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Perché la ‘filosofia della guerra’ è più umana della ‘filosofia della rivoluzione’

26 gennaio 2019 - di Dino Cofrancesco

Società

Il ricordo—non le celebrazioni che non ci sono state—della vittoria italiana nella Grande Guerra è stato l’occasione per riaprire le cataratte della retorica buonista nazionale. «Mai più inutili stragi!», «Mai più guerre!». «La guerra è sempre la soluzione peggiore!». Se si pensa a un conflitto armato tra superpotenze dotate di terribili arsenali atomici, non si può che essere d’accordo. Oggi la guerra può rappresentare la fine della vita sulla terra o, comunque, ridurre il pianeta in uno stato simile a quello descritto da Robert Altman nel film ‘Quintet’ del 1979. Tale evidenza, tuttavia, è tale per il presente ma si capisce assai meno per il passato. Qual’ è la ragione reale che induce i pacifisti in servizio permanente effettivo a ritenere che la guerra sia sempre stata il peggiore dei mali? Non vedo, all’interno di un’etica cristiano-illuministica, che una ragione sola: l’erogazione di violenza, accompagnata dalla distruzione di vite umane, di paesaggi naturali e artificiali prodotti nei secoli con enorme dispendio di risorse economiche e intellettuali, di opere architettoniche che, senza la guerra, avrebbero sfidato i secoli, di edifici civili, di chiese, di biblioteche, di monumenti dell’arte, di laboratori della scienza. Sennonché se si tratta di questo, non c’è qualcosa di ancora più terribile della guerra nella rivoluzione? Se parliamo del conteggio dei morti, della fame, della carestia, del saccheggio, dell’abbattimento delle case e dei luoghi di culto, della demolizione dei simboli del regime politico abbattuto, la rivoluzione appare oggettivamente ancora più esecrabile della guerra. Nella sola Russia sovietica sono perite, in pochi decenni, più del doppio delle persone cadute nella Grande Guerra o nell’insensata guerra dell’Asse. La Rivoluzione cinese sembra sia costata alla popolazione civile più di trenta milioni di ‘nemici del popolo. La stessa ‘Grande Rivoluzione’ ha causato in Francia (e in Europa) un numero di morti maggiore di quello che si era avuto nelle guerre dinastiche per l’egemonia da Richelieu a Luigi XVI.

Quel che è peggio, però, non è la quantità dei trapassati a miglior vita bensì il carattere ideologico, religioso, spietato, fondamentalista, della rivoluzione. Le guerre d’ancien régime—che non s’intende certo idealizzare—scaturivano da un mero conflitto di interessi: ciascun esercito combatteva per the King and the Country e i nemici—specie se ufficiali superiori—si sentivano parte di uno stesso corpo professionale, caratterizzato da uno specifico senso dell’onore, che imponeva il rispetto del ‘collega’.«Messieurs les Anglais, tirez les premiers !», sono rimaste celebri le parole pronunciate nella battaglia di Fontenoy (1745).’La Grande illusione’ di Jean Renoir (1937) resta ,forse, l’espressione più toccante di quel ‘mondo di ieri’ in cui erano ancora immersi i due aristocratici protagonisti del film– il comandante della prigione tedesca, il capitano von Rauffestein (Erich von Stroheim) e il suo prigioniero francese, il capitano Boeldieu (Pierre Fresnay)–ma che non riusciva a comprendere, per le sue origini borghesi, l’altro prigioniero francese, il tenente Marèchal (Iean Gabin).

E’ con la Rivoluzione francese, in effetti, che inizia the Great Transformation. Gli eserciti che si battono contro la reazione esterna e interna non inalberano la bandiera della ‘Ragion di Stato’—che, in quanto ragione con la erre minuscola, conosce l’arte della prudenza e la capacità dell’autolimitazione non in nome della morale ma dell’«interesse bene inteso»—bensì il vessillo dei «diritti dell’uomo e del cittadino» che porta a riguardare i nemici come agenti della Reazione, espressioni del Male assoluto, della negazione radicale dell’eguaglianza, della libertà e della dignità di tutti i Figli della Terra. La violenza non viene ora avvertita come una ineliminabile necessità ma come la giusta punizione dei corrotti e dei depravati che vogliono fermare il corso della storia. Non ci sono più ragioni al plurale ma c’è solo la Raison al singolare–e con la lettera maiuscola–che impone di bonificare il terreno della conquistata libertà dai parassiti e dalle cattive erbacce che, nel corso dei millenni, hanno impedito di trasformare il pianeta nel giardino sognato dagli utopisti. E’ l’eticizzazione (e, in seguito, la giuridicizzazione) del conflitto che rende, de facto, la rivoluzione, nel suo corso, più disumana della guerra, giacché nessuna Convenzione di Ginevra ne limita e contiene la violenza. Quando il nemico è un criminale nessuna pietà può muovere chi lo cattura e se, nondimeno, riesce a salvarsi (per essere portato dinanzi a un tribunale) ciò avviene per la sopravvivenza di antichi codici d’onore nel vincitore. Non è causale che durante la nostra guerra civile—la Resistenza—i partigiani provenienti dall’esercito siano stati meno spietati di quelli provenienti dai partiti (v. le memorie di Edgardo Sogno e di Alfredo Pizzoni); e che un fenomeno analogo si sia registrato nella ‘Guardia Repubblicana’ di Salò in cui i membri della Milizia o del disciolto PNF andavano meno per  le spicce rispetto ai soldati dell’ex esercito regio.( E’ la testimonianza–da me raccolta–di ufficiali che, vivendo al nord, si erano ritrovati nel territorio della Repubblica Sociale e che ad essa avevano dovuto aderire)

