Fake news? C’è di peggio

“Fake news”, si legge in Treccani Cultura-Enciclopedia on line, è “una locuzione inglese (lett. notizie false), entrata in uso nel primo decennio del XXI secolo per designare un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o inintenzionalmente attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione, e caratterizzata da un’apparente plausibilità, quest’ultima alimentata da un sistema distorto di aspettative dell’opinione pubblica e da un’amplificazione dei pregiudizi che ne sono alla base, ciò che ne agevola la condivisione e la diffusione pur in assenza di una verifica delle fonti”.

Alle fake news è stato dedicato ampio spazio nella seconda edizione del Festival della Politica (Santa Margherita Ligure 20/21/22 agosto) organizzato dall’Associazione Culturale Isaiah Berlin e dedicato, quest’anno, al tema “Democrazia e Comunicazione”. Ne hanno parlato, tra gli altri, la sociologa del diritto Simona Andrini, lo storico delle dottrine politiche Enzo A. Baldini, il saggista Corrado Ocone. Non poteva mancare, ovviamente, il riferimento alla bufala di Donald Trump su Barack Obama “nato in Kenya”, un caso limite di disinformazione programmata (in questo caso per presentare Obama come “straniero” indegno di ricoprire la carica più alta degli Stati Uniti). Indubbiamente, le fake news – sulle quali, peraltro, Eugenio Di Rienzo ha scritto un illuminante articolo su Il GiornaleLa storia è piena di fake news ma sono tutte da studiare”, 8 agosto u.s. – sono i veleni dell’informazione in una società aperta ma, a ben riflettere, la disintossicazione non è difficile anche in virtù della loro evidenza e facile confutabilità.

Mi sembra assai più insidiosa, invece, la ricostruzione degli eventi (passati e presenti) che col metodo “forbici/copia e incolla”, incide, a tempo indeterminato, sulle credenze collettive e, combinando omissioni ben calibrate e qualche congettura presentata come fatto certo, foggia un senso comune e interpretazioni storiche e sociali al riparo da dubbi e confutazioni. Ne costituisce un esempio l’“Addio ad Alberto Ronchey un giornalista indipendente”, apparso su la Repubblica dell’8 marzo 2010 a firma di Ettore Boffano. A mio avviso, si tratta di uno scritto che dovrebbe essere letto e meditato in tutte le scuole di giornalismo, come case study di violazione dell’etica professionale che impone agli operatori della carta stampata di raccontare, prima di tutto i fatti, seguiti semmai (ma non è indispensabile) da un commento (anche di parte). Boffano ricostruisce la carriera di Ronchey, prestigioso editorialista (dal Corriere d’Informazione alla Stampa di cui fu direttore, dal Corriere della Sera a la Repubblica) e per qualche tempo ministro dei beni culturali, ma sul suo “lungo passaggio al Corriere della Sera che lascia nel 1981, in piena bufera P2” – un rapporto tormentato su cui ci sarebbe da scrivere un lungo saggio – non solo è telegrafico ma fa il gioco delle tre carte (per non dire altro). L’articolo, infatti, termina con una testimonianza che è tutto un peana a Piero Ottone e alla (presunta) “bontà dei cavalieri antichi”. Piero Ottone lo ricorda così: “La sua cifra più autentica era lo scrupolo di non sbagliare mai, di non imporre mai al lettore un qualsiasi errore. Qualcosa che nel giornalismo odierno non esiste più. Controllava tutto, numeri, date, nomi e non era mai soddisfatto sino a quando non vedeva l’articolo stampato, sempre in ansia di non aver fatto tutto il possibile”. “Aveva un senso etico, morale del giornalismo – conclude Ottone – che ha ispirato tutta la sua vita personale e professionale. Nel 1977, quando lasciai la direzione del Corriere, i Rizzoli padre e figlio mi chiesero un consiglio sul mio successore e io feci il suo nome. Apparvero entusiasti, ma poi cambiarono idea. Seppi dopo che era scattato un veto da parte di Licio Gelli che non lo voleva direttore. La scusa ufficiale per quel no fu che Alberto era troppo amico di Agnelli”.

In realtà, è difficile sapere come si sono svolti i fatti. Che il veto di Licio Gelli, nel 1977, fosse decisivo e che la scusa dell’amicizia con Gianni Agnelli fosse credibile è qualcosa che può credere solo un lettore immemore che abbia dimenticato l’accusa che si faceva a Ronchey di essere troppo vicino a Bettino Craxi e di avere in un certo senso “tradito” le sue vecchie amicizie repubblicane. Lucio Colletti raccontava che a impedire la successione di Ronchey alla direzione del CorSera fu il segretario della Dc Benigno Zaccagnini, in accordo con Aldo Moro, ma tale ipotesi, tutt’altro che irrealistica, non avrebbe gettato ombre inquietanti sulla sinistra democristiana e sul leader politico candidato agli onori dell’altare? Meglio, quindi, non parlarne e riversare tutte le colpe sull’infame Licio Gelli, al quale potrebbe oggi imputarsi anche lo scioglimento dei ghiacciai.

