“Ricordiamo interamente!” Il refrain ipocrita.

Storici come Alessandro Barbero, scrittori come Boris Pahor, pasdaran dell’antifascismo come il Presidente dell’Anpi  Gianfranco Pagliarulo, parlando del Giorno del ricordo e delle foibe intonano il ritornello: ”ricordiamo interamente”, stigmatizzando “il silenzio verso l’aggressione dell’Italia fascista nei confronti della Jugoslavia (parte della Slovenia, della Croazia, compresa la Dalmazia, e della Bosnia ed il Montenegro), gli innumerevoli efferati massacri che ne seguirono, le impunite responsabilità dei criminali di guerra italiani”. Insomma saremmo tenuti a considerare ogni tragedia storica effetto di una causa da chiarire ogni volta. Sembra ragionevole ma non è così. Le giornate della memoria, infatti, intendono ricordare le vittime della violenza, tener vivo il patrimonio di ricordi che, nel bene e nel male, fanno l’identità spirituale di una nazione e di una civiltà. Appartengono alla dimensione del ‘mito politico, inteso come cemento ideale di una comunità politica: inserire la vicenda storica rievocata in un continuum di cause/effetto significa confondere etica pubblica e scienza, la ricerca che si svolge nei laboratori del sapere e i riti civici che non  intendono arricchire la conoscenza ma testimoniare una  appartenenza. I critici della Giornata del ricordo   invitano a riflettere sul ‘prima’, su ciò che precede le foibe ma, come capita ai settari, sono loro a fissare il termine a quo. E’ come se nella commemorazione ufficiale dei caduti antifascisti, si fosse obbligati a leggere le pagine di Federico Chabod, di Mimmo Franzinelli, di Zeffiro Ciuffoletti sulla guerra civile che insanguinò l’Italia suscitando la reazione delle camicie nere. E’ l’ennesima riprova della lontananza della nostra civic culture dall’universo liberale. Si esige che l’impegno etico-politico non abbandoni mai il dibattito pubblico, che  si debba continuamente ribadire quale era la parte giusta della storia.. L’immagine della bambina con la valigia più grande di lei, che reca la scritta ‘profuga giuliana’, dovrebbe essere sempre affiancata da quella di Giacomo Matteotti pestato a morte dai suoi sequestratori.




Ma è proprio vero che le democrazie non si si fanno guerra?

Paradoxa—Forum

A commento di un post pubblicato qualche tempo fa su ‘Paradoxa-Forum’, avevo citato, peraltro senza alcun intento polemico, una pagina di Alexander Hamilton ben nota agli studiosi realisti delle relazioni internazionali.

È mai, in pratica, avvenuto che le repubbliche si siano dimostrate meno proclivi alla guerra delle monarchie? Non è forse vero che le nazioni sono influenzate dalle medesime avversioni predilezioni e rivalità che agiscono sui re? Non avviene forse che le assemblee popolari siano spesso soggette agli impulsi di rabbia, risentimento, gelosia, avidità e ad altre passioni irregolari e violente? Non avviene forse che le loro deliberazioni vengano spesso determinate da alcuni individui che godono della loro fiducia, e che esse siano pertanto soggette ad assumere l’impronta delle passioni e delle opinioni di tali individui? E il commercio non si è forse, fino ad ora, limitato a creare nuove cause di guerra? La brama di ricchezze non rappresenta, forse, una passione altrettanto tiranna e prepotente del desiderio di potenza o di gloria? Non è forse vero, dacché il commercio è divenuto il fulcro delle nazioni, che le ragioni commerciali hanno dato l’esca a un numero di conflitti armati pari a quello fornito dalla cupidigia di terre e di dominio? E lo spirito commerciale non ha forse, in molti casi, fornito nuovi incentivi all’uno e all’altro appetito?  Il Federalista, n.6

 Ritengo che la rimozione di questa saggezza antica sia dovuta alla sottovalutazione della dimensione nazionale della politica ovvero al primato conferito alle ‘forme di governo’ – o, ma sempre meno, agli assetti sociali di un popolo – su quelle che un tempo venivano dette le ‘ragioni degli Stat’. Tale sottovalutazione porta a ritenere di senso comune l’idea che tra regimi politici democratici sia pressoché impossibile venire alle mani, essendo le guerre causate solo dall’ambizione dei despoti –tiranni, dittatori totalitari – che, con la violenza, si impadroniscono del potere e infiammano i popoli oppressi proiettandone all’esterno l’aggressività.

In realtà, la storia è molto più complicata. Stati come l’Inghilterra e l’Olanda, che nel 600 e nel 700 erano, sotto il profilo culturale, istituzionale, religioso, gli avamposti della modernità, non dovettero  alle affinità elettive la fine delle loro ostilità ma alla vittoria delle armi britanniche, che nel corso di quattro guerre – dal 1652 al 1783 – imposero ai Paesi Bassi il dominio di Sua Maestà Britannica negli Oceani. “Rule, Britannia! rule the waves:/Britons never will be slaves”. Padroni dei mari, gli Inglesi estromisero i loro avversari dall’America del Nord – dove New Amsterdam divenne New York – e nell’Asia ridussero le aree da loro controllate. Nel 1812, poi, assistiamo alla guerra dei liberi Stati Uniti contro la parlamentare Inghilterra che si concluse non col richiamo ai Saggi sul governo civile di John Locke ma con la vittoria sul campo dei primi che misero fine a ogni ingerenza della seconda negli affari del continente americano, limitandone la presenza al Canada.

