Non illudiamoci: il bipolarismo non ritornerà

I risultati delle elezioni amministrative dell’11 giugno (ancora parziali, in attesa degli esiti dei ballottaggi di domenica 25 giugno) hanno suscitato non poche sorprese.

Non tutti, ad esempio, si aspettavano il notevole recupero del centro destra, anche se alcuni sondaggi avevano già registrato una certa ripresa dei partiti che ne fanno parte (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia). Né era facile immaginare che il centro destra potesse risultasse nettamente in testa in due province liguri importanti come Genova e La Spezia.

Ma la vera sorpresa, credo un po’ per tutti, è stato il flop del Movimento Cinque Stelle. Dopo i grandi successi delle precedenti amministrative, con la conquista di Roma (Virginia Raggi) e Torino (Chiara Appendino), era difficile attendersi una piena conferma della forza del Movimento Cinque Stelle, se non altro per la manifesta inadeguatezza della sindaca della Capitale; ma altrettanto arduo era immaginare un tracollo di proporzioni così ampie come quelle fatte registrare domenica 11 giugno.

Perché?

Una ragione, tutto sommato la meno preoccupante per i Cinque Stelle, è che il radicamento del partito di Grillo è quello che è, ovvero quasi inesistente. La fede cieca nelle virtù (e nell’autosufficienza) del circuito chiuso della rete non ha certo favorito la presenza – presenza fisica, non virtuale – degli esponenti del movimento fra la gente. C’è poi la autolesionistica norma che limita il numero di mandati, e induce vari politici Cinque Stelle a cercare innanzitutto di arraffare un posto in Parlamento, prima che scada il tempo concesso a ciascuno di essi.

Però il fattore che dovrebbe preoccupare Grillo e i suoi è un altro. Le elezioni amministrative hanno dimostrato che l’elettorato italiano è fluido, fluidissimo. E l’elettorato Cinque Stelle lo è in sommo grado. Guardate che cosa è successo a Genova, dove il candidato del centro destra unito (dagli “estremisti” della Lega ai “moderati” di Alleanza Popolare) Marco Bucci è in testa. I flussi ricostruiti dall’Istituto Cattaneo con il cosiddetto modello di Goodman, un dispositivo matematico-statistico che permette di calcolare “chi ha votato chi”, ovvero quali sono stati gli spostamenti di voto fra due elezioni, mostrano che il candidato Cinque Stelle non è riuscito a intercettare nemmeno metà dei voti che avevano attirato i suoi predecessori, né in occasione delle precedenti comunali (2012), né in occasione delle precedenti politiche (2013). Molti voti Cinque Stelle delle comunali 2012 sono finiti al candidato del centro-destra, molti voti dei Cinque Stelle alle politiche 2013 sono finiti nell’astensione.

E’ questo, forse, il vero tallone d’Achille dei Cinque Stelle. Il voto al partito di Grillo è un voto che può espandersi in qualsiasi momento, complice il discredito degli altri partiti. Ma è anche un voto che in qualsiasi momento può contrarsi, sgonfiarsi, implodere. Come dimostrano gli insuccessi delle ultime amministrative, che hanno coinvolto anche il Sud, da qualche anno roccaforte elettorale dei grillini.

Questo, per i Cinque Stelle, è il vero rischio delle prossime elezioni politiche. E’ vero che, a livello nazionale, conterà di meno il radicamento nei territori, e conteranno di più le idee generali, che ai Cinque Stelle non mancano, e che sono in perfetta sintonia con l’umore del Paese: controllo dei flussi migratori, reddito garantito per chi non ha un lavoro. E’ anche vero, però, che per conferire a una forza politica o a una coalizione un mandato di governo nazionale i cittadini pretendono qualcosa di più di quanto i Cinque Stelle attualmente offrono.

E’ probabile che i prossimi mesi vedano un ritorno delle tensioni sui tassi di interesse dei titoli di Stato e sullo spread, innescato dalla cattiva gestione dei nostri conti pubblici (è di questi giorni la notizia di un ulteriore incremento del debito pubblico). Rispetto a questa spada di Damocle i Cinque Stelle sono scoperti, perché l’uscita dall’Euro non è certo la soluzione del problema del debito, e i leader che il Movimento sembra intenzionato a candidare alla guida del paese tutto sono tranne che figure di timonieri navigati e rassicuranti.