Sennonché, al di là della domanda “chi pose il veto a Ronchey?” sarebbe stato interessante ricordare a quale Corriere sarebbe stata assai poco gradita la direzione di uno dei più grandi editorialisti colti del secondo Novecento. Ce lo racconta in un libro dimenticato (et pour cause!) un altro prestigioso giornalista scomparso nel 2017, Enzo Bettiza. In “Via Solferino. La vita del Corriere della Sera dal 1964 al 1974” (Ed. Rizzoli 1982), si rileva che “la formula ottoniana del ‘quotidiano di tutti’, mentre pretendeva di rispecchiare liberalmente gli umori della società moderna, in realtà rispecchiava soprattutto l’ideologia della microsocietà illiberale che, promossa e protetta dal sindacato, si era cristallizzata all’interno del Corriere (…). Questo processo di radicalizzazione e di spartizione dei ruoli, che vede il comitato di Fiengo (Raffaele Fiengo per vent’anni è stato un pilastro del Comitato di redazione, chiamato ‘il Soviet di Via Solferino’), usurpare col beneplacito di Ottone diverse prerogative direttoriali, sfocerà fatalmente in vari atti di censura, sofisticata o diretta. Ai miei commenti di politica estera seguiranno sempre più spesso dei controcommenti, che diranno il giorno dopo esattamente l’opposto di quello che dicevo io il giorno prima. Più tardi verrà il momento in cui certi articoli scomodi di Alberto Ronchey, destinati al fondo, saranno per così dire disinnescati con la elzevirizzazione di terza pagina”. Un destino analogo capiterà a Piero Ostellino. In fondo, può rilevarsi ironicamente, il Corriere aveva tenuto conto della lezione di un mio compianto maestro, Norberto Bobbio, che in uno dei suoi scritti più lontani dell’universo liberale, aveva lamentato che la democrazia si arrestasse alle soglie delle aziende.

Non era certo il caso di Via Solferino dove, sempre nel racconto di Bettiza, il 1° marzo 1974, nel vasto salone della mensa, un migliaio di persone del comitato di redazione e del consiglio di fabbrica, mise sotto accusa Cesare Zappulli che, sulla Domenica del Corriere aveva criticato il segretario generale della Cisl, Bruno Storti. “Qualche giorno dopo la Domenica del Corriere ospitava una minacciosa petizione sindacale contro il profanatore, al quale la direzione stessa del settimanale negava il diritto di replica”. C’era solo da domandarsi – concludeva amaramente Bettiza – cosa sarebbe avvenuto del nemico del popolo Zappulli se coloro che detenevano già tanto potere dentro l’azienda di Via Solferino avessero avuto nelle loro mani anche i ministeri della polizia e della cultura.

Saggiamente, dal suo punto di vista, il giornalista genovese (in seguito vicedirettore del Fatto quotidiano) non ha neppure accennato al clima che si respirava al Corriere negli anni ’70. Se l’avesse fatto qualcuno avrebbe potuto pensare: “Ma che probabilità c’erano, che con quei redattori e con quei tipografi – che avevano fatto entrare ‘la democrazia in azienda’ – che Alberto Ronchey divenisse il successore di Piero Ottone?”.

Qui non siamo in presenza di fake news in senso stretto ma, certamente, di un’operazione di insabbiamento ideologicamente motivata, che ci riporta alla filosofia del Grande Fratello. È il potere che dice “come sono andati i fatti”: se ne ricordano quelli che fanno comodo, si cancellano gli altri (la grande colpa di Renzo De Felice, storico del fascismo, è stata quella di non cancellare niente…) Se è vero che con le mezze verità, diceva Indro Montanelli, si costruiscono le menzogne, quelle inventate di sana pianta (come quella di Obama nato in Kenya) sono, in definitiva, meno pericolose delle menzogne che, proprio per il loro richiamarsi ai fatti, appaiono verità indiscusse.

Articolo pubblicato su L’Atlantico il 03 settembre 2019



Dai vecchi partiti-chiesa alle Srl minestrone di oggi. Ne è valsa la pena?

I vecchi partiti politici, che in Europa hanno scritto due secoli di storia e che quasi dovunque stanno esaurendo la loro carica vitale, hanno rappresentato qualcosa che forse ci toccherà rimpiangere a lungo.

In un certo senso, erano delle vere e proprie chiese, sia che si ispirassero alla moderna laicità illuministica sia che traessero alimento spirituale dal cristianesimo, cattolico o protestante. A caratterizzarli era una Weltanschauung, una impegnativa visione del mondo alla luce della quale veniva giudicato il passato e si elaboravano programmi di riforma della società, non necessariamente in senso progressista. Ogni partito presentava tre volti: l’ideologia – la sua specifica political culture – il programma elettorale (che poteva mutare, almeno in parte, di volta in volta), le battaglie concrete con cui voleva essere identificato – ad es., il divorzio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’adesione alla Nato etc. etc. In genere, nessuno si prendeva la briga di leggere i programmi – spesso ampollosi, troppo tecnici, sostanzialmente noiosi – ma si era molto attenti agli obiettivi specifici per cui un partito s’impegnava a battersi. E ancor più, va sottolineato, all’ideologia che fissava l’identità etico-sociale del militante e dell’elettore abituale. Quando si entrava nella grande sala con le pareti piene dei ritratti dei nobili antenati – si chiamassero Filippo Turati o Giacomo Matteotti, Luigi Sturzo o Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi o Benedetto Croce, Antonio Gramsci o Palmiro Togliatti – si era disposti a ingoiare più di un rospo se i leader del partito decidevano politiche o contraevano alleanze poco gradite. Si tolleravano scelte tattiche discutibili giacché si era rassicurati dal far parte di una comunità etico-politica su cui vegliavano i grandi del passato.

