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Tre esempi di successo e tre lezioni per il Partito Democratico

12 gennaio 2018 - di Massimiliano Santini

Politica

Alcuni dicono che il Partito Democratico sia sull’orlo di una crisi di nervi. Altri sostengono che non perda occasione per confondere il proprio popolo. È proprio vero? Di sicuro, il percorso verso un largo coinvolgimento dei cittadini alla vita civica e alla partecipazione al voto è ancora lungo.

La buona notizia è che esempi di partiti trasformatisi con successo in grandi movimenti riformisti abbondano. Consideriamone tre, nell’arco di dieci anni, ai due lati dell’Atlantico: il Democratic Party nel 2008, il Liberal Party of Canada nel 2012, e la Republique en Marche nel 2017.

La prima campagna elettorale di Barack Obama rinnova il Democratic Party, mobilitando per la prima volta milioni di americani all’impegno civile e politico, e adattandosi alle loro richieste di cambiamento radicale. Sfiniti da otto anni di George W. Bush, gli americani si entusiasmano alla visione che Obama propone di un’America post-razziale, unita, pragmatica, che reinterpreta la propria unicità in chiave riconciliatoria tra red states e blue states e, implicitamente, tra neri e bianchi. La campagna si struttura in movimento politico, organizzato come un social network, inspirato alle tecniche di community organizing elaborate da Marshall Ganz a Harvard Kennedy School. Il movimento stabilisce una rete capillare per la mobilitazione e formazione di volontari con il compito di coinvolgere potenziali elettori, professionalizza l’uso di big data nel volantinaggio porta-a-porta, e fa uso massiccio di newsletter, inviate regolarmente a iscritti e simpatizzanti, per informare, dare l’opportunità di partecipare, e chiedere donazioni. Obama cambia per sempre il partito democratico e soprattutto il modo di partecipazione politica negli States.

E veniamo al secondo esempio. Justin Trudeau nel 2012 è un politico canadese in ascesa. Sente che il Canada è sfiancato da dieci anni di politiche conservatrici di John Harper, e vuole riportarlo al proprio destino naturale di paese tollerante, aperto, progressista. A dispetto di quanti gli consigliano di uscire dal Liberal Party of Canada e creare un proprio movimento, Trudeau rivolta il partito come un calzino e lo trasforma in un movimento aperto a tutti. Non più tessera annuale con costo fisso, ma iscrizione gratuita e partecipazione flessibile a specifiche campagne tematiche, con impegno relazionato alla disponibilità di ognuno. Come Obama, anche Trudeau costruisce un movimento dal basso, da volontario a volontario, da una community di elettori all’altra. Risultato: Trudeau vince prima la nomination per la leadership del partito, scavalcando tutto il vecchio establishment, poi a sorpresa le elezioni federali del 2015, battendo Stephen Harper in elezioni anticipate. Il Liberal Party diventa il primo partito in Canada, anzi un movimento sexy con un leader sexy.

Attraversiamo ora l’Atlantico per gettare luce sul terzo successo. Nell’agosto 2016 Emmanuel Macron si dimette da Ministro dell’Economia, quattro mesi dopo avere lanciato En Marche, nuovo movimento politico che propone soluzioni concrete e non ideologiche a una Francia annichilita da terrorismo e crescita economica asfittica. Macron ripropone un’idea rivoluzionaria in quei mesi: l’Europa è l’unica cornice possibile per la risoluzione dei problemi francesi e il rilancio della grandeur française. Attraverso l’offerta di piattaforme digitali a cittadini che vogliono riunirsi in gruppi tematici, En Marche propone un nuovo modo di partecipazione alla vita pubblica, uguale per iscritti – che pagano una quota – e simpatizzanti, che partecipano gratis alle attività. Il movimento utilizza le stesse tecniche di community organizing sperimentate da Obama 2008 e nel 2012 (i consulenti di En Marche sono Liegey, Muller, e Pons, che hanno studiato a Harvard), aggiungendo più scienza, più numeri, e più metodo. Il risultato è la Presidenza della Repubblica Francese a un 39enne, e la maggioranza parlamentare a un movimento politico nato 12 mesi prima.

Per vincere le prossime elezioni, cosa può imparare il Partito Democratico da questi esempi di successo? Almeno tre cose, tanto semplici quanto rivoluzionarie nell’Italia di oggi. Primo, bisogna entusiasmare la gente con una narrativa potente, innovativa, visionaria, che prospetti un futuro migliore. Secondo, serve un movimento politico flessibile, aperto a tutti, adattabile alle circostanze e alle persone che ne fanno parte, e non viceversa. Terzo, la gente va coinvolta dal basso, in maniera capillare e attraverso big data, volantinaggio porta-a-porta, e targeting elettorale mirato.

Dieci anni fa, il PD ha offerto una straordinaria novità agli italiani, un sistema di valori che unisse per la prima volta le tre culture europeiste italiane: popolare, socialista, e liberaldemocratica. È giunto il momento per il PD di completare questo percorso attraverso la proposta all’Italia di una nuova visione di società, l’apertura del partito a tutti, e il coinvolgimento di quanti più italiani possibili. Forse sull’orlo di una crisi di nervi, il PD ha tuttavia i geni per trasformarsi in un grande movimento politico inclusivo, aperto, snello, innovativo, e diventare sexy per tutta la società italiana. Obama, Trudeau, e Macron offrono best practices che il Partito Democratico non può più ignorare.

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Massimiliano Santini
Massimiliano Santini
Reggio nell’Emilia, 11 Marzo 1973. Policy Leaders Fellow, European University Institute. Economista (in aspettativa) alla Banca Mondiale. Master in Amministrazione Pubblica presso Harvard University. Email: massimiliano.santini@eui.eu LinkedIn: www.linkedin.com/in/massisantini Twitter: @massisantini
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