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Ipotesi sulla disuguaglianza

19 ottobre 2017 - di Paola Mastrocola

HumanitiesSocietà

A scuola vanno bene solo i figli di papà.  Studiano solo i ragazzi nelle cui case ci sono libri. Vanno al liceo e si laureano solo i figli di coloro che sono andati al liceo e si sono laureati. La scuola è classista, ben poco democratica, non fa da ascensore sociale, non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza, non fa che certificare e riprodurre privilegi e differenze. Il figlio del notaio fa il notaio, il figlio dell’idraulico fa l’idraulico.

Questa mi pare, in riassunto, la tesi di chi ritiene che la scuola debba essere democratica, includere tutti, e soprattutto dare a tutti pari opportunità azzerando la disparità delle condizioni di partenza. È un’idea che ha animato la scuola, e la politica, almeno da un cinquantennio, e mi pare debba essere più che mai perseguita. Con qualche precisazione e variante, però.

Intanto no, il figlio dell’idraulico non fa quasi mai l’idraulico. Si diploma e spesso va all’università. Ma spesso non la finisce (vedremo poi perché).

Il figlio del notaio invece sì, è quasi certo che farà il notaio (sempre che abbia voglia di studiare, se no si fermerà a fare solo l’avvocato). Ahimè, questo è drammaticamente vero. Ho detto in più luoghi che mi piacerebbe un mondo in cui il figlio dell’idraulico possa diventare notaio, se vuole. Ma anche un mondo in cui il figlio del notaio diventi idraulico, se non ha voglia di studiare o non ne ha le capacità. Non ci siamo ancora. Succede, spesso, la prima. Non succede mai (tranne rarissime eccezioni che io non ho il bene di conoscere) la seconda.

Perché?

Qui si gioca la questione. La stragrande maggioranza, direi la totalità dei sostenitori della “scuola democratica” (ma chi mai potrebbe essere per una scuola non-democratica…?) è convinta, oggi come ieri, che a bloccare gli studi dei ragazzi svantaggiati economicamente e socialmente sia proprio la loro condizione di partenza: impossibile studiare e raggiungere la meta (diploma, laurea e quindi professione adeguata) se si è nati in una famiglia poco abbiente.

Credo sia così. E i dati lo confermano.

Credo altresì che la controprova sia vera: chi nasce bene va avanti. Chi appartiene a una famiglia medio-alta e ha le risorse (economiche, culturali e relazionali) arriva comunque, quasi sempre, a fare il liceo e a laurearsi. E ci arriva, questo ragazzo-bene, anche qualora non abbia mai avuto la minima voglia di studiare, non abbia quasi mai aperto un libro, abbia raccolto una serie infinita di insufficienze, debiti, giudizi sospesi e anche bocciature: va avanti lo stesso, sicuramente con qualche fastidio e intoppo, ma va avanti.

Uno dei più potenti, scandalosi e immorali motori del suo avanzamento sono le lezioni private. Quel cumulo sterminato e inenarrabile di ore alla settimana che per anni (per anni!) i suoi genitori lo hanno costretto a fare, presso insegnanti che al mattino insegnano normalmente in scuole statali e al pomeriggio danno tranquillamente lezioni private in nero, fornendo ai loro allievi clandestini e abbienti, svogliati e apatici, tutto l’aiuto assistenziale e personalizzato che serve loro per “passare” l’anno.

Aiuto che arriva sempre a buon fine. Eh sì. Chi prende selvaggiamente lezioni private dalla prima liceo fino alla laurea ce la fa: si laurea, spesso anche bene! Pur essendo stato un pessimo studente, che non ha mai aperto un libro, mai ascoltato una lezione, mai preso la sufficienza in certe materie (quelle difficili), non importa: al pomeriggio c’è qualcuno che lo guida, lo tallona, gli sta dietro, gli tiene la manina per fare i compiti, per passare interrogazioni, esami. Alla fine ce la fa, certo che ce la fa. Sto elogiando le capacità degli insegnanti double face, statali al mattino e privati al pomeriggio? No, non è (solo) il loro talento e la loro pervicace pazienza. È la palese dimostrazione che l’unico vero metodo didattico che funzioni è stare alle calcagna tutto il giorno tutti i giorni a ogni singolo ragazzo. È il trionfo dell’istitutore privato. La scuola sarà mai in grado di emularlo, con i suoi 30 ragazzi per classe…? (Certo, detto tra parentesi, un primo passo potrebbe essere che l’insegnante, al pomeriggio, invece di ricevere a casa propria i signorini in nero, rimanga a scuola, non a sbrigare burocratiche faccende o partecipare a inutili commissioni, ma dedicandosi a un serrato coaching face to face con i propri allievi del mattino, quelli più in difficoltà, aiutandoli gratis… ).