L’ideologia era, nel senso di Guglielmo Ferrero, il collante di legittimità dei partiti, il garante della loro continuità nel tempo, il deposito bancario sul quale si poteva sempre contare nei periodi bui. “Basta esporre la vecchia bandiera socialista e avremo di nuovo migliaia di iscritti”, pare avesse detto un vecchio socialista al rientro in Italia dopo l’esilio cui l’aveva costretto il fascismo. Quella bandiera era un simbolo quasi religioso, rinviava a idealità, a storie esemplari, a “filosofie”, nel senso forte del termine, che non si esaurivano certo nelle pur condivise richieste della Repubblica e della Costituente (parole d’ordine lanciate, con la sua foga generosa, da Pietro Nenni). Alla stessa maniera, lo scudo crociato indicava la casa in cui si sarebbero potuti raccogliere tutti i cattolici, almeno quelli che avevano accettato lealmente le regole e le istituzioni della democrazia liberale e, abbandonando ogni posizione temporalista, la separazione tra Chiesa e Stato. I più “moderati” potevano anche accettare l’alleanza tattica con i partiti “atei e materialisti” della sinistra giacché a rassicurarli era, per così dire, la “comunità di partito” ovvero la “famiglia spirituale” le cui tattiche – anche le più spregiudicate – rimanevano sempre in funzione di una strategia lungimirante volta a impedire che il processo di modernizzazione si risolvesse in una devastante secolarizzazione.

In Italia, grazie a magistrati integerrimi come Francesco Saverio Borrelli, quel mondo non esiste più: i partiti non sono più familles spirituelles ma, absit iniuria verbis, comitati d’affari (in prevalenza) della borghesia. Ci si unisce, si smantellano le vecchie federazioni, si formano nuove formazioni politiche in vista di obiettivi limitati e, spesso, in nome di un anti invece che di un pro. Fermare la “resistibile ascesa” di Craxi, di Berlusconi, di Renzi, di Salvini porta a vedere a braccetto in una stessa formazione politica Monica Cirinnà e vecchi democristiani, atei razionalisti e quanti si richiamano (dicono di richiamarsi) a Sturzo e a De Gasperi. Ci troviamo dinanzi a “società a responsabilità limitata” dove ciascun azionista pensa di rimanere se stesso giacché gli è garantita libertà di coscienza sulle grandi questioni etiche. In questa maniera, però, mi sembra difficile “salvarsi l’anima” e il rischio reale è quello di diluire le vecchie identità del passato in una marmellata ideologica, che si traduce nella statua di Aldo Moro con l’Unità in tasca.

In altre parole, non assistiamo alla laicizzazione dei partiti ma a un melting pot culturale che ne stravolge i connotati tradizionali. Partiti divenuti “leggeri” sono ormai uniti da un’inconsapevole ideologia “leggera” anch’essa: ma, a guardare bene, solo in apparenza. Per fare un esempio, Alcide De Gasperi è ormai quello di Pietro Scoppola – è l’uomo di centro che guardava a sinistra – Luigi Sturzo è l’interlocutore di Piero Gobetti se non di Antonio Gramsci, Luigi Einaudi è l’antisovranista per antonomasia, rivendicabile anche da Critica liberale (organo di un laicismo fazioso, alla Ernesto Rossi, che si riteneva scomparso per sempre). Le giornate degasperiane del Trentino vengono affidate all’appeal di Ferruccio de Bortoli e di Lella Costa (famiglia Gad Lerner)! Anche nelle iconografie risorgimentali si vedevano a braccetto Pio IX, Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, ma allora il problema era quello di “fare l’Italia”, di costruire la nazione e uno Stato moderno, non quello di rifondare il sistema politico contro “nemici” che in una “democrazia a norma” si dovrebbero riguardare (e rispettare) come “avversari”.

