti sappiamo che lo decideranno loro. E’ infatti piuttosto difficile che dalle urne esca una maggioranza ampia, e che un governo si possa formare senza accordi fra forze eterogenee o cambi di casacca.

I governi possibili sono almeno quattro. Tralasciando le forze minori, possiamo immaginarli così: Forza Italia + Lega; Cinque Stelle + Lega, Cinque Stelle + Pd, Forza Italia + Pd. Se vogliamo, possiamo anche provare a dar loro un nome: centro-destra, populisti, governissimo di sinistra, governo renzusconi (copyright: Andrea Scanzi).

A questi quattro governi possibili, si deve naturalmente aggiungere un quinto governo, ovvero un governo “di scopo”, varato con il solo obiettivo di riportarci alle urne prima possibile, magari con una nuova legge elettorale.

Ma torniamo al 5 marzo, o meglio al momento in cui un governo di qualche tipo si sarà insediato, presumibilmente intorno a Pasqua, che quest’anno cade piuttosto alta (il 1° di aprile). Che cosa è lecito attendersi da un tale governo?

O meglio, ci sono cose che qualsiasi governo, una volta insediato, dovrebbe fare?

Sì, almeno due, e ovviamente non coincidono con nessuna delle promesse con cui ci hanno inondato.

La prima, spiace dirlo, è cosa un po’ prosaica, forse persino un po’ deprimente, ma non per questo trascurabile. Al nuovo governo, poco prima o poco dopo il giuramento, arriverà sicuramente una lettera della Commissione europea (finora rimasta nel cassetto solo per non interferire con le elezioni), in cui ci verrà fatto notare che, come sempre in questi anni, non abbiamo mantenuto né i nostri impegni sul debito né i nostri impegni sul deficit. Alla lettera sarà collegata la richiesta di varare una manovra correttiva, dell’ordine di qualche miliardo di euro (3 o 4, si presume) per raddrizzare i nostri conti pubblici. Ebbene, un governo con la testa sul collo, desideroso di rassicurare i mercati e le autorità europee sulla tenuta dei nostri conti e sulla nostra affidabilità di creditori, farebbe bene a non inscenare la solita manfrina sulla flessibilità, i parametri cervellotici, le regole stupide, l’austerità “da superare”. E a farla, questa benedetta manovrina, che cadrà fra capo e collo del nuovo esecutivo solo perché quello uscente era troppo impegnato a distribuire favori pre-elettorali. Ma soprattutto: a farla tagliando un po’ di spesa pubblica, non con l’ennesimo aumento delle tasse che soffoca l’economia.

Ma ad aprile, a impegnare il nuovo governo, non ci sarà solo la lettera della Commissione europea, ci sarà anche il “mare piatto” di primavera. Belle giornate di sole, settimane di mare calmo, ripresa degli sbarchi. Quel che l’inverno ci ha risparmiato durante la campagna elettorale, riprenderà vigore con la bella stagione. E allora non sarebbe male che, il nuovo governo, una parola chiara la dicesse, su quel che intende fare con le traversate del Mediterraneo. Perché il male di questi anni non è stata né la troppa né la troppo poca accoglienza (quella è una questione di punti di vista), ma la mancanza di regole chiare e della volonta di farle ripsettare. E’ questo, innanzitutto, che ha creato inquietudine in una buona metà degli italiani: il caos, la disorganizzazione, il prevalere della logica del fatto compiuto su quella dei diritti delle persone. Quanti richiedenti asilo che avevano il sacrosanto diritto di ottenerlo, si sono visti scavalcati e sopraffatti dalla massa dei non aventi diritto, solo perché gli uni e gli altri (rifugiati e migranti economici) erano approdati sul suolo italiano?

Questo, dire una parola non fumosa e non ambigua sulle politiche migratorie, è la seconda cosa che un governo serio dovrebbe trovare il coraggio di fare. Ce ne sarebbe poi una terza, forse. Fra le infinite misure di aiuto alle famiglie e alle imprese che un governo potrebbe mettere in cantiere, a me sembra che ve ne sia una che ha di gran lunga il rapporto costi/benefici più favorevole. Ed è strano che nessun governo del passato, a dispetto di tanti discorsi sulla scuola e sull’educazione, sulle donne e il lavoro domestico, abbia mai investito su di essa. Mi riferisco alla drammatica carenza, specie al Sud, di asili nido pubblici, che mettano le madri che desiderano lavorare nelle condizioni di farlo.