Forse, se qualcosa suggeriscono gli esiti delle amministrative, è che in una situazione in cui tutte le forze politiche hanno stancato l’elettore, la differenza la possono fare le persone. E’, in fondo, la lezione di Genova, dove i cittadini hanno conferito fiducia a un manager di successo. Ma è anche, forse, la lezione del voto francese, dove, quale che sia il nostro giudizio su Macron (il mio non è certo entusiasta), sta di fatto che il successo è dipeso dal singolo, non certo dal contorno di forze che l’hanno appoggiato.

Da questo punto di vista non solo i Cinque Stelle, ma tutti e tre i poli che si contendono il governo dell’Italia, non sono messi bene. La sinistra è guidata da un ex ragazzo, innamorato di sé stesso e del tutto incapace di vedersi dall’esterno (se lo fosse, farebbe meno battute, e non prevaricherebbe sistematicamente l’interlocutore). La destra è ostaggio dei conflitti fra Forza Italia e Lega, con due leader che si elidono a vicenda, e a quanto pare non intendono comprendere che solo una figura nuova, che si collochi al di fuori delle vecchie contrapposizioni, può ridare slancio al centro destra.

In questa situazione lo scenario più probabile mi pare questo: dopo i ballottaggi penseremo per un attimo che sia tornato il bipolarismo destra-sinistra, salvo risvegliarci fra un anno, dopo le elezioni politiche (marzo 2018?), con l’amara realtà di un parlamento tripolare, in cui non c’è alcuna maggioranza in grado di dare un governo al Paese.

Pubblicato su Panorama il 22 giugno 2017



Reddito di cittadinanza, pubblicità ingannevole

Qualche tempo fa avevo scritto che, stante la completa assenza di idee politiche nuove, la prossima campagna elettorale sarebbe stata dominata dal dibattito sul cosiddetto reddito di cittadinanza, o reddito di base.

Non pensavo, però, che questo sarebbe accaduto così presto, ovvero un anno prima della data del voto. E invece basta ascoltare la radio, guardare la tv, navigare su internet o leggere i giornali per rendersi conto che ci siamo già dentro in pieno. Da alcune settimane un po’ tutti ne parlano.

L’idea di un reddito di cittadinanza, lanciata dal Movimento Cinque Stelle fin dal 2013, subito dopo le passate elezioni, ormai tiene banco un po’ in tutte le forze politiche. Ne parla il Pd, tramortito dalla scissione e alla ricerca di slogan efficaci in vista delle imminenti elezioni politiche. Ma ne parlano anche dalle parti di Forza Italia, dove circolano cifre (10 miliardi l’anno) e strumenti (la cosiddetta imposta negativa sul reddito). Né mancano le proposte provenienti dalla società civile, come quelle del Reis (Reddito di inclusione sociale), promossa dalle ACLI e da decine di altre associazioni, per lo più appartenenti al cosiddetto Terzo settore.

Tutti pazzi per il reddito di cittadinanza, dunque?

Proprio per niente. Il bello è che nessuna, ma proprio nessuna, delle proposte che partiti e forze politiche si affannano a denominare “reddito di cittadinanza” corrisponde a un vero reddito di cittadinanza. Anzi, nella maggior parte dei casi ne rappresenta l’esatto contrario.

Curioso. Se c’è un’espressione su cui tutti gli esperti e gli studiosi di scienze sociali concordano, se c’è un’espressione su cui non si assiste mai a sterili controversie terminologiche, perché tutti la intendono nello stesso modo, è proprio l’espressione reddito di cittadinanza, un’idea che risale ad oltre un secolo fa ma che è tornata di grandissima attualità fin dagli anni ’80, quando sorse un movimento di pensiero a suo favore (guidato dal filosofo belga Philippe von Parijs), e venne fondato il BIEN (Basic Income European Network, oggi ribattezzato Basic Income Earth Network).

Che cos’è il reddito di cittadinanza?

E’ un reddito che lo Stato corrisponde a tutti i suoi cittadini, ricchi e poveri, su base individuale e non familiare, dalla nascita o dalla maggiore età, senza alcuna restrizione, obbligo o contropartita. Detto in altre parole, è un sostegno permanente e incondizionato, che proprio perché viene erogato a tutti e senza chiedere nulla in cambio, non richiede di mettere in piedi un apparato di amministrazione, controllo, monitoraggio dei beneficiari.