Nelle aggregazioni dell’epoca post-partitica, i colori si sono come diluiti, i volti della storia ormai si somigliano tutti, i valori si sono omogeneizzati, le opposte scelte di campo di un tempo sono state riassorbite (in fondo anche per Berlinguer la Nato era uno scudo protettivo!) e del tanto esaltato Piero Gobetti si rimuove l’appello intransigente ognuno al suo posto!: ovvero resti ciascuno fedele alle sue memorie e alle sue tradizioni. Intendiamoci: che un deputato cattolico su questioni rilevanti – come il welfare state, la politica estera, l’immigrazione – si allei con chi è a favore del divorzio, dell’aborto (e lo scrivente ha votato per l’uno e per l’altro), del matrimonio e adozione gay, non è certo motivo di scandalo, ma che faccia parte dello stesso partito della Cirinnà, la cui concezione della famiglia è antitetica a quella di Papa Bergoglio (per citare un pontefice in odore di anticapitalismo terzomondista) è qualcosa che si spiega solo con la retrocessione di una questione etico-politica grande come una montagna – la questione della famiglia, appunto – a fatto privato, a “problema di coscienza”. Non esprimo giudizi morali – non è compito dello studioso – mi limito a constatare un fatto e mi chiedo se un mutamento epocale come questo ci renda migliori o peggiori. Specie se si pensa che le sintesi leggere fanno pagare ad ogni elemento versato nell’infuso il prezzo della mutilazione ovvero la rinuncia “a prendere troppo sul serio” i valori che lo avevano fatto entrare nella storia. Ha ragione, pertanto, Eugenio Scalfari – e ha torto Franco Carinci che lo critica – a porre nel codice genealogico del Pd capostipiti come Piero Gobetti, i fratelli Rosselli e forse anche Guido Dorso e Altiero Spinelli. Se è vero, infatti, che “i nomi citati non sono collocabili fra i fondatori e sostenitori del PCI”, non è così scontato che “appartengono tutti alla cultura democratica” (dopo quanto ne hanno scritto Giuseppe Bedeschi, Ernesto Galli della Loggia, Luca Ricolfi)?. In realtà, quei nomi, quei simboli, rinviano a una sinistra et/et, socialista e “liberale”, nazionale e internazionalista, italiana ed europea, europea e cosmopolitica, non più nemica del capitalismo ma sempre, sotterraneamente, antiamericana, dove ciascuno può trovare quel che gli piace e nessuno è tenuto a fare i conti col proprio passato, non dovendo rispondere dell’accusa di apostasia.

Dovevano, certo, abbandonare le scene i partiti “forti”, disciplinati e dogmatici ma senza sottrarsi alle loro colpe storiche oggettive e, semmai, rivendicando fieramente i valori che li avevano indotti a guardare con interesse ai regimi politici poi crollati. Diventando un “partito radicale di massa”, come previde genialmente Augusto Del Noce in anni lontani, le vecchie sinistre hanno perso la loro anima ma non hanno reso un buon servigio al Paese giacché gli stanno fornendo – e da tempo – un “minestrone ideologico” che sta insieme solo con lo sputo, inventandosi di volta in volta un’invasione barbarica (di nazionalisti, di sovranisti, di razzisti) alla quale i loro antichi elettori non credono più.

Pubblicato su Atlantico il 6 agosto 2019



Con lo ius soli un senegalese diventato italiano si interesserebbe a Dante?

Essere contrari allo ius soli significa, oggi, essere relegati in un lebbrosario morale, diventare un esempio di quel processo di disumanizzazione che, per la political culture dominante, ha investito la destra italiana, anche quella un tempo rispettabile (ma rispettata poi da chi?). Non condividere una tesi non significa ispirarsi a valori diversi da quelli diffusi dalla stragrande maggioranza dei media ( giornali, radio, tv, social, etc..) ma militare nella schiera dei retrogradi, incattiviti dalla loro scarsa presenza nelle sedi in cui si forgia lo “spirito pubblico” e oggi si elaborano le parole d’ordine del politicamente corretto.

 Forse il malcostume segna sia il pensiero conservatore che quello progressista. Parlar male di Bolsonaro e dello scempio che sta consentendo della foresta amazzonica (un vero crimine contro l’umanità) significa irriducibile ostilità ideologica alla società industriale, al mercato, al progresso tecnologico (valori, peraltro, estranei alla destra tradizionalista).

 Avere forti riserve su Carola Rackete espone all’accusa di razzismo, di crudeltà d’animo, di insensibilità verso la tragedia epocale dell’emigrazione. Nessun sospetto che anche gli avversari abbiano buone frecce nella loro faretra etica. La lotta politica è sempre tra Dio e Satana, tra il Bene e il Male, tra la passione e la ragione. E’ la fuoruscita (semmai c’è stata un’entrata) da quella democrazia liberale che trova il suo esempio più alto nello stipendio che, in Inghilterra, viene dato al capo dell’opposizione di Sua Maestà Britannica. Se non si non si fosse ritenuto che anche gli avversari del premier in carica avrebbero potuto avere delle buone ragioni per combatterlo, quella norma non avrebbe avuto alcun senso. Chi si oppone tout court al “bene comune” perché dovrebbe venire stipendiato?