Si dirà che tra le due classiche rivali storiche, la Francia e la Gran Bretagna, a partire dal Congresso di Vienna (1815), venne meno ogni contenzioso di politica estera, specie con la caduta dei Borbone e l’instaurazione a Parigi di regimi politici più o meno liberali (ove si eccettui il Secondo  Impero divenuto anch’esso, però, liberale dagli anni sessanta). Sennonché alla base dell’entente cordiale vi era la sconfitta definitiva, a Waterloo, di ogni velleità francese di egemonia sul vecchio Continente (Napo-leone aveva ripreso, con la stessa sfortuna, il disegno imperiale di Luigi XIV). Fedele alla sua direttiva di politica estera, volta a impedire a qualsiasi stato di porre l’Europa sotto il suo controllo – v. il testo classico di Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia 1948 – Londra, col suo formidabile esercito di terra divenuto col tempo non meno temibile della sua Marina, riuscì a preservare un equilibrio geopolitico, indipendente dalle ‘forme di governo’. Tanto per fare un esempio, cosa aveva a che fare il suo rapporto privilegiato col Portogallo con le culture e gli assetti istituzionali lusitani?

 In definitiva, gli Stati obbediscono alle logiche delle proprie ‘ragioni’, che prescindono da democrazia e dittatura, da liberalismo e conservatorismo. Né si dica che il primo conflitto mondiale dimostrerebbe il contrario. Nella propaganda dell’Intesa si sbandierava il conflitto delle democrazie contro quanto restava dell’Ancien Règime ma la realtà era ben diversa. Stati civilissimi come l’Austria-Ungheria – un laboratorio di culture raffinatissime, dalla psicanalisi alla filosofia del linguaggio, dalla musica all’architettura – o come la Germania – un paese all’avanguardia del progresso scientifico, intellet-tuale, industriale: Bertrand Russell, in fatto di libertà, ne trovava più nelle Università tedesche che in quelle inglesi – non potevano certo dirsi meno democratici dell’Italia, che solo nell’età giolittiana aveva cominciato a liberarsi parzialmente dalle condizioni di arretratezza civile ereditate dal Risorgimento. L’Impero asburgico non crollò per carenza di democrazia – le minoranze etniche vi venivano rappresentate come dimostra il caso di Alcide De Gasperi deputato del Trentino – ma per l’insurrezione delle nazionalità. A ragione o a torto si riteneva che solo il mazziniano principio di nazionalità – fatto valere senza successo dal Presidente Woodrow Wilson – potesse portare a una pacifica convivenza tra i popoli dell’Europa centro-orientale. Forse era un’illusione anche questa, specie considerando il groviglio etnico delle regioni elbane e danubiane, ma certo per quell’illusione i popoli erano disposti a morire e a far saltare i vecchi contenitori statali.

Sarebbe salutare, anche per i clercs del nostro tempo, rimeditare quella bellissima pagina di Benedetto Croce in cui il filosofo si chiedeva, nel novembre del 1918, che motivo ci fosse di fare festa per la fine della guerra.

“Grandi imperi che avevano per secoli adunato e disciplinato le genti di gran parte dell’Europa, e indirizzatele al lavoro del pensiero e della civiltà, al progresso, umano, sono caduti; grandi imperi ricchi di memorie e di glorie; e ogni animo gentile non può non essere compreso di riverenza dinanzi all’adempiersi inesorabile del destino storico, che infrange e dissipa gli Stati come gli individui per creare nuove forme di vita. Gli eroi di Shakespeare – modelli di umanità – non fanno festa quando hanno riportato il trionfo e atterrato i terribili nemici; ma si sentono penetrare di malinconia e le loro labbra si muovono quasi, soltanto, per commemorare ed elogiare l’uomo, che fu loro avversario e di cui procurarono, essi, la morte!”.

 D’altra parte come si poteva parlare del conflitto delle democrazie contro gli stati autoritari quando, dalla parte dell’Intesa, si trovava la Russia zarista? Quest’ultima, va ricordato, diede il pretesto a intellettuali nazionalisti come Max Weber di giustificare la guerra della Germania con il proposito di abbattere l’unico governo asiatico che era riuscito a trapiantarsi in Europa.

 No, la guerra del 1914/18 – guerra di spazi vitali, di ricomposizioni territoriali, guerra di ‘Leviatani dalle viscere di bronzo’ per dirla con Croce – non c’entrava nulla con le forme di governo, come   c’entrano poco le guerre in corso che dovrebbero essere affrontate ‘realisticamente’, valutando costi e benefici, perdite e ricavi, attenendosi alla weberiana ‘etica della responsabilità’ che guarda non a quello che passa nella mente delle anime belle ma alle conseguenze dell’agire e, soprattutto, alla salvaguardia delle vite umane. Non sono le ideologie a scatenare le guerre – la Francia di Francesco I non si era alleata con la Sublime Porta? – ma le costellazioni di potere, gli assetti internazionali prodotti dal tempo, le questioni legate alla sicurezza dei confini, alle necessità economiche, alle fonti di approvvigionamento e ai costi delle materie prime. Se due stati, che trovano conveniente allearsi, hanno le stesse istituzioni, tanto meglio ma se non le hanno cambia poco. “È una canaglia”, diceva Lyndon Johnson del dittatore filippino Ferdinand Marcos, “ma è la nostra canaglia!”. Lo stesso avrebbero potuto dire Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt di Iosif Stalin.




