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Malati di scrittura internettiana

27 agosto 2019 - di Paola Mastrocola

In primo pianoSocietà

Chi sono gli haters? Chi sono coloro che insultano, minacciano, sputano veleno, irridono, calpestano, umiliano, lanciano volgarità e violenza sprizzando odio via web? Schermati da un video, lontani dai loro interlocutori, assenti ma comunicanti, esistono veramente? Ne conosciamo qualcuno? Sono persone, robot, marziani? Siamo noi?

Ma soprattutto, perché diamo loro tanta importanza? Perché ne parliamo, perché li ri-postiamo e li inoltriamo, moltiplicando all’infinito il loro effetto devastante? Perché non li ignoriamo?

Credo che la risposta sia in un’altra domanda: perché a nostra volta usiamo il web quando vogliamo esprimere il nostro pacato e nobile pensiero, cioè ci consegniamo a un luogo dove necessariamente quel nostro pensiero incontrerà non pacati e non nobili non-pensieri?  Perché affidiamo le nostre riflessioni (che avrebbero tutta l’ambizione di essere profonde) allo spazio di poche righe, dove dovranno necessariamente adeguarsi a essere non-profonde e fluttuare in una banalità sconfortante? Perché, insomma, amiamo la scrittura internettiana, contratta e nervosa, schematica e superficiale, per forza di cose fatta di formule? Perché abbiamo scelto di parlare per formule, o per video, invece che con la parola e la sua meravigliosa complessità?

Ovvio che, se esprimiamo via web (quindi attraverso formule) le nostre convinzioni, riceveremo via web i commenti, che non potranno che essere altrettante formule, frasette ridotte all’osso, direi al nulla. E che cosa mai oggi, più che un insulto, risponde ai valori che implicitamente affermiamo di apprezzare? Brevità, velocità, concisione. Abbiamo volutamente espulso dalla nostra vita tutto ciò che è lungo e implica ragionamenti complessi. Dunque, se in una riga ci mandano a quel paese, mi vien da dire che riceviamo pan per focaccia.

Il fatto è che il web è, per la maggioranza di noi, irresistibile. Temo che la verità (poco dicibile) sia questa. Parlare via web vuol dire raggiungere tutti in un attimo. Quindi avere il mondo in pugno. E a chi non fa gola? Diventare noti, forse anche famosi. La fama corre sul web. Invisibile, imprendibile; irresponsabile, amorale, ignobile e catastrofica. Com’era la divinità alata che l’ha preceduta nei secoli. Fama, la dea Fama. La “voce pubblica”. Un gigantesco mostro capace di spostarsi a velocità siderali, una specie di uccellaccio coperto di piume, che sotto ogni piuma celava un occhio. Infiniti occhi per vedere, infinite orecchie per ascoltare, infinite bocche per parlare e diffondere ciò che aveva visto e sentito: perfetta antesignana del web.

Ovidio è il primo che ci dice dove abita: al centro del mondo, in un edificio tutto buchi, infiniti ingressi senza porte, sempre aperti, notte e giorno, perché entrino le voci di tutti, indistintamente. Espressione massima di democrazia, già allora. Ma Ovidio è un poeta, Ovidio distingue. Non è vero che ogni parola si equivale e ha pari diritto, la parola saggia e la parola stupida, la parola frutto di studi e la parola estemporanea che ti esce dalle viscere, la diceria, la calunnia e la verità. Non è vero che non importa cosa è vero e cosa è falso. Certo, tutti devono avere la possibilità di parlare, nella casa della Fama tutte le parole sono accolte, ma ognuna avrà il termine preciso che la definisce, la fissa per quel che è, e la giudica. Il giudizio è imprescindibile, è il filtro. Non è detto che democrazia voglia dire rinunciare ai filtri. Distinguere, filtrare. Controllare il lessico, innanzi tutto. Aprire alle sfumature di senso, alle varianti. Contro la piattezza linguistica, l’ignoranza. (Ma Ovidio viveva in un tempo strano, in cui la poesia aveva voce).

Ciò che è irresistibile per tutti noi, credo, è poter raggiungere il maggior numero di nostri simili con fatica zero, con tempo zero. L’attimo di digitare quattro parole e siamo nell’aere. (Digitare, non direi mai scrivere! Noi oggi digitiamo, non scriviamo. Siamo digitanti. Usiamo le dita, non il cervello). Ma anche poter ricevere subito un feed back. Ci rispondono immediatamente, dall’aere: ci sono migliaia di “altri”, come noi viaggianti per l’aria, pronti a captare gli altrui segnali. Non fanno altro. Non facciamo altro…

Piccola parentesi, con qualche dato. Pare che il tempo medio che un adulto (dai 16 anni ai 64) passa su internet (tra social, video e musica) sia di sei ore al giorno. Gli italiani connessi sono quasi 55 milioni (cioè 9 su 10). Il 70% di noi appena si sveglia, come prima cosa, guarda il telefonino, il 63% lo controlla ogni sera prima di addormentarsi. Sul lavoro veniamo interrotti ogni 180 secondi (tra notifiche, gruppi WhatsApp, mail, conference call) e impieghiamo ogni volta 24 minuti per tornare proficuamente al compito che abbiamo sospeso. Così racconta Digital Detox, di Alessio Carciofi (Hoepli, 2017). Che siamo dipendenti da smartphone è chiaro a tutti, ma questi dati aggiungono una notizia importante: l’ampiezza delle proporzioni.