In questo clima culturale, per le argomentazioni di quanti sono contrari allo ius soli non c’è spazio. Anche nelle tv “moderate” (quelle Mediaset?) non mi è mai capitato di sentire un solo esponente dell’attuale maggioranza o della destra all’opposizione ( FI, FdI) spiegare perché in aula non hanno sostenuto la battaglia di quanti intendevano conferire la cittadinanza italiana, d’ufficio, a tutti i nati nel nostro Paese. Un diniego, di cui quasi ci si vergogna, in controtendenza com’è rispetto al buonismo imperante: bergogliesco o universalistico/ illuministico che sia. Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere (Non ridere, non piangere nè detestare ma cerca solo di comprendere). Avendo preso sul serio il monito di Baruch Spinoza, mi sono chiesto quale sia la ragione della criminalizzazione degli avversari dello ius soli, sempre nel rispetto delle varie posizioni. E’ un nefasto equivoco quello che induce a vedere nel pluralismo la coesistenza di valori opposti e irriducibili. In realtà, in una vera democrazia liberale, tutti condividono i valori di tutti e il pluralismo sta nel diverso peso che si è disposti a dare a ciascuno. Tutti ritengono ‘‘ cosa buona e giusta” la sicurezza sociale e ne affidano la tutela agli apparati pubblici ma non tutti alla sicurezza sociale sono disposti a sacrificare, oltre una certa misura, la libertà individuale (che, anche qui, tutti apprezzano).

Tornando allo ius soli la spiegazione della messa sotto accusa dei suoi avversari – è la conclusione alla quale sono pervenuto – non dipende da malafede, né è soltanto una risorsa simbolica dello scontro politico ma rappresenta il risultato del tramonto (forse definitivo) del valore che stava a fondamento dell’identità etico- sociale del cittadino, lo Stato nazionale. In una società che, come ho più volte fatto rilevare, riduce tutto il mondo umano, nella sua insondabile complessità, a interessi e a diritti individuali, ovvero a economia ( universalismo del mercato, di matrice anglosassone) e a diritto (universalismo giuridico di matrice francese e illuministica) si dissolve la comunità politica che esclude chi non ne fa parte e assicura tutela, sicurezza e benessere solo ai suoi membri, ciò che non esclude trattamenti umani, civili, verso lo straniero, il meteco.

 Quel che ormai si ha in mente è molto semplice: la riduzione del rapporto sociale a scambio di utilità. Se si assume un prestatore d’opera, lo si mette in regola, si garantisce pensione e assistenza sanitaria a lui e alla famiglia, gli si consente, una volta trovato il lavoro, di procurarsi un tetto, un asilo e una scuola per i suoi figli, e alle stesse condizioni degli altri, palestre, giardini, parchi pubblici, spiagge etc. etc., perché al riconoscimento di questi diritti sociali non dovrebbe seguire la concessione della cittadinanza ovvero i diritti politici?

U n tempo la riposta sarebbe stata semplice: perché oltre al lavoro, alla tutela sindacale, ai contributi previdenziali c’è una realtà, l’identità nazionale, che non può esaurirsi nei rapporti di lavoro e negli obblighi che ne derivano. La ragione per cui se ne fa parte sta nella volontà di custodire, arricchire e preservare un patrimonio ideale, una tradizione spirituale, una lingua, una cultura in cui siamo stati educati e formati.

Certe cose si comprendono a partire dal quotidiano. Uno studioso torinese, autore di tanti articoli e saggi dedicati alla sua amatissima città, Pier Franco Quaglieni–cofondatore e animatore del prestigioso Centro Mario Pannunzio – sul quotidiano il Torinese del 25 luglio scorso, ha tessuto l’elogio di «un oscuro deputato barese del M5S, l’onorevole Michele Nitti», promotore di una iniziativa parlamentare intesa a istituire una giornata dantesca, nel settimo centenario della morte del Poeta ( 2021). Alla proposta lanciata dal Corriere della Sera hanno aderito il ministro Enzo Moavero Milanesi e il linguista Claudio Marazzini ma, scrive Quaglieni, con comprensibile amarezza; «ha taciuto finora sul “Dantedi” la storica Società Dante Alighieri, attualmente presieduta dall’ex ministro Andrea Riccardi, non certo la persona più qualificata, nel suo incontenibile multiculturalismo, per questa carica, ricoperta per tanto tempo, con esiti brillanti, dall’ambasciatore Bottai. |…| La Società, fondata da Giosuè Carducci nel 1889, entrava naturaliter nella vita di ogni italiano fin da quando era bambino, una scelta molto importante del percorso formativo. La ‘ Dante’ per il VI centenario fu protagonista nel 1921 delle celebrazioni dantesche e dell’emissione di una memorabile serie di francobolli».

Poniamo il caso che le celebrazioni di Dante, oltre al Dantedì, comprendano iniziative molto costose per lo Stato e per le regioni più direttamente interessate e che le spese previste vengano coperte dall’introduzione di nuove imposte o dalla decurtazione (relativa) dei fondi destinati a Scuola, a Sanità o ad altri compiti dello Stato: perché i nuovi italiani, ci si chiede, dovrebbero essere interessati a vedersi ridurre (sia pure minimamente) il loro portafogli e, con esso, la loro capacità di spesa? Cosa possono mai interessare Dante, la Divina Commedia, la nascita della lingua italiana a un senegalese, a un indiano, a un cinese divenuti cittadini italiani? E perché dovrebbero essere entusiasti, specie se di religione islamica, della destinazione di cospicui fondi al restauro delle Chiese storiche o dei monumenti che hanno fatto la nostra identità?