Ci si pone, allora, la domanda: se la quantità della violenza erogata e la sua stessa modalità avrebbero dovuto indurre a temere più la rivoluzione che la guerra, perché i costi della prima sono stati rimossi al punto da farne un evento da santificare (anche quand’è finita male, come nel caso del 1917) mentre la seconda è rimasta sempre la cloaca massima in cui si riversano tutte le fogne infernali della terra? Il motivo sta nel fatto che in una società caratterizzata da una political culture lontana dal realismo, e sommamente indulgente per tutto ciò che sa di—o si richiama al– ‘progresso’, contano soprattutto le intenzioni. Le rivoluzioni si fanno (o almeno così si pensa) per ragioni ideali, per liberare gli uomini dall’oppressione aristocratica o dalla tirannide borghese, mentre le guerre traggono origine dagli interessi e gli interessi non sono valori ma appetiti egoistici. Incendiare le case degli sfruttatori del popolo può essere riprovevole ma è, nondimeno, manifestazione di altruismo: difendersi (con le armi) da quanti vogliono toglierci il posto al sole o prevenirli nell’occuparlo non ha alcuna giustificazione, è manifestazione di nazionalismo e di sopraffazione, anche in presenza di un’oggettiva volontà di sopraffazione da parte degli Stati vicini e concorrenti—gli stati, diceva Benedetto Croce, sono leviatani dalle viscere di bronzo.

«La guerra non ha mai risolto nulla?». In un certo senso è vero, se i due conflitti mondiali hanno ridisegnato la cartina dell’Europa e del mondo, non sono riusciti poi a ridisegnarla in meglio, almeno in ogni loro parte :il vecchio continente nel 1918 assistette, in molte aree, all’affermazione del ‘principio di nazionalità’, al crollo degli Imperi centrali e dell’autocrazia zarista ma, nella voragine di potere aperta dalla Grande Guerra, si sarebbero ben presto installati regimi totalitari così disumani da far impallidire il ‘dispotismo asiatico’ di Montesquieu.

Sennonché «che cosa ha risolto poi la rivoluzione?» Il bilancio della rivoluzione sovietica è stato—anche per storici decisamente schierati a sinistra come Eric J. Hobsbawm—del tutto fallimentare e sulle sue macerie, quarant’anni fa, è nato un regime politico democratico-autoritario che solo vendendo all’estero le sue materie prime riesce a evitare la bancarotta. E quanto alla Francia, madre di tutte le rivoluzioni moderne si sarebbe, forse, trovata peggio senza il Terrore giacobino, la dittatura napoleonica, e il vorticoso avvicendarsi di repubbliche e monarchie? Sono domande che in nessuna scuola della Repubblica possono venir poste senza prestarsi all’accusa di disfattismo democratico se non di reazione. Eppure i fatti sono quelli e stanno lì più duri dell’acciaio.

A mio modesto avviso, per dirla brutalmente e senza nessuna preoccupazione per il politically correct, non saremo mai una democrazia  liberale a norma se non sostituiamo la “filosofia della guerra” alla “filosofia della rivoluzione”, se non ci rassegniamo a vedere nell’avversario uno come noi, che ha interessi diversi dai nostri–e talora componibili solo con le armi (le armi della scheda elettorale, non quelle militari)–ovvero se non rinunciamo a considerarlo un essere moralmente inferiore, da schiacciare senza pietà. Nella ‘filosofia della rivoluzione’ c’è l’idea della mela marcia, del virus letale che infetta una società (naturaliter) sana, nella ‘filosofia della guerra’, c’è, sostanzialmente–venata di scetticismo humiano–l’idea dell’eguaglianza per cui sui due lati della barricata ci si aspetta di trovare lo stesso materiale umano.

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Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco
Arce (FR), 15 novembre 1942 Laurea in Filosofia Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Genova.
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