Quanto costerebbe raddoppiare i posti? Pochissimo, se pensiamo alle promesse elettorali più folli dei partiti (reddito di cittadinanza, soppressione della legge Fornero, pensioni minime a 1000 euro al mese, solo per citarne alcune). Basti pensare che ciascuna di queste misure costa fra i 10 e i 20 miliardi all’anno, mentre un raddoppio degli asili nido costerebbe appena 1.5 miliardi. Ma c’è di più: un governo che, non riuscendo a garantire la piena occupazione degli adulti, volesse almeno garantire un asilo nido per tutti i bambini sotto i 3 anni (con relativo aumento dell’occupazione per le maestre), non solo darebbe uno straordinario sollievo a milioni di genitori, ma costerebbe alle casse dello Stato meno di ciascuna delle mirabolanti misure assistenziali prospettate da quasi tutti i partiti.

Con un grosso vantaggio: che i benefici sarebbero tangibili, immediati, e sotto gli occhi di tutti.

Articolo pubblicato su Panorama il 1 marzo 2018



Elezioni, mai così difficile scegliere

Il sentimento che domina queste elezioni a me pare lo smarrimento. Non ho mai sentito così tante persone dubbiose, incerte, poco convinte. Inondati dalle promesse elettorali, la maggior parte degli italiani si apprestano ad andare al voto sapendo perfettamente che nessun partito potrà mantenerle, quelle promesse.

Ma il nostro scetticismo è, questa volta, alimentato anche da un elemento nuovo: non solo, come sempre, ben poco di ciò che si è promesso sarà mantenuto, ma è molto probabile che, la sera del voto, non avremo la minima idea di che governo si potrà insediare da lì a qualche settimana (sempre che il presidente della Repubblica non rimandi tutti a casa).

La ragione di questa incertezza è strutturale. Ed è che il nostro sistema politico, anche grazie alla nuova legge elettorale, è improvvisamente diventato quadripolare. Era bipolare durante la seconda Repubblica, ai bei tempi in cui dovevi solo scegliere fra destra e sinistra, era parso trasformarsi in un sistema tripolare con l’avanzata dei Cinque Stelle, ma oggi non è né l’una cosa né l’altra. Oggi non solo ci sono quattro partiti importanti, ovvero Cinque Stelle, Pd, Forza Italia, Lega, ma sono divenuti ben quattro i governi possibili: Forza Italia e Lega, Pd e Forza Italia, Cinque Stelle e Pd, Cinque stelle e Lega.

Ovviamente tutti i protagonisti lo negheranno risolutamente, ma questa è la realtà. Ed è una realtà che ha radici psicosociali profonde: è dal 1993 che, nelle teste degli elettori, lo spazio elettorale non è più unidimensionale, con tutti i partiti allineati sul continuum destra-sinistra, ma è bidimensionale. Accanto all’alternativa destra-sinistra la gente percepisce altre dicotomie: durante la seconda Repubblica soprattutto la dicotomia fra radicali e moderati, negli ultimi anni essenzialmente la contrapposizione fra populisti (anti-europei) e riformisti (pro-Europa) o, su un piano più astratto, la competizione fra forze della chiusura e forze dell’apertura, fra chi teme la globalizzazione e i suoi effetti e chi la percepisce prevalentemente come un’opportunità.

Per capire la situazione in cui ci troviamo conviene immaginare i quattro maggiori partiti come collocati intorno a una tavola rotonda, dove non esiste capotavola ma ogni commensale può stringere alleanze con uno dei suoi due vicini.

La geometria dello spazio elettorale

Partiamo dalla Lega: se si muove in senso orario incontra Forza Italia con cui condivide la collocazione a destra. Ma se si muove in senso antiorario incontra il Movimento Cinque Stelle, con cui condivide il populismo e l’ostilità alle autorità europee. A sua volta il movimento Cinque Stelle è “seduto” fra Lega e Pd, e quindi può muoversi sia verso la prima sia verso il secondo. Il Pd può guardare al Movimento Cinque Stelle (magari con l’intercessione di Liberi e Uguali) oppure verso Forza Italia, a seconda che voglia far prevalere la sua anima di sinistra o il proprio europeismo. E infine Forza Italia può stare con il suo alleato dichiarato, la Lega di Salvini, oppure con il suo cripto-alleato, il Pd di Renzi. In un sistema quadripolare, come il nostro è diventato, le uniche alleanze tassativamente escluse sono fra partiti che risultano opposti sia sull’asse destra-sinistra, sia su quello di populismo-europeismo. Di conseguenza le coppie incompatibili sono solo due: Cinque Stelle e Forza Italia, Pd e Lega.