E’ vero che non occorre essere nati all’estero per restare indifferenti alla preservazione del nostro patrimonio storico e artistico – si pensi alla miseria delle ultime celebrazioni del Risorgimento – ma a quanti non si rassegnano alla finis Italiae bisogna riservare la gogna mediatica?

Che cosa fare dell’Italia, dello Stato nazionale, delle nostre tradizioni? Dobbiamo deciderlo soltanto noi, italiani del nostro tempo, o dobbiamo ammettere alla discussione anche quanti accogliamo nel nostro Paese perché (come ci vien detto) abbiamo bisogno di gente disposta a fare i lavori ai quali gli Italiani si sottraggono… compreso l’assolvimento al debito coniugale senza contraccettivi?

LA PAURA DI INQUINAMENTO CULTURALE O SEMPLICEMENTE DEL DISINTERESSE DI CHI VIENE DA ALTRE CIVILTÀ E HA DIFFERENTI RIFERIMENTI ETICI E STORICI

Pubblicato su Il Dubbio del 30 giugno 2019



Dimenticare Tienanmen!

L’anniversario della strage di Tienanmen non ha dato la stura ai fiumi di retorica che, soprattutto nel nostro paese, sono lo scotto da pagare in queste ricorrenze. Ci sono diverse buone ragioni che spiegano il ricordo sobrio e quasi in sordina della rivolta contro il Rosso Impero di Mao Tse Tung, il cui ritratto campeggia ancora nella piazza più importante di Pechino. Innanzitutto la Cina è una grande potenza industriale e finanziaria, che suscita ammirazione e che viene, per le sue imponenti realizzazioni, trattata con rispetto. Sta comprando mezza Africa e, in Europa, i suoi investimenti massicci, che rappresentano per alcuni il nuovo “pericolo giallo”, sono per altri una risorsa insperata per imprese (e persino per società sportive) decotte. L’Unione Sovietica pregorbaceviana, in quanto  realtà economica lontana ed estranea all’Europa, suscitava uno sdegno e una indignazione per le sue politiche repressive incomparabilmente ben maggiori di quelli suscitati  dai carri armati di Deng e dei suoi successori in doppio petto: il suo tasso di totalitarismo non era affatto superiore a quello cinese (chi parla mai delle stragi di Mao e delle violenze della rivoluzione culturale?) ma, ciononostante, tuttora in letteratura gli studiosi del totalitarismo continuano a citare, insieme a Hitler, Stalin ma raramente il “Grande Timoniere”. Diciamoci la verità, in una società come quella in cui viviamo, per la quale esistono ormai solo gli interessi economici, da un lato, e i diritti, dall’altro, e in cui l’universalismo individualista del mercato fa a gara con l’universalismo individualista dei diritti nell’eliminare come tertium incomodo la dimensione della politica, dello Stato, delle identità culturali, delle tradizioni etc., affidando beni e valori esistenziali nel primo caso, al Mercato Globale e, nel secondo a corti giudiziarie sovranazionali, la Cina non può in alcun modo rientrare nella categoria degli “stati canaglia”. A destra come a sinistra.

A destra (mi riferisco a una destra che non è poi tanto destra, quella iperliberista) perché è difficile, in realtà, avercela con un sistema politico che, grazie a dosi massicce di capitalismo, sta facendo registrare a un popolo asiatico, che, a differenza di quello giapponese, sembrava refrattario alle “benedizioni della modernità”, un progresso tecnologico gigantesco quale non si era mai visto nel corso della sua storia millenaria. A molti liberali questo basta—in fondo odiavano l’URSS più per il suo collettivismo che per la sua mancanza di libertà attribuita esclusivamente al controllo statale dell’economia—e se pure ammettono che, per Pechino, il cammino verso la “società aperta” è lontano (manca, ad es., la libertà sindacale ma i lettori di Ludwig von Mises sanno bene che per il loro Maestro non era poi così indispensabile ed anzi poteva essere nociva alla libertà imprenditoriale), vedono con soddisfazione nel modello cinese la riprova dei miracoli che può fare il mercato (sia pure con tutti i vincoli che ancora lo impacciano e che, secondo loro, verranno rimossi dalla logica delle cose). A loro modo, sono dei “materialisti storici”: è la “struttura”, sono i rapporti di produzione, che determina la “sovrastruttura”, lo Stato con i suoi apparati, i suoi simboli, il suo diritto etc.

A sinistra per motivi forse molto più complessi. Se si parla con qualche reduce del ’68, ci si sente dire della Cina di Xi Jinping: “ma che è socialismo questo?”. E tuttavia come i nostalgici del fascismo—non certo grati a Franco per non essersi associato alla guerra dell’Asse ma costretti a riconoscere che “elementi di fascismo” non potevano essere negati, se non al franchismo reale, ai crociati di “Arriba Epagna” —anche i delusi dal comunismo reale e dal tramonto delle idealità della “Lunga Marcia” non possono far finta che a Piazza Tienanmen non ci sia ancora il ritratto di Mao. I nuovi dirigenti della Repubblica Popolare saranno membri degeneri ma conservano un posto incontestabile nell’ “album di famiglia”.