Patria e Libertà. Le colpe non sono soltanto della sinistra – Lettera aperta a Vittorio Feltri

I–Caro Feltri. ho letto con grande diletto e condivisione i brani del tuo ultimo libro, Fascisti della parola (Ed. Rizzoli) riportati dal ‘Giornale’ il 28 ottobre u.s. con una spiritosa introduzione di Alessandro Gnocchi. Mi è bastata questa anticipazione per capire che stiamo sulla stessa lunghezza d’onde. Il ‘politicamente corretto’—rincarerei la dose—è il segno inquietante di una ‘cultura politica’ che non invoca più la ghigliottina né rinchiude gli oppositori nei Lager e nei Gulag, avendo capito che la violenza fisica non paga e che l’uniformità dei cittadini si raggiunge meglio aspirando (nichilisticamente, avrebbe detto Augusto Del Noce) dalle loro anime valori e ideali incompatibili con la civiltà delle ‘magnifiche sorti e progressive’. E’ l’incubo di Tocqueville che sembra divenuto realtà. Nella prima Democrazia in America (1835) si legge: «nelle repubbliche democratiche, la tirannide |..| trascura il corpo e va diritta all’anima. Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu  sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, |…| resterai   fra gli uomini, ma perderai i tuoi diritti all’umanità. Quando ti avvicinerai ai tuoi simili, essi ti fuggiranno come un essere impuro; e, anche quelli che credono alla tua innocenza, ti abbandoneranno, poiché   li  si  fuggirebbe   a loro volta. Va’ in pace, io  ti lascio la vita, ma ti lascio una vita che è peggiore della morte.  Sotto le monarchie assolute il dispotismo era disonorato; stiamo attenti che le repubbliche democratiche non lo riabilitino e che, rendendolo più pesante per qualcuno, non gli tolgano, agli occhi della maggioranza, l’aspetto odioso e il carattere degradante» .

 C’è, però, un punto del tuo discorso che non mi ha convinto ed è quello che riguarda la patria. Scrivi giustamente: «Oggigiorno, se dichiari di colti­vare il valore della patria, vieni guardato come se fossi Matteo Messina Denaro, o anche con maggiore disgusto e disprezzo. Ami la patria? Benissimo, sei un criminale. Punto. “Patria” è una parolaccia. “Patriota” un insul­to. “Patriottismo”, invece, una sorta di spirito fascista o nazi­sta». Di questa demonizzazione però incolpi solo la sinistra. Quest’ultima  «vorrebbe che la patria venisse odiata, il concetto di patria demolito, il patriottismo av­versato, allo scopo, appunto, di dare luogo a un mondo utopistico e mostruoso, senza confini, senza barriere, senza identità, senza storia (ecco perché si mi­ra a cancellarla o a riscriverla), senza maschi e senza femmine, un mondo dove tutto è genere neutro, nulla ha una propria identità e l’individuo è numero senza opinioni dissonanti rispet­to a quelle della maggioranza». A parte le perdonabili forzature, non hai tutti torti. Sono legione i filosofi del diritto, specie di scuola analitica, che in nome dell’universalismo illuministico (alla francese) non riconoscono alla ‘patria’—o alla nazione che è sostanzialmente  la stessa cosa—alcun valore. Nella rivistina ‘Non Mollare’–quindicinale di ‘Critica liberale’ una sorta di ridotto della Valtellina del post-azionismo duro e puro–Valerio Pocar nell’articolo dio, patria, famiglia nazionali del 23 febbraio u.s—scrive che «la situazione italiana» non consente «di parlare di patria|…|. Appare evidente che in questo Paese non esiste una patria comune, ma piuttosto una pluralità di patrie, nella storia essendo state numerosissime le etnie e le corrispondenti culture che hanno formato la popolazione residente sul territorio, etnie spesso gelose, talora anche giustamente, della loro specificità». Certo Valerio Pocar, come il suo collega Luigi Ferrajoli ,non fa, opinione, essendo noto solo a una ristretta cerchia di lettori e di periodici di nicchia.. Diverso è il caso di Norberto Bobbio che, come ho rilevato in un articolo Gli sfascisti della Nazione. Da Julius Evola a Norberto Bobbio (HuffPost 21 maggio 2023)– ripreso nel libro Per un liberalismo comunitario (ed. La Vela 2023–non solo non amava i termini ‘nazione’ ,’patria’ etc.ma diffidava anche della parola ‘popolo’, che per lui sapeva di ‘organicismo’ ovvero di qualcosa di opposto alla democrazia liberale fondata sugli ‘individui’.

 

II–Detto questo, però, non si può ignorare l’apporto rilevante della cultura conservatrice, tradizio-nalista, cattolica e liberale all’appannamento dell’idea di patria–un’idea divenuta col tempo indi-sgiungibile dall’idea di nazione, da cui si distingue per la dimensione affettiva non necessariamente connaturata alla seconda: si parla, infatti , di ‘amor patrio’ non di ‘amor nazionale’. La nazione è un dato storico oggettivo, che può essere persino percepito come naturale ma che, per definizione, non è oggetto di devozione, di affetto filiale se non come sinonimo di patria.

 Nel tuo scritto, caro Feltri, parli di patria-nazione e ne attribuisci la rimozione nelle coscienze alla sinistra tout court, ignorando ad es. che furono due leader di sinistra, Bettino Craxi, con la sua idea di ‘socialismo tricolore’ e Carlo A. Ciampi a rendere omaggio all’Italia. Ricordo solo l’articolo di Francesco Damato su ‘Formiche’ del 16 settembre 2014, Perché con Carlo Azeglio Ciampo la parola Patria tornò di moda. Furono due operazioni, peraltro che non mi convinsero molto, specie la seconda, ma non è questo il punto. Se si pensa ai due eventi che hanno segnato, l’uno, la nascita dello Stato nazionale—il Risorgimento—e l’altro il suo tramonto–il Fascismo–vien fatto di chiedersi: una subcultura politica, quella della destra ,può davvero sentirsi legata a una comunità di destino se il giudizio su quei due eventi epocali non trova d’accordo tutte le sue componenti? Prendiamo il Risorgimento. Per il mondo cattolico si è trattato di una tragedia giacché aveva posto fine al  potere temporale dei papi, garante dell’indipendenza del Capo supremo della Cristianità. Per ampi strati sociali che votano a destra—e non solo nelle campagne—a nulla è valso che Paolo VI attribuisse agli artefici dell’unità nazionale  il merito di aver liberato la Chiesa dal fardello dello Stato pontificio e, soprattutto, l’impegno etico e la partecipazione attiva alle battaglie risorgimentali da parte di quella borghesia cattolica liberale che aveva espresso un Alessandro Manzoni (“un di quei capi un po’ pericolosi”, per citare Giuseppe Giusti) un Bettino Ricasoli, un Marco Minghetti, un Ruggero Bonghi, un Vincenzo Gioberti etc. etc.