Dicevo, siamo antenne in perenne attesa di captare qualcosa. Se il segnale per un po’ non arriva, ci chiediamo cosa non va, siamo inquieti, tesi, tristi. Abbiamo anche la “sindrome della vibrazione fantasma”: crediamo di sentir vibrare il cellulare anche quando non vibra. Ansia da squillo. Vibranxiety.

Siamo astronauti dispersi, che hanno perduto l’astronave e vagolano nel nero spazio con la loro tuta grassa e bianca che li rende impacciati e chiusi, e con il tubo, quel tubo bianco che li collegava a qualcosa, a un motore, a un’intelligenza, a una boa, e che ora invece spencola nel vuoto e cerca di collegarsi a destra e a manca con il nulla. Major Tom! Siamo tutti molto simili a major Tom, in quella meravigliosa canzone che è Space Oddity. “Can you hear me, major Tom?” Ma non siamo lui, che era veramente solo nello spazio. Noi riusciamo a essere sperduti, e affollati. Soli, e dialoganti. Ci rimbalziamo a vicenda le nostre solitudini, e le chiamiamo condivisione. Viviamo in un rumore costante, e ci portiamo dentro il nostro silenzio, ognuno il suo. Usiamo la parola, ma parlare per formule non è parlare. Non sappiamo più condurlo, un ragionamento, portarlo a maturazione lenta, fase per fase. Ci abbiamo rinunciato, a ragionare. E a aspettare. Troppo lungo, troppo inutile.

Torniamo alla domanda: perché abbiamo scelto così in massa di affidare a facebook, o consimili, il nostro pensiero? Perché ci facciamo una pagina, un sito, un blog, esponendoci così alla triturazione altrui? Perché affidiamo le nostre idee a un video di un minuto e mezzo? Perché ci siamo arresi a tanta pochezza, ristrettezza, di tempi, di spazi?

Credo che sia perché ci conviene. Moltiplica la visibilità. Quindi aiuta il nostro lavoro, aumenta l’audience, le vendite dei nostri prodotti, siano essi libri, film, o borsette o piatti prelibati. Dunque, è autopromozione. Parliamo sul web perché lì possiamo far “crescere la nostra pagina”. Far conoscere sempre di più la nostra opera, il nostro nome. Aumentare la fama. Gli haters, alla fine, non sono che un inevitabile inconveniente, sgradevole, ma necessario: anch’essi amplificano la fama, forse sono addirittura il segno del successo. Famosi e diffamati, pazienza. Anche se si tratta di un successo immediato e labile, nemmeno un riflettore temporaneamente puntato su di noi, bensì la luce di un fiammifero. E siccome il fiammifero dura pochi secondi, la soluzione è aumentare il numero dei fiammiferi.

È questo bisogno di luce perenne intorno che m’incuriosisce, il bisogno di essere “seguiti”. Non riusciamo più a dire niente senza voltarci a vedere chi c’è dietro. Camminiamo con la testa perennemente voltata. Parliamo per vedere quanti ci ascoltano. Forse non ci importa nemmeno più quel che diciamo, ma solo la fila dietro, il fiammifero in più. La conseguenza è che finiamo per adeguare quel che diciamo al consenso altrui: diciamo quel che la gente vuole sentire, scriviamo i libri che la gente vuole leggere, votiamo il partito che la gente (o meglio, la “nostra” gente) vota. Seguiamo l’onda, il main stream. Il pensiero libero, originale, indipendente, per sua stessa natura, non ha seguaci. Dunque, non esiste.

Sia chiaro, a tutti fa piacere suscitare apprezzamento, ammirazione. Registrare una reazione positiva a quel che stiamo facendo, sul lavoro, per esempio. Lavoriamo meglio, se qualcuno ci dice bravo.

Ma anche lavorare e basta, senza chiedersi a chi “piace”, avrebbe un suo fascino. Anche essere non visti, non cliccati, non postati, non inoltrati. Anche l’invisibilità è un valore. Inestimabile. Andare per la propria strada, per la strada che riteniamo giusta in base ai nostri ideali, alle convinzioni che abbiamo maturato nel tempo, ai principi morali a cui abbiamo deciso di attenerci e, anche, alle nostre passioni. Così il maestro diceva a Dante: “Perché l’animo tuo tanto s’impiglia che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro a me, e lascia dir le genti; sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti”.

Anche tacere, volendo, ogni tanto, sarebbe un valore. “La più vera ragione è di chi tace”.

Ma siamo sempre nell’ambito della poesia, caro major Tom. Soli nel tuo spazio infinito.

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 del 26 agosto 2016
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Paola Mastrocola
Paola Mastrocola
Torino, 30 settembre 1956 Laurea in Lettere. Scrittrice.
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