Divenute pacifiste e non violente, le sinistre oggi riconoscono senza esitazione che la repressione degli studenti cinesi, che chiedevano libertà e democrazia, è ingiustificabile ma, ad attenuare l’indignazione, è il morbo totalitario di cui stentano a guarire. “Si, ammettono in molti, la restaurazione dell’ordine affidata ai carri armati fu crudele e disumana, ma gli stati capitalisti non hanno fatto di peggio? Condannare Pechino significa vedere l’albero (comunista) e non accorgersi della foresta (capitalista)”.

Ebbene la mens totalitaria consiste proprio in questo: nell’attaccare a un robusto chiodo piantato sul muro di una storia immaginata, tutta la rete dei rapporti sociali e degli eventi tragici che ne conseguono (il monocausalismo). E’ il trionfo della sineddoche: ciò che fa parte di un insieme (gli ebrei, i capitalisti, le etnie culturali, i retrogradi, i progressisti) viene reso responsabile del tutto ovvero di tutte le tempeste che su quell’insieme si sono abbattute e si abbattono. Le guerre? Le colonizzazioni? Le politiche di potenza? Per la  sinistra, che ancora non si è liberata del tutto del virus totalitario,  non sono fenomeni che dipendono da una serie sterminata e complessa di cause che avrebbero potuto anche combinarsi diversamente (ad es., l’industria metalmeccanica avrebbe potuto far valere il suo europeismo e il suo interesse all’apertura dei mercati contro l’industria metallurgica, legata a logiche protezionistiche e potenzialmente guerrafondaie) ma sono il prodotto di un “Capitalismo”—sempre identico pur nelle sue forme proteiche— abile nel rivestire ideologicamente i suoi biechi interessi con idealità superiori (la “guerra di civiltà”, la “missione dell’uomo bianco” etc.). Se, come ho rilevato altre volte, l’azzeramento della complessità è il segno equivocabile della sindrome totalitaria, tale azzeramento porta a porre sullo stesso piano, Portello della Ginestra e la rivolta di Budapest,  Tienanmen e Piazza della Loggia: in ognuno di questi casi, il “sistema” semina morte.

Eh no, va ricordato ai protagonisti degli “anni ruggenti” di ieri, divenuti oggi scettici e antipolitici, le violenze comuniste (e fasciste) nascono da una volontà precisa, da un programma, da un potere politico ben determinato che controlla la società civile e la tiene prigioniera; le violenze che costellano la storia dei regimi liberali e democratici dove il governo è un attore tra gli altri sono il risultato (spiacevole quanto si vuole) di un interagire tra gruppi sociali, associazioni, località, chiese, istituzioni culturali, stampa, scuola, i cui interessi diversi e intrecciati determinano spesso “conseguenze inintenzionali”.

Dire pertanto: “neppure a me piace quanto è avvenuto a Tienanmen ma pensate al Vietnam e alle altre guerre “capitalistiche””, significa, ahimè, restare prigionieri di un’ideologia che continua a rendere difficili i nostri rapporti con la civiltà liberale.

Articolo inviato a Il Dubbio



La “sindrome garibaldina”, quel nostro male oscuro a cui ha contribuito anche Garibaldi

Ho una passione per Giuseppe Garibaldi non inferiore – si licet magnis componere parva – a quella nutrita da Giovanni Spadolini e da Bettino Craxi, grandi collezionisti di libri e di cimeli di camicie rosse. Il nizzardo era uomo di gran cuore e tutt’altro che un incolto. La sua formazione intellettuale fu quella di un irregolare – come ce ne furono tanti nella storia, e non solo italiana – ma non estraneo ai grandi problemi sociali, culturali, politici del suo tempo. Dovette il suo apprendistato ad alcuni esuli sansimoniani che aveva conosciuto a bordo di una nave e furono essi che gli instillarono un socialismo “buonista” ma attento alle grandi trasformazioni indotte dalla scienza e dalla tecnica. Fu un impareggiabile “guerrigliero” ma, altresì, un “vero” generale come dimostrò la grande battaglia del Volturno, che segnò la fine irrimediabile del Regno delle Due Sicilie. Molto più realista del suo primo mentore Giuseppe Mazzini, mise da parte (ma non rinnegò mai) il suo istintivo repubblicanesimo, consapevole che l’Italia avrebbe potuto unificarsi solo se, se ne fosse fatto carico uno Stato moderno, con un esercito regolare, e con un monarca determinato e pronto a rischiare il trono per la buona causa.