All’università, sembra incredibile, stessa cosa! I ragazzi prendono lezioni private anche durante gli anni d’università! È un fenomeno piuttosto recente, e agghiacciante. Ragazzi ventenni che non riuscirebbero a passare gli esami, soprattutto quelli più difficili, in corsi di laurea duri, vanno a lezione privata come imberbi adolescenti! Lezioni pagate dai genitori. Notai. Ingegneri. Avvocati. Che vogliono che i figli facciano i notai, gli avvocati, gli ingegneri. E ci riescono! I loro figli ce la fanno. Fotocopia dei padri. Un po’ aiutati…

È questo lo scandalo.

L’ho visto con i miei occhi, insegnando per 35 anni. E l’ho denunciato sempre, ogni volta e in ogni luogo abbia potuto farlo. È la vergogna della scuola, e della società, italiana.

Va bene, la tesi “democratica” è dunque più che confermata: le origini e l’ambiente contano. Cose risapute. E ripetute fino alla nausea. Ma la loro tesi si ferma qui. Non mi basta, mi sembra ne manchi un pezzo molto importante. Un aspetto che viene sempre trascurato. Un “piccolo dettaglio” che da anni cerco di mettere in evidenza. E che è anche la ragione per cui, nonostante queste mie idee vadano inequivocabilmente verso l’idea di una scuola molto democratica (mi vien da dire iper-democratica!), io non sia così d’accordo con i sostenitori standard, tradizionali e istituzionali, della scuola democratica.

Questo aspetto trascurato, questo minuscolo dettaglio, è… la preparazione. Il livello di studio. La qualità e quantità delle “cose” insegnate-imparate.

Torno al figlio dell’idraulico (perché di lui ci importa, no?) e formulo la mia ipotesi: se spesso non arriva a laurearsi, forse non è soltanto perché è figlio dell’idraulico (ipotesi vecchia, datata, fortemente ideologica: insomma, troppo facile!); forse non fa il liceo e non arriva a laurearsi… perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato abbastanza.

Ecco. Per questo mi arrabbio da una ventina d’anni (una ventina d’anni, direi dalla riforma Belinguer in poi: governo progressista, incredibile!). Perché io questo ho visto, nella scuola. Ho visto ragazzi (non solo figli di idraulici, ma figli di quella classe media non così svantaggiata ma neanche così agiata) che arrivano in prima liceo totalmente digiuni delle nozioni basilari, di quel minimo di conoscenze dovute e, soprattutto, necessarie ad andare avanti negli studi.

È vero, sto parlando dei ceti medi e medio-bassi, e non dei veri svantaggiati delle vere zone disagiate, da Cinisello a Secondigliano, tanto per intenderci. Mah… intanto ognuno parla di quel che ha sotto gli occhi. Io non ho insegnato in periferia o in zone segnate da droga, camorra e povertà. Mea culpa? Ho insegnato in licei di provincia, medi. Ho visto e incontrato la medietà. La normalità, se volete. Che però è l’80% degli studenti di un liceo. Scusate se mi sono occupata solo di loro…

Questo non implica che io non riconosca l’enorme problema di portare istruzione e cultura là, soprattutto in quei luoghi. Ma quel che voglio denunciare è un’altra cosa (che riguarda, lo ripeto, almeno il 70-80% della popolazione scolastica, non mi par poco!): una scuola abbassata, facilitata, non aiuta le classi medio-basse. Abbassare il livello culturale dello studio non è democratico, anzi, è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista! Favorisce i ricchi e i privilegiati, che possono non studiare e, grazie a fenomeni quali le lezioni private a gogò, ce la faranno sempre.