Ne segue che ognuno dei 4 partiti principali ha 2 modi di andare al governo. È questo che rende difficile scegliere un partito. Se voti Cinque Stelle non sai se stai aiutando la formazione di un governissimo di sinistra o di un fronte populista con la Lega. Se dai il tuo voto alla Lega, non sai se lo userà per fare un governo con Forza Italia o con i Cinque Stelle. Se dai un voto al Pd non sai se ne verrà fuori un governissimo con i Cinque Stelle (magari con un nuovo segretario al posto di Renzi) oppure un governo di “strette intese”, o Kleine Koalition, Pd-Forza Italia. Se, infine, dai il tuo voto a Forza Italia non sai se verrà usato per fare un governo con la Lega o con il Pd.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in una repubblica parlamentare (con alte dosi di proporzionalismo), è sempre così: l’elettore esprime un voto, ma i giochi si fanno in Parlamento. C’è anche un precedente storico, quello della “politica dei due forni” praticata dal partito socialista, spesso alleato della Dc a livello nazionale, e al governo con il Partito comunista a livello locale. Ma il punto è che ora di forni ce ne sono ben quattro, e questo fa sì che quattro siano anche i partiti che possono aspirare a fungere da ago della bilancia.

Ecco perché ci sentiamo esautorati. Noi possiamo anche scegliere il partito che ci piace di più, ma non possiamo sapere con chi quel partito si alleerà. Questo è grave perché, per molti di noi, una delle sue due alleanze possibili è accettabile, l’altra no. Così ci ritroviamo coinvolti in una doppia scommessa: dobbiamo sperare che il nostro partito raccolga molti voti, ma anche che non li usi male, scegliendo quello che a noi pare l’alleato sbagliato. E, cosa importante, questo riguarda tutti e quatto i partiti principali, proprio perché, nella nostra tavola rotonda ideale, ogni commensale ha due vicini.

Che cosa possiamo fare, in questa situazione?

Solo una cosa, credo. Se abbiamo deciso di andare a votare, dobbiamo farci la domanda delle domande: non già qual è il partito che più ci piace, ma qual è quello che più ci inquieta, quello che riteniamo più dannoso per il paese. Perché, una volta che abbiamo risposto a questa domanda, anche la nostra scelta diventa relativamente agevole, per non dire obbligata: basta dare il voto all’unico partito che, per la sua “posizione a tavola”, non può allearsi con il nostro partito più temuto.

Tabella di decisione

Spiace ammetterlo, ma la realtà è proprio questa: è vero che votando uno dei quattro maggiori partiti rendiamo possibili ben due governi, ma è altrettanto vero che ne escludiamo altri due.

Il grave è che i governi che il voto di ognuno di noi contribuisce a rendere possibili non sono varianti del medesimo progetto politico, ma possono essere radicalmente diversi. E’ questa la più importante differenza fra oggi e il passato. Sono abbastanza vecchio da ricordare la campagna elettorale del 1963, quando si trattava di decidere se i socialisti sarebbero andati al governo con la Dc. E ricordo persino lo slogan del partito che meno desiderava quella soluzione, il partito liberale di Giovanni Malagodi: “la Dc dirà di no ai socialisti se voi direte di sì ai liberali”. Ma, come si vede, erano piccole differenze, che sarebbero completamente scomparse in futuro, quando, con il “pentapartito”, i socialisti e i liberali avrebbero finito per governare insieme.

Oggi no. Oggi il governo che può uscire dal nostro voto può essere molto, ma molto diverso da ciò che ci auguriamo. E’ questo che alimenta il nostro smarrimento. Ed è questo che deve farci riflettere: prima di dare il voto a un partito chiediamoci con chi potrebbe allearsi, e con chi non potrebbe farlo. Solo così possiamo proteggerci dalle delusioni più cocenti.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 03 marzo 2018.




Vademecum elettorale

In allegato il Vedemecum elettorale con l’analisi delle promesse dei partiti in vista delle prossime elezioni. L’allegato contiene anche i sei articoli pubblicati da Luca Ricolfi su “Il Messaggero” nelle ultime settimane.

Vademecum Elettorale per il 4 marzo

 




Reddito di cittadinanza? Il grande inganno

Tasse, sicurezza e occupazione sono gli unici temi che sono stati centrali in tutte le campagne elettorali della seconda Repubblica, compresa questa. Oggi però si è aggiunto un quarto tema, assolutamente centrale e senza precedenti: il reddito minimo.

Con nomi e forme diverse lo hanno proposto un po’ tutti. Il Pd parla di reddito di inclusione, il Centro-destra di reddito di dignità, i Cinque stelle di reddito di cittadinanza (una sorta di fake word, o parola usata a sproposito, visto che il reddito di cittadinanza è tutt’altra cosa). I costi sono ragionevoli (pochi miliardi) nel caso della proposta del Pd, alti ma indeterminati (per mancanza di dettagli) nel caso del Centro-destra, certamente molto elevati (fra i 15 e i 30 miliardi) nel caso dei Cinque Stelle.