 Da qualche tempo l’Eroe dei Due Mondi è diventato il bersaglio preferito di un revisionismo storiografico che con quello vero – mi riferisco a storici della statura intellettuale di Renzo De Felice e di François Furet – ha un rapporto, a essere blandi, solo di omonimia. A “sparare sulla croce rossa”, anzi sul poncho rosso, sono stati anche giornali divenuti poi organici al “luogocomunismo progressista” (espressione di Luca Ricolfi), a cominciare dal Foglio di Giuliano Ferrara. Sono passati i tempi – ricordati da Alessandro Barbero in una bella intervista televisiva di qualche tempo fa – in cui Garibaldi era il santo patrono sia dei fascisti (v. l’esaltazione fattane dalla Repubblica Sociale) sia degli antifascisti (v. le Brigate Garibaldi e il volto dell’eroe sul simbolo del Fronte popolare). Oggi quando non è rimosso dalla memoria collettiva viene ricordato, tutt’al più, come benemerito pacifista, generoso combattente per la libertà di tutti i popoli, e gran tribuno delle plebi italiche che voleva redimere da una condizione secolare di abbrutimento e di miseria materiale e morale. È un santino, lo ribadisco, che venero anch’io ma… E purtroppo c’è un “ma” grande come una montagna, che riguarda anche Garibaldi e la sua eredità spirituale, a riprova che nel “legno storto” siamo stati intagliati tutti anche i più fulgidi esempi di eroismo civile. Al male oscuro, dal quale il paese non riesce a guarire, ha contribuito, ahimè, pure il solitario di Caprera e in maniera decisiva.

Intendo riferirmi all’idea che al di sopra delle leggi e delle istituzioni c’è un paese morale che ha il diritto e persino il dovere di non tenerne conto quando i suoi valori son “calpesti e derisi” dall’applicazione letterale delle norme e al suo corollario, che custodi di questi ultimi siano famiglie o ceti o movimenti carismatici. Una sorta di ritorno (laicissimo beninteso) al Medio Evo e alla sua concezione dei due poteri, quello temporale, detentore della spada, e quello spirituale, erede della croce. Finché il primo – in Italia, lo stato sabaudo – si muove in conformità alle direttive spirituali che gli vengono dal secondo, nulla quaestio ma ogni volta che travalica sia pure appellandosi a leggi formali incompatibili con la sostanza etica della comunità nazionale, è compito dei Custodi dell’Ideale scendere in piazza e ricordare ai governanti i loro obblighi. In questa ottica, i diritti individuali e gli stessi pronunciamenti elettorali del “popolo sovrano” non hanno alcuna rilevanza: fanno parte del “paese legale” contrapposto al “paese morale” (la vecchia espressione “paese reale” è del tutto impropria: cosa c’è, infatti, di più “reale” del voto espresso dalla maggioranza degli elettori?).

Se ci si riflette bene, c’è uno spirito garibaldino, sia in Mussolini che portava a S. M. il Re “l’Italia di Vittorio Veneto”, sia nella pretesa della Cgil e dell’Anpi genovesi, che nei giorni scorsi avevano chiesto alle istituzioni di non autorizzare la manifestazione di Casa Pound – in cui, tra l’altro, era previsto l’intervento di una brava persona, il politico di lungo corso Gianni Plinio, passato dal MSI a Forza Italia. In entrambi i casi, la superiore legittimità di cui si sentivano portatori fascisti e antifascisti rendeva vana, ieri, la considerazione che la marcia su Roma era un autentico colpo di Stato e oggi che impedire la riunione di un partito legalmente riconosciuto e in competizione con gli altri partiti alle elezioni europee avrebbe costituito un vulnus per la democrazia, impensabile senza la più assoluta libertà di parola e di propaganda.

In un paese normale, non c’è nulla di male se si chiede al sindaco, al prefetto, al questore di non autorizzare il raduno di temuti avversari politici: chi lo fa mostra di non conoscere l’abc della democrazia liberale ma non si è obbligati ad avere sempre idee giuste e il controllo delle proprie emozioni. Da noi, però, è questo il punctum dolens, scatta la “sindrome garibaldina”: i Custodi dell’Ideale non si limitano a chiedere e a deprecare ma, se non vengono ascoltati, mettono in atto sanzioni severe, mobilitano i seguaci, provocano tafferugli con le forze dell’ordine, bloccano per ore il centro cittadino. Che ci siano chierici, giornalisti, opinion makers per i quali tutto questo è normale e non dipende affatto da una political culture che dovrebbe spaventarci bensì da una reazione eccessiva ma comprensibile all’Ur-faschismus di umbertechiana memoria, è qualcosa a cui non possono rassegnarsi gli amici, sempre meno numerosi in Occidente, della “società aperta”.

A scanso di equivoci, si può anche ritenere giusto e “costituzionale” lo scioglimento di Casa Pound – sempre ove si dimostri che la sua apologia del fascismo è un reato che prelude a una cospirazione reale progettata da adepti armati reali – ma è assurdo pensare che contro una decisione che il Governo e il Parlamento non hanno ancora preso né intendono prendere, si possa ricorrere all’Inquisizione della Cgil, dell’ANPI e finanche dei Centri sociali (antifascistissimi of course), intesi come supplenti (moralmente) autorizzati delle istituzioni carenti. Nessuno Stato di diritto può riconoscere sopra di se un pouvoir spirituel, una chiesa, che lo tenga sotto tutela.

Articolo pubblicato su Atlantico il 28 maggio 2019