 Se dall’universo cattolico si passa a quello ‘nostalgico’ dei postfascisti, il discorso non cambia poi molto, in fatto di identità nazionale. La sconfitta dell’Asse, per molti, è stata la riprova delle colpevoli fragilità del regime e della necessità di superare gli stati nazionali in direzione di un impero europeo di cui il Terzo Reich aveva in un certo senso fornito il modello (a parte il genocidio ebraico, s’intende, da nessun gruppuscolo rivendicato come ‘cosa giusta e buona’)

 E che dire poi dell’aperto rinnegamento dello Stato unitario da parte di movimenti sorti in regioni come la c.d. Padania o la Campania? Non è il caso di rivangare il passato, ma come dimenticare che il leader e fondatore della Lega si vantava di pulirsi il c.. con la bandiera tricolore? E come ignorare l’agguerrita storiografia neoborbonica che ha ripreso tutte le mitologie relative al prospero Regno delle Due Sicilie, colonizzato, martoriato e impoverito dalla ‘conquista regia’? Ai seguaci di questi movimenti a nulla potrebbe servire la lettura del saggio puntuale e documentato di Dino Messina,  Italiani per forza. Le leggende contro l’Unità d’Italia che è ora di sfatare (Ed. Solferino 2021): l’antitalianismo non si nutre di fatti ma di leggende nere; e dei grandi storici del passato—che hanno studiato il Risorgimento “con occhio chiaro e con affetto puro”—da Gioacchino Volpe a Gaetano Salvemini, da Benedetto Croce a Rosario Romeo, da Adolfo Omodeo a Walter maturi, per limitarci a questi—non potrebbe importargliene meno.

 Ma le cose cambiano radicalmente quando si entra nella ‘casa dei liberali’? Certo qui il richiamo a Cavour, a Vittorio Emanuele II (meno), ai non troppo amati Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi

è quasi obbligatorio. Ma anche qui come ignorare la voglia (segreta) di liberarsi di quelle icone ormai invecchiate per presentare i liberali come gli alfieri di una democrazia liberale, che pone lo Stato al servizio degli individui e lo legittima soltanto come garante dei loro diritti civili e politici mentre proietta l’Italia nel mondo, quasi considerandola una provincia dell’Europa unita? Correttamente Andrea Frangioni, a conclusione della voce Nazionalità (principio di nazionalità) per il ‘Dizionario del Liberalismo Italiano (Tomo I, Ed. Rubbettino 2011) ,ricorda, a partire dagli anni cinquanta «i segnali di una progressiva scomparsa del principio di nazionalità non solo dall’orizzonte della contemporaneità italiana, come notò Rosario Romeo nelle Conclusioni del suo Cavour, ma anche da quello del liberalismo italiano. Basti pensare proprio all’itinerario di ricerca nel secondo dopoguerra di un pensatore liberale importante come Alessandro Passerin d’Entreves, che coinvolse temi inediti per il liberalismo italiano come quelli del diritto all’obiezione di coscienza nei confronti dello Stato e della disobbedienza civile. Ancora si può ricordare la scarsa fortuna della dicotomia chabodiana sulle idee di nazione, confutata, già nel 1949, sulla scia delle posizioni di Hans Kohn, da Salvemini nelle sue lezioni universitarie fiorentine. Non a caso, allora, la riflessione sulla nazione non viene indicata da Nicola Matteucci tra gli elementi di quella ripresa di vitalità del pensiero liberale che a suo giudizio cominciò a manifestarsi a partire dagli anni Settanta del Novecento». Tale mancata riflessione sulla nazione da parte di Nicola Matteucci, però, non  sembra espressione di lungimiranza politica e di profondità teoretica se si pone mente allo spazio che tale tematica occupa  negli scritti di grandi liberali del Novecento come Isaiah Berlin, Raymond Aron, François Furet e, in Italia, Benedetto Croce, Rosario Romeo, Renzo De Felice.

 In Matteucci, in questo vicino a Norberto Bobbio, non c’è il sospetto che la democrazia liberale, come tutte le forme di governo, è, per così dire, una divisa istituzionale che regge nella misura in cui si adatta  al corpo che la indossa ovvero nella misura in cui  si confà alle tradizioni, agli stili di pensiero, ai costumi, alla cultura in senso lato di un popolo. Se non si fanno i conti con ciò che l’Italia è, che è stata, col suo passato drammatico e complesso, se non si medita  sul modo in cui ricostruire su valori comuni l’unità politica lasciataci in eredità dal Risorgimento, si costruisce solo sulla sabbia: la patria—ideale che accomuna—scompare ma null’altro è in grado di  sostituirla. E soprattutto non è in grado di farlo il ‘patriottismo costituzionale’ giacché sui diritti individuali in quanto tali non si fonda niente. I ’diritti universali’ acquistano peso e sostanza se sono quelli di una comunità politica che, grazie anche ad essi, vuole sopravvivere nel tempo e prosperare. L’universalismo etico-giuridico–bisogna abbattere le frontiere giacché il Diritto è eguale per tutti i figli della Terra—non è più corrosivo dell’idea di patria rispetto all’universalismo mercatista—si vende e si compra là dove è più conveniente sicché l’esportazione di capitali e di imprese all’estero non può essere ostacolata da considerazioni sovraniste, come la perdita di posti di lavoro in patria giacché la libertà dell’individuo-imprenditore viene prima della presunta ‘ragion di Stato’. Non è un caso che ormai il liberalismo italiano abbia messo in soffitta l’idea di Stato nazionale, sulla scia di correnti di pensiero che si rifanno a Karl R. Popper, all’ideologia federalista ed europeista, alla scuola austriaca e persino ai libertari anarco-capitalisti americani. Se si ritiene con Popper che < il principio dello stato nazionale |…| è un mito; è un sogno irrazionale, romantico e utopistico, un sogno del naturalismo e del collettivismo tribale> come si può prendere sul serio il culto della bandiera, l’Inno di Mameli, l’orgoglio dell’appartenenza a una comunità di destino? Anche nei quotidiani della destra liberale, grande spazio viene dato ad autori come Elie Kedourie la cui condanna del ‘nazionalismo’ fa pensare all’anti-sionismo così diffuso nella cultura di sinistra. Come l’antisionismo, in realtà, è una maschera dell’antisemitismo ed ha come obiettivo la distruzione dello stato nazionale ebraico, così troppo spesso l’antinazionalismo è il cavallo di Troia che nel suo ventre nasconde l’attacco al principio di nazionalità, sul quale Woodrow Wilson pensava di rifondare il puzzle etnico europeo, suscitando l’entusiasmo di autentici democratici italiani ed europei—v. gli scritti del grande e dimenticato filosofo del diritto, socialriformista, Alessandro Levi nonché di Gaetano Salvemini.