Bisogna rendere in grado i “poveri” (gli umili, gli svantaggiati, i ceti meno abbienti) di fare le scuole migliori. Rendere in grado! Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per 8 anni (5 di elementari e 3 di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico…) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Siamo noi i colpevoli. Noi!

Ma non ho le prove.

Posso solo dire che questo ho visto, nella mia esperienza pluriennale di insegnante, soprattutto negli ultimi vent’anni, da inizio millennio a oggi.

Vorrei le prove. Vorrei che qualcuno mi dimostrasse, attraverso i dati, se ho ragione o no, se è vero che c’è anche questa componente a svantaggio degli svantaggiati, non solo l’estrazione sociale, l’handicap famigliare e ambientale, ma anche l’enorme buco di conoscenze e cultura di cui noi, come insegnanti e governanti, siamo drammaticamente responsabili.

 Vorrei che si riuscisse a mostrare che questa è una delle ragioni, se non la ragione principale, di quella che chiamiamo “dispersione scolastica”. Intanto, vorrei dire che i ragazzi “si disperdono” in vario modo: non solo abbandonando per sempre la scuola, ma anche cambiando scuola, essendo cioè obbligati a scegliere scuole degradate (i due anni in uno, le scuole online, o il professionale-tecnico invece del liceo). Ho visto, in questi anni, decine di ragazzi, miei allievi, che a metà anno erano costretti a lasciare la classe dove si trovavano benissimo, il liceo che avevano scelto, perché non ce la facevano, perché non avevano le basi: mai letto un libro, mai fatto grammatica, mai scritto un tema… Molti di loro avevano le lacrime agli occhi, lasciando i compagni e noi insegnanti. E tornavano poi ogni tanto a salutarci, negli anni successivi, con nostalgia, con un barlume di rimpianto.

Non è giusto. Non dovrebbe succedere. Dovremmo rendere tutti in grado di fare la scuola che vogliono. E invece cosa facciamo per questi ragazzi che noi abbiamo perduto? Corsi di orientamento e ri-orientamento! È questo il nostro ipocrita e fallace sostegno ai ragazzi che non ce la fanno, non troviamo altro modo di aiutarli se non depistandoli: ri-orientandoli!

E non è dispersione scolastica, questa? Tali ragazzi “si disperdono” altrove perché non hanno le basi per andare avanti, perché in prima liceo non sono in grado di capire un libro di testo, e non sanno niente di storia, geografia, matematica…. Eppure hanno fatto 8 anni di scuola. Non possiamo lasciarli uscire così impreparati dopo 8 anni di scuola! Allo stesso modo, all’università non sono in grado di affrontare gli esami (se non quelli più facili delle facoltà cosiddette deboli, la cui laurea però non li porterà purtroppo da nessuna parte), per cui s’iscrivono, arrancano un anno o due e poi mollano. Per questo mollano: per questa loro inadeguatezza cognitiva e culturale, che è il risultato delle scelte scriteriate che noi abbiamo compiuto nella scuola, soprattutto, lo ripeto, negli ultimi vent’anni. Mollano a causa della scuola che noi abbiamo deciso per loro, non è il colmo?

Sono solo mie impressioni, interpretazioni personali, illazioni? Può darsi. Volevo solo formulare un’ipotesi un po’ diversa sulla disuguaglianza, ecco.

Ma se mai ci fossero le prove che quel che dico è vero, sarebbe più che mai il caso di cambiare rotta e, affinché la scuola sia veramente per tutti, provare ad innalzare il livello degli studi, negli anni dell’obbligo scolastico, fin dalla prima elementare. Sarebbe nostro dovere, credo. Porgendo anche infinite scuse, ai ragazzi e alle loro famiglie.

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Paola Mastrocola
Paola Mastrocola
Torino, 30 settembre 1956 Laurea in Lettere. Scrittrice.
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