Fra tutte le forze politiche, quella che più risolutamente e da più tempo punta sul reddito minimo, e da ben cinque anni ha depositato un disegno di legge, è il Movimento Cinque Stelle. L’idea è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. La misura, fondamentalmente, riguarda tre categorie di soggetti; chi lavora e guadagna meno della soglia di povertà; chi è disoccupato e cerca un lavoro; chi si trova nella condizione di pensionato, di casalinga o di inoccupato con un reddito familiare inferiore alla soglia. In sostanza ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà.

Detta così, l’idea è affascinante. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli (e nelle conseguenze).

Vediamo. Primo dettaglio, il costo: comunque lo si computi (le stime oscillano fra 15 e 30 miliardi, ma se si sta alla lettera del disegno di legge la seconda cifra è la più verosimile), un costo annuo di una ventina di miliardi corrisponde a una manovra finanziaria permanente. E’ come dire che, una volta impegnati questi soldi, null’altro si potrà fare: né abbassare le tasse, né incentivare l’occupazione e gli investimenti, per non parlare delle altre innumerevoli promesse dei Cinque Stelle stessi.

Secondo dettaglio: il disincentivo a lavorare. Il disegno di legge sul reddito di cittadinanza ignora il fatto che, così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Perché mai un occupato a tempo parziale a 500 euro al mese dovrebbe continuare a lavorare se può guadagnarne quasi 700 non facendo nulla?

Certo, si può obiettare che, in realtà, il diritto al reddito di cittadinanza si perde se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. C’è un piccolo dettaglio, però: il percettore di un reddito di cittadinanza può rifiutare ben 3 offerte di lavoro, e arrivato alla quarta può eccepire che l’offerta non è “congrua”, o che una delle precedenti offerte non lo era, e quindi non va inclusa nel conteggio. Ma che significa congrua?

Lo specifica nei minimi dettagli il comma 2 dell’articolo 12 del Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se (cito solo alcune delle condizioni); “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua.

Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. L’enorme burocrazia di funzionari pubblici pagati per gestire questi 9 milioni di beneficiari non riuscirà ad “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione che una minima parte di essi. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato (l’unico freno all’abuso di questa possibilità di rifiuto è posto dal comma 2, che comunque scatta solo dopo un anno e nel caso di rifiuto di tutte le offerte precedentemente ricevute). In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate.

Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze, come se non ne avessimo già abbastanza. Una misura equa, come il “minimo vitale” proposto dall’Istituto Bruno Leoni, dovrebbe basarsi sul reddito in termini reali e non sul reddito monetario. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi, analiticamente documentate dall’Istat, mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Ecco perché tutte le misure basate sul reddito nominale (anche quelle del Pd e del Centro-destra) sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare di altri squilibri: l’iniezione nell’economia di 20 miliardi di sussidi all’anno sulla base del reddito nominale dichiarato è strutturalmente una misura pro-evasori, perché beneficerebbe chi guadagna abbastanza ma dichiara poco o nulla, e taglierebbe fuori chi guadagna poco ma dichiara tutto.

Si potrebbe obiettare, naturalmente, che il fascino del reddito minimo deriva anche dal fatto che la formazione di posti di lavoro è molto lenta, molti mestieri e molte occupazioni stanno sparendo, i robot e l’intelligenza artificiale stanno sostituendo gli uomini. In un mondo in cui, come aveva previsto Keynes fin dagli anni ’20 del Novecento, il monte ore totale di una società tende a contrarsi, è logico che la maggioranza non lavori, e che sia la mamma-Stato a provvedere agli sfortunati (o ai fortunati?) che dal lavoro saranno esentati, che lo vogliano o non lo vogliano. Dopotutto, almeno in Italia, in parte è già così: la patologia di uno Stato che da sociale si fa assistenziale risale a circa mezzo secolo fa, quando per la prima volta venne denunciata vigorosamente da un manipolo di studiosi e di politici coraggiosi: Franco Reviglio, Giorgio Galli, Alessandra Nannei, Ugo La Malfa, autori di libri e analisi tanto memorabili quanto inascoltate.

A questa obiezione si possono, a mio parere, fornire due sole risposte. La prima è una domanda: è questo il tipo di mondo in cui vorremmo vivere? Davvero ci piacerebbe che il lavoro fosse il destino di una minoranza di super-efficienti, competitivi, stakanovisti cui spetta, attraverso la mano pubblica, mantenere tutti gli altri?

La seconda risposta, invece, è una constatazione, che emerge dal confronto con gli altri paesi. Se guardiamo all’evoluzione del numero di posti di lavoro nelle società avanzate, scopriamo una cosa molto interessante, anche se leggermente frustrante per noi: dopo la crisi, e a dispetto della crisi, sono molti i paesi che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di quello di dieci anni fa. Questo basta a mostrare che automazione, intelligenza artificiale, globalizzazione, delocalizzazioni non bastano a spegnere le energie di un paese vitale, che vuole continuare a crescere e prosperare.

Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 24 febbraio 2018