III–E qui cade anche il discorso sul fascismo. Non recupereremo mai il senso, dell’identità nazionale, l’amor di patria, finché il giudizio storico sul regime continuerà ad essere fonti di divisioni e di incomprensioni, finché non avremo elaborato, ma sul serio non retoricamente, il senso di una visione condivisa.

 In un generoso articolo (mai pubblicato e forse non è un caso)—ricordato da Eugenio di Rienzo nella sua bella voce ‘Patria’–sul citato ‘Dizionario del liberalismo italiano’ —Benedetto Croce rilevava, nel 1943, che l’amor di patria era una ‘parola desueta’(allora!!!): ma «deve tornare in onore appunto contro lo stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma il suo contrario. Si potrebbe che corre tra l’amor di patria e il nazionalismo la stessa differenza che c’è tra la gentilezza dell’amore umano per un’umana creatura e la bestiale libidine o la morbosa lussuria o l’egoistico capriccio. L’amore di patria è un concetto morale. Nel segno della patria i nostri più austeri doveri prendono una forma particolare e più a noi vicina, una forma che rappresenta l’umanità tutta e attraverso alla quale si lavora effettualmente per l’umanità tutta. Perciò,  se i nazionalismi aprono le fauci a divorarsi l’un l’altro, le patrie collaborano tra loro, e perfino le guerre tra esse, quando non si riesce ad evitarle, sono non di distruzione reciproca, ma di comune trasformazione e di comune elevamento. E poiché la patria è un’idea morale, essa ha in ciò il suo intimo legame con l’idea della libertà».

 Erano parole nobili ma dettate solo dal cuore, in cui si avvertivano lontani echi mazziniani : non a caso erano parole destinate a cadere nel vuoto. All’interno di una filosofia politica che abbia preso il pluralismo sul serio, la patria, in realtà,  non ha nessun ‘intimo legame con la libertà’ ma costituisce la base terrena su cui le ideologie—quella liberale non meno di quella totalitaria—costruiscono i loro edifici istituzionali. Una patria coesa, vigorosa, abitata da cittadini che sentono fortemente il legame comunitario, sarà una risorsa preziosa sia per il Giappone di Tojo e la Germania di Hitler sia per l’America di Roosevelt e di Eisenhower. Il fascismo volle creare la coesione nazionale sacrificando al valore comunità il valore libertà ovvero privilegiando la dimensione comunitaria sulla dimensione societaria—quella delle libertà individuali, dei diritti dell’89 e dei principi che saranno a fondamento della Carta atlantica. In tal modo rimuoveva la consapevolezza  che nel ‘mondo civile’ ci si sente a proprio agio se le due dimensioni vengono tenute costantemente in equilibrio. Come scriveva Max Weber nel 1918, mettendo in relazione la democrazia inglese con il suo imperialismo (quale linguaggio politicamente scorretto!), «Solo un popolo politicamente maturo è un ‘popolo di signori’ : è tale un popolo che ha nelle proprie mani il controllo dell’amministrazione dei propri affari e che, mediante i propri rappresentanti eletti, determina in maniera decisiva la scelta dei suoi capi politici.  |..| Solo i popoli di signori hanno la missione di intervenire sugli ingranaggi dell’evoluzione mondiale.|..| Ma una nazione che produce solo buoni funzionari, stimabili lavoratori d’ufficio, probi commercianti, eruditi e tecnici valenti, nonché servi fedeli e per il resto sopporti pazientemente una burocrazia libera da controlli sotto frasi pseudo-monarchiche—ebbene questo non è un popolo di signori e farebbe meglio ad attendere alle proprie faccende quotidiane, anziché avere la presunzione di preoccuparsi dei destini del mondo».

 Finché il fascismo , lungi dall’essere riguardato come la negazione di ogni valore (il Male assoluto), non verrà visto come la terra data alle fiamme per il trionfo di un valore unico–‘l’unità e la potenza della nazione’–sarà difficile recuperare un qualsiasi senso della patria. Quest’ultimo è possibile solo se ci si decide di assumersi collettivamente la responsabilità di quanto è accaduto nel demonizzato ventennio, se si riconosce che il fascismo fu un vulnus per la democrazia liberale ma che a prepararlo furono tutte le ‘familles spirituelles’ del paese. I cattolici che. mai del tutto riconciliati con lo stato nazionale, non vollero unirsi ai socialisti di Turati per salvare lo Statuto albertino; i liberali di governo che, come ricordava Rosario Romeo, furono incapaci di imporre la legge e l’ordine nelle piazze, per viltà e/o per opportunismo; le sinistre che ‘volevano fare come la Russia” occupavano le fabbriche, mettevano a soqquadro leghe padronali e sindacati bianchi; gli intellettuali memori del carducciano ‘ahi non per questo’—ovvero ‘non per. questo corrotto regime parlamentare s’è fatta l’Italia’.