Ebbene, molto si può discutere sui meriti e demeriti delle varie proposte messe in campo in Italia da partiti e associazioni, quasi sempre presentate come forme di “reddito di cittadinanza”, ma su tre punti c’è perfetta sintonia: in tutte le proposte il sussidio, o “sostegno” (espressione più raffinata e politicamente corretta), il reddito che si intende attribuire non è destinato a tutti (ma solo ai poveri), è determinato su base familiare (anziché individuale), e prevede precise contropartite (non è incondizionato). In breve: è l’esatto contrario del reddito di cittadinanza.

Da questo punto di vista, il massimo di bisticcio con la lingua italiana è offerto dal Movimento Cinque Stelle, che per giustificare il titolo del suo disegno di legge sul “reddito di cittadinanza” di fronte a chi giustamente  criticava la scelta di un termine così fuorviante, non ha trovato di meglio che rispondere: la nostra è una proposta di “reddito di cittadinanza condizionato”, come non sapessero che, per definizione, il reddito di cittadinanza è incondizionato, altrimenti è un’altra cosa, che in tutta Europa viene chiamata, più prosaicamente, “reddito minimo”.

Ma quali sono le differenze fra le varie proposte di reddito minimo?

Fondamentalmente sono cinque.

Primo. La quantità di risorse stanziate, che va da un minimo di 1-2 miliardi l’anno (Governo Renzi), a un massimo di 15-20 (Cinque Stelle e Sel).

Secondo. La percentuale di famiglie o di individui beneficiari, che varia ovviamente in funzione delle risorse stanziate, ma anche a seconda degli importi e della durata. A questo proposito vale la pena osservare che il concetto di povertà è così elastico che, a seconda di come lo si definisce, si può passare dal 7% degli individui (povertà “assoluta”) al 29% (“rischio di povertà o di esclusine sociale”), passando attraverso le platee intermedie del 14 % (povertà relativa) e del 20% (rischio di povertà relativa).

Terzo. Le condizioni di accesso e di mantenimento del sussidio, che possono essere più o meno severe, potendo comportare l’obbligo di cercare attivamente un lavoro, di seguire corsi di formazione, di accettare proposte di lavoro retribuito, di erogare lavoro gratis in attività “socialmente utili”.

Quarto. La complessità (e il costo) dell’apparato di amministrazione, sorveglianza, formazione messo in campo per gestire i beneficiari. Un indicatore assai significativo in proposito è la quota delle risorse stanziate che non va in tasca ai poveri, ma a coloro che dei poveri stessi dovrebbero occuparsi, tipicamente tecnici, impiegati, assistenti sociali, formatori ed esperti, tutte figure appartenenti al ceto medio. Fra le varie proposte in campo quella che meno concede agli apparati di controllo è l’imposta negativa (caldeggiata da Forza Italia), mentre quella che dirotta la quota maggiore di risorse alla macchina dell’inclusione sociale è quella dell’Alleanza contro la povertà (i proponenti del Reis), come del resto è comprensibile visto che occuparsi del disagio sociale è il mestiere, più o meno volontario e più o meno retribuito, di tante fra le associazioni che propugnano il “Reddito di inclusione sociale”.

Quinto. L’incentivo a cercare e trovare lavoro, che è fortemente compromesso dalla prospettiva di perdere in parte o in tutto il sussidio. Questo, in realtà, è il tallone di Achille di un po’ tutte le proposte, perché tutte (tranne, in parte, quella dell’imposta negativa) di fatto rendono alquanto conveniente non lavorare, o lavorare in nero, una scelta che i recenti dati sulle dichiarazioni dei redditi (straordinariamente basse rispetto a quel che ognuno di noi vede a occhio nudo) mostrano essere tutt’altro che teorica.

Che fare, dunque?

Il mio consiglio è di fare come si fa (o si dovrebbe fare), quando si fa un investimento finanziario: “leggere attentamente il prospetto informativo”, senza lasciarsi sedurre dalla pubblicità ingannevole dei proponenti.

Pubblicato su Panorama il 13 marzo 2017