 Nel nostro paese, la destra, se liberale, ripete stancamente con Croce che il fascismo e il nazionalismo sono i nemici più pericolosi della patria; se conservatrice o tradizionalista, si limita a riconoscere che le leggi razziali e l’Asse Roma-Berlino furono colpe inespiabili del regime. Nessuna delle due, né la destra liberale né la destra conservatrice, sembra voler acquisire la consapevolezza che il fascismo è stato ‘cosa nostra’, sia di quanti lo hanno sostenuto sia di quanti lo hanno combattuto, e che, per liberarsene davvero, occorre metterne a fuoco le negatività—certo innegabili e inespiabili—ma anche le ragioni storiche e le motivazioni ideali. La destra così gioca in ‘difesa’—non abbiamo nulla a che fare col fascismo. soprattutto con quello della seconda metà degli anni trenta—e la sinistra ‘all’at-tacco’—siete, consapevolmente o meno ,fascisti, sovranisti e populisti e quindi inaffidabili. Una partita deprimente destinata a dividere sine die gli italiani e a distruggere per sempre ogni barlume di amor di patria. Però, caro Feltri, non dare la colpa solo a una parte politica. La sinistra, leggendo le tue pagine sul declino dell’amor patrio, potrà sempre dire: “a ciò non fu’io sol”.




L’eterna illusione liberale

Luca Ricolfi è un analista politico che ha scelto “il lavoro intellettuale come professione” e lo pratica seguendo la lezione di Max Weber. ”Sì rade volte, Padre, se ne coglie” nel nostro paese in cui gli scienziati politici, che collaborano ai grandi giornali, sono diventati  banditori al servizio dei partiti  o dell’establishment politico-culturale. Nell’editoriale del  ‘Messaggero’ del 27 ottobre u.s., “Conoscere le culture per lavorare per la pace”, ha scritto che dovremmo fare uno sforzo per entrare nella testa di israeliani e palestinesi” per renderci conto “che sia la società israeliana sia la società palestinese sono (ancora) società ’durkheimiane’ in cui l’individuo è meno importante dell’entità collettiva cui appartiene (comunità, stato, nazione”. Non si può che essere d’accordo. E tuttavia bisogna stare in guardia dall’eterna illusione liberale che i due opposti, la ‘comunità chiusa’ dei potenziali martiri della fede e la ‘società aperta’, la società degli individui, siano i due brodi di coltura alla base dello Stato autocratico, teocratico, totalitario etc., nel primo caso, e dello stato democratico, liberale, tollerante nel secondo. In realtà, “ ci son più cose in cielo e in terra  di quante ne sogni la filosofia” occidentalista. Lo Stato liberale classico non guardava agli individui, uti singuli, ma alle persone nella ricchezza delle loro determinazioni storiche, culturali, etiche. Era lo Stato, sì, al servizio delle persone, e non viceversa, ma essere al servizio delle persone non significava soltanto garantire ai cittadini la ricerca della felicità ovvero le libertà civili e politiche e il perseguimento dei loro interessi privati ma proteggere, custodire, arricchire le tradizioni e le  istituzioni all’interno delle quali “ci si sentiva a casa”, per citare Isaiah Berlin. Non si muore per la Francia perché in Francia ognuno può arricchirsi e dire liberamente la sua: anche in altri paesi europei questo accade e, forse, meglio che a Parigi o a Marsiglia. Il dramma dei paesi euro-atlantici è il venir meno delle motivazioni ideali che portano la gente a sacrificare vita, tempo e denaro per  una causa. Sennonché le civiltà fondate sull’individualismo libertario e mercatista non soprav-vivono a lungo.




L’Occidente e il deficit di cultura liberale – Una risposta a Marcello Veneziani

I. Su ‘La Verità’ del 13 ottobre u.s., Marcello Veneziani ha scritto un lungo articolo, in realtà, un vero e proprio saggio storico-filosofico, sull’Occidente peggiore nemico di se stesso. In esso manifesta tutto il disagio di chi, come lui, da un lato, “ama la civiltà da cui proveniamo” e dall’altro  “detesta la sua decadenza e il suo rinnegamento”. Il primato dell’individualismo, dell’economia, della tecnica, “l’assenza di valori salvo i codici woke, black o politicamente corretti” a suo avviso non sono  valori  per cui vale la pena ancora battersi. L’Occidente “che rinnega la sua civiltà, la sua identità e le sue radici greche, romane e cristiane” è un’idea da accantonare. L’occidentalista – di cui  abbiamo tanti esempi sui grandi giornali, soprattutto tra gli scienziati politici divenuti quasi tutti predicatori delle crociate ‘antifasciste’(!) – alla fine difende “solo il suo livello di benessere e la sua potenza, rinunciando a tutto il resto, mettendo a rischio pure la libertà e la democrazia”.

E’ un discorso che non può non far presa su un liberale ‘ottocentesco’, come lo scrivente, per il quale la ‘comunità politica’(ieri lo stato nazionale, domani chissà cosa) non è la nemica dei diritti civili e politici, né della logica del mercato ma costituisce il sostrato terreno che sostiene gli uni e l’altra sicché il suo dissolvimento nell’embrassons nous universalista non rappresenta un progresso ma il temuto trionfo del nichilismo. Condivido anche quanto dice Veneziani in polemica con chi “risolve tutto agitando senza indugi le bandierine del momento, quella ucraina, quella israeliana, come fa il presente governo; accetta l’elementare manicheismo dei media e dei soggetti più forti d’Occidente, non si pone domande critiche, non riconosce i precedenti e i presupposti, non vede le cose da più punti d’osservazione, non calcola gli effetti a lungo raggio, i dolori e i risentimenti di rivalsa che suscita. Divide in assoluto tra vittime e carnefici, senza porsi il problema se i carnefici di oggi sono le vittime di ieri e viceversa; è più facile il messaggio e magari è più vantaggioso, anche sul piano personale” Per chi ama la realtà e la verità e ha a cuore alcuni principi, avverte Veneziani, non ci sono soluzioni semplici e unilaterali al grande conflitto planetario esploso dopo l’invasione russa dello stato ucraino (sovrano e multinazionale) ieri e alimentato a dismisura oggi dall’attentato terroristico di Hamas. Personalmente ritengo che i tagliagole islamici si sono abbandonati a tali atti di crudeltà da far impallidire gli stessi guardiani nazisti dei Lager che incolonnavano uomini, donne, bambini verso i forni crematori ma non infierivano sui loro corpi, non decapitavano bambini, non si esaltavano nel versare il loro sangue. E un discorso analogo va fatto per il comunista Pol Pot che erigeva piramidi di teschi ma si asteneva (sembra) dall’uccidere i bambini. Se fossi un dirigente israeliano non avrei alcuna difficoltà ad applicare ai responsabili dei massacri nel kibbutz Be’eri  la Legge Eichmann, perseguitandoli in ogni angolo del mondo, per poi impiccarli e disperderne le ceneri nel Mediterraneo. Detto questo, però, sono d’accordo anch’io con le conclusioni dell’articolo: “sconfiggere il terrorismo di Hamas è una priorità da condividere, ma il programma non può essere solo la salvaguardia di Israele, sacrosanta, senza considerare la necessità di garantire la vita al popolo palestinese e dar loro uno stato e un territorio. Le frustrazioni e i diritti elementari negati armano gli estremismi e minano il futuro assai più delle trattative e dei negoziati”.

C’è però un punto – cruciale – in cui mi sento di prendere le distanze da Veneziani. Le società occidentali, a suo avviso, ormai condizionate dall’individualismo, dal benessere, dal mercato non hanno altri valori. Posso essere anche d’accordo a patto di aggiungere che, però, hanno una risorsa che manca nel resto del mondo: la libertà di parola, il diritto al dissenso e a far mancare la propria cooperazione al potere. Abbiamo milioni di difetti noi euro-occidentali ma  la libertà di dire nonon ce la toglie nessuno, nonostante  i duri colpi che a tale libertà danno il politicamente corretto e una political cultureche, in Italia ad esempio, in nome dell’antifascismo, dell’antisovranismo, dell’antipopulismo cerca vanamente di mettere a tacere ogni voce fuori dal coro. Se dovessi fare un’ipotesi sulle ragioni di tale risorsa, non le troverei nella dimensione culturale – sovrastrutturale, avrebbe detto il vecchio Marx – ma in quella sociopolitica. Siamo privilegiati del destino giacché, nella nostra parte di mondo, i vari poteri che cementano la coesione sociale – quello spirituale, quello politico, quello economico: oratores, bellatores, laboratores – non sono stati mai monopolizzati da nessuna autorità superiore. E i regimi totalitari (ma anche autoritari) che hanno tentato di farlo sono finiti sempre male. E’ questa base storica oggettivamente ‘ingovernabile’ la garante delle nostre libertà non le retoriche partorite nelle menti degli intellettuali, oggi sedicenti tutti liberali. Questo è vero, soprattutto, del nostro paese in cui l’identità politica è sempre stata un’identità polemica e l’ “altro” è una figura che non si può certo eliminare – la Costituzione sta lì a salvaguardia di tutte le parti in conflitto – ma si può sempre delegittimare moralmente e culturalmente.

II. L’ideale di tanti politici e intellettuali, da noi,  è quello di monopolizzare la legittimità politica, lasciando fuori dalla sua area gli attori, per varie ragioni, poco rispettabili. Sennonché, fino a quando si può votare liberamente le divisioni sociali ‘strutturali’ non consentiranno mai tale appropriazione indebita. Negli anni in cui, in seguito a Mani pulite, la sinistra sembrava ormai venire incontro alle aspettative del paese e pronta a insediarsi nei palazzi del potere chissà per quanti anni, la gioiosa macchina di guerra di Achille Occhetto venne fatta a pezzi da una maggioranza silenziosa che aveva interessi e valori da tutelare molto diversi da quelli che parevano ormai prevalenti e vincenti. L’esempio più emblematico dell’impossibilità di una parte della classe politica di identificarsi con le istituzioni, mettendo alla porta tutti i concorrenti, è la costituzione del PD nel 2007. Conosco non pochi esponenti del PD degni di stima e per i quali  sarei tentato di votare, se li avessi nel mio collegio elettorale ma tale considerazione non m’impedisce di  metterne in luce il fondo inconsapevolmente ‘totalitario’ se non ‘integralistico’ in una delle due accezioni del termine, riferita a “ogni concezione che, in campo politico (ma anche sociale, economico, culturale), tenda a promuovere un sistema unitario, ad abolire cioè una pluralità di ideologie e di programmi, sia appianando contrasti e divergenze tra gruppi contrapposti e conciliando tendenze ideologiche diverse”. Esponendo nelle sezioni di partito i ritratti di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi i fondatori del PD, in sostanza, si ponevano come asse portante del sistema politico dal momento che nel comune contenitore ideologico (assolutamente inedito nella storia della democrazia in Europa) confluivano le due ‘scuole di pensiero, la cattolica e la comunista, divenute, nel secondo dopoguerra. le aziende più importanti – a livello sindacale, sociale, culturale – del mercato politico nazionale. Saltavano così le linee divisorie garanti di quella dialettica politica che, nelle democrazie a norma, prevede una maggioranza di governo e una minoranza di opposizione, nonché l’alternanza di ruolo in seguito al responso delle urne. Le forze che si coagulavano attorno al PCI e alla DC, espressione dei diversi interessi e valori in competizione nelle società aperte, univano le proprie risorse ma senza poter rispondere alla domanda: chi sarebbe rimasto fuori da questa union sacrée e come considerarlo? Se il meglio delle tradizioni politiche nazionali si era fuso nel PD, quale legittimità poteva ancora rivendicare una forza di opposizione? Riappariva un vecchio costume di casa, quello di declassare gli avversari nella lotta per il potere a nemici del bonum commune e delle istituzioni, naturalmente, per il PD, quelle nate dalla Resistenza e dalla lotta antifascista.

Sennonché le masse non hanno premiato quanti proclamavano che la salus rei publicae suprema lex esto e di quella salus se ne facevano custodi e medici, sicché nell’impossibilità di disarmarli di nuovo con un ‘governo di tecnici’ si è tentati di seppellirli sotto la solita valanga di accuse—fascismo, sovranismo, populismo, nazionalismo, antieuropeismo etc. Col risultato di far dimenticare le reali pecche dell’esecutivo di centro-destra e le proposte di leggi sbagliate o abortite.

III. Dovrebbe essere chiaro il senso di questa digressione, sine ira ac studio, sul PD. E’ il ‘costume’ politico che m’interessa non le battaglie che non finiscono mai tra una sinistra (che si crede votata dalle persone per bene) e una destra (per definizione poco raccomandabile). Ciò che intendo ribadire è molto semplice: almeno in Italia, per la salvaguardia del bene più prezioso per un liberale, la libertà – di parola, di associazione, di critica etc. – non c’è da fare alcun affidamento sulla political culture, insegnata nelle Università, propagata dai mass media. Il liberalismo alla Isaiah Berlin, alla Raymond Aron ma anche alla Benedetto Croce è un’esile pianticella esposta alle tempeste di una lotta politica, de facto, senza regole. A garantire le nostre libertà sono le nostre divisioni storiche, il fatto che la società civile è da sempre dilacerata, sicché a nessuna parte è consentito di unificarne, sotto il suo controllo, tutte le risorse, ideali e materiali. Non è quanto passa nelle menti dei filosofi politici, degli scienziati politici, degli storici ’impegnati’ a rassicurarmi sulla tenuta delle nostre libertà. Ormai si dicono tutti ‘liberali’ anche quanti scrivono sul ‘Domani’ o sul ‘Manifesto’—“quotidiano comunista” ma de facto sono i guerrieri nascosti nel cavallo di Troia (forse inconsapevolmente) per mettere a sacco e  a fuoco la ‘società aperta’.

E’ l’anarchia–nel senso della mancanza di un’autorità spirituale e temporale suprema– che ci protegge: le nostre libertà nascono negli interstizi di corposi interessi materiali in insanabile con-trasto e di ideali – legati al passato o proiettati nel futuro – che non intendono lasciarsi assorbire.
Tutto questo, agli occhi di un tradizionalista come Veneziani, può essere desolante: significa, infatti, che non ci sono ‘valori comuni’ a tenerci uniti – il tentativo di crearne fatto dal fascismo finì nelle leggi razziali, nell’alleanza con Hitler, nella catastrofe bellica – ma ci sono crepe antiche che ci consentono di raggiungere una barricata se in un’altra ci sentiamo poco protetti.

Quanto può durare tutto questo? E’ difficile dirlo. In ogni caso, non resta che rassegnarci, pensando al privilegio che nessuno ci ha ancora tolto e su cui non poteva contare Trilussa, sotto il regime fascista, quando scriveva nel sonetto All’ombra (riportato poi nel monumento a Trastevere a lui eretto del 1954): Mentre me leggo er solito giornale/ spaparacchiato all’ ombra d’un pajaro/ vedo un porco e jè dico: Addio maiale./ vedo un ciuccio è je dico: Addio somaro./ Forse ste bestie nun me capiranno /ma provo armeno la soddisfazione de potè di le cose come stanno/ senza paura de finì in prigione”. Oggi non finiamo in prigione neppure se critichiamo (lo fanno pochissimi) il Presidente della Repubblica per le sue omelie antifasciste fuori stagione. Indubbiamente, il con-flitto tra potentati non protegge il dissenziente da sanzioni indirette, talora pesanti, comminate dall’establishment. A un Roberto Vivarelli che avesse scritto l’esemplare, civilissimo, saggio  La fine di una stagione. Memoria 1943-1945 (Ed. Il Mulino 2000) nessuno avrebbe garantito il più che meritato cursus honorum accademico  .

Tanti anni fa l’allora direttore de ‘La Stampa’, il compianto Arrigo Levi, a Domenico Settembrini, autore di un articolo in cui si criticava Palmiro Togliatti, faceva notare. ”Caro Professore si rende conto delle migliaia di operai comunisti che lavorano per la Fiat e del fatto che un giornale della Fiat non può pubblicare  una critica così dura del leader del PCI?”. C’erano, però, altri quotidiani che avrebbero ospitato (e ospitarono) gli articoli di Settembrini giacché la libertà di stampa nel nostro paese non è mai venuta meno. E’ vero, erano quotidiani meno letti de ‘La Stampa’ sennonché bisogna prendere atto che, in Italia, il pubblico di lettori moderati o conservatori è molto meno numeroso di quello della sinistra – basta entrare in una Libreria Feltrinelli per rendersene conto. Delle ‘due culture’ nazionali quella progressista recluta più proseliti di quella liberal-conservatrice ma la colpa non è sicuramente della mancanza di libertà. Liberi son tutti e se le risorse a disposizione sono ineguali dipende anche dall’ incapacità a reperirle – o forse meglio  dalla  sottovalutazione del momento culturale come fabbrica del consenso. In fondo la woke culture da noi non infierisce come negli Stati Uniti. E nessuno può neppure immaginare di mettere il bavaglio a Marcello Veneziani.

[Intervento uscito sul blog del ‘Corriere della Sera’ La nostra storia, di Dino Messina]